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domenica 17 luglio 2016

LE RADIAZIONI DELLE RADIOGRAFIE



L'incremento degli esami radiologici è riconducibile essenzialmente ai progressi tecnologici che hanno messo a disposizione esami sempre più raffinati e precisi.

Tuttavia quando l'esame è indicato, anche se espone a una dose di radiazioni relativamente elevata, offre vantaggi che superano i rischi. Al contrario, l'esposizione non  giustificata può comportare un inutile danno per il paziente. Eppure spesso i medici tendono a prescrivere un esame in più per tutelarsi da una mancata diagnosi: è quella che viene definita 'medicina difensiva'.

La quantità delle radiazioni alle quali viene esposto il paziente è varia in base all'esame cui viene sottoposto: una Tac del torace, ad esempio, equivale a effettuare 385 radiografie del torace. Anche nella vita quotidiana, tuttavia, siamo esposti alle radiazioni: ad esempio si stima che un volo aereo intercontinentale andata e ritorno dall’Europa all'America equivale ad eseguire 5 radiografie del torace.

Esistono due tipi di effetti prodotti dalle radiazioni. Da una parte vi è un effetto diretto che compare nella persona esposta ad una quantità di radiazioni al di sopra di una determinata soglia e che si manifesta con danno, ad esempio con un'ustione sulla pelle.

In questo caso la quantità di radiazioni è ben superiore a quella comunemente impiegata negli esami radiologici. Il secondo è il cosiddetto effetto stocastico: si tratta di un rischio statistico e significa che l'esposizione ad una certa dose aumenta di una certa percentuale le probabilità di comparsa di un tumore nella popolazione.

Occorre usare apparecchi con schermi di difesa efficaci e pellicole sensibilissime per utilizzare bassissime potenze di irradiazione.
Oggi sistemi tecnologici avanzati per questo scopo, ve ne sono molti e portano a diminuire anche del 75% l’intensità delle radiazioni emesse.
Inoltre bisogna schermare le parti del corpo che sono le più intaccabili dalle radiazioni e cioè tutte le ghiandole esistenti nel corpo umano. No, quindi alle radiazioni radiografiche senza una vera e certa indicazione clinica e senza criterio come purtroppo assistiamo spesso nel settore sanitario.
I rischi ed i costi delle radiografie sarebbero minori se i medici non richiedessero troppo spesso ed inutilmente, radiografie a scopo preventivo, salvo le ipotesi a grave rischio e se nel nostro paese fossimo adeguati alle norme CEE.
Se i medici imparassero ad usare le tecniche diagnostiche della Medicina Naturale tipo: l’Iridologia, il Mineralogramma, la Kinesiologia, l’Alitest, BEV, ecc., potrebbero fare a meno del 80% delle quantità di radiografie che invece, per ignoranza su una antica scienza, ordinano ai loro pazienti.
Il danno delle radiografie in età pediatrica c’è e può essere di natura genetica o somatica. Queste indicazioni sono state date in un convegno internazionale tenuto ad Ischia.

Un biologo denuncia che sono responsabili dell'aumento dei casi di cancro, in particolare quello al seno. "Per tutti gli anni Sessanta milioni di donne furono sottoposte a frequenti radiografie. L'uso eccessivo di raggi X, per la diagnosi o la terapia delle più svariate malattie, sarebbe la causa di un aumento nell'incidenza del tumore al seno: sia per quanto riguarda i casi verificatisi negli ultimi 30 anni, sia per quelli previsti nei prossimi anni. A denunciare le conseguenze dell'abuso di raggi X è John Gofman, biologo molecolare all'università della California.
 
L’ecografia 4D può essere pericolosa per la salute del feto.
Il Collegio nazionale di ginecologi e ostetrici francesi ha messo in allerta parlando di un vero e proprio scandalo in relazione alla diffusione di questa pratica. Gli esperti spiegano che le parti del corpo più a rischio sono gli occhi e il cervello del nascituro, esposti agli ultrasuoni emessi dal macchinario.
Per il momento non sono stati riscontrate prove evidenti di un collegamento tra l’emissione di certi ultrasuoni e lo sviluppo del feto ma si tratta di una tecnica recente, su cui molto è ancora in fase sperimentale, nonostante sia già boom negli Stati Uniti.
Intanto anche la Società internazionale degli ultrasuoni in ostetricia e ginecologia (Isuog) e la Federazione mondiale degli ultrasuoni in medicina e biologia (Wfumb), hanno espresso disapprovazione per l’uso di tecnologie 4D al di fuori di applicazioni prettamente mediche.



I pazienti in dialisi sarebbero soggetti ad un rischio di cancro in media di 1,5 volte superiore rispetto alle persone che non sono soggette a questa terapia.
L’aumento significativo della probabilità di ammalarsi di cancro durante la dialisi si spiegherebbe, secondo i medici, in modo assai semplice: molti pazienti devono sottoporsi, nel corso degli anni, a degli esami radiologici. Tuttavia sembra che, nell’esercizio della loro attività quotidiana, i radiologi non posseggano una tale lungimiranza.
Gli scienziati hanno tenuto sotto osservazione un gruppo di 106 pazienti in dialisi per tre anni ed hanno calcolato l’esposizione d’irradiazione sulla base dei dati salvati nei files dell’ospedale.
La tomografia computerizzata è stata impiegata 248 volte, nella maggior parte dei casi i radiologi cercavano le cause di complicazioni neurologiche, emorragiche o respiratorie.
Complessivamente gli esami radiologici sono stati, nell’intervallo di tempo considerato, 1300, il che significa, da un punto di vista statistico, che ogni paziente in dialisi è stato sottoposto ad esame radiologico 4,3 volte.
Circa il 76% della quantità di radiazione derivava dalle analisi svolte con la tomografia computerizzata (TC), mentre le analisi radiologiche tradizionali hanno contribuito per il 19%. Solo 22 dei 106 pazienti sono stati esposti a dosi inferiori a 22 millisievert, mentre per oltre un terzo dei pazienti la quantità di radiazione complessiva risultava troppo elevata e superava abbondantemente i 50 millisievert. Il 16% dei pazienti era stato esposto a 100 millisievert all’anno, una dose che viene associata ad un rischio alto di mortalità a causa del cancro. Ciò in quanto i medici hanno calcolato il cumulo di esposizione ad irradiazione rifacendosi a valori statistici consolidati sulla base delle analisi svolte sui sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima. Lì si è riscontrato che il cumulo di radiazioni di 100 millisievert all’anno nasconde un rischio enorme.
I medici David Pickens e Martin Sandler dell’americana Vanderbilt School of Medicine ritengono che il problema stia nella facilità con cui si ricorre all’esame radiologico nei pazienti in dialisi. “Vi sono procedimenti che vengono impiegati troppo spesso in quanto possono dare una grande quantità di informazioni al medico in poco tempo”, ecco la critica a TC & Co. che viene fatta in un loro articolo sul giornale.

Per l’American Society of Nephrology (ASN) i risultati provenienti dall’Italia costituiscono un valido indizio per un uso diverso delle analisi radiologiche nell’esercizio medico quotidiano, tuttavia, anche senza l’irradiazione dovuta alla radiologia, i malati di malattia renali rimangono particolarmente esposti al problema. Ciò in quanto, secondo la co-autrice Andreana de Mauri. vi sarebbero dei meccanismi finora sconosciuti che provocano l’insorgenza del cancro. Il trapianto di reni determina un rischio 5 volte superiore di cancro, nessuno però è in grado di spiegarne il motivo. Un’esposizione troppo alta alle radiazioni aumenta ulteriormente questo trend.

