martedì 18 aprile 2017

PERCHE' GLI INSETTI PUNGONO



Le zanzare attaccano di più all’alba ed al tramonto. Questi sono i due momenti del giorno in cui la luce del sole è diretta e non emana molto calore. Per questo, ne approfittano per rifornirsi di alimenti.

L’attività delle zanzare è piuttosto intensa prima di poter trovare una vittima che si adatti alle loro necessità. Per questo motivo, ispezionano molto bene il territorio prima di agire.

Sicuramente vi sarà capitato di udire vicino all’orecchio il loro ronzio. Questo vuol dire che vi sta analizzando per sapere se siete una preda degna.

Nella stessa stanza o nello stesso spazio possono esserci persone letteralmente divorate dalle zanzare ed altre che non riportano nemmeno un morso. Diversi gruppi di scienziati hanno cercato di scoprire perché accade questo e quali sono le motivazioni che portano l’insetto a pungere alcuni piuttosto che altri.

Recenti ricerche hanno scoperto che almeno il 20% degli individui presenta caratteristiche ben precise che li rendono più allettanti di altri alle punture di zanzare.

Secondo uno studio condotto in Gran Bretagna le sostanze presenti nel sudore, che ciascuno di noi ha in quantità diversa, sono i fattori principali a far avvicinare o meno le zanzare. Acido lattico, acido urico e ammoniaca, tutte presenti nel sudore, vengono localizzati con grande precisione dalle zanzare.

Un altro fattore che attira le zanzare è l’anidride carbonica, che il nostro organismo produce attraverso la respirazione e con la traspirazione. Grazie ad alcuni recettori che si trovano nelle loro mascelle le zanzare possono percepire la presenza di anidride carbonica emessa da qualcuno che si trova fino a 50 metri di distanza. Ne consegue che gli organismi che producono CO2 in maggiore quantità saranno bersagli ideali. Questo spiegherebbe per esempio perché le persone in sovrappeso risultino più colpite, dal momento che hanno uno scambio ossigeno/anidride carbonica maggiore.

Il metabolismo del corpo e la chimica sono due fattori distintivi che giocano un ruolo fondamentale per comprendere il grado di attrattività per le zanzare. Uno studio pubblicato sul Journal of American Medicine ha stabilito che bere una lattina di birra aumenta in maniera significativa l’attacco da parte di questi fastidiosi insetti. La ragione è dovuta al fatto che le zanzare sono attratte dal particolare odore del corpo che viene modificato dall’alcol.



Non ci sono evidenze scientifiche definitive, ma che l’aglio tenga lontane le zanzare e anche altri insetti, come ad esempio le zecche, è stato confermato da molteplici studi. Secondo i ricercatori dell’Università della Florida gli alimenti con più alte concentrazioni di vitamine del gruppo B (B1 e B6) e di vitamina C hanno il potere di alterare il nostro sudore e renderci meno invitanti.

La femmina assume in genere una quantità di sangue circa uguale al suo peso, ovvero 2-3 milligrammi. Secondo uno studio effettuato dai ricercatori dell’Institute for Biological Pest Control, la genetica svolge un ruolo importante nel determinare se siete una calamita per le zanzare, che preferiscono il sangue del gruppo 0 più di quello del gruppo B e circa il doppio di quello del gruppo A. Questi insetti considerano infatti il tipo zero più gustoso di qualsiasi altro tipo di sangue. Secondo lo stesso studio, infatti, emettiamo una sostanza che permette l’identificazione del tipo di gruppo sanguigno prima di essere morsi dalle zanzare.

Proprio perché percepiscono le sostanze contenute nel sudore, un’attività fisica come la corsa all’aperto aumenta del 50% il rischio di essere morsi. Anche la temperatura corporea fa dunque la sua parte nell’attirare l’insetto. Non a caso la zanzara che diffonde la malaria punge le persone febbricitanti, quando il protozoo causa della malattia è al massimo di presenza nel sangue.

Gli indumenti che indossiamo possono aumentare o diminuire il rischio di essere morsi. In uno studio che ha confrontato varie tonalità, i ricercatori hanno segnalato risultati molto interessanti che hanno rivelato come le zanzare sono attratte dai colori scuri. Prediligono nell’ordine: nero, rosso, grigio e blu; richiamano invece meno la loro attenzione il kaki, il verde e giallo.

La zanzara vive dalle tre alle cinque settimane, durante le quali produce altrettanti cicli di uova: punge perciò dalle tre alle cinque volte in tutto. Secondo l’American Mosquito Control Association la zanzara è 500 volte più attiva con la luna piena. I suoi attacchi avvengono all’alba e al tramonto, con le femmine che sono in grado di migrare per 40 miglia per procacciarsi del cibo.

La temperatura corporea delle donne in gravidanza è più alta e le zanzare di conseguenza  attaccano con una frequenza due volte superiore rispetto ad una donna che non aspetta un bambino. La pancia di una donna in gravidanza è di 1°C più calda del resto del corpo e questo fa sì che l’organismo produca più sudorazione, attirando le zanzare.

Anche concentrazioni elevate di steroidi o colesterolo sulla superficie della pelle, secondo uno studio dell’Università della Florida, costituiscono un elemento di attrattiva particolare per le zanzare.



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mercoledì 12 aprile 2017

INSETTI ALIENI



Spesso, in questi anni, siamo stati testimoni diretti dei cambiamenti climatici, di cui continuiamo a farne le spese. Il detto "non esistono più le mezze stagioni" lo hanno imparato a memoria anche le nuove generazioni ormai. E adesso il "pericolo" arriva anche dagli insetti.

Insetti sconosciuti e vespe 'aliene' provenienti da Cina e Medio Oriente: 'incontri' sempre più frequenti anche in Italia, a causa del clima 'pazzo' e delle temperature elevate anche fuori stagione, e che rappresentano un pericolo. Ogni anno sono 5 milioni gli italiani punti da un'ape, vespa o calabrone e circa 400.000 i casi di reazione allergica o shock anafilattico da puntura di insetto.

