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mercoledì 15 febbraio 2017

LA FEBBRE DEL LABBRO



In Italia una persona su tre dichiara di avere sofferto almeno una volta nella vita di questo fastidioso problema ed il 15% degli adulti dichiara di avere avuto una recidiva erpetica nell’ultimo anno.

L’herpes labiale, conosciuto anche come “febbre sorda” o “febbre delle labbra” è causato dal virus Herpes Simplex di tipo 1; un virus a doppia elica della grandezza di 150 nanometri, che non scompare dopo la prima manifestazione, ma causa un’infezione latente, nascondendosi nei gangli nervosi, dove non può essere attaccato dagli anticorpi circolanti nel sangue (per questo è impossibile da eliminare). Le cause che portano ad una nuova attivazione, facendolo uscire dal suo nascondiglio per raggiungere nuovamente la superficie muco-cutanea dove si moltiplica, causando la comparsa dell’herpes, non sono ancora chiare.
Tra le più probabili cause: raggi solari, in particolare UVB ma anche i raggi UV sintetici (solarium), raffreddore, febbre, problemi psichici e nervosi (es. stress lavorativo o eccesso emotivo), fatica (es. dopo un cambiamento di orari o jet lag al ritorno delle vacanze), freddo, scottature in particolare a livello della bocca (dopo un’esposizione al sole e la comparsa di vesciche), un indebolimento del sistema immunitario (es,. in caso di forte affaticamento o di malattie che coinvolgono il sistema immunitario come l’AIDS), le variazioni ormonali legate al ciclo mestruale e alla gravidanza, gli interventi chirurgici, l’assunzione di particolari tipi di cibo.

Nella fase prodomica il soggetto può avvertire dei sintomi specifici come pizzicore, prurito, bruciore e dolore. Questa fase dura da poche ore ad un giorno e si è già potenzialmente contagiosi, anche se non si sono formate le vescicole. In seguito si verifica la fase delle vescicole (che possono diventare grandi dai 2 ai 5 mm, ripiene di liquido giallognolo) poi arriva la fase ulcerosa, in cui le pustole scoppiano e confluiscono a formare un’unica grande ulcera dolente di colore grigio (il liquido che fuoriesce è ancora molto contagioso), la fase della crosta dura, in cui la crosta molle già formatasi diventa via via più dura ed assume un colore rosso scuro. In questa fase il soggetto può lamentare prurito e dolore dovuto al sanguinamento della crosta. A questo punto, egli non è più contagioso.



La trasmissione avviene con il contatto con il siero presente nelle vescicole: basta un bacio oppure lo scambio immediato di bicchieri, posate o tovaglioli, asciugamani, rossetti, spazzolini da denti. Attenti anche a toccare la parte infetta con le mani: vanno lavate subito, perché esiste la possibilità di autoinfettarsi, trasmettendo il virus da un punto all’altro del proprio corpo (per esempio dalle labbra agli occhi o ai genitali).

L’herpes labiale guarisce nella maggior parte dei casi da solo; tuttavia, per facilitarne la guargione, può essere utile ricorrere a specifiche pomate antivirali, solitamente a base di aciclovir, valaciclovir, famciclovir, che vengono stese sulla zona del labbro colpita dalla febbre, più volte al giorno fin dall’inizio della manifestazione. Nei casi più resistenti, il medico può prescrivere farmaci antivirali per bocca. Tra i rimedi per l’herpes labiale si sono diffusi patch, ossia cerottini da applicare sulla zona infetta, contenenti principi attivi antivirali che, applicati sull’eruzione, contrastano i sintomi e facilitano la guarigione, creando allo stesso tempo un ambiente protetto dagli agenti esterni. In questo modo si elimina il rischio di autoinfezione e di sovrainfezioni batteriche della lesione, aiutando a nascondere le antiestetiche vescicole. In farmacia è disponibile un piccolo apparecchio a forma di stick per labbra che combatte l’herpes labiale utilizzando calore concentrato.




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IL COLPO DELLA STREGA



Nell’anno 1621 in Svezia, nella città di Leonberg una signora di 73 anni, di nome Katharine, fu condannata per stregoneria con ben 49 persone che testimoniavano la sua colpevolezza. Tra questi, c’era un uomo che accusava la donna di aver fatto ammalare la moglie di un vicino di casa, un altro diceva che la donna avrebbe cercato di acquistare il cranio di un signore per utilizzarlo come calice o ornamento domestico, ed ancora, di aver fatto un malocchio ad una persona causandole un grave malore, la donna veniva accusata di aver compiuto studi sull’astrologia, ma ciò che portò la donna al rogo fu un determinato avvenimento.

Katherine passeggiando per le strade del paese incontrò una bambina di dodici anni che portava mattoni bollenti tra le braccia, destinati al forno di una osteria, la piccola era affaticata e sofferente ed a malapena si reggeva in piedi. Per sbaglio Katherine urtò la bambina, che subì un colpo al braccio, il cui dolore peggiorò nei giorni seguenti, irradiandosi anche lungo la schiena. La bambina accusò la vecchia dicendo che era stata lei, colpendola, a dargli quel dolore.

A quei tempi, le donne portavano tra le braccia, o sulle spalle, dei pesi superiori a quelli che potevano realmente sopportare, i pesi per di più erano spesso roventi o spigolosi, e spesso facevano vacillare le donne da una parte all’altra, facendole sbandare e quindi finire su altri passanti. Questi enormi sforzi causavano dolori alla schiena e alle braccia, ma l’ignoranza di quel tempo, faceva pensare subito a una maledizione di qualche strega. Infatti i dolori delle bambina ovviamente non erano stati causati da una qualche magia della vecchietta, ma semplicemente da un affaticamento della schiena. Questo però allora non veniva nemmeno considerato, e quindi Katherine andò al rogo, come tante altre donne di quel tempo che sfortunatamente non avevano la simpatia della gente.

Un'altra leggenda narra che le streghe, sotto sembianze di bellissime donne, facevano invaghire gli uomini e nel momento del baciamano mandavano a questi sfortunati una maledizione che li bloccava in posizione china.



Il colpo della strega è un episodio di lombalgia acuta che si manifesta con un dolore particolarmente intenso localizzato nella bassa schiena. Il soggetto che ne viene colpito lamenta un senso di estrema rigidità lungo tutta la muscolatura lombare. Proprio a causa di questo forte senso di compressione l'individuo tende a rimanere nella posizione in cui ha avvertito il colpo, ricercando il punto di appoggio più vicino.
I muscoli dolenti ed eccessivamente contratti riescono in questo modo a distendersi gradualmente fino a consentire dopo qualche ora la ripresa dei primi movimenti.
Alcune persone ignare del pericolo che tale gesto potrebbe creare, invece di ricercare le condizioni di massima immobilità per riposare la muscolatura, tendono a rialzarsi immediatamente con un movimento piuttosto brusco. Questo approccio è ovviamente sconsigliato, in quanto potrebbe causare ulteriori lesioni sia a livello muscolare che osteoarticolare. Il colpo della strega è un trauma secco ed improvviso che si risolve nel giro di 2 o 3 giorni ma che richiede poi un periodo ben più lungo per la scomparsa completa del dolore.
Il più delle volte insorge a causa di movimenti insoliti, forzati, troppo intensi o mal controllati.




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giovedì 25 agosto 2016

NON sento CALDO, NON sento FREDDO



Esistono, ma sono persone colpite da una rarissima malattia ereditaria che impedisce al sistema nervoso di formarsi completamente e al corpo di percepire gli stimoli del dolore e della temperatura. Si chiama disautonomia familiare di quarto tipo e ne sono stati accertati circa 300 casi nel mondo. I sintomi compaiono subito dopo la nascita: quando la temperatura esterna supera i 25 gradi, il bambino sviluppa febbre altissima che porta a svenimenti e convulsioni, e quando spuntano i primi denti, si procura lesioni mordendosi involontariamente e ripetutamente la lingua. Il bambino affetto da questa malattia non potrà mai sentire né dolore, né caldo, né freddo: di conseguenza, non sarà mai avvertito dei pericoli che corre il suo corpo in ogni azione quotidiana.

Diagnosticata in età precoce, questa malattia comporta evidenti difficoltà da parte del soggetto di regolare i propri comportamenti e può portare il soggetto a contrarre traumi o malattie che vengono però riconosciuti con difficoltà a causa proprio della mancanza di dolore. Il soggetto deve essere sottoposto a particolari cure e attenzioni per evitare ferite interne che degenerino fino alla morte senza possibilità di intervenire. Il sistema nervoso è privo di nervi sensoriali, per questo non sente né il caldo né il freddo, ma comunque il soggetto possiede tutto il resto del sistema nervoso e può camminare e svolgere qualsiasi attività.

L'insensibilità congenita al dolore con anidrosi può essere scambiata per la lebbra, sulla base dei sintomi simili di gravi lesioni alle mani e piedi.