Il Bundesamt per la protezione dalle irradiazioni mette in guarda dalla TC.
Ma gli italiani non sono soli in questa critica al ricorso troppo facile a procedimenti particolarmente gravosi per il paziente. Nel Luglio 2010, in Germania, anche il Bundesamt für Strahlenschutz (BfS) ammoniva che “in Germania si ricorre troppo spesso all’esame radiologico rispetto al contesto internazionale” e che “ciò riguarda in particolar modo la tomografia computerizzata, il cui uso è aumentato particolarmente. Lo scopo è di ridurre l’esposizio a radiazioni al minimo necessario”.

Il BfS ha pubblicato nell’Agosto 2003 dei parametri di riferimento diagnostici che sono stati poi corretti e resi attuali più avanti. Il nuovo parametro di riferimento diagnostico tedesco per un esame radiologico del bacino è oggi diminuito del 40% rispetto al vecchio valore. Il Clou: il rischio derivato dall’irradiazione diminuisce della medesima percentuale. Si mostra così “un nuovo trend di riduzione del carico di radiazioni nelle singole analisi mediche”. Un ulteriore novità consiste inoltre nell’introduzione di parametri di 4 TC su pazienti bambini.

Dall’altra parte dell’Oceano, Edward Mc Gaffigan, Alto Commissario per il controllo del nucleare, ha dichiarato che è «disgustato dalla cultura che imperversa nella comunità medica e che spinge verso un utilizzo sempre più esasperato degli esami basati sull’imaging». Che vuol dire Tac, risonanza, Pet, raggi x.
Da noi gli ultimi a lanciare l’allarme contro l’abuso di esami sono stati proprio i radiologi durante il loro congresso. I loro dati disegnano un mondo in cui i conti non sempre tornano. Soprattutto se si mettono a confronto le cifre degli esami, i risultati degli esami e l’alto numero delle volte che questi vengono ripetuti a distanza ravvicinata. Un mix che fa lievitare la spesa sanitaria, porta fuori strada la diagnostica ufficiale e, come si preoccupa l’Organizzazione mondiale della sanità, espone i pazienti ad un eccesso di radiazioni.

Sono circa 40-50 milioni le prestazioni radiologiche che ogni anno si effettuano in Italia. Quasi una per ogni abitante, bambini compresi. Sono stati proprio i radiologi ad avviare un’indagine firmata dalla Società italiana di radiologia medica, l’Associazione italiana di neuroradiologia e il Sindacato nazionale dei radiologi. I risultati preliminari si basano sulle rilevazioni in sei regioni e province autonome (Marche, Toscana, Sicilia, provincia di Trento, di Bolzano e della Valle d’Aosta). Un altro dato troppo alto, dicono gli esperti, rispetto alla popolazione: in dodici mesi, tra ambulatori e Asl, sono stati richiesti 8 milioni di prestazioni radiologiche.

Il 75% dei cinquanta milioni di esami che si contano ogni anno in Italia, per i camici bianchi sono da considerarsi appropriati. Gli altri, complici la tendenza dilagante della medicina difensiva e la non correttezza delle richieste, potrebbero essere evitati.
Un esame su quattro, dunque, sarebbe superfluo. L’8% della spesa sanitaria si deve proprio a queste indagini.

La Lombardia è stata una delle poche regioni che ha condotto un’indagine sugli esami specialistici: otto su dieci sono risultati inutili. Nel periodo 2001-2006 le richieste per la risonanza magnetica sono raddoppiate. «E’ esponenziale la crescita della domanda di esami - commenta Roberto Lagalla, presidente della Società italiana di radiologia medica - Esami per i quali si utilizzano radiazioni ionizzanti e non ionizzanti. E’ praticamente impossibile fornire una tempestiva risposta ad una simile mole di richieste. Questo, nonostante gli sforzi di adeguamento delle risorse umane, delle tecnologie e dei modelli organizzativi».
Le conseguenze, oltre alla crescita incontrollata delle uscite: l’allungamento delle liste d’attesa, l’innalzamento del rischio di errore diagnostico e il possibile incremento della dose radiante ai pazienti. Un rapporto dell’Istituto superiore di sanità mostra un’Italia, come al solito, a tripla o doppia velocità: le donne del Sud si sottopongono ad una media di 6,2 esami radiologici durante la gestazione, quelle del Centro 5,5 e quelle del Nord 4,9.

Secondo uno studio condotto da Diana Miglioretti, del Group Health Research Institute e dell'Università di Davis, in California, a partire dai dati di sette sistemi sanitari degli Stati Uniti, l'uso di della tomografia computerizzata delle pelvi, del torace o della colonna nei bambini al di sotto dei 14 anni è più che raddoppiato nel decennio tra il 1996 e il 2005: «L'aumento dell'uso di Tc in pediatria, combinato con l'ampia variabilità nella dose di radiazioni ha fatto sì che molti bambini ricevessero esami ad alte dosi» si legge nello studio. Analizzando i sottogruppi di età, Miglioretti e colleghi hanno scoperto che la fascia di età più esposta a pericoli è quella compresa tra 5 e 14 anni, nei quali la frequenza d'uso della tomografia è triplicata, salvo poi assestarsi tra il 2006 e il 2007 e iniziare dopo di allora a declinare lentamente. Nella fascia di bimbi con meno di 5 anni l'aumento è stato appena meno drammatico – il dato è infatti circa raddoppiato nel decennio – ma l'effetto stimato in termini di aumento di rischio per un tumore solido risulta più alto (con una preferenza per le femmine rispetto ai maschi). Una differenza è stata anche osservata in funzione della sede: la tomografia di addome e pelvi o della colonna è risultata associata a un rischio più significativo rispetto ad altre sedi.
In cifre, Miglioretti e colleghi hanno stimato che per le femmine si manifesterà un tumore solido indotto dalle radiazioni ogni 300-390 tonografie di addome/pelvi, ogni 330-480 tomografie del torace e ogni 270-800 tomografie della colonna, con gran parte della variabilità legata all'età della bambina al momento dell'esame. Il rischio potenziale di leucemia è risultato più alto per le tomografie della testa nei bimbi di meno di 5 anni di età, con un tasso pari a 1,9 casi ogni 10.000 tomografie.
Complessivamente, i 4 milioni di esami compiuti ogni anno in età pediatrica negli Usa comporterebbero 4.870 futuri tumori, per quasi metà (43%) prevenibili – secondo gli autori – intervenendo sul 25% di esami con dosaggi più alti per riportarli in linea con la mediana attuale. In assenza di stime affidabili sull'entità dei benefici per la salute di queste tomografie, e sulla loro eventuale sostituibilità con esami meno pericolosi, i ricercatori invitano a centellinarle, limitandone l'uso ai casi in cui la prospettiva di un beneficio è provata.
Allo stesso invito è improntato anche l'editoriale cofirmato da Alan Schroeder, del Santa Clara Valley Medical Center di San Jose, in California, e Rita Redberg, editor della rivista Jama Internal Medicine: «Questo richiede una modifica della nostra cultura che renda più accettabile una diagnosi in assenza di immagini di conferma, e l'approccio dell'attesa vigile, e combatta la mentalità del “facciamo un altro esame che male non fa”. L'incertezza può essere destabilizzante, ma è un prezzo modesto da pagare per proteggere noi stessi e i nostri figli da migliaia di tumori prevenibili».



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venerdì 27 maggio 2016

DISINTOSSICAZIONE



Circa il 9% della popolazione si ritiene che faccia abuso di oppiacei nel corso della loro vita, tra le droghe illegali come l’eroina e i farmaci antidolorifici prescritti come l’oxicontina. Questi farmaci possono causare dipendenza fisica. Nel corso del tempo, una maggiore quantità di sostanza diventa necessaria per produrre lo stesso effetto (assuefazione). Il tempo che occorre per diventare fisicamente dipendenti varia da individuo a individuo.

Quando i farmaci sono interrotti, l’organismo ha bisogno di tempo per recuperare, e il ritiro provoca dei sintomi. Il ritiro degli oppiacei può verificarsi ogni volta che un uso cronico viene interrotto o ridotto.