Gli imenotteri 'stranieri', avvertono gli allergologi, accrescono i rischi, perché con l'incremento delle popolazioni di insetti non soltanto aumenta la probabilità di essere punti, ma soprattutto cresce il pericolo di sensibilizzazione a nuove specie velenifere che potrebbero anche dare reazioni crociate con le autoctone. Tuttora, si contano circa 50 decessi l'anno da puntura di insetto, ma i casi fatali potrebbero aumentare proprio per colpa degli insetti 'migranti'. La cura, affermano gli esperti, è però possibile, almeno nei confronti delle specie note, e passa da una terapia semplice come la vaccinazione: il vaccino per il veleno degli imenotteri è efficace nel proteggere il 97% degli allergici, ma ad oggi soltanto un paziente su 7 lo sceglie.



L'aumento della temperatura ha dunque effetti su diverse specie: "La Vespa orientalis per esempio, originaria di Sud Est europeo e Medio Oriente e presente soprattutto in Sicilia, sta risalendo la penisola perché trova un habitat proficuo. Peraltro le temperature più elevate possono anche modificare il comportamento degli animali. Così, i nidi di vespa si stanno ingrossando e possono diventare perenni anziché annuali - spiega Walter Canonica, presidente SIAAIC -. E nuove specie vengono portate pure attraverso il traffico di persone ed i viaggi: dalla Cina, in questo modo, è arrivata la Vespa velutina che si sta espandendo ed è già presente in Italia, in Piemonte e Liguria. Le nuove specie non sono più aggressive di quelle italiane, ma per il semplice fatto di essere nuove implicano un incremento dei rischi per gli allergici: la composizione del veleno, simile ma non identica, può farci trovare disarmati per la diagnosi e le terapie". Non va dunque sottovalutato il fatto che sono almeno 400.000 gli allergici agli imenotteri che rischiano uno shock grave: per evitarlo, dovrebbero rivolgersi all'allergologo per una terapia desensibilizzante. Recenti sentenze, ricorda Gianrico Senna, vicepresidente SIAAIC, "hanno già obbligato alcune Asl a somministrare gratis il vaccino ai pazienti: è un salvavita, e dovremmo perciò garantirlo a tutti gli allergici agli insetti".



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venerdì 17 marzo 2017

LUCE BLU



La luce blu può rappresentare un utile strumento per combattere la depressione invernale e l’insonnia ma può causare danni permanenti all’occhio umano.

La luce che raggiunge e penetra nell’occhio umano è suddivisa in spettro visibile, comprendente le lunghezze d’onda da ca. 380 a 780 nm, e spettro non visibile, che include la luce nell’intervallo ultravioletto (luce UV) e l’intervallo infrarosso (luce IR).
Da tempo agli esperti è noto che i raggi UV sono potenzialmente in grado di causare danni ai tessuti organici quali la nostra pelle e gli occhi; per questo motivo, utilizziamo ad esempio appositi prodotti per la protezione solare. Tuttavia, anche la luce blu-violetta può causare lesioni, soprattutto ai nostri occhi. La luce blu-violetta può avere minore energia di quella ultravioletta ma, al contrario della luce UV – la maggior parte della quale viene assorbita dalla parte frontale dell’occhio – la luce blu raggiunge la retina.

Il componente della luce nell’intervallo blu-violetto tra 380 e 500 nm è conosciuto come luce visibile ad alta energia (HEV). Le lunghezze d’onda comprese tra 380 e 440 nm sono considerate particolarmente critiche e sono ritenute tra le possibili cause della fotoretinite che comporta danni alla retina dovuti a luce incidente ad alta energia.

Secondo alcuni studi scientifici, la luce ha un effetto biologico sul nostro corpo, contribuendo tra l’altro a regolare il nostro equilibrio ormonale. L’ormone melatonina svolge un ruolo importante nella regolazione del nostro ciclo sonno/veglia; inoltre, l’energia luminosa necessaria per questo processo viene assorbita in larga misura dai nostri occhi. Un altro fattore chiave in questo processo è un fotopigmento definito melanopsina, che, come è stato dimostrato, è il più attivo nella porzione ad onde corte dello spettro visibile. Ne consegue che anche la luce blu che raggiunge la nostra retina è funzionale ad assicurare il nostro benessere psicologico; per questo motivo la fototerapia viene utilizzata con successo per trattare la depressione invernale e l’insonnia.
Inoltre, la luce UV è coinvolta nella produzione di vitamine; ne consegue anche che lo stimolo luminoso esercita un’influenza importante sul nostro metabolismo. In sintesi, il nostro corpo necessita della luce blu.

Una quantità eccessiva di luce nell’intervallo ultravioletto e blu-violetto può danneggiare l’occhio umano. Oltre a provocare un’infiammazione dolorosa della congiuntiva e della cornea, può anche causare danni al cristallino e, in particolare, alla retina (degenerazione maculare).
Questo è il motivo per cui è così importante indossare occhiali da sole con una protezione del 100% contro i raggi UV in condizioni di intensa luce solare, soprattutto in presenza di forte abbagliamento, come su uno specchio d’acqua o sulle piste da sci.

Dai diodi ad emissione luminosa (LED) alla luce allo xeno, dalle lampadine a risparmio energetico alla radiazione elettromagnetica degli schermi: tutte le “nuove sorgenti luminose”, progettate per migliorare e facilitare la nostra vita, contengono una proporzione di luce blu superiore a quella delle tradizionali lampadine del passato. La differente composizione spettrale della luce comporta un’esposizione ad una quantità di luce blu molto più elevata rispetto a prima.
Finora non sono stati effettuati studi scientifici che rispondano al quesito se utilizzare display di computer o fissare queste nuove sorgenti luminose per tempi prolungati possa comportare danni alla retina. Tuttavia, è importante tenere presente che trascorrere un’ora all’aperto in una normale giornata nuvolosa espone i nostri occhi alla luce blu 30 volte di più che trascorrerla in un ambiente chiuso, davanti ad uno schermo.



Tablet, smartphone e altri dispositivi digitali dotati di display non hanno modificato solamente lo spettro luminoso al quale siamo esposti, bensì anche le nostre abitudini visive. È importante riconoscere che trascorriamo molto più tempo guardando “da molto vicino rispetto al passato. La ragione è che spesso la luminosità dello sfondo è eccessivamente ridotta. Il problema riguarda anche i bambini: “Miopia scolastica è il termine che indica la crescente tendenza alla miopia rilevata tra i bambini quando iniziano a frequentare la scuola.

