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venerdì 2 settembre 2016

LA SUPPOSTA


Le supposte sono preparazioni farmaceutiche solide, generalmente di forma ogivale, che sono destinate all’introduzione in cavità naturali quali l’ano (supposte rettali, più semplicemente supposte), l’uretra (supposte uretrali, più note come candelette) e la vagina (supposte vaginali, meglio conosciute come ovuli vaginali).

La supposta è costituita da un componente di base (storicamente burro di cacao, oggi miscele di gliceridi), e da uno o più principi attivi disciolti o dispersi nella base. Gli eccipienti base per la preparazione di supposte devono trovarsi allo stato solido ed essere sufficientemente rigidi per l'introduzione nell'ampolla rettale a temperatura ambiente e fondere alla temperatura corporea. In particolare si possono avere basi lipofile (formate da miscele di gliceridi) o idrosolubili (a base di PEG).

Altri eccipienti che possono essere aggiunti nella formulazione di supposte comprendono adsorbenti, tensioattivi, lubrificanti, conservanti antimicrobici e coloranti.

Le supposte possono essere preparate con due metodi diversi: a freddo (per compressione) o a caldo (per fusione). Il metodo per compressione era usato tra Otto e Novecento e si basava sull'ottenimento per via meccanica di cilindri di sostanza successivamente suddivisi in pezzi di uguale lunghezza e modellati a cono. Il procedimento per fusione è quello oggi più usato, sia su scala magistrale sia industriale, e si basa sulla colata di una massa fusa in appositi stampi.

Nelle supposte con azione farmacologica lo scioglimento della sostanza di base o eccipiente consente il rilascio del medicamento che può avere azione locale (ad esempio utilizzando sostanze vasocostrittrici nel trattamento delle emorroidi) oppure essere rapidamente assorbito dalla mucosa rettale riccamente vascolarizzate dalle vene emorroidarie ed essere introdotto nella circolazione sanguigna generale arrivando agli organi bersaglio. Supposte di questo tipo devono essere assunte a seguito della defecazione, per evitare che possano essere evacuate prima del completo assorbimento del farmaco.
Nel caso di supposte senza azione farmacologica (abitualmente a base di glicerina) lo scioglimento genera una lubrificazione del retto finalizzata a facilitare l'evacuazione.



Il principio attivo che compone le supposte viene scelto in funzione del disturbo a cui si desidera porre rimedio; il farmaco viene sempre formulato in associazione ad eccipienti, utili per contenere il principio attivo, favorirne la fusione a contatto con il calore del corpo, e forgiare la supposta.
La particolarità delle supposte risiede proprio nella peculiare composizione solida: introdotta nell'organismo (nel retto, nella vagina o nell'uretra) sottoforma solida, la supposta si dissolve rapidamente e, successivamente, viene assorbita per merito dei vasi sanguigni.
Alcune supposte sono formulate con una base oleaginosa, come il burro di cacao, nel quale il principio attivo viene dissolto; altri suppositori - specie quelli ad uso vaginale ed uretrale - sono costituiti da glicole propilenico, un eccipiente idrosolubile.
Esistono anche le cosiddette supposte liquide, in cui la somministrazione del farmaco (generalmente un lassativo) viene effettuata tramite una siringa apposita, direttamente nel retto.

Le supposte vaginali comprendono una serie di preparazioni farmacologiche ad uso prettamente ginecologico: tra i suppositori vaginali, ricordiamo: ovuli vaginali, compresse vaginali e creme da applicare internamente tramite apposita cannula. Anche questa categoria di farmaci può esercitare il proprio effetto terapeutico a livello locale e sistemico: alcune supposte vaginali sono formulate con un miscuglio di lattobacilli, utili per assicurare l'equilibrio della flora batterica vaginale; altre sono composte da antibiotici (per esempio, per debellare le infezioni batteriche, sostenute da Trichomonas vaginalis, Mycoplasma hominis, Neisseria gonorrhoeae, ecc.), antifungini (per la cura delle infezioni da Candida albicans) ed antivirali (per trattare le infezioni da virus, come quelle sostenute da Herpes simplex).

Le supposte uretrali sono indicate per trattare i disturbi maschili, tra tutti la disfunzione erettile e l'impotenza; negli Stati Uniti, il nome commerciale di questi particolari suppositori è MUSE, acronimo di Medical Urethral System for Erection. Queste particolari formulazioni farmacologiche sono dispositivi transuretrali componibili, in cui il farmaco viene introdotto nell'uretra tramite l'apposito applicatore "a pistone".

A differenza dei farmaci somministrati per uso orale, le supposte da assumere per via rettale non provocano irritazione gastrica, dal momento che non passano attraverso lo stomaco.
Altro vantaggio importante, che differenzia le supposte rettali dalle compresse orali, riguarda gli enzimi: i farmaci che sarebbero inattivati dagli enzimi gastrici rimangono tali quando applicati per via rettale.
In caso di vomito, anche dopo aver assunto una supposta rettale, non si presenta il problema caratteristico dei farmaci orali: come sappiamo, quando sopraggiunge prima che il principio attivo sia stato completamente assorbito dall'organismo, il vomito può compromettere l'efficacia del farmaco. Per le supposte rettali, questo problema non sussiste.
Le supposte sono particolarmente indicate a seguito di interventi chirurgici gastrointestinali, così come nei bambini e negli anziani che faticano a deglutire medicinali per bocca.

Nonostante la mucosa rettale sia piuttosto ricca di vasi sanguigni, la supposta viene posta a contatto con un'area di assorbimento marcatamente ridotta rispetto a quella intestinale; di conseguenza, l'assorbimento del farmaco per via rettale è ridotto se raffrontato a quello dei medicinali assunti per via orale. Inoltre, l'assorbimento del farmaco formulato sottoforma di supposte, così come la sua disponibilità, non è costante né tantomeno prevedibile: in funzione del punto in cui il principio attivo giunge, può essere assorbito dal plesso emorroidario inferiore, oppure dal tratto medio o superiore: per questo motivo, il farmaco può passare o meno attraverso il fegato.
La zona in cui la supposta rettale esercita la propria azione è soggetta ad irritazione; non a caso, molte supposte sono formulate con principi attivi lassativi, che favoriscono l'evacuazione esercitando una blanda irritazione della mucosa anale.
Da non sottovalutare un altro importante elemento: i batteri che colonizzano l'ano e il retto possono talvolta inattivare parte del principio attivo, riducendo, quindi, l'attività del farmaco.

Per ottenere il massimo dell'efficacia terapeutica, l'inserimento corretto della supposta risulta importantissimo.
Nel caso la supposta fosse morbida, si consiglia di porla in frigorifero per alcuni minuti, oppure di lasciarla in acqua fredda (prima di aprire la confezione) per dare modo agli eccipienti di solidificare la supposta.
Rimuovere l'involucro di rivestimento.
Eventualmente, tagliare la supposta con un panno morbido (in base alla posologia prescritta dal medico).
Se necessario, indossare un guanto in lattice.
Si consiglia di lubrificare la parte alta della supposta, per facilitare il suo inserimento nel retto.
Sdraiarsi su un fianco, con la gamba che poggia a terra distesa, l'altra leggermente piegata in avanti, verso l'addome.
Sollevare un gluteo ed inserire la supposta nel retto, affinché oltrepassi lo sfintere muscolare anale.
Si consiglia di mantenere la posizione sdraiata su un fianco per pochi minuti, per evitare che la supposta venga espulsa.
Lavarsi accuratamente le mani.