Il medico può diagnosticare spesso la crisi d’astinenza da oppiacei dopo aver eseguito un esame fisico e posto domande sulla storia clinica e l’uso di droga. Esami dell’urina o del sangue per lo screening per i farmaci sono in grado di confermare l’uso di oppiacei.

La disintossicazione rappresenta sempre il primo passo sulla strada della guarigione dalla dipendenza. Si tratta di un processo in cui il tossicodipendente viene depurato dalle tossine create dalle droghe e dai loro metaboliti. Esistono molte forme diverse di disintossicazione in base alla sostanza assunta e alla gravità della dipendenza. La disintossicazione professionale medica è il modo più efficace e sicuro per eliminare le tossine dall’organismo e quindi per rompere il devastante circolo della dipendenza. Spesso i dipendenti tentano di auto-disintossicarsi. Tuttavia questi tentativi non solo di norma sono fallimentari perché sottostimano la gravità della dipendenza, bensì sono rischiosi per la salute a causa dei comuni sintomi da astinenza, potenzialmente dannosi, se fatti senza la supervisione professionale medica.

Sostanze come l’eroina e gli antidolorifici a base di oppiacei come Fentanyl, Vicodin, Percocet, morfina, OxyContina, e soprattutto metadone non creano solo dipendenza psicologica, ma anche una grave dipendenza fisica che rende particolarmente difficile processo di disintossicazione.

Prima di procedere con la disintossicazione, ogni paziente deve essere inquadrato dal punto di vista medico. Le condizioni fisiche e psicologiche del paziente vengono valutate per verificare l’idoneità al processo di disintossicazione.

Il compito principale della disintossicazione medica da oppiacei è quello di rendere più tollerabile il processo di astinenza. Sono stati somministrati farmaci di differenti gruppi e le loro combinazioni sono state somministrate durante la disintossicazione per contraddistinguere sintomi da astinenza come: severo dolore da contratture ad articolazioni e gambe, spasmi muscolari e dolori in tutto il corpo, rachialgie, malessere, vomito, dissenteria, febbre, sudorazioni caldo-freddo, tremori, estrema fatica, irritazione, aggressività e insonnia per alcuni giorni. 

La disintossicazione da oppiacei può variare in durata e intensità in base all’esperienza individuale nel mondo della droga e alle condizioni di salute del paziente. Di norma, presso tutti i centri, la disintossicazione medica tradizionale dai sintomi fisici da astinenza da oppiacei ha una durata di 7-10 giorni. Dopo tale periodo ne subentra uno in cui il convalescente può sperimentare fatica quotidiana, eccessiva astenia, sudorazioni notturne, inappetenza, uniti a lieve depressione, cambiamenti di umore, disturbi del sonno, incubi, sogni di droga e altri prolungati sintomi psicologici da astinenza conosciuti come Sindrome di astinenza post-acuta (PAWS), che dura fino a 30 giorni.

Una lenta riduzione della dose di metadone nel tempo aiuta a ridurre l’intensità dei sintomi dell’astinenza. Alcuni programmi di trattamento farmacologico hanno ampiamente pubblicizzato trattamenti per l’astinenza da oppiacei chiamati disintossicazione sotto anestesia o disintossicazione rapida da oppiacei. Tali programmi simulano la messa sotto anestesia con iniezione di dosi elevate di oppiacei-bloccanti, con la speranza che questo possa accelerare il ritorno alla normale funzione del sistema oppioide.

Non ci sono prove che questi programmi effettivamente riducano il tempo della riabilitazione. In alcuni casi possono ridurre l’intensità dei sintomi. Tuttavia, ci sono stati diversi morti associate alle procedure, in particolare quando fatte fuori da un ospedale. Poiché gli oppiacei producono vomito durante l’anestesia, questo aumenta significativamente il rischio di morte, così molti specialisti pensano che i rischi di questa procedura prevalgono nettamente sui potenziali (e non dimostrati) benefici.

Il ritiro degli oppiacei è doloroso, ma non mette in pericolo la vita. Possibili complicazioni possono essere principalmente il ritorno al consumo di droga, con la maggior parte dei decessi per overdose da oppiacei che si verifica in persone che sono state appena disintossicate; oppure può esserci riduzione della tolleranza al farmaco.

I pazienti a cui sono stati ritirati gli oppiacei devono essere controllati per la depressione e altre malattie mentali. Un adeguato trattamento di tali disturbi può ridurre il rischio di ricaduta. I farmaci antidepressivi non dovrebbero essere trattenuti sotto l’ipotesi che la depressione sia legata solo al ritiro, e non ad una condizione pre-esistente. Gli obiettivi della terapia dovrebbero essere discussi con il paziente, insieme alle raccomandazioni.





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mercoledì 4 novembre 2015

GLI ANTIBIOTICI



“Arriverà il momento in cui la penicillina potrà essere comprata nei negozi. Ci sarà però il rischio che uomini ignoranti, assumendo dosi di antibiotico sub letali per i microbi che stanno cercando di debellare, rendano i microbi stessi resistenti alla cura. Immaginiamo che Mr. X abbia mal di gola. Mr. X compra e assume penicillina, non in dosi sufficienti per uccidere lo Streptococco, ma abbastanza ad educare il battere a resistere alla penicillina. Mr. X infetta sua moglie e successivamente sviluppa una polmonite, dalla quale cerca di curarsi nuovamente con la penicillina.  Siccome lo Streptococco è divenuto resistente alla penicillina, il trattamento fallisce e Mr. X muore. Chi è dunque responsabile per la sua morte? L'uso negligente della penicillina da parte di Mr. X ha cambiato la natura del microbo. Morale: se fate uso di penicillina, usatene la dose appropriata”.

L'uso di muffe e piante particolari nella cura delle infezioni era già noto in molte culture antiche - greca, egiziana, cinese - la cui efficacia era dovuta alle sostanze antibiotiche prodotte dalla specie vegetale o dalla muffa; non si aveva però la possibilità di distinguere la componente effettivamente attiva, né di isolarla. Vincenzo Tiberio, medico molisano dell'Università di Napoli, già nel 1895 descrisse il potere battericida di alcune muffe.

Le ricerche moderne iniziarono con la scoperta casuale della penicillina nel 1928 da parte di Alexander Fleming. Oltre dieci anni dopo Ernst Chain e Howard Walter Florey riuscirono a ottenere gli antibiotici in forma pura. I tre per questo conseguirono il premio Nobel per la medicina nel 1945.

Il termine nell'uso comune attuale indica un farmaco, di origine naturale (antibiotico in senso stretto) o di sintesi (chemioterapico), in grado di rallentare o fermare la proliferazione dei batteri. Gli antibiotici si distinguono pertanto in batteriostatici (cioè bloccano la riproduzione del batterio, impedendone la scissione) e battericidi (cioè uccidono direttamente il microrganismo).

Non hanno effetto contro i virus (a parte una possibile attività antivirale della rifampicina nei Poxvirus).



DIFFERENZA TRA ANTIBIOTICI E CHEMIOTERAPICI: entrambi sono farmaci antibatterici. La differenza, all'origine, si basava sul fatto che i chemioterapici sono farmaci di sintesi, mentre gli antibiotici hanno un'origine naturale; questi ultimi provengono, ad esempio, dal metabolismo di miceti (muffe) o da quello di determinati batteri (streptomiceti).
Gli antibiotici rappresentano una categoria farmaceutica in costante evoluzione, per cui molte molecole naturali sono state modificate chimicamente ottenendo nuovi farmaci, detti di semisintesi.
A seconda degli effetti sul microrganismo, gli antibatterici si dividono in:
ANTIBIOTICI BATTERIOSTATICI: bloccano la crescita del batterio, agevolandone l'eliminazione da parte dell'organismo.
ANTIBIOTICI BATTERICIDI: che determinano la morte del batterio.
Molte volte l'attività batteriostatica o battericida dipende dal dosaggio di assunzione.