Se non dedichiamo tempo sufficiente alla visione per lontano, i nostri occhi hanno poche opportunità di rilassarsi e, sostanzialmente, “disimpariamo la capacità di accomodare rapidamente a varie distanze. Ne deriva il cosiddetto affaticamento degli occhi dovuto all'uso di dispositivi digitali. Inoltre, la nostra cornea viene idratata meno frequentemente dal liquido lacrimale, poiché quando fissiamo un display digitale è naturale battere le palpebre meno spesso. Le conseguenze possono essere affaticamento e stress degli occhi. Nel caso peggiore può venire addirittura compromessa la visione.

L'occhio umano è naturalmente predisposto per difendersi dagli effetti dannosi della luce: la pupilla si restringe, le palpebre si chiudono, lo sguardo si distoglie automaticamente per evitare che la luce entri troppo intensamente nella retina, provocandone il danneggiamento. Ma esporci a lungo ai dispositivi elettronici può compromettere queste difese naturali e peggiorare gli effetti.

I rischi legati alla vista non sono comunque gli unici. È scientificamente provato che la luce blu sopprime la produzione di melatonina, un ormone prodotto dalla ghiandola pineale preziosissimo per la regolazione dei cicli del sonno. La sua inibizione può causare insonnia e i disturbi a essa collegati. Meglio allora perdere l'ultimo post di Facebook o un messaggio su Whatsapp e guadagnare in salute, spegnendo lo smartphone dopo cena.

Sicuramente, come prima cosa, lascia fuori dalla camera da letto smartphone, tablet, notebook e tutto ciò che è in grado di emettere luce blu: meglio perdere l’ultimo aggiornamento di Facebook e guadagnarci in salute.

Può essere utile anche rivolgere frequentemente lo sguardo lontano, anche mentre lavori al computer, facendo così riposare gli occhi. Mantieni, inoltre, sempre una giusta distanza dai dispositivi digitali; deve essere pari almeno alla lunghezza dell’avambraccio.

Altri comportamenti che puoi adottare per ridurre i rischi legati all’esposizione della luce blu sono: regolare la luminosità dello schermo, cambiare il colore di sfondo da un bianco brillante a grigio chiaro, pulire spesso gli schermi, non posizionare lo schermo verso la finestra, montare filtri di riduzione del bagliore sul display, aumentare la dimensione dei caratteri per facilitare la lettura e fare controlli regolari dall’oculista.



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giovedì 9 marzo 2017

CANNE E ADOLESCENTI



La marijuana è stata associata ed effetti benefici fin dalla notte dei tempi usata come farmaco  in alcune terapie.

Purtroppo si tende a minimizzare i rischi sanitari del consumo di cannabis confrontandoli con quelli del fumo di sigaretta o del consumo di alcool. Fortunatamente l’opinione pubblica è stata in parte sensibilizzata sui danni da alcool e fumo, ma la marijuana non è ancora percepita come un pericolo.

La marijuana è stata usata a scopo medico fin dall’antichità. Anche ai giorni nostri c’è un forte interesse per valutare l’efficacia del farmaco a sette punte: molti degli effetti benefici devono essere ancora studiati, ma alcuni di questi sono stati correlati con il trattamento di dolore, nausea, anoressia, spasticità muscolare, disturbi del sonno.

Il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) è uno tra i maggiori principi attivi della Cannabis che appartiene alla famiglia dei fitocannabinoidi. Il THC mima gli effetti degli endocannabinoidi, che costituiscono un complesso sistema di comunicazione interneuronale, il cosiddetto sistema endocannabinoide. Che effetti provoca quest’interferenza in circuiti cerebrali così delicati e suscettibili a modificazioni? Diversi studi hanno correlato le capacità in diversi ambiti cognitivi di consumatori di marijuana rispetto a gruppi di controllo, dimostrandone un decremento della memoria, della velocità di processamento delle informazioni e dell’attenzione. Simili risultati sono emersi da questo studio condotto su adolescenti consumatori di marijuana, con chiaro impoverimento dei risultati all’aumento della quantità di dose consumata. Deficit di memoria di consumatori di questa droga leggera sono riportati da diversi studi, evidenziando inoltre un miglioramento dei risultati in condizioni di astinenza.

È stato dimostrato che l’inizio in età precoce (16 o 17 anni) del consumo di marijuana influisce negativamente su: tempo di reazione ad un compito; QI verbale, fluenza del discorso e memoria verbale; attenzione sostenuta, controllo degli impulsi e capacità di esecuzione di un compito.

Si è risvegliato un forte interesse della ricerca scientifica per studiare gli eventuali effetti dell’uso di marijuana sullo sviluppo di strutture nervose quali la materia grigia e la materia bianca del cervello. È noto infatti che durante lo sviluppo adolescenziale il cervello va incontro ad una serie di importanti cambiamenti (ad esempio si assiste ad una diminuzione del volume della corteccia cerebrale già dal sesto anno di vita, causata da una selezione delle connessioni sinaptiche da mantenere a scapito di quelle più deboli che invece vengono eliminate).

Quindi diventa molto importante capire se e come gli endocannabinoidi contenuti nella marijuana possano interferire con i neuroni (materia grigia) e il normale processo di differenziazione e sviluppo cerebrale. Secondo questo studio adolescenti fumatori di Cannabis hanno il volume di una parte del lobo frontale (corteccia prefrontale orbitale mediale destra) diminuito rispetto al gruppo di controllo non fumatore. Secondo un altro studio si è osservata una diminuzione del volume dell’ippocampo proporzionale al consumo di Cannabis. È da rilevare comunque che diminuzione del volume della corteccia prefrontale orbitale e dell’ippocampo sono stati rilevati anche in consumatori di alcol. Inoltre negli adolescenti consumatori di marijuana sono stati individuati aumenti di volume di parti del cervelletto (verme inferiore posteriore), correlato con diminuite capacità esecutive. Ulteriori risultati sono emersi in altre aree del cervello, facendo concludere che la marijuana può alterare il neurosviluppo in due modi: 1) sviluppo prematuro e/o alterazioni nei percorsi sinaptici o 2) perdita o rimodellamento del tessuto nervoso (materia grigia) associato alla tossicità relativa alla marijuana.

