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sabato 8 luglio 2017

SARCOPENIA



Il termine sarcopenia riguarda l'insorgenza di una perdita di massa muscolare.

Sarcopenia è un termine coniato da Irwin Rosenberg (Senior Scientist Jean Mayer SDA HNRCA Tufts University Boston, MA) nel 1988, per definire la perdita di massa e funzione muscolare con l’età. Può essere identificata con la situazione metabolica per cui il muscolo, che è uno dei più importanti consumatori di energia dell’organismo (non solo perché rappresenta circa il 40% del peso corporeo ma anche per la capacità metabolica unitaria) perde, a partire da un’età intorno ai 45 anni e con una pendenza mano a mano più alta, la capacità di produrre e consumare energia con lo stesso rate che utilizzava prima: questa situazione è, sicuramente, il più importante fattore di accumulo di grasso corporeo in eccesso. Se poi si considera che la diminuzione della capacità fisica, porta inevitabilmente ad una diminuzione anche dell’attività, allora, in assenza di adeguati ricondizionamenti alimentari, il rapporto massa grassa/massa magra tende inevitabilmente a lievitare in modo esponenziale.

Le motivazioni che inducono tale patologia sono molteplici. La sarcopenia può manifestarsi in soggetti sedentari a seguito di un lungo periodo di inattività fisica oppure può accentuarsi semplicemente con l'incorrere della terza età. Secondo una corrente di studi, la sarcopenia non è una conseguenza inevitabile dell'età, ma si verifica in condizioni di stress ossidativo crescente nel tempo con la formazione di radicali liberi.

Per quanto riguarda la sarcopenia legata alle terza età nel sesso maschile è correlata al calo della produzione di testosterone che ha effetti anabolizzanti, in particolare sul metabolismo proteico.

Nella sarcopenia la perdita di massa muscolare e la conseguente perdita di forza sono accompagnate anche da una minore funzionalità dei muscoli.

Con il trascorrere degli anni di vita di un soggetto standard (considerato in qualità di campione d'esame) la perdita di massa muscolare avanza di pari passo con la perdita di forza muscolare che può essere delle stesse proporzioni se non addirittura maggiore. A 50 anni di età molte persone hanno già perso circa il 10% della loro massa muscolare e a 70 anni ne avranno perso circa il 70%.

La sarcopenia inizia a comparire intorno a 40-50 anni, essa accelera la sua presenza intorno ai 75 anni. Il segno più evidente è rappresentato dalla atrofia delle fibre fast-twitch (FT), quelle che vengono reclutate durante il lavoro anaerobico di alta intensità; per questo motivo non tutti i muscoli presentano lo stesso grado di perdita tessutale. Ovviamente questo stato funzionale trova il suo esordio e uno sviluppo più appariscente presso i sedentari poiché l’attività fisica pregressa costituisce un elemento di protezione, anche se relativa, rallentandone sia l’insorgenza che lo sviluppo. La perdita di massa e la minore efficacia degli enzimi muscolari si traducono in un calo del picco di forza isocinetica, della massima velocità di estensione e del massimo sforzo isometrico che, ancora conservato a 45 anni, decresce del 25% a 65 anni, del 35% a 70 anni, mentre nelle decadi successive la perdita di forza risulta ancora più marcata ed accelerata. Questo porta a far si che il 40% delle donne tra i 55-64, il 45% tra i 65-74 e il 65% tra i 75-84 anni non è più in grado di sollevare un peso di 4.5 kg.

Negli ultimi anni sono state proposte molte ipotesi sulle cause della Sarcopenia che possono essere:

Delezione mitocondriale: Un errore di replicazione del DNA mitocondriale (mtDNA), potrebbe essere la causa di una delezione significativa del genoma del mitocondrio; il genoma più corto si replica più velocemente inducendo la formazione di mitocondri malfunzionanti o del tutto inattivi. A questo stato di cose il nucleo risponde up-regolando la formazione di mitocondri e ciò porta, per i motivi detti sopra, all’accumulo di mitocondri a genoma corto inattivi. Questo provoca un deficit energetico e l’atrofia della fibra. La fibra atrofica necrotizza e viene sostituita da infiltrazioni di tessuto connettivo e adiposo.
Alterazione della sintesi proteica: Qualunque evento che porti ad una diminuzione della massa muscolare con conseguente diminuzione della capacità di generare forza da parte del muscolo scheletrico, rappresenta un condizionamento negativo della capacità funzionale della fibra scheletrica che prende il nome di atrofia: una situazione estrema la cui insorgenza è sempre negativa ed alcune volte rappresenta, per il muscolo ma non solo per esso, una strada senza ritorno. In linea generale lo stato atrofico, pur essendo legato ad una pluralità di fattori, è sempre la conseguenza, se la disponibilità di nutrimenti è adeguata, di uno sbilanciamento tra la capacità delle fibre del tessuto di portare a termine una corretta sintesi delle proteine e la componente degradativa delle stesse.
Perdita della capacità riparativa delle cellule satelliti: La proliferazione e la fusione delle CS è regolata da specifici fattori di crescita proteici (principalmente IGF-1, mIGF-1, HGF) ma è anche influenzata da ormoni quali GH, Testosterone, Estrogeni). La secrezione di GH da parte dell’ipofisi anteriore agisce sul fegato per stimolare sintesi e release di IGF-1 che agisce tramite recettori di superficie posti sulla membrana delle CS, facendole proliferare come miociti e quindi differenziare in miotubi.