Sulla base dello spettro d'azione si parla di:

ANTIBIOTICI AD AMPIO SPETTRO: attivi nei confronti sia dei batteri gram positivi, sia di quelli gram negativi.

ANTIBIOTICI A SPETTRO RISTRETTO: agiscono solo su determinati batteri.

CONCETTO DI SINERGISMO: due antibiotici aumentano la propria attività quando vengono utilizzati insieme;  essi, infatti, agiscono su due bersagli differenti. Il primo, ad esempio, inibisce la sintesi proteica, mentre il secondo quella degli acidi nucleici.

CONCETTO DI ANTAGONISMO: l'attività di due antibiotici si influenza reciprocamente, come quando agiscono entrambi sullo stesso bersaglio biologico.
Le combinazioni di più antibiotici possono essere utilizzate per il trattamento di infezioni polimicrobiche, per prevenire la comparsa di microrganismi resistenti, oppure per ottenere un effetto sinergico. Per esempio, si ricorre alla multiterapia nel trattamento dell'AIDS e per i microrganismi che presentano frequenti mutazioni.

Gli antibiotici sono una componente estremamente importante della medicina moderna. Sono usati per combattere le infezioni causate dai batteri.

Gli antibiotici non funzionano contro qualsiasi infezione. Gli antibiotici hanno effetto solo contro le infezioni causate dai batteri e non hanno alcun effetto contro la maggior parte delle infezioni virali. Questo è il motivo per cui il dottore non sempre prescrive gli antibiotici per curare una infezione.

Alcuni antibiotici hanno effetto solo contro alcuni tipi di batteri; altri possono combattere efficacemente uno spettro più ampio. Infezioni batteriche possono includere la tonsillite, la maggior parte delle infezioni all'orecchio, alcune sinusiti, infezioni alla vescica e ai polmoni. In base alla loro reazione ad una colorazione di laboratorio, i batteri patologi si classificano in Gram positivi (Gram+) e Gram negativi (Gram-).

Le infezioni più comuni (come per esempio raffreddori, bronchiti e mal di gola) sono causate da virus. Gli antibiotici non dovrebbero essere usati contro queste infezioni virali perché non aiutano ed anzi possono causare effetti collaterali. Infine va sottolineato che l'abuso di antibiotici contribuisce al problema crescente della resistenza batterica.
Alcune infezioni virali come l'herpes, alcuni casi di influenza e HIV/AIDS possono essere curati con medicinali antivirali.

In base al tipo di malattia e ai sintomi (e ai risultati di eventuali esami di laboratorio), il dottore può determinare se la prescrizione di un antibiotico sia appropriata.
 
Gli antibiotici possono causare nausea , diarrea e mal di stomaco. In alcune persone può nascere una reazione allergica (caratterizzata da macchie sulla pelle e pruriti o in casi più gravi da difficoltà respiratorie). Alcuni antibiotici uccidono anche i batteri che nascono spontaneamente e che sono necessari al funzionamento del corpo umano; questi batteri "buoni" sono poi rimpiazzati da batteri che possono causare diarrea o infezioni. Il soggetto che sperimenta degli effetti collaterali dovrebbe comunicarli al più presto al proprio dottore.



Gli antibiotici sono stati spesso visti come la medicina magica del XX secolo, perché trattano efficacemente malattie gravi, anche mortali. Dopo la scoperta della penicillina, più di 50 anni fa, centinaia di altri antibiotici sono stati creati per combattere infezioni batteriche.

Ma già pochi anni dopo la loro introduzione, un problema ricorrente è emerso. Batteri trattati frequentemente con lo stesso antibiotico spesso sviluppavano una resistenza alla sostanza, rendendo necessaria una medicina diversa e più potente. I microbi imparavano poi alla svelta anche come resistere a questa nuova sostanza. Questo crea un ciclo in cui si ha bisogno di sostanze sempre più potenti. Anche se gli antibiotici hanno migliorato drasticamente la nostra abilità di trattare molte malattie da infezione, il loro consumo sempre crescente ha creato un problema di resistenza che si traduce in un problema di salute pubblica.
Come indicato, i batteri possono diventare resistenti ad antibiotici che prima erano efficaci. Questa resistenza si sviluppa principalmente dopo un trattamento a lungo termine con uno o più antibiotici che uccidono una ampia varietà di batteri.

Quando si assume la penicillina o un altro antibiotico per un infezione, la sostanza di solito uccide la maggior parte dei batteri. Ma talvolta una piccola quantità di germi sopravvive. Questi sopravvissuti possono moltiplicarsi velocemente e prosperare nonostante la presenza dell'antibiotico. Dato che i batteri hanno la capacità di adattare la loro struttura cellulare, possono diventare resistenti ad un futuro trattamento con la stessa medicina. Di conseguenza, i batteri resistenti all'antibiotico, o supermicrobi, come sono talvolta chiamati, non riescono più ad essere trattati da una terapia antibiotica. Questo lascia a disposizione una quantità più limitata di sostanze per trattare malattie comuni, ma potenzialmente mortali. Sfortunatamente i supermicrobi possono anche scambiarsi "segreti di sopravvivenza" con altri batteri, anche di specie diversa, permettendo la crescita di altri organismi resistenti agli antibiotici. Per anni, il potente antibiotico intravenoso vancomicina era una sicura ultima difesa contro alcune infezioni da staffilococco ed enterococco. Ma in anni recenti, alcuni supermicrobi hanno trovato la maniera di resistere alla vancomicina. Un tipo di enterococco resistente alla vancomicina (VRE) è apparso alla fine degli anni '80 ed è da allora prospera. Gli scienziati temono non solo che il VRE continui a prosperare, ma che condivida i suoi segreti genetici per la sopravvivenza con altri batteri come ad esempio lo stafilococco aureo.

Non si dovrebbe mai assumere antibiotici prescritti ad un'altra persona o prescritti per una malattia precedente.

Se il dosaggio degli antibiotici non è adeguato, non sarà efficace per il trattamento dell'infezione ed i batteri saranno più inclini a sviluppare la resistenza. Questo perché i batteri possono continuare a crescere e sviluppare modi per vanificare gli effetti degli antibiotici.
Spesso molti pazienti smettono di prendere gli antibiotici appena iniziano a sentirsi meglio e gli sembra che la malattia se ne sia andata. In ogni caso, anche se i sintomi sono svaniti, piccole quantità di batteri possono essere ancora presenti e l'infezione potrebbe tornare se l'uso degli antibiotici fosse interrotto. Non completare il trattamento prescritto potrebbe anche stimolare la resistenza dei batteri. Uno studio recente sul comportamenti della gente nei confronti dei medicinali, riportando che solo il 69 % delle persone porta a termine la prescrizione di antibiotici fattagli.

Si dovrebbe sempre prendere l'intera quantità di antibiotici prescritti, di modo da non lasciare che questa sostanza sia "avanzata". In ogni caso, se questo accade, gli antibiotici non devono essere presi per curare un'altra malattia. Diversi tipi di infezioni necessitano diversi tipi di antibiotici, ed è per questo che prendere medicine "avanzate" è spesso inefficace. Consultare sempre il dottore se si ha un'infezione: solo il dottore può determinare se si ha un infezione e quale sia il tipo di antibiotico migliore e più sicuro per trattare la malattia in questione.