La materia bianca (l’insieme dei collegamenti sinaptici del cervello) gioca un ruolo fondamentale nel collegare le diverse parti dell’encefalo: affinché il suo funzionamento sia corretto è necessario mantenere la sua integrità (adeguato rivestimento mielinico, coerenza e continuità dei tratti di fibre nervose). Ancora più importante è mantenere questa integrità cerebrale nel periodo dell’adolescenza, periodo critico del neurosviluppo in cui si assiste ad un incremento della materia bianca, dovuto ad una maggiore connessione delle strutture cerebrali. Lo studio degli effetti della marijuana sullo sviluppo corretto della materia bianca sono ancora agli inizi ma si sono comunque osservati alcuni aspetti degni di nota: i consumatori adolescenti di marijuana hanno una diminuita integrità della materia bianca correlata con peggiore funzionamento neurocognitivo.

Il fumo di marijuana quando inalato, come d’altronde il fumo di sigaretta, aumenta di almeno cinque volte il valore ematico di carbossiemoglobina (addirittura di un terzo in più rispetto al fumo di sigaretta). Per continuare il paragone con il fumo di sigaretta, la boccata di marijuana ha maggior profondità, maggior volume di fumo inalato e maggior tempo prima di espirare.



Alcuni studi condotti in passato hanno mostrato che il suo consumo può avere costi sociali importanti, perché associato statisticamente a disoccupazione, assenteismo, diminuzione della produttività, nonché a un aumentato tasso di crimini e incarcerazioni.

Alcune ricerche mostrano  che gli adolescenti sono una popolazione particolarmente esposta ai rischi sanitari della cannabis, specialmente per quanto riguarda le funzioni neurocognitive: in questa età infatti, il cervello subisce una serie d'importanti mutamenti, con cui le sostanze d'abuso posso interferire notevolmente. E' stata segnalata infatti una diminuzione dell'intelligenza, della memoria, della capacità di attenzione e della capacità verbale.

Valutazioni con misurazioni standardizzate nella fascia di età 9-12 anni e 17-20 anni, l'evoluzione cognitiva con e senza gli effetti della cannabis anche in coppie di soggetti che condividono il 100 per cento del DNA, nel caso dei gemelli omozigoti, o il 50 per cento del DNA, in media, nel caso dei gemelli eterozigoti.

Gli studi sulle coppie di gemelli consentono di valutare anche gli effetti di altri fattori presenti nel cosiddetto ambiente condiviso, come la famiglia, la scuola, il quartiere di residenza, così come nell'ambiente non condiviso, come la classe scolastica o il gruppo di amici.

L'analisi di Jackson e colleghi ha rilevato che rispetto ai non consumatori di marijuana, i consumatori abituali partecipanti allo studio avevano, nel passaggio dalla preadolescenza all'adolescenza, una diminuzione significativa nelle misure della cosiddetta intelligenza cristallizzata, che riguarda la capacità di utilizzare competenze, conoscenze ed esperienze.

Dall'analisi, però, non è emersa alcuna correlazione di tipo dose-risposta: le dosi consumate e la frequenza del consumo, in altre parole, non risultavano proporzionali all'entità della variazione del quoziente d'intelligenza.

Questi risultati potrebbero far ipotizzare che il consumo di cannabis è in effetti un possibile fattore causale per il declino cognitivo. I dati relativi ai gemelli, tuttavia, vanno in un'altra direzione, poiché il declino cognitivo dei consumatori di marijuana non è risultato significativamente maggiore rispetto a quello dei loro gemelli. Ciò significa che vi siano fattori familiari che predispongono sia al declino cognitivo sia al consumo di marijuana negli adolescenti.



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martedì 7 marzo 2017

LA SINDROME DI STOCCOLMA



Il 23 agosto 1973 alle ore 10:15 circa, un uomo di nome Jan-Erik Olsson di 32 anni, evaso dal carcere di Stoccolma (dove era detenuto per furto) tentò una rapina alla sede della Sveriges Kredit Bank di Stoccolma e prese in ostaggio tre donne e un uomo (loro erano: Elisabeth, 21 anni, cassiera e successivamente infermiera; Kristin, 23 anni, stenografa e successivamente assistente sociale; Brigitte, 31 anni, impiegata; Sven, 25 anni assunto da pochi giorni e successivamente impiegato presso un ufficio).

Olsson chiese e ottenne di essere raggiunto dal suo amico ed ex compagno di cella, Clark Olofsson, 26 anni.

La prigionia e la convivenza forzata di ostaggi e rapinatore durò 131 ore al termine dei quali i malviventi si arresero e gli ostaggi furono rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore.

Il locale in cui i fatti si svolsero, e in cui le sei persone vissero per circa sei giorni, era simile a un corridoio, lungo circa 16 metri, largo poco più di 3,5, completamente ricoperto di moquette. La vicenda conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Durante la prigionia, come risulterà in seguito dalle interviste psicologiche (fu il primo caso in cui si intervenne anche a livello psicologico su sequestrati), gli ostaggi temevano più la polizia che non gli stessi sequestratori.
Nel corso delle lunghe sedute psicologiche cui i sequestrati vennero sottoposti si manifestò un senso positivo verso i malviventi che "avevano ridato loro la vita" e verso i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata.

Proprio questo paradosso psicologico prende il nome di “Sindrome di Stoccolma”, una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l'essere "vittima". Benché a livello cosciente si possa credere che, in una situazione di sequestro, il comportamento più vantaggioso per il sequestrato sia “farsi amico” il sequestratore, in realtà la “Sindrome di Stoccolma” non deriva da scelta razionale, bensì come riflesso automatico. La “sindrome”, rilevata e studiata poi in tutto il mondo proprio a partire dai fatti di Stoccolma (da cui il nome coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot), comporta un elevato stato di stress psicofisico, che aumenta a mano a mano che i protagonisti sembrano accettare la convivenza in un ambiente minaccioso che li costringe a nuove situazioni di adattamento, e alla conseguente regressione a precedenti stadi di sviluppo della personalità.

Questo “legame positivo”, tuttavia, scaturente da una convivenza in qualche modo involontaria, interessa, indistintamente, sia l'ostaggio sia il carceriere: cementando sempre più il legame tra le due entità, sviluppa il concetto di un “NOI qui dentro” contro un “LORO che stanno fuori”.