La CIPA è causata da una mutazione genetica che impedisce la formazione delle cellule nervose che sono responsabili della trasmissione dei segnali di dolore, caldo e freddo al cervello. La malattia è autosomica recessiva. Non sembra avere alcuna particolare distribuzione etnica, anche se è più diffusa in culture in cui il meticciato è una pratica accettata. L'ipertermia uccide più della metà di tutti i bambini con CIPA prima dei 3 anni.

La mutazione genetica è nel gene che codifica il recettore tirosin chinasico neurotrofico (gene NTRK1). NTRK1 è un recettore per il nerve growth factor (NGF o fattore di crescita nervosa). Questa proteina induce la formazione di assoni e dendriti e promuove la sopravvivenza dei neuroni embrionali sensoriali e simpatici. La mutazione dell'NTRK1 non consente di legare NGF correttamente e può causare difetti nello sviluppo.



I trattamenti suggeriti per il CIPA non sempre funzionano, però, vi sono alcuni casi in cui naloxone può essere usato come trattamento. Il naloxone è una sostanza chimica che agisce all'interno del sistema nervoso.

La maggior parte dei bambini affetti da questo disturbo non vive oltre i 3 anni di età e raramente passano i 25 anni. La ragione della breve vita è spesso legata all'incapacità del malato di sudare, e ciò porta a ipertermia, alla quale i bambini sono particolarmente sensibili. I segni vitali devono essere strettamente monitorati poiché i pazienti non sono generalmente in grado di avvertire qualcosa che non va.




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sabato 9 luglio 2016

LE ADERENZE ADDOMINALI



Le aderenze addominali sono zone di tessuto che si formano tra i tessuti e gli organi addominali; normalmente i tessuti e gli organi interni hanno una superficie scivolosa, che permette loro di muoversi facilmente seguendo i movimenti del corpo, le aderenze fanno invece incollare i tessuti e gli organi tra loro.

Di solito le aderenze non provocano sintomi né problemi, però in alcuni casi possono causare dolore addominale o pelvico cronico; le aderenze inoltre sono una delle cause principali delle ostruzioni intestinali e dell’infertilità femminile.

La causa più frequente delle aderenze addominali sono gli interventi chirurgici: quasi tutti i pazienti che si sottopongono a un intervento nella zona addominale soffriranno di aderenze, tuttavia il rischio è maggiore in seguito ad interventi sulla parte bassa dell’addome e sulla zona pelvica (ad esempio gli interventi all’intestino e gli interventi ginecologici).

Con l’andare del tempo le aderenze possono ingrandirsi e indurirsi, causando problemi anche ad anni di distanza dall’operazione.

Tra le cause chirurgiche delle aderenze addominali:
incisioni dei tessuti, soprattutto quelli degli organi interni,
manipolazione degli organi interni,
asciugamento dei tessuti e degli organi interni,
contatto dei tessuti interni con corpi estranei, come garze, guanti chirurgici e punti di sutura,
sangue o coaguli non perfettamente puliti durante l’intervento.
Tra le cause meno frequenti delle aderenze addominali ricordiamo l’infiammazione dovuta a cause non collegate all’intervento chirurgico; ad esempio:
appendicite, e in particolare rottura dell’appendice,
radioterapia,
infezioni ginecologiche,
infezioni addominali.
In rari casi le aderenze addominali si formano senza un motivo apparente.

Nella maggior parte dei casi le aderenze addominali sono asintomatiche, ma il sintomo più frequente è il dolore addominale o pelvico cronico, che spesso assomiglia a quello provocato da altri disturbi come l’appendicite, l’endometriosi e la diverticolite.

Le aderenze intestinali possono spostare l’intestino od esercitare pressione su di esso, causando un’ostruzione intestinale. L’ostruzione intestinale impedisce completamente o parzialmente il movimento degli alimenti o delle feci nell’intestino, è una situazione pericolosissima per la quale è necessario ricorrere immediatamente al medico e spesso anche all’intervento chirurgico.

Tra i sintomi dell’ostruzione intestinale:
dolore o crampi addominali severi,
vomito,
sensazione di gonfiore o di “aria ferma” nella pancia,
pancia che brontola,
gonfiore addominale,
costipazione.
Chi soffre di questi sintomi dovrebbe rivolgersi immediatamente al medico.

Le aderenze intestinali causano l’infertilità femminile perché impediscono agli ovuli fecondati di raggiungere l’utero, dove dovrebbe svilupparsi il feto. Le aderenze possono far torcere o spostare le tube (i tubicini che permettono il passaggio degli ovuli dall’ovaio, dove vengono conservati, all’utero).

Per diagnosticare le aderenze purtroppo non esiste alcun esame specifico: le aderenze, infatti, non possono essere diagnosticate con gli esami tradizionali come le radiografie o le ecografie.

Nella maggior parte dei casi vengono scoperte durante l’intervento chirurgico; le ostruzioni intestinali, tuttavia, possono essere diagnosticate con le radiografie.

La maggior parte delle aderenze addominali non causa alcun problema e quindi non richiede alcuna terapia.

L’intervento chirurgico attualmente è l’unico modo per eliminare le aderenze che provocano dolore, ostruzioni intestinali o problemi di fertilità, però fa aumentare il rischio di formazione di nuove aderenze e quindi dovrebbe essere evitato a meno di assoluta necessità.

Per l’ostruzione intestinale completa normalmente è necessario un intervento chirurgico d’urgenza; l’ostruzione parziale, in alcuni casi, può essere alleviata ricorrendo a una dieta liquida o povera di scorie. La dieta povera di scorie è povera di latte e derivati e fibre, e composta principalmente da alimenti facilmente digeribili.

È molto difficile prevenire le aderenze addominali, tuttavia alcune tecniche chirurgiche sono in grado di minimizzare il rischio.

La laparoscopia è una tecnica chirurgica che evita di praticare incisioni vistose sull’addome, l’addome viene gonfiato con un gas, mentre gli strumenti chirurgici e la videocamera vengono inseriti attraverso alcune piccole incisioni. Il gas serve per gonfiare l’addome e per aumentare lo spazio di manovra del chirurgo.

Se invece si deve procedere con un intervento tradizionale, alla fine dell’operazione può essere inserita una sorta di pellicola tra gli organi oppure tra gli organi interni e l’incisione addominale. La pellicola, simile alla carta oleata, verrà riassorbita dall’organismo nel giro di una settimana.

Per diminuire il rischio di aderenze durante gli interventi chirurgici è anche possibile:
usare guanti senza amido né lattice,
maneggiare con prudenza i tessuti e gli organi,
diminuire la durata dell’intervento,
non permettere ai tessuti di disseccarsi.

Le aderenze sono il risultato di normali processi di riparazione dei tessuti a seguito di un trauma meccanico, di processi infettivi, infiammatori che portano alla formazione di fibrina nell’area della lesione e quindi ad una reazione cicatriziale massiva di tessuto fibroso. Questa reazione porta all’accollamento dei tessuti e di alcuni organi pelvici tra loro come intestino, utero, ovaie, tube, retto ed altro.

Tra i fattori infiammatori che possono creare aderenze gioca un ruolo molto importante l’endometriosi. Questa è una malattia endocrina, su base infiammatoria, dovuta alla presenza di tessuto endometriale, cioè della mucosa che generalmente ricopre l'interno dell'utero, in zone diverse dalla cavità uterina. Lo stesso problema si definisce adenomiosi se il tessuto endometriale si ritrova nello spessore del muscolo uterino.

Al di fuori dell’utero colpisce le ovaie sotto forma di cisti, mentre provoca nell’intestino, nella vescica, nelle tube e nel peritoneo noduli bluastri, lesioni rosse (red flame) o anche lesioni madreperlacee quasi invisibili.

Questo accade perché una parte dell’endometrio (lo strato interno dell’utero) durante la mestruazione passa attraverso le tube e va in addome dove invece di riassorbirsi si solidifica formando come dei gettoni che sanguinano ad ogni ciclo (come succede all’endometrio) e danneggiano i tessuti così da formare aderenze, dolore pelvico e sterilità.



Queste aderenze alterano la posizione di alcuni organi pelvici ed in particolare delle tube che possono essere distorte o anche strozzate lungo il loro decorso. Ciò può impedire agli spermatozoi ed agli ovociti di muoversi e quindi di incontrarsi all’interno delle tube. In effetti si calcola che il 40% dei casi di sterilità sia dovuto proprio alla presenza di aderenze pelviche.

L’endometriosi in particolare può causare infertilità anche perché l’endometrio, che passa attraverso le tube ad ogni mestruazione, essendo ricco di sostanze infiammatorie, può alterare la funzionalità delle ciglia interne alla tuba e quindi bloccare il trasporto degli ovociti o anche creare delle vere e proprie reazioni cicatriziali che occludono le tube.