Il dodici aprile 2014, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un allarmante report globale sullo stato attuale della resistenza batterica agli antibiotici, divenuta negli ultimi anni un vero e proprio proprio problema di sanità pubblica a livello mondiale. Ciò che è parso sconcertante è come l'abuso di antibiotici abbia creato ceppi di batteri resistenti al trattamento, portando così infezioni comuni, curate efficacemente da decenni, a essere nuovamente letali per i soggetti che hanno appunto sviluppato la resistenza. Questi batteri antibiotico-resistenti possono velocemente diffondersi in contesti sociali ravvicinati (tra membri della famiglia, compagni di scuola, colleghi di lavoro), minacciando la comunità con un nuovo ceppo di malattie infettive che non solo sono più difficili da curare, ma anche più costose per la sanità pubblica.



Il raffreddore è un comune male di stagione, non è causato da batteri e quindi non va curato con gli antibiotici. Troppo spesso si assumono farmaci con eccessiva leggerezza, senza riflettere troppo su quali sono gli effetti ed i veri benefici associati ai principi attivi in essi contenuti. Ogni molecola presente nei farmaci è pensata per agire in modo specifico nei confronti di determinate situazioni di malessere o disagio. Pertanto, è necessario riflettere attentamente sulla funzione di ogni farmaco e sui benefici che esso può portare prima di assumerlo, in particolare per quanto riguarda gli antibiotici.

Secondo dati dell'agenzia italiana del farmaco (AIFA), l'Italia si pone tra i Paesi Europei con maggior consumo di antibiotici, addirittura doppio rispetto a Germania e Regno Unito, con un aumento del consumo del 18% tra gli anni 2000 e 2007 (1). Come diretta conseguenza dell'abuso e della scorretta assunzione di antibiotici, l'Italia risulta inoltre tra i Paesi Europei con il più alto tasso di antibiotico-resistenza. Sembra chiaramente uno scenario catastrofico, ma siamo ancora in tempo a cambiare, o meglio rallentare, le cose.

In base alla loro capacità di determinare malattia, i batteri possono essere distinti in: commensali simbionti o patogeni. I batteri commensali simbionti colonizzano un determinato tessuto od organo, senza causarne malattia ma apportando un vantaggio all'organo stesso, come ad esempio nel caso dei batteri che compongono la flora intestinale. Un batterio patogeno, invece, penetra in un organismo determinando una infezione, come ad esempio lo Staphylococcus aureus (che provoca infezioni piogene e ascessi, shock tossico, setticemia e avvelenamento alimentare), lo Pneumococco (noto per provocare polmonite, meningite ed endocardite) o il Meningococco (causa di meningite e setticemia). Generalmente i microrganismi patogeni si trasmettono in maniera diretta tra individui oppure in modo indiretto attraverso l'acqua, gli indumenti, gli insetti ecc..

La guerra ai batteri è iniziata molti secoli fa. Attorno al 1550 avanti Cristo gli egiziani usavano il miele per via delle sue proprietà antibatteriche, insieme a garze per medicare le ferite. Nell'antica Serbia, Cina e Grecia, il pane ammuffito era tradizionalmente applicato sulle ferite per prevenire una infezione. Il potere curativo osservato era dovuto a sostanze antibatteriche prodotte dalla muffa cresciuta sul pane. Nella storia moderna, il 3 settembre 1928 è considerata data storica da ricordare per la scoperta da parte di Alexander Fleming del fungo Penicillium notatum, grazie alla quale ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1946. Circa dieci anni dopo questa scoperta verrà sintetizzata la sostanza antibiotica denominata penicillina, che porterà al trattamento di infezioni batteriche letali come sifilide, cancrena e tubercolosi, salvando così moltissime vite umane. Inizia così un periodo di grandi scoperte che permetteranno di guarire da infezioni gravi, ma anche di impedire l'espansione delle infezioni tra la popolazione. Nasce dunque un particolare gruppo di farmaci antibatterici, gli antibiotici.
Negli ultimi settant'anni il continuo sviluppo di antibiotici ha permesso di curare moltissime malattie che in passato erano letali, come ad esempio colera, tifo e tubercolosi. Ci stiamo tuttavia avvicinando alla fine della medicina moderna e all'inizio di un'era post-antibiotica, durante la quale infezioni comuni o ferite minori che sono state curate per decenni potrebbero nuovamente uccidere.

Questo a causa della diffusione di Superbatteri (detti anche Superbugs) che hanno sviluppato antibiotico-resistenza, definita dall'OMS come "resistenza di batteri ad uno specifico antibiotico che originalmente era efficace per il trattamento di infezioni causate dagli stessi”. Basti pensare che nel 2012 sono stati accertati circa 450.000 nuovi casi di tubercolosi resistente ad antibiotici e che circa 170.000 persone sono morte per questa infezione considerata ormai debellata da anni".

Sin dagli anni '50, gli antibiotici utilizzati nel settore veterinario sono stati un mezzo per il controllo delle malattie infettive negli animali. Questi prodotti hanno importanza fondamentale non solo per il benessere dell'animale, ma anche per garantire la produzione di alimenti non contaminati, soprattutto in contesti legati agli allevamenti intensivi dove il propagarsi di infezioni costituisce un grave problema per la salute dei consumatori e un importante danno economico per i produttori. Spesso, tuttavia, la somministrazione di antibiotici negli allevamenti non avviene per scopi terapeutici, ma è finalizzata ad una crescita più rapida dell'animale.

La promozione della crescita mediata da antibiotici somministrati nel mangime, avviene tramite alterazioni del microbioma intestinale dell'animale, con conseguente migliore digestione e miglior assorbimento metabolico di nutrienti. Questo processo favorisce lo sviluppo dell'antibiotico resistenza negli allevamenti, e attraverso il consumo di prodotti animali, il suo trasferimento dall'animale all'uomo.

Per combattere questa tendenza e per coordinare gli sforzi su scala internazionale, il 6 maggio 2013 la Commissione Europea ha presentato il pacchetto di riforme “Smarter Rules for Safer Foods“. Tra gli obiettivi di questo pacchetto vi è in primis quello di fare della sicurezza alimentare un fattore chiave nella lotta alla resistenza agli antibiotici. In pratica, lo scopo è di regolamentare i controlli, garantendo maggior sorveglianza su alimenti e mangimi.

Inoltre, per permettere controlli serrati e repentini, entra in gioco con un ruolo fondamentale la ricerca biotecnologica. E', infatti, necessaria la continua messa a punto di nuove tecniche e la scoperta di marcatori biologici per la rilevazione dell'uso illecito di antibiotici o ormoni della crescita. Ad esempio, uno studio dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte  ha scoperto un marcatore in grado di identificare la presenza di una specifica proteina nel plasma delle mucche in seguito ad una somministrazione illecita di antibiotico.

La necessità di aumentare i controlli sugli alimenti non riguarda solo i cibi di origine animale, ma anche quelli di origine vegetale. Basti ricordare l'epidemia dovuta a germogli vegetali risultati contaminati con una variante mai identificata prima di Escherichia coli (Escherichia coli Enteroemorragica (Ehec)) che, nel maggio del 2011, ha fatto tremare la Germania in primis e successivamente l'intera Europa. L’epidemia ha coinvolto oltre 3950 persone con 53 decessi, in 13 Paesi guadagnando il secondo posto nella classifica delle intossicazioni alimentari europee dopo la diffusione del morbo della mucca pazza. Questa variante di E. coli risultò particolarmente resistente agli antibiotici, causando nei soggetti infetti Sindrome Emolitico Uremica (SEU) e diarrea emorragica.

"Gli antibiotici sono stati l'arma silenziosa più potente del secolo, vincitori di numerose battaglie contro malattie inguaribili per decenni. Senza antibiotici non sarebbero stati possibili trapianti d’organo, chemioterapie anticancro, terapie intensive e altre procedure mediche. Il nostro errore più grande è stato quello di darli per scontati, o sopravvalutare la loro potenza a lungo termine, e ora, ne stiamo pagando le conseguenze.