In via preliminare, si consideri che nello sviluppo della "Sindrome di Stoccolma", sono stati individuati tre stadi: "il sentimento positivo dei prigionieri verso i loro carcerieri, collegato al sentimento negativo verso la polizia. Tale sentimento è spesso contraccambiato dai carcerieri. Per risolvere favorevolmente un caso con ostaggi, la polizia deve, perciò, incoraggiare e tollerare le prime due fasi, così da provocare la terza salvando in tal modo la vita del sequestrato".

La teoria di Sigmund Freud vede la personalità come concepita in tre maggiori sistemi:

Es (pulsioni libidiche inconsce) è l'espressione della spinta emotiva e istintiva dell'uomo che non tiene conto della realtà e della moralità. È insita in tale concetto la spinta verso la conservazione, o la distruzione (pulsioni di vita e pulsioni di morte);

Io ovvero il fattore di personalità. Nella persona “ben regolata”, l'Io controlla e governa l'Es, e mantiene i rapporti con il mondo esterno nell'interesse della personalità, nel suo insieme, e delle esigenze della stessa a lungo termine.

Super-io è la coscienza che detta all'Io i consigli per soddisfare le richieste dell'Es. Si sviluppa, di solito, grazie all'acquisizione di “ideali” e “proibizioni”, genetici o formatisi nelle fasi dell'infanzia.

I contatti con la realtà sono, pertanto, compiti dell'Io che risulta così, in una personalità sana, dinamico e pieno di risorse. Una di tali risorse, secondo Freud, è quella legata ai meccanismi di difesa da idee insopportabili o dolorose, o dagli effetti di queste. Quando l'individuo è minacciato, sarà dunque l'Io a dover affrontare la maggior quantità di stress onde consentire alla personalità di continuare a funzionare anche durante esperienze dolorose quale, ad esempio, quella di trovarsi nella condizione di ostaggio di un individuo armato; in un caso così tragico, l'ostaggio vuole sopravvivere e l'Io si pone, pertanto, alla ricerca dei mezzi per riuscirvi. Il meccanismo di difesa più frequentemente notato è quello della “regressione” ovvero il ritorno a un livello di maturità inferiore e meno aderente alla realtà comportamentale e di esperienza che si sta vivendo. Altro meccanismo difensivo è la “identificazione”, che permette all'Io di sfuggire all'ira e al danno potenziale che potrebbe essergli inflitto dal “nemico”.

Entrambi tali meccanismi entrano in funzione nella "sindrome": l'ostaggio si “identifica” nel carceriere per paura, e non certo per affetto, e "regredisce" a uno stadio infantile inferiore a quello di un bimbo di cinque anni. L'ostaggio si trova in una situazione di estrema dipendenza dal carceriere esattamente come il bambino dipendeva totalmente dalla figura paterna, o comunque genitoriale, che rappresentava controllo e sicurezza.

Se alla "famiglia" sovrapponiamo il microcosmo "ostaggio-carceriere" è facile comprendere come la polizia che punta le armi, o comunque pone in essere azioni aggressive, verso il malvivente, di fatto le punta anche contro l'ostaggio che vede nel carceriere, armato, l'unico che possa concretamente difenderlo trasformandolo, perciò, in una sorta di "eroe positivo". A ben guardare, tale azione offensiva è, in realtà, l'unico sistema di difesa che si propone e il rapinatore si trova, così, legato ad altri individui, in genere a lui sconosciuti, che finiranno per simpatizzare con lui e, in alcuni casi, addirittura a compenetrarsi nei suoi problemi, comprendendo e accettando le motivazioni che lo hanno spinto al gesto che ormai li lega e li pone dinanzi al pericolo, comune, della morte.

Dall'altra parte le forze di polizia, il cui scopo precipuo è aiutare l'ostaggio, sono palesemente in difficoltà, incerti sul da farsi e sempre bisognevoli di ricorrere ad autorizzazioni sovraordinate per qualunque richiesta venga loro rivolta; ciò contribuisce a esaltare, agli occhi delle vittime, la figura del sequestratore che, invece, appare sicuro di sé, deciso, che dimostra di avere idee chiare che trasforma in condizioni precise e sa palesare minacce concrete.

L'ostaggio reagisce come può all'estremo stato di stress cui è sottoposto: una delle prime reazioni, rifugio psicologico primitivo, ma emotivamente efficace, è la “negazione”. Per sopravvivere la mente reagisce tentando di negare quanto sta avvenendo.



La comparsa della sindrome dipende anche dalla personalità del sequestrato. Infatti più egli ha un carattere dominante, meno sarà predisposto nell’incorrere nella sindrome stessa.
Di solito la sindrome di Stoccolma si manifesta in personalità poco forti e non ancora totalmente strutturate, come quelle dei bambini o degli adolescenti. La sindrome può avere una durata variabile e comporta alcuni effetti psicologici, come, per esempio, disturbi del sonno, incubi, flashback, fobie e depressione.
Per la risoluzione di questi disturbi si deve ricorrere alla psicoterapia in associazione alle cure farmacologiche. In questo modo si può curare la sindrome di Stoccolma, una vera e propria sindrome vittima-carnefice.

La sindrome di Stoccolma si manifesta soprattutto quando la vittima percepisce che la sua sopravvivenza è legata al sequestratore. Inizialmente il soggetto prova uno stato di confusione e di paura per la situazione in cui si ritrova.
Dopo aver superato il trauma iniziale, comincia a cercare la soluzione per resistere alle difficoltà. Man mano che va passando il tempo, la vittima si rende conto che la sua vita dipende dal carnefice e sviluppa un meccanismo psicologico di attaccamento nei suoi confronti, per poter evitare di morire.
Inoltre la vittima comincia ad identificarsi con il carnefice, inizia a comprendere le sue motivazioni e finisce col tollerare le violenze subite. Così facendo, elimina anche il rancore che dovrebbe provare verso l’aguzzino. Allo stesso tempo da parte del rapitore si mette in atto un feedback positivo, che porta alla garanzia di maggiore sopravvivenza per la vittima.
A parte i disturbi psicologici connessi, non si può parlare di veri e propri sintomi della sindrome di Stoccolma. Più che altro essa si riconosce dai sentimenti positivi della vittima verso il rapitore e dai sentimenti negativi manifestati verso chi cerca di andare contro l’aguzzino, concependolo come tale.
Il rapporto che si instaura tra la vittima e il carnefice, anche se apparentemente è di affetto, non porta a nessun vantaggio, a differenza delle vere relazioni amorose e durature, alleate della salute mentale.