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mercoledì 17 febbraio 2016

IL PARACETAMOLO



Il paracetamolo fu sintetizzato per la prima volta nel 1878 da Harmon Northrop Morse per riduzione di p-nitrofenolo con stagno in acido acetico glaciale, secondo la seguente reazione:

2 HO-C6H4-NO2 + 2 CH3COOH + 3 Sn ? 2 HO-C6H4-NH-COCH3 + 3 SnO2 (insolubile)
dove l'azione riducente di metallo e acido converte il p-nitrofenolo a p-amminofenolo, che viene immediatamente acetilato. Si iniziò a utilizzarlo per fini medici solo a partire dagli anni cinquanta del XX secolo.

Inizialmente si usavano acetanilide e fenacetina, derivati dell'anilina, come antipiretici di elezione, ma essi avevano forti conseguenze tossiche sul paziente. In realtà, molti anni dopo si scoprì che i benefici effetti prodotti dall'assunzione di acetanilide o di fenacetina erano determinati dal fatto che l'organismo trasformava entrambe queste molecole in paracetamolo. Era quindi il paracetamolo la sostanza che realmente determinava l'analgesia e il calo della temperatura. Quando una sostanza farmacologicamente attiva si origina, come nel caso del paracetamolo, in seguito all'assunzione di un altro prodotto (l'acetanilide o la fenacetina), questo prodotto viene indicato come precursore, mentre la sostanza che si forma viene detta metabolita attivo. Il paracetamolo era dunque il metabolita attivo sia dell'acetanilide, sia della fenacetina.

Rispetto ai suoi precursori, oggi non più usati in farmacologia, il paracetamolo presentava due vantaggi importanti: 1) non è tossico; 2) è più facile da sintetizzare.

Rispetto ai FANS, inoltre, non presenta gastrolesività e nefrotossicità.

Dal 1949 il paracetamolo ha iniziato ad essere usato come farmaco. Oggi è l'unico analgesico derivato dall'anilina che si continui ad usare in clinica.

Il paracetamolo può essere somministrato attraverso diverse vie e presenta una elevata biodisponibilità, che non subisce importanti cambiamenti, eccezion fatta per i casi di epatopatia cronica. A livello del fegato, infatti, la molecola viene trasformata in un metabolita che si è rivelato tossico per il tessuto epatico. Alle dosi comunemente impiegate, tuttavia, i rischi di epatotossicità sono nulli, tanto che l'utilizzo di paracetamolo non è controindicato in età pediatrica, né in gravidanza.

E' l'analgesico più amato dagli italiani e svetta al primo posto con oltre 2,8 mln di confezioni tra i farmaci di automedicazione più venduti in Italia. Il paracetamolo è stato da sempre considerato un principio attivo economico, sicuro ed efficace. Ma ultimamente diversi studi lo hanno messo sul banco degli imputati, indagando sui rischi correlati al suo utilizzo sopratutto per periodi prolungati e per le donne in gravidanza. Una ricerca dell'Università di Edimburgo, pubblicata di recente su 'Science Translational Medicine reports', ha evidenziato che le donne incinte che assumono il popolare antidolorifico potrebbero mettere a repentaglio la salute del feto, se è maschio, aumentando il rischio che in futuro possa sviluppare malattie come l'infertilità o il cancro.
Purtroppo le persone spesso non leggono le indicazioni sul bugiardino - afferma Andrew Moore, ricercatore dell'Università di Oxford University  - La dose massima infatti nelle 24 ore è di 4 grammi, perché superare i 5 grammi può causare alcune gravi complicazioni al fegato". Il successo del paracetamolo nasce nel 1960, sulla scia dei timori che l'aspirina e altri farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans) potessero causare ulcere e procurare altri gravi effetti collaterali all'intestino.

Mentre il farmaco acquistava sempre più mercato, alcuni scienziati ne indagavano diversi aspetti. Nel 2011, Michael Doherty, un reumatologo all'Università di Nottingham, pubblica uno studio su circa 900 pazienti (over 40) abituali consumatori di paracetamolo, ibuprofene o una combinazione di entrambi per combattere il dolore cronico al ginocchio. Confrontando i dati dei partecipanti dopo 13 settimane, nota che un paziente su cinque che aveva assunto ibuprofene aveva perso una unità di sangue per una emorragia interna. Ma la vera sopresa è scoprire che la stessa cosa era accaduta nei pazienti che assumevano paracetamolo.

"Il paracetamolo può effettivamente essere una farmaco molto pericoloso - spiega John Dickson, ex medico di famiglia in pensione di Northallerton (North Yorkshire) - Può causare problemi ai reni e al fegato, e sanguinamento gastrointestinale, come accade con i Fans". Nel 2013 la Food and drug administration (Fda) ha stabilito che l'assunzione di paracetamolo può, in alcuni rari casi, provocare una malattia della pelle, potenzialmente fatale, chiamata sindrome di Stevens-Johnson.

Vale la pena allora prendere il paracetamolo? Una revisione del 2006 della Cochrane Collaboration su 7 studi che hanno confrontato la molecola con il placebo, ha evidenziato che in due ricerche non c'era nessuna differenza quando veniva somministrato l'uno o l'altro. Mentre gli altri studi hanno provato un miglioramento in media del 5% in chi aveva preso paracetamolo. "Per la maggior parte delle persone è un placebo", osserva Dickson.



Molti medici di base sottovalutano i rischi di effetti collaterali quando prescrivono il paracetamolo. È la conclusione derivante dai risultati di uno studio osservazionale condotto dalla School of Medicine della Università di Leeds, in Inghilterra. “Abbiamo motivo di credere che l’incidenza di effetti indesiderati derivanti dall’uso di paracetamolo sia sottovalutata, in particolare in relazione al rischio gastrointestinale, renale e cardiocircolatorio“, ha dichiarato Philip Coneghan, coordinatore del team che ha eseguito lo studio, pur sottolineando al tempo stesso la necessità di indagini più approfondite e di un monitoraggio costante della efficacia e della tollerabilità del farmaco, proprio in considerazione della sua enorme diffusione.

Considerato meno tossico dei FANS, il paracetamolo trova un ampio utilizzo: è il solo analgesico prescritto alle donne durante la gravidanza e viene somministrato come antipiretico anche ai bambini per l’impatto ridotto dei suoi effetti collaterali. I riscontri più recenti però inducono gli estimatori del paracetamolo a rallentare, se non proprio a frenare bruscamente.

L’analisi è stata realizzata dai ricercatori del Chapleton Hospital, che hanno eseguito una revisione sistematica di otto studi, selezionati tra gli oltre 1800 pubblicati alla data del 1 maggio 2013 sui database Medline e Embase, riguardanti gli effetti a lungo termine del paracetamolo sulla salute generale dei pazienti (più di 600mila quelli esaminati).