La Sindrome di Asherman, o aderenze intrauterine o sinechie, è una patologia intrauterina acquisita, caratterizzata dalla formazione di aderenze (tessuto cicatriziale) nell’utero. In molti casi le pareti anteriore e posteriore dell’utero si accollano l’una all’altra. In altri casi le aderenze si formano solo in una piccola parte dell’utero. L’estensione delle aderenze determina se il caso è lieve, moderato o grave. Le aderenze possono essere sottili o spesse, possono essere localizzate solo in alcune zone o possono essere confluenti. Sono generalmente non vascolarizzate, un elemento importante che aiuta nel trattamento.

La maggior parte delle pazienti con la Sindrome di Asherman hanno mestruazioni molto scarse o assenti (amenorrea) ma altre hanno cicli normali. Alcune pazienti non hanno mestruazioni ma avvertono dolori ogni mese in corrispondenza del periodo in cui il loro ciclo dovrebbe normalmente arrivare. Il dolore potrebbe indicare che la mestruazione sta avvenendo ma che il ciclo è impossibilitato ad uscire a causa delle aderenze che bloccano la cervice. Anche poliabortività e infertilità potrebbero essere considerati come altri sintomi.
La Sindrome di Asherman si verifica quando un trauma all’endometrio impedisce il normale processo di risanamento facendo sì che le aree danneggiate si fondano insieme. Generalmente le aderenze intrauterine ricorrono dopo una revisione strumentale della cavità uterina (raschiamento) effettuata a causa di un aborto ritenuto o incompleto o a causa di una ritenzione placentare, con o senza emorragia dopo un parto, o a seguito di un aborto elettivo. Le revisioni legate ad una gravidanza costituiscono il 90% dei casi di Asherman. A volte le aderenze si formano a seguito di altri tipi di interventi chirurgici all’utero come un taglio cesareo, interventi per rimuovere fibromi o polipi, o nei paesi in via di sviluppo, come risultato di infezioni come una tubercolosi genitale e schistosomia. Il rischio di sviluppare l’Asherman da una revisione è del 25% se effettuato tra la seconda e la quarta settimana post parto. Allo stesso modo le revisioni portano a sviluppare l’Asherman nel 30,9% delle procedure effettuate per aborto ritenuto e nel 6,4% per aborto incompleto. Il rischio di sviluppare l’Aherman è maggiore in rapporto al numero di revisioni effettuate; dopo una sola revisione il rischio è il 16% mentre dopo 3 o più revisioni il rischio sale al 32%. Ogni caso di Sindrome di Asherman è diverso dagli altri e la causa deve quindi essere determinata su base individuale. In alcuni casi, l’Asherman potrebbe essere stato causato da una revisione troppo aggressiva. Tuttavia si considera che questo spesso non sia il caso. La placenta potrebbe essersi attaccata in maniera molto profonda all’endometrio oppure potrebbe esserci stata un’attività fibrotica dei prodotti ritenuti del concepimento, in entrambi i casi potrebbe essere difficile rimuovere i tessuti ritenuti senza causare danni allo strato basale dell’endometrio.

Esiste una variante della Sindrome di Asherman molto più difficile da trattare. Si tratta della cosiddetta “unstuck Asherman” o sclerosi endometriale. In questa situazione, che potrebbe coesistere con la presenza di aderenze, le pareti dell’utero non aderiscono tra loro ma purtroppo l’endometrio è stato denudato. Sebbene una revisione possa causare questa condizione, ciò avviene generalmente dopo un intervento chirurgico all’utero, come una miectomia. In questi casi l’endometrio, o comunque il suo strato basale, è stato rimosso o distrutto.

Si ritiene che i casi Sindrome di Asherman siano sottostimati a causa della quasi impossibilità di diagnosticarla con le più comuni procedure come l’esame ecografico. Si stima che questa condizione affligga 1,5% delle donne che si sottopongono ad isterosalpingografia, tra il 5 e il 39% delle donne con aborti ricorrenti, e fino al 40% delle pazienti che sono state sottoposte a revisione a causa della ritenzione di prodotti del concepimento a seguito di un parto o di un aborto incompleto.

L’isteroscopia, con la diretta visualizzazione dell’utero, rappresenta il metodo più affidabile di diagnosi. Altri metodi sono la sonoisterografia (SIS) e l’isterosalpingografia (ISG).

Idealmente la prevenzione sarebbe la miglior soluzione. E’ stato suggerito sin dal 1993  che l’incidenza delle aderenze intrauterine IUA potrebbe essere più bassa utilizzando lo svuotamento medico dell’utero, evitando così l’utilizzo di strumenti all’interno dell’utero. Oggi, uno studio supporta questo idea, mostrando che le donne trattate per aborto ritenuto con misoprostol non sviluppano aderenze, mentre il 7,7% di quelle sottoposte a revisione sviluppano IUA. Il vantaggio è che può essere usato per lo svuotamento non solo a seguito di aborti, ma anche a seguito di una nascita in caso di placenta ritenuta o di emorragia. In alternativa, la revisione potrebbe essere eseguita sotto controllo ecografico piuttosto che alla cieca. Ciò consentirebbe al chirurgo di smettere di raschiare l’endometrio quando tutti i tessuti ritenuti sono stati rimossi evitando danni. Il monitoraggio precoce della gravidanza per identificare aborti può prevenire lo sviluppo di, o se del caso evitare la ricorrenza, dell’Asherman, visto che più lungo è il periodo che intercorre tra la morte fetale e la revisione e maggiore è il rischio che si sviluppino aderenze. Quindi lo svuotamento immediato a seguito della morte fetale potrebbe prevenire le IUA. Non ci sono prove che suggeriscano che la revisione con isterosuzione possa avere minori probabilità di far sviluppare l’Asherman rispetto alla revisione tradizionale con currette. Sono stati riportati casi di Asherman anche a seguito di suzione-aspirazione manuale e il tasso di casi di Asherman non è sceso dallì’introduzione della revisione con isterosuzione.

La Sindrome di Asherman dovrebbe essere trattata per via isteroscopica (a volte assistita per via laparoscopica) da parte di un chirurgo molto esperto. I pochi chirurghi sufficientemente esperti da trattare i casi gravi di Sindrome di Asherman raccomandano di evitare l’uso di fonti di energia all’interno dell’utero (ciò significa che la rimozione delle aderenze dovrebbe avvenire con l’uso di forbici piuttosto che con strumenti che generano energia come resettoscopi e lasers, sebbene non tutti i chirurghi siano d’accordo su questo). Le aderenze hanno la tendenza a riformarsi specie nei casi più gravi. Esistono diversi metodi per prevenire la riformazione di aderenze dopo un intervento correttivo per la Sindrome di Asherman. Molti chirurghi prescrivono una supplementazione di estrogeni per stimolare il risanamento dell’utero e la crescita dell’endometrio e inseriscono un dispositivo per prevenire il contatto tra le pareti dell’utero nell’immediata fase post-operatoria di recupero. Altri chirurghi raccomandano isteroscopie ambulatoriali con cadenza settimanale dopo l’intervento principale per rimuovere ogni nuova aderenza che si formi dopo l’intervento principale. Al momento non esistono studi che confermino quale metodo di trattamento abbia maggiori probabilità di avere successo, cioè di fare rimanere l’utero o la cervice libera da aderenze e ripristinare la fertilità.


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mercoledì 15 giugno 2016

I PIEDI PIATTI


Piede piatto è un paramorfismo in cui risultano alterati i rapporti anatomici del piede, caratterizzata dalla riduzione dell'arco plantare e dal conseguente aumento della superficie d'appoggio della pianta del piede.

I piedi piatti sono molto diffusi e normalmente non causano problemi. In alcuni casi l’arco plantare non si sviluppa correttamente durante l’infanzia, in altri il piede può appiattirsi dopo un trauma o a causa dell’usura dovuta all’invecchiamento.

Questo disturbo può contribuire ai problemi delle caviglie e delle ginocchia, perché altera l’allineamento corretto delle gambe, ma se il paziente non prova dolore, per il piede piatto non è necessaria alcuna terapia.

È normale che i bambini e i neonati abbiano i piedi piatti, perché l’arco plantare non si è ancora sviluppato. Nella maggior parte dei casi l’arco plantare si sviluppa durante l’infanzia, ma in alcune persone non si sviluppa: il piede piatto è quindi una normale variazione della forma del piede e quindi chi ha i piedi piatti può anche non avere problemi.

L’arco plantare, inoltre, può appiattirsi con il passare del tempo. Anni di usura possono indebolire il tendine che si trova all’interno della caviglia e che serve da supporto all’arco.

Tra i fattori che fanno aumentare il rischio di avere i piedi piatti ricordiamo:
obesità
traumi al piede o alla caviglia
artrite reumatoide
invecchiamento

La maggior parte delle persone con i piedi piatti non lamenta alcun sintomo. Alcune, però, hanno male ai piedi, in particolare nella zona del tallone o dell’arco plantare. L’interno della caviglia si può inoltre gonfiare.