La sindrome di Stoccolma si sviluppa inconsciamente e in modo involontario.
La strategia è un istinto di sopravvivenza che si sviluppa come tentativo di sopravvivere in una situazione pericolosa.

Ogni situazione in cui una persona sviluppa la sindrome di Stoccolma è diversa. Molte persone non sono state vittime di un rapimento, ma possono aver vissuto un abuso.

Ricordare che la persona amata ha dovuto affrontare un’ardua scelta: la famiglia o quella situazione. Poiché la famiglia era minacciata, la vittima ha imparato a scegliere il rapitore e ha ferito i sentimenti dei famigliari
Più si mette la vittima sotto pressione, più difficile sarà per lei resistere, soprattutto nei casi di abuso o di violenza domestica sulle donne
Rimanere in contatto con la persona amata durante il rapporto di abusi o il recupero. Mantenere le comunicazioni il più possibile
Ricordare alla persona amata che le sue decisioni sono pienamente sostenute e che la famiglia la ama, qualsiasi cosa succeda.
Se la persona amata inizia una relazione con il rapitore / maltrattatore, ricordare che potrebbe non essere pronta per un aiuto e che sta semplicemente considerando le opzioni.





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martedì 21 febbraio 2017

DIGRIGNARE I DENTI



Il digrignare i denti è un segnale di aggressività trattenuta.

Da un punto di vista psicosomatico il digrignare i denti è un tentativo inconscio di scaricare un surplus di tensione psichica, una quota di ansia o aggressività che si è accumulata durante la giornata e che il soggetto tende a non esprimere. Le emozioni sono negate e vengono messe a tacere durante il giorno per poi ripresentarsi in un contesto più controllato e meno pericoloso: il sonno.

Chi digrigna i denti tende a rimuginare, ha difficoltà a dire di no, preferisce reprimere la rabbia che prova per paura di esagerare o per non attivare sensi di colpa. Il serrare le mascelle è indice di aggressività trattenuta e durante la notte chi soffre di bruxismo"simula" l'attacco verso i presunti nemici.

Il bruxismo consiste nel serrare e stringere i denti in modo ripetuto prevalentemente di notte, ma anche di giorno o  per tutto l’arco della giornata, con un’intensità anomala. Le arcate dentarie normalmente non si dovrebbero mai toccare, perché la mandibola, come tutto il resto del corpo, è soggetta alla legge di gravità e in fase di riposo dovrebbe rimanere leggermente piegata verso il basso, tenendo in tal modo i denti discosti. In condizioni normali i denti si incontrano complessivamente solo tra i 6 e i 12 minuti nelle 24 ore, durante la fase terminale della deglutizione, che avviene tra le 600 e le 1.200 volte e dura solo qualche millesimo di secondo. I denti non si toccano neanche quando mangiamo, perché nella bocca è presente il bolo alimentare.

Il bruxismo può manifestarsi in modi differenti: alcune persone stringono i denti, senza associare a tale attività altri movimenti (clenching); altri muovono la mandibola in senso orizzontale producendo uno sfregamento (grinding); altri ancora aprono e chiudono ripetutamente la bocca facendo battere i denti (tapping).

Questa contrazione involontaria della muscolatura masticatoria, definita “parafunzione” perché comporta un’anomalia di utilizzo di una parte del corpo, provoca emicranie o cefalee, rumori articolari, limitazioni del movimento mandibolare, dolore a viso, collo, spalle e torace, muscoli del viso affaticati o ingrossati, sonno disturbato e sensazione di stanchezza al risveglio, usura dentale e paradontopatia. Spesso sono presenti anche sintomi legati al sistema nervoso autonomo, come sudorazione, diminuzione della libido o tachicardia e palpitazioni notturne.

Le cause del bruxismo non sono note ma, secondo alcune ricerche, il dormire a pancia in sotto o su di un fianco, facendo gravare il peso di parte del corpo su di un lato, sbilancia la mandibola, normalmente centrata, bilanciata, con i muscoli rilassati e i denti non a contatto. Conseguentemente i denti si trovano a spingere contro gli antagonisti ad ogni deglutizione inconscia, in occlusione laterale forzata, per favorire la ricentratura mandibolare da parte dei muscoli masticatori. Ma, soprattutto, sono le condizioni di elevata tensione emotiva, di nervosismo o stati d’ansia generalizzata che possono favorire episodi di bruxismo.



L’intervento della Psicologia Psicosomatica, considerando il contesto di vita della persona (lavorativo, familiare e le relazioni sociali), mira a  comprendere l’eventuale influenza di diversi stressor nello scatenamento dei sintomi. Contestualmente, l’intervento potrà incentrarsi sul corpo, con l’impiego di test kinesiologici e naturopatici per indagare lo stato fisico dal punto di vista della diffusione dell’energia o attraverso un modello interpretativo dei sintomi corporei come la Medicina Tradizionale Cinese, per verificare la regolazione degli organi e la reattività muscolare, accertando l’eventuale collegamento tra equilibrio del corpo e insorgenza del sintomo. Per ridurre gli effetti negativi dello stress, sia fisico che psichico, potranno essere impiegate tecniche di Manipolazione Cranio-Sacrale che stimolano i fisiologici meccanismi di autoguarigione del corpo. Infine, trovare uno spazio in cui esprimere e analizzare le emozioni provate in relazione al disturbo, anche aiutandosi con quanto emerso dai test eseguiti, può essere già di per sé terapeutico e risultare fondamentale per una maggior comprensione del fenomeno.

Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso presso la popolazione (5-20%) e generalmente non viene avvertito dalla persona interessata. Il rumore causato dallo sfregamento dei denti, invece, può disturbare il sonno del partner di letto e talvolta può essere talmente forte da potersi udire anche in altre camere.

Alcuni studi dimostrerebbero come circa l'80 per cento dei soggetti affetti da disturbi del sonno REM sviluppino, in seguito, malattie degenerative come il Parkinson.