Dei due studi che mettevano in rapporto l’assunzione del paracetamolo e la mortalità, uno registrava un aumento medio del tasso relativo di mortalità (da 0.95 a 1.62) fra i consumatori e i non-consumatori. A fornire i dati più allarmanti sono state però le ricerche sulle complicazioni a livello renale, cardiovascolare e gastrointestinale potenzialmente causate dall’uso massivo e prolungato del medicinale.

Tutti e quattro gli studi che prendevano in considerazione l’impatto sull’apparato cardiovascolare mostravano infatti un aumento medio significativo (da 1.19 a 1.68) del tasso di rischio in rapporto alle dosi assunte; uno studio metteva in relazione diretta l’uso di paracetamolo con l’aumento del tasso di rischio di eventi indesiderati e emorragie a livello gastrointestinale (da 1.11 a 1.49); tre dei quattro studi sui reni infine evidenziavano il rischio di complicanze anche severe, in particolare la riduzione (=30%) della filtrazione glomerulare (aumento del tasso di rischio medio da 1.40 a 2.19).

Un quadro del genere fa senz’altro riflettere sulle possibili conseguenze dell’uso di un farmaco da bancone assai diffuso, disponibile in farmacia (e in molti paesi anche nei supermercati) senza bisogno di ricetta medica, che ognuno di noi ha assunto o assume con una certa regolarità.

Va ora precisato che questi dati potrebbero risultare fuiorvianti in mancanza di una interpretazione accurata e di un approfondimento. Come lo stesso professor Coneghan, coordinatore dello studio, non manca di sottolineare, il margine di errore che accomuna gli studi oggetto di analisi, nei quali venivano presi in considerazione pazienti che avevano avuto bisogno di una somministrazione prolungata di dosi elevate di paracetamolo, ossia soggetti spesso anziani e già affetti da altre patologie, il cui stato di salute generale era già compromesso e destinato a peggiorare, con ogni probabilità, indipendentemente dall’assunzione di paracetamolo.
Una considerazione cui fa eco il parere di Francesco Scaglione, docente di farmacologia clinica nella facoltà di Medicina della Università di Milano. “Lo studio è interessante, ma il campione è costituito da persone già affette da patologie di base, sottoposte a trattamenti per lunghi periodi e ad alti dosaggi”. “Il paracetamolo” aggiunge Scaglione “potrebbe agire come concausa dei rischi illustrati, che potrebbero però derivare direttamente dalle patologie concomitanti. Va detto anche che altri farmaci come i FANS comportano sicuramente rischi maggiori di effetti collaterali anche più gravi”.

Quello degli esperti inglesi è solo il più recente di una serie di studi che negli ultimi anni hanno messo in discussione la “reputazione” del paracetamolo, il farmaco da bancone più venduto in Italia, considerato unanimemente uno degli analgesici più efficaci e sicuri ma spesso associato a episodi di tossicità renale e gastrointestinale nei consumatori abituali, soprattutto quelli che utilizzano dosaggi elevati. Già nel 2013 il NICE (National Institute for Health and Care Excellence), ente britannico con compiti di supervisione sulla sanità nazionale, aveva reso pubblico un appello – ribadito di recente – in cui si richiamavano i medici di base a usare maggiore cautela nel prescrivere il paracetamolo.

Il paracetamolo (N-acetil-para-amminofenolo) è un farmaco ad azione analgesica e antipiretica, che trova largo impiego sia da solo che in associazione con altri farmaci nel trattamento di diverse patologie – dolore acuto e cronico di varia natura, affezioni virali e batteriche. Tecnicamente non viene incluso tra i FANS perché non ha dimostrato azione antinfiammatoria; tuttavia con questa categoria di farmaci mantiene numerose analogie. Unisce la rapidità di azione (poco più di 10 minuti) a una emivita breve (massimo 4 ore) ed è quindi spesso somministrato più volte durante il giorno in dosi da 500 o 1000 mg. La dose massima consentita è di norma pari a 4 grammi al giorno. In Italia è commercializzato sia con nomi commerciali molto noti sia sotto forma di farmaco equivalente.

Viene utilizzato per stati febbrili o algici di varia natura, dalla comune cefalea al dolore osteoarticolare o gastrico, è normalmente ben tollerato dall’organismo e presenta perciò poche controindicazioni, fra cui patologie renali o epatiche già esistenti o la concomitante assunzione di alcool. Gli effetti collaterali più noti includono una generale tossicità epatica e renale, comunque minore rispetto a FANS come l’ibuprofene.



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mercoledì 4 novembre 2015

GLI ANTIBIOTICI



“Arriverà il momento in cui la penicillina potrà essere comprata nei negozi. Ci sarà però il rischio che uomini ignoranti, assumendo dosi di antibiotico sub letali per i microbi che stanno cercando di debellare, rendano i microbi stessi resistenti alla cura. Immaginiamo che Mr. X abbia mal di gola. Mr. X compra e assume penicillina, non in dosi sufficienti per uccidere lo Streptococco, ma abbastanza ad educare il battere a resistere alla penicillina. Mr. X infetta sua moglie e successivamente sviluppa una polmonite, dalla quale cerca di curarsi nuovamente con la penicillina.  Siccome lo Streptococco è divenuto resistente alla penicillina, il trattamento fallisce e Mr. X muore. Chi è dunque responsabile per la sua morte? L'uso negligente della penicillina da parte di Mr. X ha cambiato la natura del microbo. Morale: se fate uso di penicillina, usatene la dose appropriata”.

L'uso di muffe e piante particolari nella cura delle infezioni era già noto in molte culture antiche - greca, egiziana, cinese - la cui efficacia era dovuta alle sostanze antibiotiche prodotte dalla specie vegetale o dalla muffa; non si aveva però la possibilità di distinguere la componente effettivamente attiva, né di isolarla. Vincenzo Tiberio, medico molisano dell'Università di Napoli, già nel 1895 descrisse il potere battericida di alcune muffe.

Le ricerche moderne iniziarono con la scoperta casuale della penicillina nel 1928 da parte di Alexander Fleming. Oltre dieci anni dopo Ernst Chain e Howard Walter Florey riuscirono a ottenere gli antibiotici in forma pura. I tre per questo conseguirono il premio Nobel per la medicina nel 1945.

Il termine nell'uso comune attuale indica un farmaco, di origine naturale (antibiotico in senso stretto) o di sintesi (chemioterapico), in grado di rallentare o fermare la proliferazione dei batteri. Gli antibiotici si distinguono pertanto in batteriostatici (cioè bloccano la riproduzione del batterio, impedendone la scissione) e battericidi (cioè uccidono direttamente il microrganismo).

Non hanno effetto contro i virus (a parte una possibile attività antivirale della rifampicina nei Poxvirus).