Un altro problema che si somma all’inadeguato utilizzo di antibiotici è il disinteresse crescente da parte delle industrie farmaceutiche nell’investire nella ricerca e sviluppo di nuovi farmaci contro le infezioni. Gli antibiotici sono poco redditizi poiché da assumere con cautela e solo per pochi giorni, a differenza, ad esempio di farmaci per curare malattie croniche, per le quali è necessario assumere farmaci per tempi molto lunghi. Sono pochi i governi che si stanno mobilitando per risolvere questo problema, come gli USA. Come riporta la CNN, l’amministrazione del presidente Obama ha deciso di combattere la crescita dell’antibiotico resistenza e delle infezioni anche grazie all'attuazione di un piano quinquennale, per un costo di 1,2 miliardi di dollari.

Prestando grande attenzione nell'acquisto di carni e altri prodotti alimentari certificati provenienti da allevamenti controllati per quanto riguarda l'utilizzo di antibiotici
Lavando con attenzione frutta e verdura, soprattutto se sono consumate crude, in modo da eliminare eventuali batteri contaminanti.




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sabato 10 ottobre 2015

IL COMPLESSO DI EDIPO




Il complesso di Edipo è una fase normale nello sviluppo emotivo di un bambino che include tutti gli impulsi che lo inducono a essere attratto da sua madre, provando invece ostilità nei confronti del padre: ciò si verifica intorno ai 3 anni. Questo termine, con la quale inizialmente si parlava unicamente dei maschietti, oggi include entrambi i sessi, anche se spesso per le bambine si parla di complesso di Elettra.

Il complesso di Edipo è il rifiuto incosciente e ed intrinseco del genitore del proprio sesso che si innesca per una proiezione amorosa nei confronti del genitore di sesso opposto. Tale fase arriva poi ad un esito risolutivo autoindotto attraverso l’identificazione progressiva con il genitore del proprio sesso.

Il complesso di Edipo è stato identificato, per quanto riguarda i soggetti di sesso maschile, da Sigmund Freud: si rifà alla tragedia di Sofocle, Edipo re, il quale abbandonato alla nascita, uccide il padre, che non conosce, e sposa sua madre, senza conoscere la vera identità della donna. Per le bambine, Freud usava l’espressione complesso di Elettra, in riferimento all’eroina greca che uccise la madre, Clitemnestra, per vendicare suo padre Agamennone.

L’età in cui si manifesta il complesso di Edipo avviene intorno ai 3 anni: il bambino incomincia ad essere possessivo nei confronti della madre, il quale pretende più coccole e tenerezze. In certi casi, può voler intromettersi nell’intimità sessuale dei genitori entrando, per esempio, in camera loro senza bussare.
Non potendo riuscire in queste incoscienti manovre di seduzione, spesso il bambino, tra i tre e i cinque anni, dovrà soffocare la propria contrarietà: tale contrarietà si esprimono in attacchi di collera e incubi. Freud definisce questa fase complesso di castrazione, poiché di fronte al proprio desiderio, il bambino pensa che la punizione inflitta dal padre sia giusta.

Già verso i 5 anni, il bambino imparerà ad uscire gradualmente da questa condizione, attraverso una nuova fase chiamata da Freud risolutiva: il bambino rinuncerà a prendere il posto del genitore del suo stesso sesso, respingendo nel proprio inconscio le sue emozioni e le sue passioni.
Verso i cinque o i sei anni, inizia l’età in cui le bambine vogliono fare tutto come la mamma e in cui i bambini sono felici di adottare comportamenti simili a quelli di papà e di condividere delle attività con lui.

Tale complesso non deve destare preoccupazione nei genitori, dato che si tratta di una fase normalissima, la chiave per lo sviluppo della sessualità e della personalità di ogni individuo.
In caso di palese irritazione ed aggressività del bambino nei confronti del papà, è bene spiegargli con molta calma e dolcezza che non potrà mai sposarsi né con suo padre, né con sua madre, ma che troverà un’altra persona con la quale potrà fare ciò che fanno i genitori.
Bisogna inoltre spiegare le diverse tipologia di sentimenti, di quelle parentali di sangue a quelle affettive d’amore e affetto che provate per il vostro partner che avete sposato che ora è padre o madre del figlio in questione.



Bisogna tenere in considerazione anche il fatto che potrebbe ripresentarsi anche in un momento futuro (nel caso in cui; questo ritorno potrebbe scaturire da vari fattori e da vari eventi che vanno ad incidere nella psiche umana.
Secondo Freud, nella crescita di un bambino, un complesso di Edipo mal risolto sarebbe all’origine della maggior parte dei disordini psichici.

Tuttavia, questo complesso sembra poter esistere solo in una famiglia nucleare (padre, madre e bambini che vivono sotto lo stesso tetto): l’emergere di nuove forme di famiglia (monoparentali, omoparentali) conduce la psicanalisi moderna a considerare altri casi, in cui la figura paterna o materna è assente, o divisa tra due uomini, o due donne. Casi come questi mostrano l’urgenza di rivedere lo schema psicoanalitico del complesso di Edipo, che la critica scientifica sta mettendo in discussione ormai da molti anni, anche per quanto riguarda le famiglie di tipo classico, con padre, madre e bambino.

L'impostazione di tale problematica ha segnato, fin dagli albori del movimento psicoanalitico, il dissidio Freud-Jung e poi la scissione degli psicoanalisti di orientamento junghiano dall'Associazione Internazionale di Psicoanalisi.

La questione edipica mostra una natura complessa anche in relazione all'approfondimento del mito greco: secondo il mito, infatti, Edipo non conosceva i suoi veri genitori, essendo stato a questi sottratto ancora infante. L'uccisione del padre e il rapporto con la madre sono stati perciò involontari e causati, paradossalmente, dal loro desiderio di sfuggire al destino così come lo avevano sentito annunciare dall'oracolo. Si potrebbe parlare, in questo senso, piuttosto di complesso, o sindrome, di Laio e/o di Giocasta (i genitori di Edipo), il che riconduce alcune scuole psicologiche ad esplicitare le questioni psicodinamiche di carenza, gelosia e invidia affettive da parte delle figure genitoriali o accudenti (caregivers); in questo senso il complesso di Edipo sarebbe nient'altro che un modo per invertire le reali responsabilità delle dinamiche inconsce nelle relazioni intra-familiari.

Il primo accenno alla figura di Edipo nell'opera freudiana risale a una lettera scritta da Freud nel 1897 a quello che era il suo amico più intimo in quel periodo, il dottor Fliess. Si tratta solo di un accenno, che però non ebbe seguito immediato; solo lentamente, infatti, questa tematica andrà acquistando la sua centralità in psicoanalisi.

Ascoltando i discorsi, le fantasie e i sogni dei suoi pazienti, Freud aveva maturato l'ipotesi che essi manifestassero quei sintomi a causa d'un trauma sessuale risalente alla prima infanzia (teoria della seduzione), e che avevano rimosso a causa di un inconscio meccanismo di difesa. Fu proprio questa prima ipotesi freudiana a scatenare l'indignazione dei benpensanti contro la psicoanalisi, per il fatto stesso che essa implicava non solo il postulato del bimbo come perverso polimorfo, dotato d'una propria sessualità infantile, ma anche l'abuso sessuale di cui l'infanzia è oggetto.



In seguito, Freud si ricredette a proposito del trauma sessuale, arrivando a sostenere che si trattava quasi sempre solo di fantasie di seduzione. Cominciò così ad elaborare quell'impalcatura teorica che è il centro del pensiero psicoanalitico: il desiderio incestuoso, il tabù dell'incesto e la susseguente vicenda edipica. In questa fase Freud giunse a identificare la censura del desiderio incestuoso originario come la causa prima di ogni forma di nevrosi.