I fattori eziologici del fenomeno non sono noti: in alcuni casi si è notata una predisposizione familiare, talvolta si è fatto riferimento a malformazioni mandibolari o a problemi d'occlusione dentari e anche a stati psicopatologici alterati (tensione emotiva, stress, aggressività) o ad alterazioni del sistema extrapiramidale.

Generalmente al risveglio la persona non avverte nessun disturbo tranne nei casi di bruxismo intenso in cui si può avvertire una sensazione dolorosa alle mascelle o più correttamente all'articolazione temporo-mandibolare, che può indurre alla sindrome di Costen e quindi dolore all'orecchio. Il digrignamento, però, può creare dei danni a causa dell'usura della superficie masticatoria dei denti sia dell'arcata superiore che di quella inferiore e questa condizione, il più delle volte, viene notata dal dentista. Col tempo il bruxismo può produrre alterazioni importanti dei denti, che perdono dimensione verticale e più in generale lo strato di smalto, e ciò può facilitare l'insorgenza di carie. Talvolta lo smalto può essere talmente abraso da esporre la dentina, il che può velocizzare la successiva erosione. A lungo termine si possono verificare fratture o perdite dentali. Si può anche avere difficoltà ad aprire la bocca completamente e aumento della sensibilità dei denti al caldo o al freddo. È, infine, da notare che la dolorabilità dell'articolazione temporo-mandibolare, se continuativa, può produrre comparsa di cefalea o arrivare alla disfunzione articolare vera e propria.

Vengono utilizzati i bite, che possono essere duri o morbidi a seconda delle necessità, che proteggono di notte i denti dall'erosione. Tali dispositivi possono essere preparati appositamente per la persona interessata (tramite rilevazione delle impronte delle due arcate). Tali apparecchi oltre a proteggere lo smalto dall'abrasione, possono anche facilitare il ripristino di un allineamento corretto delle arcate. In alternativa, è possibile acquistare bite da banco che mediante un riscaldamento temporaneo si ammorbidiscono e si adattano agevolmente ai denti, per poi irrigidirsi una volta raffreddati.


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DOLORI E METEO



Il rapporto tra medicina e meteorologia è antico, Ippocrate era sicuro ci fosse un rapporto molto stretto; stessa conclusione per i maestri della tradizione cinese.

Lo stesso Ippocrate, nel 400 aC, si accorse che alcune malattie sono stagionali. Il termine medicina cinese tradizionale per i reumatismi (Fengshi bing) si traduce in "malattia vento umido".

In epoca moderna, i ricercatori sono stati a lungo più cauti. I primi studi approfonditi sono datati metà anni Novanta, uno dei migliori è firmato da Amos Tversky dell'università di Stanford che dopo aver seguito per un lungo periodo una ventina di pazienti concluse: "Non ci sono prove scientifiche, anche se è indubbio che l'umore subisca le variazioni climatiche e di conseguenza abbia un peso anche sulla salute".
Per chi soffre di artrite, ma non solo c'è una relazione matematica tra i due fattori. Anche se poi varia da soggetto a soggetto.

Tutte le ricerche mettono in evidenza come i cambiamenti climatici, sbalzi di temperature, piogge o bufere di neve, comportano un aumento del dolore. I più colpiti sono quelli che soffrono di reumatismi e artriti varie. Ma le patologie indotte sono varie: mal di denti, testa, schiena, e poi ancora dolgono vecchie cicatrici e fratture mai del tutto guarite. La ragione precisa non è ancora stata individuata, anche se la teoria più comune riguarda la pressione barometrica: questa scende quando arriva il maltempo e in questo modo va a influire sulla pressione sanguigna esercitando una forza inusuale sulle articolazioni.  



Gli studi sulle cavie animali aggiungono prove. E non è solo una questione di previsioni del tempo, il clima ha un'incidenza diretta sulla nostra salute. Secondo una ricerca della Società europea di cardiologia, che ha passato al setaccio 16mila pazienti, il freddo aumenta i rischi di infarto: ogni 17 gradi Fahrenheit le probabilità salgono del 7%. Influenze negative le possono avere anche l'esposizione al vento e gli sbalzi di pressione atmosferica che mandano in tilt l'ipotalamo (che controlla la nostra temperatura corporea).

Altri studi hanno collegato i cambiamenti di temperatura, umidità o pressione barometrica al dolore da artrite reumatoide, osteoartrite, così come il mal di testa, mal di denti, dolore mandibola, dolore delle cicatrici, mal di schiena, dolore pelvico, fibromialgia, nevralgie del trigemino.

I ricercatori non comprendono tutti i meccanismi coinvolti nel dolore e correlati alle condizioni climatiche, ma una teoria principale sostiene che la pressione barometrica che scende e che precede l'arrivo del maltempo alteri la pressione all'interno delle articolazioni.

Molti malati affermano che le loro articolazioni sono più precise delle previsioni meteo.

Ma anche l'aumento del tasso di umidità può causare il rigonfiamento delle giunture. Tendini, legamenti, muscoli, ossa e altri tessuti hanno tutti diverse densità, in modo che possano espandersi o contrarsi in modi diversi in condizioni mutevoli.




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mercoledì 15 febbraio 2017

LA FEBBRE DEL LABBRO



In Italia una persona su tre dichiara di avere sofferto almeno una volta nella vita di questo fastidioso problema ed il 15% degli adulti dichiara di avere avuto una recidiva erpetica nell’ultimo anno.

L’herpes labiale, conosciuto anche come “febbre sorda” o “febbre delle labbra” è causato dal virus Herpes Simplex di tipo 1; un virus a doppia elica della grandezza di 150 nanometri, che non scompare dopo la prima manifestazione, ma causa un’infezione latente, nascondendosi nei gangli nervosi, dove non può essere attaccato dagli anticorpi circolanti nel sangue (per questo è impossibile da eliminare). Le cause che portano ad una nuova attivazione, facendolo uscire dal suo nascondiglio per raggiungere nuovamente la superficie muco-cutanea dove si moltiplica, causando la comparsa dell’herpes, non sono ancora chiare.
Tra le più probabili cause: raggi solari, in particolare UVB ma anche i raggi UV sintetici (solarium), raffreddore, febbre, problemi psichici e nervosi (es. stress lavorativo o eccesso emotivo), fatica (es. dopo un cambiamento di orari o jet lag al ritorno delle vacanze), freddo, scottature in particolare a livello della bocca (dopo un’esposizione al sole e la comparsa di vesciche), un indebolimento del sistema immunitario (es,. in caso di forte affaticamento o di malattie che coinvolgono il sistema immunitario come l’AIDS), le variazioni ormonali legate al ciclo mestruale e alla gravidanza, gli interventi chirurgici, l’assunzione di particolari tipi di cibo.