DIFFERENZA TRA ANTIBIOTICI E CHEMIOTERAPICI: entrambi sono farmaci antibatterici. La differenza, all'origine, si basava sul fatto che i chemioterapici sono farmaci di sintesi, mentre gli antibiotici hanno un'origine naturale; questi ultimi provengono, ad esempio, dal metabolismo di miceti (muffe) o da quello di determinati batteri (streptomiceti).
Gli antibiotici rappresentano una categoria farmaceutica in costante evoluzione, per cui molte molecole naturali sono state modificate chimicamente ottenendo nuovi farmaci, detti di semisintesi.
A seconda degli effetti sul microrganismo, gli antibatterici si dividono in:
ANTIBIOTICI BATTERIOSTATICI: bloccano la crescita del batterio, agevolandone l'eliminazione da parte dell'organismo.
ANTIBIOTICI BATTERICIDI: che determinano la morte del batterio.
Molte volte l'attività batteriostatica o battericida dipende dal dosaggio di assunzione.

Sulla base dello spettro d'azione si parla di:

ANTIBIOTICI AD AMPIO SPETTRO: attivi nei confronti sia dei batteri gram positivi, sia di quelli gram negativi.

ANTIBIOTICI A SPETTRO RISTRETTO: agiscono solo su determinati batteri.

CONCETTO DI SINERGISMO: due antibiotici aumentano la propria attività quando vengono utilizzati insieme;  essi, infatti, agiscono su due bersagli differenti. Il primo, ad esempio, inibisce la sintesi proteica, mentre il secondo quella degli acidi nucleici.

CONCETTO DI ANTAGONISMO: l'attività di due antibiotici si influenza reciprocamente, come quando agiscono entrambi sullo stesso bersaglio biologico.
Le combinazioni di più antibiotici possono essere utilizzate per il trattamento di infezioni polimicrobiche, per prevenire la comparsa di microrganismi resistenti, oppure per ottenere un effetto sinergico. Per esempio, si ricorre alla multiterapia nel trattamento dell'AIDS e per i microrganismi che presentano frequenti mutazioni.

Gli antibiotici sono una componente estremamente importante della medicina moderna. Sono usati per combattere le infezioni causate dai batteri.

Gli antibiotici non funzionano contro qualsiasi infezione. Gli antibiotici hanno effetto solo contro le infezioni causate dai batteri e non hanno alcun effetto contro la maggior parte delle infezioni virali. Questo è il motivo per cui il dottore non sempre prescrive gli antibiotici per curare una infezione.

Alcuni antibiotici hanno effetto solo contro alcuni tipi di batteri; altri possono combattere efficacemente uno spettro più ampio. Infezioni batteriche possono includere la tonsillite, la maggior parte delle infezioni all'orecchio, alcune sinusiti, infezioni alla vescica e ai polmoni. In base alla loro reazione ad una colorazione di laboratorio, i batteri patologi si classificano in Gram positivi (Gram+) e Gram negativi (Gram-).

Le infezioni più comuni (come per esempio raffreddori, bronchiti e mal di gola) sono causate da virus. Gli antibiotici non dovrebbero essere usati contro queste infezioni virali perché non aiutano ed anzi possono causare effetti collaterali. Infine va sottolineato che l'abuso di antibiotici contribuisce al problema crescente della resistenza batterica.
Alcune infezioni virali come l'herpes, alcuni casi di influenza e HIV/AIDS possono essere curati con medicinali antivirali.

In base al tipo di malattia e ai sintomi (e ai risultati di eventuali esami di laboratorio), il dottore può determinare se la prescrizione di un antibiotico sia appropriata.
 
Gli antibiotici possono causare nausea , diarrea e mal di stomaco. In alcune persone può nascere una reazione allergica (caratterizzata da macchie sulla pelle e pruriti o in casi più gravi da difficoltà respiratorie). Alcuni antibiotici uccidono anche i batteri che nascono spontaneamente e che sono necessari al funzionamento del corpo umano; questi batteri "buoni" sono poi rimpiazzati da batteri che possono causare diarrea o infezioni. Il soggetto che sperimenta degli effetti collaterali dovrebbe comunicarli al più presto al proprio dottore.



Gli antibiotici sono stati spesso visti come la medicina magica del XX secolo, perché trattano efficacemente malattie gravi, anche mortali. Dopo la scoperta della penicillina, più di 50 anni fa, centinaia di altri antibiotici sono stati creati per combattere infezioni batteriche.

Ma già pochi anni dopo la loro introduzione, un problema ricorrente è emerso. Batteri trattati frequentemente con lo stesso antibiotico spesso sviluppavano una resistenza alla sostanza, rendendo necessaria una medicina diversa e più potente. I microbi imparavano poi alla svelta anche come resistere a questa nuova sostanza. Questo crea un ciclo in cui si ha bisogno di sostanze sempre più potenti. Anche se gli antibiotici hanno migliorato drasticamente la nostra abilità di trattare molte malattie da infezione, il loro consumo sempre crescente ha creato un problema di resistenza che si traduce in un problema di salute pubblica.
Come indicato, i batteri possono diventare resistenti ad antibiotici che prima erano efficaci. Questa resistenza si sviluppa principalmente dopo un trattamento a lungo termine con uno o più antibiotici che uccidono una ampia varietà di batteri.

Quando si assume la penicillina o un altro antibiotico per un infezione, la sostanza di solito uccide la maggior parte dei batteri. Ma talvolta una piccola quantità di germi sopravvive. Questi sopravvissuti possono moltiplicarsi velocemente e prosperare nonostante la presenza dell'antibiotico. Dato che i batteri hanno la capacità di adattare la loro struttura cellulare, possono diventare resistenti ad un futuro trattamento con la stessa medicina. Di conseguenza, i batteri resistenti all'antibiotico, o supermicrobi, come sono talvolta chiamati, non riescono più ad essere trattati da una terapia antibiotica. Questo lascia a disposizione una quantità più limitata di sostanze per trattare malattie comuni, ma potenzialmente mortali. Sfortunatamente i supermicrobi possono anche scambiarsi "segreti di sopravvivenza" con altri batteri, anche di specie diversa, permettendo la crescita di altri organismi resistenti agli antibiotici. Per anni, il potente antibiotico intravenoso vancomicina era una sicura ultima difesa contro alcune infezioni da staffilococco ed enterococco. Ma in anni recenti, alcuni supermicrobi hanno trovato la maniera di resistere alla vancomicina. Un tipo di enterococco resistente alla vancomicina (VRE) è apparso alla fine degli anni '80 ed è da allora prospera. Gli scienziati temono non solo che il VRE continui a prosperare, ma che condivida i suoi segreti genetici per la sopravvivenza con altri batteri come ad esempio lo stafilococco aureo.

Non si dovrebbe mai assumere antibiotici prescritti ad un'altra persona o prescritti per una malattia precedente.

Se il dosaggio degli antibiotici non è adeguato, non sarà efficace per il trattamento dell'infezione ed i batteri saranno più inclini a sviluppare la resistenza. Questo perché i batteri possono continuare a crescere e sviluppare modi per vanificare gli effetti degli antibiotici.
Spesso molti pazienti smettono di prendere gli antibiotici appena iniziano a sentirsi meglio e gli sembra che la malattia se ne sia andata. In ogni caso, anche se i sintomi sono svaniti, piccole quantità di batteri possono essere ancora presenti e l'infezione potrebbe tornare se l'uso degli antibiotici fosse interrotto. Non completare il trattamento prescritto potrebbe anche stimolare la resistenza dei batteri. Uno studio recente sul comportamenti della gente nei confronti dei medicinali, riportando che solo il 69 % delle persone porta a termine la prescrizione di antibiotici fattagli.