Il piede fornisce la base d'appoggio a tutto il corpo consentendo di scaricare il peso al suolo e svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento dell'equilibrio.

In condizioni normali, la superficie d'appoggio del piede non è costituita dall'intera superficie plantare, ma si localizza elettivamente in corrispondenza di tre punti:
testa del primo metatarso
teste del quarto e quinto metatarso
tuberosità calcaneare.
La congiunzione di questi tre punti costituisce le cosiddette volte o archi plantari: una trasversale (anteriore), due longitudinali (mediale e laterale). La volta plantare mediale è formata dal calcagno, dall'astragalo, dallo scafoide, dai tre cuneiformi e dai primi tre metatarsi. La curvatura della volta plantare mediale è sostenuta dalla fascia plantare e dai legamenti plantari, con il supporto dinamico dei tendini del tibiale posteriore e del peroneo lungo, che per la loro funzione vengono detti appunto muscoli cavizzanti del piede.

L'appiattimento di questa volta longitudinale mediale può essere dovuta al cedimento di una o più delle strutture citate e determina un'anomalia nella distribuzione del peso, con conseguente alterazione dei rapporti tra le varie componenti ossee e lo sviluppo di fenomeni degenerativi e dolorosi.

Il collasso della volta plantare può essere dovuto a situazioni congenite (piede piatto del bambino) e acquisite (piede piatto dell'adulto). Queste ultime, talvolta insidiose e non sempre facilmente diagnosticabili, andrebbero individuate tempestivamente per evitare l'insorgenza nel tempo di artrosi dolorosa del piede mediante la correzione chirurgica.



Spesso asintomatico e pertanto sottovalutato, il piede piatto viene diagnosticato solo quando il difetto della postura o del movimento provoca dolore.

La forma d'impronta che il piede lascia sul terreno definisce il tipo di piattismo. Con un apposito podogramma, a seguito di un esame baropodometrico, si rileva e si analizza l'impronta definendo piede piatto un piede che ha una superficie d'appoggio dell'istmo maggiore di 1/3 della superficie d'appoggio del tallone anteriore.

Questa definizione però è solo statica e limitativa e non tiene conto del fatto che ci sono piedi più tonici che hanno lo stesso grado di valgismo calcaneare pur presentando un istmo pressoché normale; è il caso del piede cavo o piede cavo-valgo.

Un semplice metodo per effettuare un'autodiagnosi consiste nel bagnare i propri piedi immergendoli in una bacinella d'acqua per poi metterli su di una superficie liscia ed asciutta (del cemento, o anche della carta) in modo da lasciare l'impronta della propria pianta del piede. La prova risulta ancora più accurata se viene utilizzato borotalco o similare. La distinzione tra un piede piatto "morfologico" e un piede piatto "funzionale" non può essere fatta sulla base della sola immagine podografica.

In linea di massima si distinguono due forme cliniche di piede piatto nel bambino: una, che viene definita piede lasso infantile, dipende dal fatto che lo sviluppo muscolare del piede non coincide con l'età del bambino. In questi casi, l'utilizzo di plantari e una appropriata fisioterapia contribuiscono a ripristinare i normali rapporti anatomici e a recuperare la corretta fisiologia del piede. La seconda, detta piede piatto genetico evolutivo, è una deformità che tende a progredire e a divenire nel tempo invalidante; si accompagna a valgismo del calcagno (il calcagno cioè si porta verso l'esterno) e/o allo scivolamento mediale dell'arco interno (il piede tende a scivolare verso l'interno nella sua parte dorsale e centrale) con medializzazione dell'astragalo. In questo secondo caso il trattamento è solo chirurgico.

Una valutazione del piede si può fare intorno ai tre-quattro anni: se in famiglia sono presenti altri casi di piede piatto, è necessario valutare il bambino con maggiore attenzione perché si potrebbe essere di fronte alla seconda forma.

Ci sono poi forme di piattismo "funzionale", secondarie ad altre anomalie: obesità e sovrappeso, debolezza muscolare, malattie neurologiche, abitudini posturali errate, calzature inadeguate.

La prevalenza del piede piatto nella popolazione adulta prevale intorno al 5%. Può rappresentare un reperto del tutto occasionale in pazienti asintomatici, o determinare, se non trattato opportunamente, una notevole limitazione funzionale.

Le cause di piede piatto nell'adulto sono divise in due grandi categorie:
evoluzione di un piede piatto congenito non trattato (piede piatto flessibile dell'adulto);
piede piatto secondario a disfunzione del muscolo tibiale posteriore o a fratture, lacerazioni tendinee, artrite reumatoide, neuropatia (ad esempio nel piede diabetico) o miopatia.

Durante la visita l’ortopedico osserva il piede da davanti e da dietro e vi chiede di stare sulla punta dei piedi per capirne la meccanica. Può inoltre chiedervi di esaminare le scarpe, per capire come consumiate la suola.

I plantari in vendita in farmacia o nei negozi di articoli ortopedici possono essere utili per alleviare il dolore causato da questo disturbo. Il medico in alternativa può suggerirvi di farvi fare un plantare su misura. I plantari non curano il problema, ma spesso sono in grado di diminuirne i sintomi.
Alcune persone con i piedi piatti hanno il tendine d’Achille più corto del normale. Gli esercizi di stretching del tendine possono essere utili.
Le scarpe che sostengono bene il piede possono essere meglio tollerate rispetto ai sandali o alle scarpe meno strutturate.

Per correggere i piedi piatti non si ricorre alla chirurgia. L’intervento chirurgico può però essere eseguito per correggere un problema connesso a questo disturbo come l’usura o la rottura del tendine.

I piedi piatti sono i responsabili di ben il 90% dei casi di alluce valgo, la deformazione ossea dell’alluce, caratterizzata dalla comparsa di una deformità sporgente verso l’esterno alla base del dito.

La mancanza della naturale curvatura della volta plantare incide negativamente sulla postura, compromettendone il corretto assetto. Chi ha i piedi piatti, inoltre, è da considerare più a rischio di sviluppare tendiniti e fasciti plantari, cioè l’infiammazione del legamento che percorre la pianta del piede dal calcagno alla base delle dita.

Aumentano anche le probabilità di soffrire di spina calcaneare, una degenerazione della fascite plantare che provoca la comparsa di una sporgenza anomala in prossimità del tallone.


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venerdì 20 maggio 2016

LA DIVERTICOLITE



La malattia è stata notata nei primi anni del 900 negli Stati Uniti, nel momento in cui determinati alimenti venivano introdotti nella dieta americana, riducendo notevolmente l’assunzione di fibra da parte della popolazione americana.
La malattia diverticolare è comune nei paesi industrializzati e, in particolare, gli Stati Uniti, Inghilterra e in Australia dove vigono diete a basso apporto di fibra. La malattia è invece rara in Asia e in Africa, dove la maggior parte delle persone assumono diete ad alto apporto di fibra.

La fibra si trova nella frutta, nella verdura e in cereali non raffinati (integrali) che il corpo non è in grado di digerire completamente. Alcune fibre, chiamate fibre solubili, si sciolgono facilmente in acqua creando un materiale soffice e gelatinoso nell’intestino, mentre la fibra insolubile passa quasi immutata attraverso gli intestini. Entrambi i tipi di fibra aiutano a prevenire la costipazione con feci morbide e facili da espellere.

La stipsi si manifesta obbligando a notevoli sforzi per defecare, lo sforzo può causare un aumento della pressione nel colon che a sua volta può causare il rigonfiamento del rivestimento del colon attraverso punti deboli nella parete del colon. Queste tasche sono i diverticoli.

La mancanza di esercizio fisico può aumentare il rischio di formazione di diverticoli, anche se questo aspetto non è ancora stato considerato determinante.

La condizione in cui si rilevano diverticoli prende il nome di diverticolosi: circa il 10 per cento della popolazione di età superiore ai 40 anni ha la diverticolosi e la percentuale cresce all’aumentare dell’età considerata; circa la metà di tutte le persone di età superiore a 60 anni ha la diverticolite.

I diverticoli sono più comuni nella parte inferiore dell’intestino crasso (o colon), chiamato colon sigmoideo (sigma); quando i diverticoli si infiammano subentra la diverticolite. Dal 10% al 25% delle persone con diverticolosi manifestano sintomi di diverticolite.

Anche se non provata, la teoria dominante è che una dieta a basso apporto di fibre sia la causa della malattia diverticolare.

La diverticolite può essere accompagnata da sintomi come dolore addominale, nausea, febbre, vomito e diarrea, correlati nelle analisi del sangue da alti valori di proteina C reattiva. Se la febbre è alta intermittente e associata a brividi, ha le caratteristiche di una febbre settica, e probabilmente è settica l'origine della diverticolite.