In seguito, nei quattro saggi pubblicati come Totem e tabù, Freud ipotizzò anche che l'evoluzione del desiderio incestuoso nella vita individuale, prima sperimentato e poi rimosso (il cosiddetto romanzo familiare) fosse al tempo stesso l'evoluzione stessa della civiltà, che avrebbe avuto nella sua origine una uguale rimozione e sublimazione di quell'originario desiderio incestuoso.

Freud, che imperturbabile procedeva nelle sue ricerche scientifiche coadiuvato in queste da altri pochi pionieri in maggioranza medici, tuttavia nel suo primo viaggio dall'Europa in America commentò in proposito che si accingeva a portare la peste anche oltreatlantico. Ebbe tuttavia il modo di ricredersi poiché, come ebbe a dire in seguito, la portata radicale del suo messaggio era stata alquanto annacquata dalla psicologia americana.

Durante i primi anni del 1980 Jeffrey Moussaieff Masson, all'epoca fresco direttore dei Freud Archives, «basandosi principalmente sull'esame di documenti riservati ai quali solo lui aveva accesso (soprattutto certe lettere tra Freud e Fliess fino ad allora non pubblicate), sostenne che l'abbandono della teoria della seduzione - cioè l'ammissione di Freud di essersi sbagliato quando originariamente aveva creduto che la genesi della nevrosi nell'adulto dovesse essere ricercata in una reale seduzione sessuale del bambino da parte di un genitore - fu un grave errore, fatale per lo sviluppo e la fecondità della psicoanalisi. Freud - secondo Masson - avrebbe abbandonato questa teoria in realtà non con un atto di coraggio, avendo riconosciuto l'errore e mosso dall'interesse per lo sviluppo della disciplina, ma "per codardia", perché gli era difficile sostenerla di fronte al mondo accademico di allora, e soprattutto per una difesa inconscia, rivolta a proteggere se stesso, le sue stesse storie di seduzioni, gli errori suoi e dell'amico Fliess. L'abbandono della teoria della seduzione, confessato da Freud nel 1897 in una lettera a Fliess, e reso pubblico solo nel 1905, viene considerato invece dalla tradizione psicoanalitica come un evento che segna la data di nascita stessa della psicoanalisi, il momento in cui questa giovane scienza incominciò a riconoscere l'importanza delle fantasie, e in genere della vita psichica inconscia, e non semplicemente della realtà esterna.

Secondo Masson sarebbe vero esattamente il contrario: l'abbandono della teoria della seduzione segnerebbe invece la fine della psicoanalisi, non la sua nascita, perché dando enfasi al mondo della fantasia, anziché a quello della realtà, inevitabilmente avrebbe impresso una svolta alla storia della psicoanalisi per aver fatto distogliere l'attenzione dalla realtà della vita del paziente e dagli eventi traumatici che in definitiva sono i veri responsabili dei problemi psichici. Queste posizioni furono esposte da Masson  nel libro Assalto alla verità. La rinuncia di Freud alla teoria della seduzione, che rappresentò l'apice del cosiddetto "scandalo Masson".»
Gli stessi protagonisti più conosciuti della storia della psicoanalisi non sono stati risparmiati dal vivere ciò che essi andavano studiando: l'Edipo come mito attuale. Che l'Edipo è stata la causa del dissidio Freud-Jung tra il 1912 e il 1914 significa due cose:

Jung nel 1912 pubblica un testo eretico dal punto di vista dell'interpretazione freudiana dell'Edipo. Il libro aveva come titolo La libido. Simboli e trasformazioni. In esso lo psichiatra e psicoanalista svizzero, designato successore di Freud alla guida del movimento psicoanalitico internazionale, ritiene che il desiderio incestuoso che sta alla base della vicenda edipica non vada inteso letteralmente e quindi sessualmente. Come egli dice, il desiderio di congiungersi alla madre è il desiderio dell'individuo di ritornare alle proprie radici per rinascere rigenerato a nuova vita e quindi è un desiderio di trasformazione. Il desiderio incestuoso da questo punto di vista acquista il significato di quasi un battesimo, di un'iniziazione alla vita spirituale oltre il concretismo di cui l'interpretazione meramente sessuale della vicenda è essa stessa sintomo e che blocca l'individuo nella vicenda ripetitiva dell'Edipo che fa invece la nevrosi. «L’io è invero il “luogo del timore”, come dice Freud nel Das Ich und das Es (Dove è l'inconscio deve essere l'Io); ma solo fino a quando esso non è tornato al “Padre” e alla “Madre”. Freud naufraga sulla questione di Nicodemo: “Può un uomo rientrare nel grembo materno e rinascere?”»
Jung stesso nel trattare le interpretazioni dell'Edipo vive egli stesso simultaneamente un momento dell'Edipo in lui in quanto Freud è vissuto da Jung come un padre buono, eroico, stimato, di cui si è onorati di essere il privilegiato tra i fratelli psicoanalisti. Con la pubblicazione di questo libro, in qualche maniera Jung, ribellandosi al padre-Freud, lo uccide ai suoi occhi e la relazione tra i due eminenti medici, in qualche maniera fa venire alla mente il racconto, mitologico anch'esso, della genesi del mondo così come è raccontata nei testi sacri ebraici del "Genesi", il primo libro del Vecchio Testamento allorché la spada di Michele Arcangelo si interpose tra la creatura ambiziosa ma anche presuntuosa e il creatore. Parimenti una nuova concezione del mondo appena nata in seno alla psicoanalisi come comunità scientifica viene scacciata dalla famiglia psicoanalitica con tutta la sofferenza che ciò ha comportato non solo per il figlio-Jung ma anche per il padre-Freud. Freud infatti non era da meno nella sua stima per Jung e su lui aveva riposto tutte le speranze che nutriva per il futuro della sua creatura: la psicoanalisi.



In forma alquanto simile, due autori come Ernst Bloch (1885 - 1977) e James Hillman (1926-2011) hanno proposto d'evitare il «complesso materno» di Edipo auspicando una fusione fra le caratteristiche filiali (Puer) e quelle paterne (Senex), «una trasformazione del conflitto tra estremi in unione di uguali» che estrometterebbe la figura genitoriale femminile. Nonostante l'apparenza rivoluzionaria della prospettiva, l'identità (omousia) di Bloch tra Figlio e Padre ereditata dalla teologia cristiana, così come la conjunctio oppositorum di Puer-et-Senex in Hillman, anch'egli esplicito debitore della dottrina trinitaria, sembra dimenticare l'aspetto fondamentale del triangolo edipico, dove il ruolo del terzo che spezza la simbiosi bimbo-madre è dovuto proprio allo svezzamento della genitrice che impone al piccolo la meta del «desiderio del desiderio» di lei. Detto altrimenti, non c'è imitatio patris che non si fondi sulle esigenze, aspettative e richieste materne, Giocasta, Grande Madre o Madonna che sia.

Inoltre, entrambi gli autori parlano di oltrepassamento e trascendimento della consueta identità antropobiologica per la risoluzione dei conflitti intergenerazionali e intersessuali, ma non per un loro radicale superamento, bensì per l'approdo al compimento della ierogamia sizigiale.

Nella psicanalisi di Jacques Lacan, l'Edipo diventa piuttosto la vicenda dell'accesso all'ordine linguistico del discorso che permette di godere del piacere derivante dal sentirsi appartenenti alla socialità umana, sganciandosi dal tema del piacere sessuale in senso stretto, ovvero della sessualità del bambino.

Nella loro opera L'Anti-Edipo - capitalismo e schizofrenia, del 1972, il filosofo francese Gilles Deleuze e lo psicoanalista Felix Guattari hanno proposto una severa critica della concezione freudiana del desiderio, concepito come mancanza anziché come produzione sociale. In questa ottica, il complesso di Edipo è considerato una elaborazione interpretativa propria della psicoanalisi, utile per costringere la sessualità del bambino entro il tessuto di relazione proprio della famiglia autoritaria borghese e tradizionale, schizofrenizzando, attraverso l'ambivalenza edipica, il desiderio originariamente univoco e affermativo del bambino, che investe tutto il campo storico-sociale e non esclusivamente il padre e la madre.