Si dovrebbe sempre prendere l'intera quantità di antibiotici prescritti, di modo da non lasciare che questa sostanza sia "avanzata". In ogni caso, se questo accade, gli antibiotici non devono essere presi per curare un'altra malattia. Diversi tipi di infezioni necessitano diversi tipi di antibiotici, ed è per questo che prendere medicine "avanzate" è spesso inefficace. Consultare sempre il dottore se si ha un'infezione: solo il dottore può determinare se si ha un infezione e quale sia il tipo di antibiotico migliore e più sicuro per trattare la malattia in questione.

Il dodici aprile 2014, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un allarmante report globale sullo stato attuale della resistenza batterica agli antibiotici, divenuta negli ultimi anni un vero e proprio proprio problema di sanità pubblica a livello mondiale. Ciò che è parso sconcertante è come l'abuso di antibiotici abbia creato ceppi di batteri resistenti al trattamento, portando così infezioni comuni, curate efficacemente da decenni, a essere nuovamente letali per i soggetti che hanno appunto sviluppato la resistenza. Questi batteri antibiotico-resistenti possono velocemente diffondersi in contesti sociali ravvicinati (tra membri della famiglia, compagni di scuola, colleghi di lavoro), minacciando la comunità con un nuovo ceppo di malattie infettive che non solo sono più difficili da curare, ma anche più costose per la sanità pubblica.



Il raffreddore è un comune male di stagione, non è causato da batteri e quindi non va curato con gli antibiotici. Troppo spesso si assumono farmaci con eccessiva leggerezza, senza riflettere troppo su quali sono gli effetti ed i veri benefici associati ai principi attivi in essi contenuti. Ogni molecola presente nei farmaci è pensata per agire in modo specifico nei confronti di determinate situazioni di malessere o disagio. Pertanto, è necessario riflettere attentamente sulla funzione di ogni farmaco e sui benefici che esso può portare prima di assumerlo, in particolare per quanto riguarda gli antibiotici.

Secondo dati dell'agenzia italiana del farmaco (AIFA), l'Italia si pone tra i Paesi Europei con maggior consumo di antibiotici, addirittura doppio rispetto a Germania e Regno Unito, con un aumento del consumo del 18% tra gli anni 2000 e 2007 (1). Come diretta conseguenza dell'abuso e della scorretta assunzione di antibiotici, l'Italia risulta inoltre tra i Paesi Europei con il più alto tasso di antibiotico-resistenza. Sembra chiaramente uno scenario catastrofico, ma siamo ancora in tempo a cambiare, o meglio rallentare, le cose.

In base alla loro capacità di determinare malattia, i batteri possono essere distinti in: commensali simbionti o patogeni. I batteri commensali simbionti colonizzano un determinato tessuto od organo, senza causarne malattia ma apportando un vantaggio all'organo stesso, come ad esempio nel caso dei batteri che compongono la flora intestinale. Un batterio patogeno, invece, penetra in un organismo determinando una infezione, come ad esempio lo Staphylococcus aureus (che provoca infezioni piogene e ascessi, shock tossico, setticemia e avvelenamento alimentare), lo Pneumococco (noto per provocare polmonite, meningite ed endocardite) o il Meningococco (causa di meningite e setticemia). Generalmente i microrganismi patogeni si trasmettono in maniera diretta tra individui oppure in modo indiretto attraverso l'acqua, gli indumenti, gli insetti ecc..

La guerra ai batteri è iniziata molti secoli fa. Attorno al 1550 avanti Cristo gli egiziani usavano il miele per via delle sue proprietà antibatteriche, insieme a garze per medicare le ferite. Nell'antica Serbia, Cina e Grecia, il pane ammuffito era tradizionalmente applicato sulle ferite per prevenire una infezione. Il potere curativo osservato era dovuto a sostanze antibatteriche prodotte dalla muffa cresciuta sul pane. Nella storia moderna, il 3 settembre 1928 è considerata data storica da ricordare per la scoperta da parte di Alexander Fleming del fungo Penicillium notatum, grazie alla quale ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1946. Circa dieci anni dopo questa scoperta verrà sintetizzata la sostanza antibiotica denominata penicillina, che porterà al trattamento di infezioni batteriche letali come sifilide, cancrena e tubercolosi, salvando così moltissime vite umane. Inizia così un periodo di grandi scoperte che permetteranno di guarire da infezioni gravi, ma anche di impedire l'espansione delle infezioni tra la popolazione. Nasce dunque un particolare gruppo di farmaci antibatterici, gli antibiotici.
Negli ultimi settant'anni il continuo sviluppo di antibiotici ha permesso di curare moltissime malattie che in passato erano letali, come ad esempio colera, tifo e tubercolosi. Ci stiamo tuttavia avvicinando alla fine della medicina moderna e all'inizio di un'era post-antibiotica, durante la quale infezioni comuni o ferite minori che sono state curate per decenni potrebbero nuovamente uccidere.

Questo a causa della diffusione di Superbatteri (detti anche Superbugs) che hanno sviluppato antibiotico-resistenza, definita dall'OMS come "resistenza di batteri ad uno specifico antibiotico che originalmente era efficace per il trattamento di infezioni causate dagli stessi”. Basti pensare che nel 2012 sono stati accertati circa 450.000 nuovi casi di tubercolosi resistente ad antibiotici e che circa 170.000 persone sono morte per questa infezione considerata ormai debellata da anni".

Sin dagli anni '50, gli antibiotici utilizzati nel settore veterinario sono stati un mezzo per il controllo delle malattie infettive negli animali. Questi prodotti hanno importanza fondamentale non solo per il benessere dell'animale, ma anche per garantire la produzione di alimenti non contaminati, soprattutto in contesti legati agli allevamenti intensivi dove il propagarsi di infezioni costituisce un grave problema per la salute dei consumatori e un importante danno economico per i produttori. Spesso, tuttavia, la somministrazione di antibiotici negli allevamenti non avviene per scopi terapeutici, ma è finalizzata ad una crescita più rapida dell'animale.

La promozione della crescita mediata da antibiotici somministrati nel mangime, avviene tramite alterazioni del microbioma intestinale dell'animale, con conseguente migliore digestione e miglior assorbimento metabolico di nutrienti. Questo processo favorisce lo sviluppo dell'antibiotico resistenza negli allevamenti, e attraverso il consumo di prodotti animali, il suo trasferimento dall'animale all'uomo.

Per combattere questa tendenza e per coordinare gli sforzi su scala internazionale, il 6 maggio 2013 la Commissione Europea ha presentato il pacchetto di riforme “Smarter Rules for Safer Foods“. Tra gli obiettivi di questo pacchetto vi è in primis quello di fare della sicurezza alimentare un fattore chiave nella lotta alla resistenza agli antibiotici. In pratica, lo scopo è di regolamentare i controlli, garantendo maggior sorveglianza su alimenti e mangimi.