Lo sviluppo di diverticoli del colon viene ritenuto essere il risultato dell'aumento della pressione intraluminale del colon. Il sigma ha il diametro più grande di qualsiasi porzione del colon e quindi è la porzione in cui si ha la massima pressione intraluminale. L'affermazione che la mancanza di fibra alimentare, in particolare la fibra non solubile (nota come "crusca") predispone gli individui alla malattia diverticolare, è stata a lungo accettata nella letteratura medica. Tuttavia, uno studio svolto per verificare la teoria ha trovato che "una dieta ricca di fibre e la maggiore frequenza dei movimenti intestinali sono associati ad una maggiore, piuttosto che minore, prevalenza di diverticolosi".

Gli alimenti come semi, noci e mais sono stati, in passato, ritenuti da molti professionisti sanitari complici di un possibile aggravamento della diverticolite. Tuttavia, studi recenti non hanno trovato alcuna prova che suggerisca di evitare noci e semi per prevenire la progressione della diverticolosi verso la diverticolite acuta.

Le persone che presentano i sintomi della diverticolite, vengono comunemente studiati tramite tomografia computerizzata (TC). La scansione TC è molto precisa (98%) nella diagnosi di diverticolite. Per estrarre il maggior numero di informazioni possibili sulle condizioni del paziente, vengono effettuate sezioni sottili (5 mm) in piani assiali dell'addome e pelvi dopo che al paziente è stato somministrato mezzo di contrasto intravascolare. Le immagini possono rivelare ispessimento localizzato e iperemia (aumento del flusso sanguigno) che coinvolgono un segmento della parete del colon, con alterazioni infiammatorie che si estendono nei tessuti adiposi che circondano il colon. La diagnosi di diverticolite acuta viene fatta con sicurezza quando il segmento coinvolto contiene diverticoli. La TC può anche identificare i pazienti con complicanze, come la presenza di un ascesso. Con la TC si può anche eseguire un drenaggio radiologicamente guidato di un ascesso, risparmiando al paziente un intervento chirurgico.



Altre indagini diagnostiche, come il clisma opaco e la colonscopia, sono controindicate nella fase acuta della diverticolite a causa del rischio di perforazione.

La diagnosi differenziale comprende il cancro al colon, la malattia infiammatoria intestinale, la colite ischemica e la sindrome dell'intestino irritabile, nonché un certo numero di patologie urologiche e ginecologiche. Alcuni pazienti riferiscono sanguinamento al retto.

La maggior parte dei casi di semplice diverticolite, la malattia risponde alla terapia conservativa con il riposo intestinale e agli antibiotici. La terapia medica consiste nella somministrazione prolungata di un antibiotico associato ad un antispastico. Gli antibiotici più recenti in uso agiscono ad ampio raggio, contro un elevato numero dei circa 250 principali ceppi batterici noti in letteratura scientifica, per cui non si rende necessario un esame dell'intestino e delle feci per identificare il batterio e un antibiotico mirato. Meno consigliato è l'uso di FANS e corticosteroidi che possono facilitare una perforazione in prossimità del diverticolo. Nei casi più complicati, come ad esempio peritonite, ascessi, fistole, può essere necessario un intervento di resezione d'urgenza della sede interessata, con o senza anastomosi.

I malati possono essere sottoposti a una dieta a basso residuo. Questa dieta povera di fibre dà al colon tempo sufficiente per guarire senza essere sottoposto a troppi carichi di lavoro. Successivamente, i pazienti vengono indirizzati ad una dieta ricca di fibre.

L'intervento chirurgico per la diverticolite può essere a carattere elettivo o essere una scelta d'emergenza. L'intervento chirurgico deve essere eseguito a seconda di fattori esterni quali lo stadio della malattia, l'età del paziente e la sua condizione medica generale, come pure la gravità e la frequenza degli attacchi o se i sintomi persistono dopo un primo episodio acuto. Nella maggior parte dei casi, la decisione di effettuare l'intervento chirurgico viene presa quando i rischi della chirurgia sono inferiori a quelli risultanti dalle complicanze della condizione. La chirurgia elettiva può essere eseguita almeno sei settimane dopo la guarigione dalla diverticolite acuta.

La chirurgia di emergenza diviene necessaria per le persone il cui intestino presenta delle perforazioni. La perforazione intestinale comporta sempre un'infezione della cavità addominale. Durante l'intervento chirurgico di diverticolite, la sezione di perforazione viene rimossa e viene eseguita una colostomia. Ciò significa che il chirurgo crea un'apertura (stomia) tra l'intestino crasso e la superficie della pelle. La colostomia viene chiusa in circa 10 o 12 settimane, in un intervento chirurgico successivo, in cui le estremità tagliate dell'intestino si ricongiungono.

Il primo approccio chirurgico consiste nella resezione e nella anastomosi primaria. Questa prima fase di intervento viene eseguita su pazienti con buona vascolarizzazione e privi di tensioni intestinali. Il margine prossimale deve essere una zona del colon flessibile e senza ipertrofia o infiammazione. Il margine distale dovrebbe estendersi al terzo superiore del retto dove terminano le Taenia coli. Non tutti i diverticoli del colon devono essere rimossi, in quanto i diverticoli prossimali del colon discendente e del sigma difficilmente causano altri sintomi.

L'intervento chirurgico per diverticolite può essere fatto in due modi: attraverso una resezione intestinale primaria o attraverso una resezione intestinale con colostomia. Entrambe le resezioni intestinali possono essere eseguite in modo tradizionale o con la chirurgia laparoscopica. La resezione intestinale tradizionale è realizzata con un approccio chirurgico a cielo aperto, chiamato colectomia. Durante una colectomia, il paziente viene posto sotto anestesia generale. Il chirurgo farà un'incisione nella linea mediana inferiore dell'addome o una incisione trasversale inferiore. La sezione malata del crasso viene rimossa e successivamente le due estremità sane saranno cucite. Una colostomia implica la creazione di una temporanea apertura del colon sulla superficie della pelle dove sarà posto un sacchetto rimovibile per la raccolta delle feci.

Tuttavia, la maggior parte dei chirurghi preferisce l'intervento in laparoscopia, poiché il dolore è ridotto e il recupero del paziente è più veloce. La chirurgia laparoscopica è una procedura minimamente invasiva in cui vengono eseguite tre o quattro piccole incisioni nell'addome.

Il sanguinamento rettale provocato dai diverticoli è una complicazione rara, si ritiene che sia causato da un piccolo vaso sanguigno in un diverticolo che si indebolisce fino a scoppiare.  Quando i diverticoli sanguinano il paziente lo vede di norma nelle feci e nei sanitari in seguito a defecazione; il sanguinamento può essere abbondante e, nonostante si risolva spontaneamente senza richiedere trattamento, si consiglia comunque di valutare l’accaduto con il proprio medico. Spesso la colonscopia viene utilizzata per identificare il sito di sanguinamento e arrestare l’emorragia che non si cicatrizza spontaneamente. Se nonostante tutto l’emorragia non si ferma può essere necessario un intervento chirurgico per rimuovere le zone del colon coinvolte.

La diverticolite può essere causa d’infezione, che scompare dopo pochi giorni di trattamento con antibiotici. Se l’infezione peggiora si può formare un ascesso nella parete del colon, ossia  una raccolta di pus localizzato che può provocare gonfiore ed arrivare a distruggere il tessuto: se l’ascesso è piccolo e resta nella parete del colon in seguito a trattamento con antibiotici tende a scomparire, se non scompare può essere necessario drenare la zona con un catetere e un piccolo tubo immessi nell’ascesso attraverso la pelle. Questo trattamento richiede sedazione del paziente.

I diverticoli infetti possono sviluppare delle perforazioni, a volte con fuoriuscita di pus dal colon causa di un grande ascesso nella cavità addominale, situazione che viene chiamata peritonite. Una persona con la peritonite è estremamente debilitata e accusa nausea, vomito, febbre, grave flaccidità addominale. La situazione richiede un immediato intervento chirurgico per pulire la cavità addominale e rimuovere la parte danneggiata del colon. Senza trattamento, la peritonite può essere fatale.

Una fistola è una connessione anomala del tessuto tra due organi o tra un organo e la pelle. Quando i tessuti danneggiati entrano in contatto gli uni con gli altri durante l’infezione, alcune volte si ammalano ed il processo di successiva riparazione può formare una fistola. Quando la diverticolite è relazionata ad un’infezione, l’infezione si diffonde al di fuori del colon con la possibilità di infettare i tessuti vicini, di solito vescica, piccolo intestino e la pelle. Il tipo più comune di fistola si verifica tra la vescica e colon, questo tipo di fistola colpisce più spesso gli uomini rispetto alle donne e può trasformarsi in una grave infezione di lunga durata del tratto urinario. Il problema può essere risolto con un intervento chirurgico per rimuovere la fistola e la parte interessata del colon.