Nel 1949 appare il testo Le strutture elementari della parentela di Claude Lévi-Strauss, etnologo che insieme al linguista Ferdinand de Saussure viene considerato l'iniziatore del metodo di pensiero strutturalista.

In esso, dopo ampie ricerche sul campo tra popolazioni ancora allo stato primitivo, l'autore esprime le conclusioni a cui era giunto, secondo le quali tutte le culture pongono un divieto al desiderio incestuoso e pertanto il tabù dell'incesto si configura come una legge universale che è la legge di base senza la quale non potrebbe nascere la cultura come altro dalla natura.

Oggigiorno, ormai la critica del desiderio incestuoso e dell'Edipo - portata soprattutto dagli junghiani ai freudiani sui limiti di una interpretazione concretistica e quindi meramente sessuale cioè riduttiva come si dice nel gergo psicoanalitico - non ha più molta attualità, visto che con Jacques Lacan (che si reputa l'ortodossia freudiana in persona) la lezione junghiana è stata in parte recepita e l'Edipo è inteso come la porta attraverso la quale il singolo individuo accede alla socialità, e perciò al processo di umanizzazione progressiva.

L'Edipo è quindi un processo di iniziazione alla vita sociale e quindi alla vita propriamente umana.

Con più di cento anni di storia della psicoanalisi alle spalle, siamo quindi molto distanti ormai da una lettura dell'Edipo rozzamente sessuale come poteva essere ai primordi della psicoanalisi. L'Edipo, per dirla in poche parole è un momento necessario del processo progressivo della conoscenza, che si appropria del mondo, sì, ma questa appropriazione si realizza mediandola tramite la parola.

Ovviamente Lacan nel suo programma di "ritorno a Freud" non segue Jung più di tanto e intendiamo riferirci alla natura della funzione simbolica, per cui l'impianto tragico che vede l'uomo crocefisso senza alcuna possibilità di resurrezione in una dialettica infinita tra natura e cultura che aveva fatto parlare Freud appunto di "disagio della civiltà" permane quale prezzo che il singolo in prima persona deve pagare come costo della civiltà.

Tale complesso fu rivisto (nell'Anti-Edipo, 1972) dal filosofo Gilles Deleuze e dallo psicoanalista Félix Guattari i quali contestarono che esso fosse un concetto cardine della psicoanalisi infantile, privilegiando più gli aspetti cognitivi, relazionali e in generale le valenze affettive nel rapporto con i genitori.



La critica dell'Edipo svolta dai due autori è una critica a una psicoanalisi che ai loro occhi ha smarrito la dimensione sociale e della storia. Come loro dicono la psicoanalisi era divenuta una storia noiosa, da nuovi preti che ripetono le nuove litanie ad ogni interpretazione: mamma, papà, bambino. Per questo leggono la svolta junghiana come un'apertura della psicoanalisi alla storia e alla dimensione sociale anche se non seguono Jung in quello che ai loro occhi è uno sviluppo idealistico della psicoanalisi. Come loro dicono: Jung crede di superare la sessualità.

La critica ch'essi muovono al movimento psicoanalitico è che ritengono in questo che la psicoanalisi non conosca altro che la famiglia edipica e che non riesca ad andare oltre la famiglia edipica. La loro critica all'Edipo in realtà è anche e soprattutto una critica alla famiglia come istituzione che si regge proprio sull'Edipo.

L'Anti-Edipo vorrebbe essere una critica radicale degli investimenti libidici edipici che ripetono e perpetuano la modalità edipica di investire libidicamente il campo del sociale e della storia.

In questa critica non salvano nemmeno l'esperienza dell'antipsichiatria con le sue comunità terapeutiche, che per questi autori somigliano semplicemente a famiglie un po' più allargate. Se si pensa che proprio la famiglia come istituzione era stata forse il maggiore obiettivo di critica del movimento di medici e pazienti detto dell'antipsichiatria che tacciavano l'istituzione famiglia come ammorbatrice della psiche sana dei bambini, come origine di patologie psichiche, risulta chiaro come l'obiettivo dei due filosofi nel condurre la critica a Edipo è proprio non tanto la famiglia in sé o il famigliarismo in cui inseriscono altre varianti di famiglia quanto la radice del famigliarismo: Edipo. E la psicoanalisi è proprio criticata dai due pensatori francesi perché accusata di fare il gioco di questa istituzione che ormai sta inevitabilmente raggiungendo l'esaurimento della sua funzione storica e lo fa puntellando l'Edipo lì dove invece l'Edipo dimostra di non reggere più: nei nevrotici ma soprattutto in coloro che più coraggiosi non volendone più sapere dell'Edipo si dirigono senza le sicurezze di punti saldi di riferimento, verso qualcosa che può rappresentare un'apertura della mente, e in alcuni casi lo è, ma anche una possibile chiusura definitiva nel buio impenetrabile della psicosi. Proprio per questa loro conclusione sono stati accusati di avere un'idea romantica della follia e altri ancora hanno visto dietro la loro critica nietzschiana della mediazione come rappresentazione e spettacolo altro dalla vita, di apologia irresponsabile dell'immediatezza.

Sono stati definiti infine antipsicoanalisti più che antipsichiatri, ma hanno replicato che il loro pensiero è tutt'altro in quanto anzi ritengono che l'analisi dell'inconscio sia una pratica rivoluzionaria irrinunciabile dopo che la semplice conquista del potere statale ha dimostrato come la rivoluzione esclusivamente politica possa trasformarsi in una nuova forma di fascismo.

Il significato de l'AntiEdipo è che intendono comunque denunciare che a loro parere avvertono che c'è qualcosa che non va nella psicoanalisi. E riferendosi al pensiero di Lacan che era uno dei loro referenti teorici il quale si lamentava che nessuno lo aiutava concludono: noi abbiamo voluto aiutare la psicoanalisi a liberarsi dall'Edipo.

Questo è in sintesi il programma psicoanalitico che la psicoanalista Silvia Montefoschi di formazione junghiana ma i cui debiti alla dialettica hegeliana servo-padrone non sono pochi, svolge a partire da "L'uno e l'altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico" del 1977.

In questo libro la teorizzazione dell'infrazione simbolica del tabù dell'incesto come la via di conoscenza che conduce oltre l'Edipo prende il suo avvio e abbandonato nei lavori successivi il tradizionale paesaggio psicoanalitico della relazione duale analista-analizzato si avventura nei territori del sociale e della storia aprendo la riflessione psicoanalitica alla stessa storia biologica e materiale dell'umanità sino alla sua origine nel big bang.

In questa rilettura psicoanalitica della storia dell'universo tutto, la chiave interpretativa, dell'incesto e del suo tabù che generano l'Edipo, scaturita proprio dalla nuova scienza psicoanalitica, trova conferma non solo come legge universale dell'universo umano bensì dell'universo tutto ivi incluso del mondo atomico e molecolare sino ad arrivare all'atto iniziale da cui tutto è scaturito: il big bang.



Conseguente a questa lettura del percorso dell'essere nella storia, è la proposta, scaturita dalla viva esperienza psicoanalitica dell'inconscio universale della stessa psicoanalista e di tutti coloro che con lei hanno condiviso la coriflessione sui messaggi provenienti dall'inconscio, dell'intersoggettità radicale quale "rivoluzione radicale del reale" che chiude definitivamente la storia dell'universo come la storia delle ripetute infrazioni del tabù dell'incesto che ha fatto la storia della materia, quella biologica e infine quella umana e della civiltà.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/10/lincesto.html







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