Inoltre, per permettere controlli serrati e repentini, entra in gioco con un ruolo fondamentale la ricerca biotecnologica. E', infatti, necessaria la continua messa a punto di nuove tecniche e la scoperta di marcatori biologici per la rilevazione dell'uso illecito di antibiotici o ormoni della crescita. Ad esempio, uno studio dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte  ha scoperto un marcatore in grado di identificare la presenza di una specifica proteina nel plasma delle mucche in seguito ad una somministrazione illecita di antibiotico.

La necessità di aumentare i controlli sugli alimenti non riguarda solo i cibi di origine animale, ma anche quelli di origine vegetale. Basti ricordare l'epidemia dovuta a germogli vegetali risultati contaminati con una variante mai identificata prima di Escherichia coli (Escherichia coli Enteroemorragica (Ehec)) che, nel maggio del 2011, ha fatto tremare la Germania in primis e successivamente l'intera Europa. L’epidemia ha coinvolto oltre 3950 persone con 53 decessi, in 13 Paesi guadagnando il secondo posto nella classifica delle intossicazioni alimentari europee dopo la diffusione del morbo della mucca pazza. Questa variante di E. coli risultò particolarmente resistente agli antibiotici, causando nei soggetti infetti Sindrome Emolitico Uremica (SEU) e diarrea emorragica.

"Gli antibiotici sono stati l'arma silenziosa più potente del secolo, vincitori di numerose battaglie contro malattie inguaribili per decenni. Senza antibiotici non sarebbero stati possibili trapianti d’organo, chemioterapie anticancro, terapie intensive e altre procedure mediche. Il nostro errore più grande è stato quello di darli per scontati, o sopravvalutare la loro potenza a lungo termine, e ora, ne stiamo pagando le conseguenze.

Un altro problema che si somma all’inadeguato utilizzo di antibiotici è il disinteresse crescente da parte delle industrie farmaceutiche nell’investire nella ricerca e sviluppo di nuovi farmaci contro le infezioni. Gli antibiotici sono poco redditizi poiché da assumere con cautela e solo per pochi giorni, a differenza, ad esempio di farmaci per curare malattie croniche, per le quali è necessario assumere farmaci per tempi molto lunghi. Sono pochi i governi che si stanno mobilitando per risolvere questo problema, come gli USA. Come riporta la CNN, l’amministrazione del presidente Obama ha deciso di combattere la crescita dell’antibiotico resistenza e delle infezioni anche grazie all'attuazione di un piano quinquennale, per un costo di 1,2 miliardi di dollari.

Prestando grande attenzione nell'acquisto di carni e altri prodotti alimentari certificati provenienti da allevamenti controllati per quanto riguarda l'utilizzo di antibiotici
Lavando con attenzione frutta e verdura, soprattutto se sono consumate crude, in modo da eliminare eventuali batteri contaminanti.




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mercoledì 28 ottobre 2015

L'EFFETTO PLACEBO



Una pillola di zucchero può far guarire quanto una medicina vera: è l’effetto placebo, ed è ben noto a medici e ricercatori. Da decenni, ormai, l’efficacia di un farmaco viene confrontata nelle sperimentazioni cliniche con quella di una pillola finta, per vedere se davvero funziona o se si tratta semplicemente dell'effetto – per niente trascurabile – attribuibile al placebo. Soprattutto in disturbi che hanno una forte componente psicologica, dal mal di testa alla depressione, dalla sindrome del colon irritabile al dolore, si sa che una finta medicina può funzionare molto bene per alcune persone e niente o quasi per altre.
Una nuova analisi sostiene che l’effetto placebo potrebbe essere più o meno potente su ciascuno di noi a seconda delle caratteristiche genetiche. Nella revisione pubblicata sulla rivista Trends in molecular medicine un gruppo di ricercatori ha analizzato le conoscenze attuali in materia di radici genetiche dell’effetto placebo e identificato, sulla base degli studi pubblicati, undici geni che avrebbero un’influenza diretta su quanto rispondiamo a una pillola finta.

«La comprensione del ‘placeboma’ – l’insieme dei geni collegati alle risposte al placebo – apre nuove possibilità per migliorare le reazioni dei pazienti ai trattamenti clinici e farmaceutici e per sviluppare progetti di ricerca sull’analisi delle differenze farmaco-placebo» ha detto Kathryn Hall, della Harvard Medical School, autore dello studio.
Alcune ricerche hanno identificato dei tratti caratteriali che sembrano collegati al fatto di essere un buon "risponditore" al placebo, come l’essere socievoli, estroversi, mentre studi di neuroimmagine hanno identificato le aree del cervello più attive nelle persone in cui l'effetto è più pronunciato.

Studi precedenti hanno anche stabilito che certi sistemi di neurotrasmettitori nel cervello, specialmente quello della dopamina, della serotonina e degli endocannabinoidi, fanno da mediatori biochimici importanti. L'analisi dei ricercatori di Harvard ha esaminato gli studi disponibili su come le variazioni genetiche che influiscono su questi sistemi possano modificare anche la risposta al placebo, identificando undici geni che in maniera più probabile hanno a che fare con i “miglioramenti” alla somministrazione della famosa pillola di zucchero. Per esempio, possedere due copie di una particolare mutazione del gene che codifica per la molecola che scinde il neurotrasmettitore dopamina renderebbe più suscettibili all’effetto placebo.

Resta il problema, una volta accertate, del che cosa fare di queste conoscenze. Gli autori dello studio suggeriscono che, sulla base delle informazioni genetiche, sarebbe possibile selezionare i pazienti arruolati negli studi clinici in modo da escludere quelli su cui la pillola finta ha un forte effetto, oppure fare in modo distribuirli in entrambi i bracci della sperimentazione di un farmaco. In teoria, in futuro, sarebbe possibile mirare meglio le cure per ciascun paziente in base al suo profilo genetico di buon o cattivo “risponditore” al placebo. O sfruttare meglio la componente "placebo" in alcuni tipi di medicine alternative, come l'omeopatia.

Diversi studi hanno indicato che l'effetto placebo è mediato da numerose vie di segnalazione nel cervello, ma finora era stata dimostrata chiaramente soltanto una correlazione fra una maggiore sensibilità all'effetto placebo in situazioni di anestesia locale e una particolare variante (polimorfismo di singolo nucleotide, o SNP) del gene COMT, che produce un enzima, la catecol-O-metiltrasferasi, che interviene nel metabolismo della dopamina e di altre catecolamine.

Nel nuovo studio Kathryn T. Hall e colleghi hanno passato in rassegna la letteratura scientifica sull'argomento riuscendo a identificare almeno altri dieci SNP a carico di altrettanti geni che appaiono coinvolti nell'effetto placebo in molte, differenti situazioni cliniche.