Le cicatrici causate da infezione possono portare ad un parziale o totale blocco intestinale chiamato ostruzione intestinale. Quando l’intestino è bloccato il colon non è più in grado di spostare il contenuto intestinale normalmente. Se l’intestino è completamente bloccato è necessario un intervento chirurgico di emergenza, mentre il blocco parziale non richiede di norma chirurgia.


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giovedì 21 aprile 2016

I CRAMPI



Un crampo muscolare è una contrazione transitoria, improvvisa e involontaria di un muscolo o di un gruppo di muscoli. Anche se, generalmente, è innocuo, il crampo muscolare può provocare dolore e rendere temporaneamente impossibile l'utilizzo del muscolo interessato. Spesso insorge dopo un'attività fisica intensa, ma non infrequente è la manifestazione di crampi a riposo, che possono colpire anche durante il sonno.

La maggior parte delle volte alla base dei crampi muscolari c'è una delle seguenti condizioni:
Lunghi periodi di esercizio o lavoro fisico, soprattutto durante la stagione calda.
Disidratazione
Mantenimento di una posizione per un periodo troppo lungo di tempo.
Assunzione di alcuni farmaci, come i diuretici.
I crampi muscolari possono però anche essere segno della presenza di diverse patologie, anche gravi:
Restringimento delle arterie che forniscono sangue alle gambe (aterosclerosi periferica).
Compressione dei nervi nella colonna vertebrale a livello lombare.
Malattie che interessano il sistema muscolare.
Malattie neurologiche (malattia di Charcot).
Squilibri metabolici legati alla mancanza nell'organismo dei giusti livelli di potassio, calcio e magnesio.
Tra i fattori che possono aumentare il rischio di sviluppare crampi muscolari troviamo l'età avanzata; la disidratazione; lo stato di gravidanza; la presenza di patologie come il diabete o malattie del fegato o della tiroide.

I crampi notturni alle gambe sono contrazioni involontarie di uno o più muscoli delle gambe che avvengono durante il sonno. Sono più frequenti con l'avanzare dell'età ma possono colpire chiunque.

Durante il crampo, la membrana della fibra muscolare conduce dei potenziali d'azione a frequenze altissime, in assenza di stimoli nervosi. Questo fenomeno sembra essere causato da una variazione della permeabilità di membrana, a sua volta legata, probabilmente, a modificazioni della concentrazione ionica dei liquidi tissutali. La sudorazione, ad esempio, può provocare disidratazione e perdita di sali minerali, e ciò può portare all'insorgenza del crampo muscolare. Variazioni locali del pH possono avere lo stesso effetto. II ruolo dell'acido lattico nel produrre il crampo rimane invece incerto. Di fatto, i crampi possono insorgere indipendentemente dall'esercizio fisico, come conseguenza di un danno fisico o chimico a carico del sarcolemma, di stimoli irritativi sul motoneurone, o dell'azione di diversi farmaci.

Si presenta come un'improvvisa, forte contrazione involontaria e dolorosa del muscolo colpito. La contrazione e il dolore si estinguono spontaneamente in alcuni secondi. In certi casi la contrazione dei muscoli è così forte che, anche dopo il rilassamento, il dolore persisterà per alcuni giorni.

Può essere utile compiere allungamenti del muscolo colpito, reintegrare i liquidi e i sali minerali persi ed eseguire impacchi caldi sulla zona interessata. Il metodo più efficace e veloce nel risolvere un episodio di crampi a un muscolo consiste nel contrarre il muscolo antagonista a quello colpito.



I crampi possono essere evitati, o comunque attenuati, seguendo alcune semplici regole:
Il responsabile numero uno dell'insorgenza dei crampi è la fatica: aumentate progressivamente l'intensità e la durata dell'esercizio, evitate di strafare se non avete i mezzi e le capacità per farlo.
Praticate regolarmente lo stretching, sia all'inizio che - soprattutto - al termine dell'attività fisica; questi esercizi dovranno interessare soprattutto quei muscoli direttamente coinvolti nell'allenamento (ad es. le gambe per un ciclista).
Eseguite sempre qualche esercizio di riscaldamento generale prima di iniziare l'allenamento.
Seguite una dieta sana ed equilibrata, che apporti nutrienti a sufficienza per l'esercizio fisico praticato. Assumete cibi ricchi di sali minerali (soprattutto potassio e magnesio), antiossidanti, calcio e vitamine del gruppo B. Per assumere più potassio potete ricorrere ad integratori specifici, oppure semplicemente mangiare più frutta (soprattutto banane); per assumere più calcio potete consumare più latte e derivati. Mandorle, noci, soia, mele, pesche, fichi, pesce e mais sono invece particolarmente ricchi di magnesio.
Non demonizzate il  sale da cucina e le acque ricche di sodio; specie nei periodi estivi in cui la sudorazione è maggiore il sale è indispensabile per mantenere l'equilibrio idrico del corpo.
Evitate di assumere diuretici o alcolici prima dell'allenamento per non aumentare le perdite di liquidi e favorire di conseguenza la disidratazione.
Non mangiate nelle 2-3 ore che precedono l'allenamento ed evitate di consumare pasti troppo abbondati prima dell'attività fisica. In questo modo diminuirete il rischio di essere colpiti dai crampi.
Mantenetevi ben idratati prima, dopo e durante l'attività fisica.
Utilizzate indumenti adatti che lascino traspirare la pelle. Preferite i colori chiari ed evitate impermeabili e tute dimagranti. Scegliete calzature confortevoli e utilizzate calzini di cotone traspiranti e comodi.
Nel caso foste colpiti dai crampi l'unica soluzione è quella di allungare immediatamente il muscolo interessato.
L'allungamento contrasta infatti la contrazione involontaria e se il crampo non è troppo intenso può dare sollievo in pochi secondi. Anche il massaggio della zona colpita può essere utile. Per lo stesso motivo, se possibile è bene cercare di contrarre il muscolo antagonista.

I crampi si verificano con maggiore facilità durante i mesi estivi. L'ambiente caldo ed i tassi di umidità elevati favoriscono le perdite idrosaline esponendo l'organismo ad un grosso stress. Se gli elettroliti persi non vengono prontamente reintegrati il rischio crampi diventa altissimo. 
Una ricerca, effettuata su un giocatore di tennis di alto livello che lamentava crampi ricorrenti, ha evidenziato che il problema era legato alla cospicua sudorazione che abbassava notevolmente la concentrazione plasmatica di sodio. I crampi ricorrenti sono stati sconfitti aumentando semplicemente la quota di sale nella dieta, che è passata da 5-10 a 15-20 g/die.
Questa piccola parentesi è stata aperta per rivalutare il ruolo del sale e degli integratori salini nello sport. Spesso questo minerale viene considerato un nemico della linea quando in realtà, specie durante i mesi estivi, è fondamentale per massimizzare la performance atletica e prevenire la comparsa dei crampi.

Se si soffre di crampi notturni, fare stretching e svolgere una leggerissima attività fisica (come pochi minuti di cyclette) prima di andare a letto può aiutare a prevenirne l'insorgenza.





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martedì 19 aprile 2016

I LUBRIFICANTI VAGINALI



L'insufficienza di lubrificazione naturale (secchezza vaginale) durante il rapporto sessuale rende l'atto meno piacevole, se non addirittura doloroso, per uno o per entrambi i partner. Spesso questo problema non comporta soltanto fastidi fisici, anche accompagnati da prurito, arrossamenti e irritazioni, ma anche conseguenze di natura psicologica, fino a causare tensioni nei rapporti di coppia.

Le cause dell'insufficienza di lubrificazione naturale sono numerose:
mancanza o insufficienza di preliminari
irritazione della vagina causati dall’utilizzo di assorbenti interni
alcuni farmaci (in particolare gli antidepressivi) e talvolta la pillola anticoncezionale
l'assunzione di alcune droghe (ad esempio la canapa)
stati di stanchezza e stress
la menopausa (con la relativa caduta degli ormoni di produzione ovarica)
modificazioni ormonali temporanee dopo il parto

E’ importante cercare di capire la causa che ha determinato il fenomeno. Nei casi infatti di mancanza o insufficienza di preliminari o irritazioni della vagina causati dall’utilizzo di assorbenti interni, oppure per insufficiente lubrificazione legata all’utilizzo di farmaci o droghe il rimedio può essere facilmente individuato. Lo stress, in termini statistici, costituisce il secondo motivo che provoca la secchezza e normalmente può durare per qualche mese. Nel caso di secchezza vaginale dovuta a disturbi legati alla menopausa il rimedio consiste nell'assunzione della terapia ormonale sostitutiva, che non solo migliora la situazione della mucosa vaginale, ma agisce anche in misura più vasta proteggendo dai vari rischi connessi al climaterio (osteoporosi, coronopatie, ipercolesterolemia). In caso di modificazioni ormonali dopo il parto che possono provocare questo tipo di disturbo, normalmente il fenomeno è temporaneo (qualche settimana).