Nella fase prodomica il soggetto può avvertire dei sintomi specifici come pizzicore, prurito, bruciore e dolore. Questa fase dura da poche ore ad un giorno e si è già potenzialmente contagiosi, anche se non si sono formate le vescicole. In seguito si verifica la fase delle vescicole (che possono diventare grandi dai 2 ai 5 mm, ripiene di liquido giallognolo) poi arriva la fase ulcerosa, in cui le pustole scoppiano e confluiscono a formare un’unica grande ulcera dolente di colore grigio (il liquido che fuoriesce è ancora molto contagioso), la fase della crosta dura, in cui la crosta molle già formatasi diventa via via più dura ed assume un colore rosso scuro. In questa fase il soggetto può lamentare prurito e dolore dovuto al sanguinamento della crosta. A questo punto, egli non è più contagioso.



La trasmissione avviene con il contatto con il siero presente nelle vescicole: basta un bacio oppure lo scambio immediato di bicchieri, posate o tovaglioli, asciugamani, rossetti, spazzolini da denti. Attenti anche a toccare la parte infetta con le mani: vanno lavate subito, perché esiste la possibilità di autoinfettarsi, trasmettendo il virus da un punto all’altro del proprio corpo (per esempio dalle labbra agli occhi o ai genitali).

L’herpes labiale guarisce nella maggior parte dei casi da solo; tuttavia, per facilitarne la guargione, può essere utile ricorrere a specifiche pomate antivirali, solitamente a base di aciclovir, valaciclovir, famciclovir, che vengono stese sulla zona del labbro colpita dalla febbre, più volte al giorno fin dall’inizio della manifestazione. Nei casi più resistenti, il medico può prescrivere farmaci antivirali per bocca. Tra i rimedi per l’herpes labiale si sono diffusi patch, ossia cerottini da applicare sulla zona infetta, contenenti principi attivi antivirali che, applicati sull’eruzione, contrastano i sintomi e facilitano la guarigione, creando allo stesso tempo un ambiente protetto dagli agenti esterni. In questo modo si elimina il rischio di autoinfezione e di sovrainfezioni batteriche della lesione, aiutando a nascondere le antiestetiche vescicole. In farmacia è disponibile un piccolo apparecchio a forma di stick per labbra che combatte l’herpes labiale utilizzando calore concentrato.




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IL COLPO DELLA STREGA



Nell’anno 1621 in Svezia, nella città di Leonberg una signora di 73 anni, di nome Katharine, fu condannata per stregoneria con ben 49 persone che testimoniavano la sua colpevolezza. Tra questi, c’era un uomo che accusava la donna di aver fatto ammalare la moglie di un vicino di casa, un altro diceva che la donna avrebbe cercato di acquistare il cranio di un signore per utilizzarlo come calice o ornamento domestico, ed ancora, di aver fatto un malocchio ad una persona causandole un grave malore, la donna veniva accusata di aver compiuto studi sull’astrologia, ma ciò che portò la donna al rogo fu un determinato avvenimento.

Katherine passeggiando per le strade del paese incontrò una bambina di dodici anni che portava mattoni bollenti tra le braccia, destinati al forno di una osteria, la piccola era affaticata e sofferente ed a malapena si reggeva in piedi. Per sbaglio Katherine urtò la bambina, che subì un colpo al braccio, il cui dolore peggiorò nei giorni seguenti, irradiandosi anche lungo la schiena. La bambina accusò la vecchia dicendo che era stata lei, colpendola, a dargli quel dolore.

A quei tempi, le donne portavano tra le braccia, o sulle spalle, dei pesi superiori a quelli che potevano realmente sopportare, i pesi per di più erano spesso roventi o spigolosi, e spesso facevano vacillare le donne da una parte all’altra, facendole sbandare e quindi finire su altri passanti. Questi enormi sforzi causavano dolori alla schiena e alle braccia, ma l’ignoranza di quel tempo, faceva pensare subito a una maledizione di qualche strega. Infatti i dolori delle bambina ovviamente non erano stati causati da una qualche magia della vecchietta, ma semplicemente da un affaticamento della schiena. Questo però allora non veniva nemmeno considerato, e quindi Katherine andò al rogo, come tante altre donne di quel tempo che sfortunatamente non avevano la simpatia della gente.

Un'altra leggenda narra che le streghe, sotto sembianze di bellissime donne, facevano invaghire gli uomini e nel momento del baciamano mandavano a questi sfortunati una maledizione che li bloccava in posizione china.



Il colpo della strega è un episodio di lombalgia acuta che si manifesta con un dolore particolarmente intenso localizzato nella bassa schiena. Il soggetto che ne viene colpito lamenta un senso di estrema rigidità lungo tutta la muscolatura lombare. Proprio a causa di questo forte senso di compressione l'individuo tende a rimanere nella posizione in cui ha avvertito il colpo, ricercando il punto di appoggio più vicino.
I muscoli dolenti ed eccessivamente contratti riescono in questo modo a distendersi gradualmente fino a consentire dopo qualche ora la ripresa dei primi movimenti.
Alcune persone ignare del pericolo che tale gesto potrebbe creare, invece di ricercare le condizioni di massima immobilità per riposare la muscolatura, tendono a rialzarsi immediatamente con un movimento piuttosto brusco. Questo approccio è ovviamente sconsigliato, in quanto potrebbe causare ulteriori lesioni sia a livello muscolare che osteoarticolare. Il colpo della strega è un trauma secco ed improvviso che si risolve nel giro di 2 o 3 giorni ma che richiede poi un periodo ben più lungo per la scomparsa completa del dolore.
Il più delle volte insorge a causa di movimenti insoliti, forzati, troppo intensi o mal controllati.




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