Questa scoperta, osservano i ricercatori, ha potenziali ricadute sia sul piano clinico sia su quello della definizione dei protocolli sperimentali per stabilire l'efficacia dei farmaci. "Una maggiore comprensione dell'effetto placebo attraverso l'identificazione dei geni a cui è legato offre la possibilità di migliorare le risposte dei pazienti alle terapie e di rendere più accurati i test progettati per rilevare le differenze fra farmaco e placebo” ha detto la Hall, che ha anche proposto un nuovo nome per il complesso dei geni e delle variazioni geniche coinvolti nell'effetto placebo : placeboma.

Negli studi clinici di efficacia – in cui a metà dei soggetti arruolati viene somministrato un farmaco e all'altra metà un placebo per poi confrontare le differenze nello stato di salute –  per esempio, bisognerebbe selezionare più attentamente i pazienti, escludendo quelli che probabilmente trarrebbero un beneficio da qualsiasi trattamento. Una soluzione alternativa potrebbe dividere equamente il numero dei “soggetti placebo” fra il gruppo che riceve il farmaco da testare e il gruppo di controllo. O ancora: affiancare a questi due gruppi di soggetti, un terzo gruppo che non riceva alcun trattamento, neppure placebo, in modo da poter correggere in fase di analisi dei dati le distorsioni statistiche indotte dalla presenza di soggetti placebo.

Ma l'esistenza del placeboma pone anche questioni di tipo etico: se i nuovi farmaci fossero sperimentati solo su “soggetti non placebo” – si chiedono i ricercatori – sarebbe poi corretto somministrarli ai soggetti placebo? Prima di prescriverli, il medico dovrebbe richiedere il test sulla propensione genetica del paziente all'effetto placebo? E il paziente dovrebbe potersi rifiutare di sottoporsi a quel test? Il paziente dovrebbe essere avvertito della sua eventuale propensione? E potrebbe rifiutarsi di venirlo a sapere? E infine, e soprattutto: sapere di essere un soggetto placebo può influire sulla risposta all'effetto?

Il termine placebo deriva dal futuro del verbo latino placere, letteralmente "io piacerò". Il termine usa la prima parola dell'Antifona dell'Ufficio dei Defunti: "Placebo Domino in regione vivorum", ovvero "Piacerò al Signore nella terra dei viventi".

L'effetto placebo e i suoi principi di funzionamento sono prevalentemente stati compresi ed interpretati in termini psicologici: il meccanismo alla base è psicosomatico nel senso che il sistema nervoso, in risposta al significato pieno di attese dato alla terapia placebica prescrittagli, induce modificazioni neurovegetative e produce una serie numerosa di endorfine, ormoni, mediatori, capaci di modificare la sua percezione del dolore, i suoi equilibri ormonali, la sua risposta cardiovascolare e la sua reazione immunitaria. In una certa misura possono confondersi con l'effetto placebo anche la guarigione spontanea di un sintomo o di una malattia, così come pure il fenomeno della regressione verso la media. In altre parole il paziente si rivolge al medico "quando proprio non ne può più" e poi i suoi disturbi rientrerebbero comunque nella media. Questo ritorno ai livelli normali del disturbo può essere scambiato per effetto placebo.

Alcuni sostengono che è difficile analizzare il fenomeno del placebo e dell'effetto, poiché in base ai propri modelli culturali si privilegiano ora le caratteristiche del placebo, ora le dinamiche del rapporto medico-paziente, ora l'ipotesi di una determinante personologica; da qui anche la distinzione tra chi risponde al placebo (placebo responders) e chi non è ricettivo all'effetto placebo (non responders). Alcuni autori affermano che ci sono alcuni fondamentali elementi costitutivi dell'effetto placebo: il farmaco placebo o mezzo, l'operatore o terapeuta, la capacità del paziente di rispondere o di essere refrattario al placebo, l'ambiente nel quale si effettua il trattamento.




Negli studi clinici controllati (in cui un farmaco "nuovo" lo si confronta spesso con il placebo per definirne l'efficacia specifica) il dilemma etico è invece se sia corretto usare come confronto il placebo quando esistono già in commercio farmaci di efficacia documentata i quali potrebbero venire essi usati per il confronto con il farmaco nuovo.

Ci sono al riguardo posizioni più radicali negative e altre più conciliative, secondo le quali l'uso del placebo è ammissibile anche in questo caso, ma condicio sine qua non è che:  i soggetti avviati a trattamento con placebo abbiano dato ad hoc un consenso libero e adeguatamente informato e che la non erogazione di un trattamento efficace già disponibile non comporti comunque pericoli o conseguenze gravi.

La determinazione e l'accertamento dei meccanismi d'azione del placebo è complicata dal numero di variabili che intervengono nel determinare l'effetto e ogni studioso tende a privilegiare ora una strada ora un'altra (ad esempio i ricercatori di indirizzo biologico cercano spiegazioni dell'effetto placebo in meccanismi molecolari e neurochimici, così quelli di indirizzo psicologico si rifanno alle teorie psicodinamiche).

È tuttavia plausibile sostenere che nell'effetto placebo entrino in gioco molteplici fattori, tra questi:

fattori biologici (ad es. le endorfine che medierebbero l'effetto antalgico placebo)
suggestione e l'autosuggestione
In definitiva, il placebo, sebbene mal definibile in termini di causazione, può essere inteso come un insieme di fattori extrafarmacologici capaci di indurre modificazioni dei processi, anche biologici, di guarigione intervenendo a livello del sistema psichico: non per nulla molti autori considerano quasi sinonimi i termini placebo e suggestione.

L'effetto placebo è riscontrabile anche in patologie organiche come l'artrite reumatoide, l'osteoartrite o l'ulcera peptica e persino in pazienti sottoposti ad intervento chirurgico. In alcuni interventi di cardiochirurgia, o in artroscopia, o anche attuati in soggetti sofferenti di dolore addominale persistente, sottoposti a precedenti interventi sull'addome per rimuovere le aderenze, la terapia chirurgica fasulla (sham operation) ha prodotto gli stessi benefici di quella vera. Moerman sottolinea come non si tratti solo di un effetto di suggestione ma di una risposta biochimica, ormonale e immunitaria del corpo, in risposta al significato attribuito dal soggetto all'atto terapeutico.

È dimostrato che qualunque terapia medica, comprese quelle complementari alternative, se attuata in un clima di fiducia reciproca tra paziente e terapeuta, anche grazie all'effetto placebo, può apportare benefici al paziente stesso.

Alcuni studi hanno provato a dimostrare che i placebo possono anche avere effetti positivi sulla esperienza soggettiva di un paziente che è consapevole di ricevere un trattamento senza principi attivi, rispetto a un gruppo di pazienti controllato che consapevolmente non ha ottenuto un placebo.

L'effetto placebo non è circoscritto solo ad alcune patologie ma si può manifestare nel corso di terapie sia di malattie mentali che di psicosomatiche e somatiche, potendo coinvolgere quindi ogni sistema o organo del paziente.

Simmetricamente, un atto terapeutico che provochi un effetto negativo su di un sintomo o una malattia indipendentemente dalla sua specifica efficacia viene chiamato nocebo (il futuro del verbo latino nocere, letteralmente "nuocerò"). Può essere spesso ricondotto ad un atteggiamento ansiogeno da parte del medico o, più in generale, ad un rapporto medico-paziente impostato in modo non corretto. D'altra parte è necessario considerare la componente "nocebo" in una terapia farmacologicamente attiva e validamente testata, qualora ci si trovi in presenza di effetto psicosomatico negativo dovuto a scarsa fiducia nel farmaco o nel medico curante.