In tutti i casi è utile l’utilizzo di un lubrificante, perlomeno in fase transitoria.
Le donne hanno in genere una certa riluttanza ad acquistare tali prodotti e spesso usano metodi casalinghi alternativi (olii per bambini, vaselina o saliva) che non sono efficaci ed anzi possono causare dei problemi e talvolta arrivano a considerare, per scarsa informazione, i lubrificanti come prodotti "erotici".

Un lubrificante intimo può diventare un alleato prezioso: contrariamente alla saliva che, se all’inizio può essere piacevole, poi tende ad evaporare, rende la pelle appiccicosa e finisce per lasciare un odore non necessariamente molto erotico, il gel lubrificante elimina discretamente tutti questi elementi negativi. Ma, soprattutto, è ipoallergenico e perfettamente compatibile con tutti i tipi di preservativi. Questo, invece, non avviene nel caso della vaselina, a lungo utilizzata come lubrificante, che può danneggiare il lattice rendendolo poroso e può causare irritazioni.

In termini generali, sono disponibili sul mercato tre tipi di lubrificanti vaginali, contraddistinti dall’ingrediente principale della composizione:
Lubrificante a base acquosa: è idrosolubile (si scioglie nell’acqua, vien da sé quindi che non è l’ideale se si hanno rapporti nella vasca da bagno) e non ha grosse controindicazioni, tanto da poter essere utilizzato anche nel sesso orale;
Lubrificante a base oleosa: è un composto, spesso in gel, di sostanze derivate dal petrolio (vaselina o baby oil sono molto diffusi). La base oleosa consente al lubrificante di avere maggiore durata rispetto a quelli a base acquosa, ma ne serve di più in termini di quantità e può provocare allergie. Altra cosa da non sottovalutare, è che il lubrificante a base oleosa scioglie letteralmente il lattice, non consente dunque di essere usato con preservativi in lattice naturale, pena la perdita di efficacia anticoncezionale e di protezione dalle malattie sessualmente trasmissibili. Per lo stesso motivo non va usato nemmeno in abbinamento a sex toys in lattice naturale. Sono considerati a base oleosa anche lubrificanti fai da te come l’olio o il burro (preferibilmente da evitare);
Lubrificante a base siliconica: è quello dalla formulazione più recente. Ne basta poco per una buona durata, ma non sempre può risultare piacevole al tatto. Inoltre il lubrificante a base siliconica può rovinare la maggior parte dei dildo perché ne aggredisce la superficie. Questo tipo di lubrificante scioglie il silicone, ma non il lattice. Può lasciare macchie difficili da togliere su abiti e lenzuola.
Il lubrificante intimo non è utilizzato solo ed esclusivamente durante i rapporti sessuali: può essere infatti utile per alleviare il dolore di alcuni esami ginecologici particolarmente fastidiosi, di esami rettali, per l’inserimento di termometri anali o di clisteri.

Fortemente raccomandato per l’utilizzo di sex toys e di altri oggetti del piacere, il gel lubrificante addolcisce il contatto e permette, soprattutto, di evitare irritazioni causate da un uso prolungato. Infine, è spesso un alleato indispensabile per una penetrazione anale dolce e piacevole, dato che l’ano, anche se eccitato, non possiede la funzione lubrificante.

Facile da usare, il lubrificante potrà diventare un gioco supplementare durante i preliminari. Basta posare una noce di gel all’ingresso della vagina, dell’ano o sul sex toy, proprio prima della penetrazione, e di giocare con la punta delle dita per stenderlo bene. Stop alla sgradevole sensazione di sfregamento! Attenzione, tuttavia, se lo usate col preservativo: una quantità eccessiva renderebbe il lattice troppo scivoloso e rischiereste di perderlo!



Come per i preservativi, attualmente la scelta dei lubrificanti intimi permette di rispondere a ogni genere di bisogno e di soddisfare tutte le voglie. La maggior parte dei gel è a base d’acqua: non attaccano, non macchiano, sono inodori e si lavano via facilmente. In compenso, a causa della loro composizione, non possono essere utilizzati sotto la doccia o facendo il bagno, perché si dissolvono nell’acqua. In questi è preferibile scegliere dei gel a base di silicone, che possiedono un potere lubrificante molto più elevato e possono anche essere utilizzati come oli da massaggio su tutto il corpo. Attenzione: non usate mai un lubrificante a base di silicone con sex toys in silicone, perché sono incompatibili. .

C’è un’ampia scelta di lubrificanti colorati e aromatizzati, per baci intimi molto saporiti o rapporti sessuali semplicemente più piccanti. Fragola, kiwi, pesca, lampone, caramello, chewing-gum, cioccolato o frutto della passione… c’è l’imbarazzo della scelta! I lubrificanti profumati sono commestibili, sono privi di zuccheri e coloranti e sono, quindi, compatibili al 100% con i preservativi.

Per variare il piacere e le sensazioni dai libero sfogo all’immaginazione. Per chi non ama il contatto con un gel troppo freddo sulle parti intime, si può sempre riscaldare il lubrificante tenendolo per qualche istante tra le mani, prima di metterlo. Al contrario, per un brivido di piacere, metti il tubetto in frigo qualche ora prima del rapporto: aggiungerai un tocco di freschezza al tuo piacere.

I lubrificanti intimi naturali non sono molto diffusi, nel senso che già il lubrificante a base acquosa viene considerato un prodotto naturale. Se però preferiamo in toto un lubrificante biologico possiamo provare con gli olii – a patto di non dover utilizzare il preservativo che ne risulterebbe danneggiato -, per esempio l’olio di mandorla dolce, che ha un buon potere idratante ed è completamente naturale.
Volendo, poi, nei negozi o e-commerce di prodotti alimentari e non biologici e vegani si possono trovare lubrificanti vaginali naturali e vegan, con un’alta tollerabilità che permette anche l’applicazione frequente e per uso medico, nonché in presenza di preservativo. Si tratta di lubrificanti certificati 100% naturali e biologici, tollerati nei rapporti orali e disponibili anche in diverse profumazioni.

L’aloe vera se applicata regolarmente all’interno della vagina aiuta la lubrificazione e l’idratazione e al contempo contrasta eventuali pruriti o dolori. Sembra poi che bere con regolarità un bicchiere di latte con un cucchiaio di zafferano possa aiutare a combattere la secchezza grazie alle proprietà del latte. Inoltre si può assumere a ogni pasto un cucchiaio di olio di semi di lino, ma solo se di ottima qualità e biologico. Attenzione pure all’alimentazione per mantenere stabile la lubrificazione vaginale naturale: possono aiutare in tal senso la soia e gli alimenti contenenti fitoestrogeni, per esempio mele, ciliegie, semi di lino, noci o sedano.
Se proprio volete darvi al fai da te, potete preparare un lubrificante a base acquosa con semi di lino, miele e succo di limone: si riempie una tazza di semi di lino e la si mette a bollire con una tazza d’acqua (regolare la quantità in base alla consistenza che si desidera); infine possiamo aggiungere del miele, giusto per aromatizzare, e qualche goccia di limone. Questo lubrificante fai da te dura in frigo 2 o 3 giorni, quindi va usato subito.
Più complessa la preparazione di un lubrificante intimo fai da te alla camomilla: servono naturalmente infuso di camomilla (100 ml circa) più 5 ml di glicerina e 3 grammi di xantham gum. Gli ingredienti non sono semplici da reperire, per quanto poi il lubrificante abbia proprietà ottime: è ingeribile, biologico, neutro, ad alta tollerabilità e compatibile col profilattico.


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venerdì 4 marzo 2016

L'ERNIA CERVICALE



L’ernia cervicale è un disturbo mediamente frequente, e spesso molto fastidioso, localizzato sui dischi intervertebrali della nuca e del collo.