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mercoledì 21 ottobre 2015

LA PILLOLA ROSA



Dopo il Viagra, il farmaco che risolve i problemi di erezione, dal 17 ottobre negli Usa sarà possibile acquistare Addyi, che aumenta il desiderio sessuale nelle donne. E’ stato approvato dalla Food and drug administration (Fda), l’agenzia responsabile per dare il via libera alla commercializzazione dei farmaci negli Stati Uniti. Si tratta della prima pillola per dedicata al piacere femminile e sarà commercializzata, su prescrizione. Una decisione accolta con favore anche dal New York Times che l’ha definita come una vittoria della campagna di lobbying. In questi mesi, infatti, gli attivisti avevano accusato la Fda di ignorare i bisogni sessuali delle donne.

Il tanto atteso via libera è arrivato solo dopo diversi anni e la grande campagna mediatica portata avanti dagli attivisti di Even the score, che si sono battuti per il diritto al piacere femminile.

Cindy Whitehead, Ceo della Sprouts Frarmaceuticals, ha precisato che la pillola Addyi batte anche un record importante: è il primo medicinale approvato per trattare l’assenza o il calo del desiderio femminile. Ma attenzione, a differenza del Viagra e delle altre pillole maschili, che risolvono i problemi di erezione, punta a stimolare solamente il piacere. “E’ il più grande cambiamento per la salute sessuale delle donne dalla scoperta della pillola contraccettiva“, ha dichiarato Sally Greenberg, direttore esecutivo di National consumers league.

Per alcuni la pillola rosa sarebbe minimamente efficace e sarebbe stata la pressione delle attiviste a spingere la Fda a cambiare parere, che precedentemente l’aveva già bloccata per ben due volte. Anche se in verità, già a giugno un panel di esperti ne aveva raccomandato l’approvazione (con 18 voti favorevoli e 6 contrari), descrivendo eventuali precauzioni da prendere per limitare rischi e pericoli di abuso.

Il prodotto potrebbe causare, infatti, diversi effetti collaterali come: pressione bassa, svenimenti, nausea e sonnolenza. A margine dell’annuncio del via libera a Addyi, Janet Woodcock della Fda ha spiegato che l’agenzia è impegnata “nel sostenere lo sviluppo di trattamenti sicuri ed efficaci per le disfunzioni sessuali femminili”. Il foglietto illustrativo del “viagra rosa” avverte che il farmaco non deve essere usato insieme all’alcool, per il rischio di pressione bassa e perdita di conoscenza, né dev’essere assunto con altre medicine e da pazienti con problemi al fegato. Inoltre la pillola del desiderio può essere prescritta solamente da medici e farmacisti che abbiano superato un test sul medicinale. La Fda ha specificato che il medicinale è per le donne in cui il calo o la mancanza di libido causa stress o difficoltà interpersonali. Inoltre l’agenzia ha aggiunto che la terapia, dopo otto settimane senza miglioramenti, andrebbe interrotta.



“Penso che questo farmaco cambierà anche il dialogo con il proprio medico“, ha detto Lauren Streicher, ginecologa della Northwestern University al New York Times. Sarebbe un effetto simile a quello ottenuto nel 1998 dopo l’approvazione del Viagra. Per Leonore Tiefer, sessuologa della New York University School of Medicine, invece, la pillola rosa “creerà più problemi che benefici”.

In Italia, Paola Ricci Sindoni, presidente dell’associazione di ispirazione cristiana Scienza & Vita ha detto: “Non ci vedo un problema di etica, dentro questo tema. Se il viagra è ritenuto utile o necessario per un uomo, perché non può essere ritenuto utile o necessario anche per una donna?”. Ricci Sindoni, sottolinea sulla pillola rosa: “Non ha alcun effetto contraccettivo, ma semplicemente interviene sulla libido femminile”.

Per evitare, dopo una prima fase di grande attesa, il pericolo di abuso, l’azienda produttrice Sprout ha deciso di non pubblicizzare Addyi su radio e tv per 18 mesi. E le caratteristiche del farmaco saranno prima illustrate, secondo le previsioni della azienda, a oltre 30mila medici – per lo più ginecologi – psichiatri e medici di medicina generale da circa 200 informatori formati. Il prezzo della pillola rosa non è stato ancora stabilito, da quanto emerso, dovrebbe essere pari a quello di un mese di terapia fatta con prodotti contro la disfunzione erettile.

Il foglietto illustrativo del "viagra rosa" ha un boxed warning in cui si avverte che il farmaco non deve essere usato insieme all’alcol, per il rischio di pressione bassa e perdita di conoscenza. Non va usato, inoltre, insieme ad alcune altre medicine e in pazienti con problemi al fegato. La pillola del desiderio può essere prescritta o dispensata solo da medici e farmacisti che abbiano superato un test sul medicinale.

Dopo il via libera in Usa alla pillola per il desiderio femminile, la grande domanda è quante donne finiranno per provare il 'viagra rosa'. Se circa il 10% - secondo alcuni studi - soffre di disordini del desiderio sessuale, la Food and Drug Administration (Fda) specifica che il medicinale è approvato per le donne in cui il calo (o la mancanza) di libido causa stress o difficoltà interpersonali, e non è il risultato di malattie, problemi nella relazione o effetto di altri farmaci.

Inoltre dopo otto settimane senza miglioramenti, la terapia - che fra i possibili effetti collaterali presenta calo di pressione e perdita di conoscenza - andrebbe interrotta. Per Lauren Streicher, ginecologa della Northwestern University, c'è grande interesse per il farmaco da parte delle sue pazienti. «Penso che questo cambierà anche il dialogo con il proprio medico», spingendo le donne a parlare più liberamente dei propri problemi sessuali, spiega l'esperta al 'New York Times', con un effetto simile a quello ottenuto nel '98 dopo l'ok del Viagra per lui.

Ma per Leonore Tiefer, sessuologa della New York University School of Medicine, la pillola «creerà più problemi che» benefici.

La compagnia, ha spiegato il Ceo di Sprout Frarmaceuticals, Cindy Whitehead (che ha acquistato il flibanserin da Boehringer Ingelhaim, dopo il primo no della Fda all'immissione in commercio), si concentrerà sui medici, non sui consumatori.

Circa 200 informatori raggiungeranno 30 mila medici, per lo più ginecologi, ma anche psichiatri e medici di medicina generale, per illustrare le caratteristiche del farmaco. L'esatto prezzo della 'pillola del desiderio' non è stato ancora deciso, ma dovrebbe essere più o meno equivalente a quello di un mese di terapia con i prodotti contro la disfunzione erettile. Il medicinale è approvato per le donne in premenopausa.

E ora la stessa Whithead ha ammesso l'interesse nel capire se il prodotto potrebbe funzionare anche nell'uomo. Ma la priorità di Sprout al momento è ottenere l'ok anche nelle donne in post-menopausa e sui mercati stranieri.







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