Per ernia cervicale, o ernia discale cervicale, si intende la fuoriuscita dalla sua sede del nucleo polposo di un disco intervertebrale. Questo andrà a creare una pressione sulle strutture nervose del collo, quelle dirette al braccio e, nei casi più gravi, coinvolgerà il midollo spinale. In altre parole, si tratta di una protrusione – ovvero una discopatia – che crea infiammazione, dolore e altri sintomi anche intensi.
La causa è normalmente da rilevare in una modifica o una lesione delle pareti fibrose del disco che, riducendo il loro potere di contenzione, forniscono una via d’uscita al nucleo polposo. Le ragioni di questa degenerazione sono le più svariate e, per la grande maggioranza dei casi, di natura traumatica. Proprio per questo l’erniazione è spesso un disturbo da schiacciamento e, fra i tanti fattori favorenti, si possono annoverare una postura errata, un carico eccessivo sul rachide, un colpo di frusta, un’inclinazione vertebrale a seguito di un incidente, microtraumi ripetuti, debolezza muscolare e altre ragioni di natura invece fisiologica.
I sintomi tipici sono molto simili a quelli della cosiddetta cervicale, nonché dell’artrosi, e per questo vengono spesso sottovalutati dal paziente. La differenziazione dei disturbi è possibile solo con l’aiuto del medico e dello specialista, quindi con la diagnostica a immagini. In linea generale, fra gli effetti delle discopatia si rileva un dolore intenso ai muscoli cervicali, spesso accompagnati da mal di testa, vertigini, nausea, rigidità e difficoltà di movimento del collo. A seconda della localizzazione dell’ernia, inoltre, vi potrà essere anche un coinvolgimento di spalle e braccia, sia con rigidità e difficoltà di movimento, che con formicolii o intorpidimento dell’arto. Questa evenienza è solitamente più evidente per quelle protrusioni più vicine al basso del tratto cervicale, come quelle localizzate sulle vertebre dalle C5 alla C7.
L’ernia cervicale, infine, può essere anche identificata come “molle” o “dura”, a seconda delle sue caratteristiche fisiche. Nel primo caso si annoverano solitamente quelle ernie esito di un precedente trauma, dove la degenerazione del disco porta alla fuoriuscita del nucleo polposo. Nel secondo caso, invece, si tratta spesso di fattori fisiologici, come particolari conformazioni ossee, ipertrofie e restringimenti.

L'ernia cervicale molle sono erniazioni esclusive del nucleo polposo che si caratterizzano per un'estrusione del disco cervicale nel canale neurale. L'ernia cervicale molle è causata dall'usura e dalla degenerazione del disco, spesso a seguito di eventi traumatici o colpi di frusta.
La variante molle dell'ernia cervicale si riscontra principalmente a livello delle vertebre C6 e C7 (70-80% dei casi diagnosticati di ernia cervicale molle) e tra la C5 e la C6 (20-30%). L'ernia cervicale molle colpisce in particolar modo i soggetti di età inferiore ai 50 anni.
I sintomi più ricorrenti sono:
Dolore al collo che s'irradia lungo il braccio
Dolore più intenso e penetrante al risveglio
Torcicollo
Sensazione di rigidità costante a livello cervicale
Molti pazienti paragonano il dolore derivato da un'ernia a livello C5-C6 a quello innescato da un infarto al miocardio.

Nell'ernia cervicale dura l'erniazione si caratterizza per una degenerazione del nucleo polposo associata ad un osteofitosi margino-somatica: si tratta di una condizione patologica contraddistinta dalla presenza di malformazioni ossee a forma di becco od artiglio a livello del margine del corpo vertebrale. L'ernia cervicale dura può essere accompagnata anche da una stenosi (restringimento) del canale neurale dove la radice nervosa esce dal canale vertebrale.
I sintomi tendono ad esordire in modo graduale: i pazienti affetti dalla variante dura dell'ernia cervicale riferiscono un dolore radicolare a cui si associano spesso alterazioni dei riflessi osteo-tendinei e deficit muscolari.



La storia del paziente è il dato più importante per capire le caratteristiche del disturbo e l’origine del dolore, è fondamentale avere un’idea precisa di quelle che sono le abitudini di vita, dal lavoro allo sport.
Dopo l’anamnesi si passa all’esame fisico, avente il principale obiettivo di comprendere i livelli di dolore del paziente.
L’ultimo passo per l’iter di diagnosi dell’ernia cervicale consiste nell’esecuzione di appositi esami diagnostici (p.e. l’ecografia) con l’obiettivo di appurare l’effettiva entità delle lesioni.

Evitare di sovraccaricare la colonna vertebrale (attenzione a come si svolgono gli esercizi durante un’attività sportiva o al peso dello zainetto scolastico);
Fare attenzione ad eventuali colpi di frusta;
Evitare di sollevare grossi pesi da terra;
Fare attenzione al peso forma. Ingrassare comporta un generale aumento di sforzo per diverse parti del nostro corpo, tra le quali rientra anche la colonna vertebrale;
Evitare gli esercizi classici per il rinforzo degli addominali. Hai in mente le primissime indicazioni che ti hanno dato per lo svolgimento degli addominali, e che prevedono di posizionarsi sdraiati e di tirar su la schiena? Dimentica questo esercizio, dal momento che può danneggiare in maniera anche importante la funzionalità della colonna vertebrale;
Attenzione ai colpi di freddo! L’insorgenza di disturbi come la tosse o il raffreddore può determinare un aumento della pressione addominale e quindi un maggior stress per la colonna vertebrale.

L’intervento per l’ernia cervicale è una soluzione alla quale ricorrere nelle situazioni più gravi, cioè quando ci si trova davanti a una situazione di compressione dei nervi e del midollo spinale e quando il paziente accusa un dolore acuto e tagliente che si irradia fino agli arti inferiori.

Normalmente l’ernia si manifesta a livello della vertebra C5 e della vertebra C6. L’obiettivo principale dell’intervento consiste ovviamente nella sostituzione del disco intervertebrale danneggiato. L’evoluzione delle tecniche chirurgiche ha visto dei cambiamenti molto importanti relativi all’intervento per l’ernia cervicale: se le soluzioni più rudimentali sono state caratterizzate dall’utilizzo di ossa animali, le implementazioni tecniche attuali prevedono l’impiego di presidi in titanio, in carbonio o in peek.

L’intervento chirurgico avente come obiettivo la risoluzione del problema dell’ernia discale deve svolgersi facendo in modo di non danneggiare le altre strutture vicine. Le dimissioni del paziente sottoposto a intervento per l’ernia cervicale avvengono entro 2/3 giorni se l’operazione non è stata caratterizzata da particolari complicazioni.

Le sedute dall’osteopata possono essere effettuate sia dopo un intervento chirurgico, sia essere adottate come soluzione unica nelle situazioni meno gravi.

L’osteopata agisce attraverso specifiche manipolazioni per ristabilire l’allineamento delle vertebre cervicali, che molte volte si trovano in posizione non corretta senza che il soggetto sia al corrente della condizione. Secondo quanto riportato dai principi dell’osteopatia, questi disallineamenti possono provocare fenomeni d’interferenza nella qualità della comunicazione tra corpo e cervello.

Anche lo yoga rappresenta un ottimo rimedio naturale contro l’ernia cervicale. Quando si eseguono le asana (nome per indicare in maniera generica le posizioni yoga) è chiaramente fondamentale tenere conto delle indicazioni del proprio insegnante e minimizzare gli sforzi a carico della colonna vertebrale.

C’è chi dice che lo stretching agisca unicamente sulla sintomatologia dell’ernia discale. Tutto questo è vero in parte. Non c’è dubbio che svolga un ruolo di grande importanza nell’attenuazione del dolore, ma è anche molto utile per sviluppare l’elasticità muscolare, che tende a diminuire con l’età, come ho avuto modo di ricordare nelle righe precedenti. Non solo l’avanzare degli anni determina quella perdita di flessibilità muscolare che può causare l’ernia cervicale, ma anche la conduzione di una vita sedentaria ha un ruolo molto importante a questo proposito.

La fisioterapia è una disciplina molto ampia e complessa, che può risultare vincente oltre che molto utile quando si tratta di risolvere problemi legati all’ernia cervicale e le vertigini da essa provocate. L’approccio curativo può concretizzarsi attraverso sedute di terapia manuale, oppure attraverso approcci più attivi, come per esempio gli esercizi di rinforzo muscolare, che prevedono che il paziente si impegni nel mantenimento di una postura corretta e non dannosa per le vertebre cervicali e per i dischi intervertebrali (l’utilizzo di una palla svizzera può essere molto vantaggioso a questo proposito).

Tra i rimedi naturali contro l’ernia cervicale è impossibile non citare la chiropratica. Questo approccio, al pari dell’osteopatia e della terapia manuale, opera avendo come obiettivo principale un riallineamento delle vertebre, al fine di rendere equilibrata la distribuzione del peso.

Anche il massaggio rappresenta una valida soluzione naturale contro il problema dell’ernia discale. Tutte le principali scuole di massaggio, da quello ayurvedico fino allo shiatsu, hanno delle specifiche indicazioni dedicate alla schiena e all’ernia cervicale.

Parlare di rimedi per l’ernia cervicale e non citare il pilates è impossibile. Se lo stretching rappresenta un’opzione fondamentale per la prevenzione e in generale per la salute del corpo, il pilates può essere definito come uno stretching all’ennesima potenza e quindi come un vero e proprio toccasana per chi soffre di problemi di cervicale.

Il nuoto – assieme ad altri sport acquatici come l’acqua gym – può costituire un ottimo rimedio contro l’ernia discale, in quanto il corpo tende a lavorare in scarico in assenza di gravità e ad ottimizzare gli sforzi. Questo disturbo, che insorge con maggior frequenza nelle donne, rappresenta una delle manifestazioni più fastidiose di problemi a quella macchina fondamentale per la nostra vita in movimento che è la colonna vertebrale.



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