Sembra piuttosto ovvio, comunque, osservare che la sarcopenia non può essere considerata un semplice processo legato da una relazione di causa effetto con uno specifico fattore etiologico; piuttosto è necessario considerarla un evento multifattoriale. Sotto quest’ottica, probabilmente, si percorre un cammino più corretto ma nel quale, però, si rischia di confondere gli effetti (alterazione del sistema di trasporto degli elettroni, alterazioni ormonali e/o dei fattori di crescita che portano ad una alterazione della sintesi proteica, perdita della capacità riparativa delle cellule satelliti, ecc…) con le cause (orologio biologico, accumulo di radicali liberi, rimodellamento anterogrado, ecc.) Il problema è che siamo ben lontani dal definire cause e specificità del processo e che, molto probabilmente, ancora qualche anno dovrà passare perché il problema possa essere in qualche modo avviato a soluzione. Ovviamente, considerando sia il costo umano con la grave situazione che lega gradi consistenti di sarcopenia con stati di parziale o totale inabilità che sociale (costo per le strutture sanitarie), ogni sforzo deve essere compiuto per far sì che, almeno la sintomatologia più allarmante (abbassamento della soglia al dolore, stati preinfiammatori, depressione, ecc…) venga in qualche modo controllata.

La senescenza è associata con molte modificazioni dei livelli ormonali inclusi quella drastica dei livelli plasmatici del GH (soprattutto in rapporto con le variazioni indotte dall’esercizio fisico) e quella seppur meno evidente di Testosterone (T) e IGF-I. Una diminuzione della presenza di questi ormoni può essere collegata allo sviluppo della Sarcopenia per la loro azione diretta sulla regolazione della sintesi delle proteine: GH e T sono richiesti per il mantenimento del bilancio proteico (GH anche per la sintesi epatica di IGF-I) e IGF-I controlla direttamente la sintesi delle proteine con un’azione specifica per quanto riguarda quelle dei filamenti (actina e catena pesante della miosina). Anche se è certo il ruolo giocato dagli ormoni indicati sulla sintesi delle proteine, molti dubbi derivano dai risultati ottenuti utilizzando la loro somministrazione come terapia anti sarcopenica. Un esempio vale per tutti: la somministrazione, anche in dosi massice, di GH non ha prodotto risultati di particolare apprezzamento soprattutto per quel che concerne il ripristino della massa muscolare persa con l’età. Un altro tentativo di tipo terapeutico-educativo è il frutto di una scoperta fatta 70 anni fa: nei ratti sottoposti a restrizione calorica, attraverso una dieta spartana ma bilanciata, si osserva un aumento di circa il 50% della lunghezza della vita media ed una riduzione molto significativa dell'incidenza di sarcopenia e malattie tipicamente geriatriche, come il cancro, le malattie cardiovascolari, l'osteoporosi, ecc. Questi effetti si riscontrano su molti organismi modello per la biologia, ma purtroppo questo regime di restrizione calorica è insostenibile, perché porta quasi alla fame. Ebbene, alcuni studiosi della Harvard Medical School di Boston hanno individuato delle molecole che simulano la restrizione calorica e la più potente di queste molecole è il resveratrolo , contenuto tra l'altro nel vino rosso. Purtroppo però il resveratrolo naturale non è molto stabile: si degrada facilmente in presenza di ossigeno e perde così la sua efficacia. Non è proponibile, perciò, il suo utilizzo come agente terapeutico per combattere la sarcopenia anche se la presenza, in dosi consone (uno-due bicchieri al giorno) di vino rosso nella dieta potrebbe contribuire in maniera significativa a ridurre gli effetti negativi dell’accumulo di radicali liberi nell’organismo. Una dieta ipocalorica è, comunque, indicata e non solo in quei soggetti anziani che presentano tendenza ad aumento di massa grassa e diminuzione di massa magra. D’altro canto in soggetti molto anziani con scorrette abitudini alimentari, inappetenza e/o patologie croniche, che presentano quindi un insufficiente apporto di nutrienti, si deve prendere in considerazione l’opportunità di introdurre supplementazioni dietetiche che includano vitamina B6, B12, Calcio, Vitamina D ed aminoacidi. Migliori risultati, qualche volta così significativi da risultare in un deciso miglioramento sia delle condizioni locali (recupero muscolare) che di quelle generali (inabilità ridotta), si ottengono somministrando programmi di attività fisica come terapia . Il primo intervento terapeutico da considerare, consiste nell’introduzione di un corretto programma di allenamento. Non tutte le forme di esercizio hanno la stessa efficacia nel promuovere un aumento di forza muscolare. Gli esercizi di tipo aerobico sub-massimale, costituiti da numerose contrazioni muscolari protratte nel tempo, contro resistenze relativamente basse, possono contribuire all’aumento della massa e della forza muscolare nei soggetti debilitati e dopo lunga immobilizzazione. Viceversa, in soggetti sani, che praticano una normale attività fisica, l’efficacia di questi esercizi ha effetto soprattutto sulla capacità cardiovascolare e sul metabolismo energetico. Allo scopo di ottenere un sostanziale miglioramento di forza, massa e performance muscolare, si rende necessaria l’introduzione di protocolli che comprendano esercizi anaerobici di potenza, ossia una serie, anche limitata, di contrazioni muscolari contro resistenze elevate.

È possibile prevenire e curare la sarcopenia a patto che si rispettino alcuni principi. Innanzitutto è molto importante identificare precocemente i soggetti con sarcopenia o a rischio di sarcopenia. Attualmente gli esperti sono in grado di diagnosticare la sarcopenia misurando la massa muscolare e la forza muscolare, mediante apparecchiature specifiche, e la velocità di cammino (in un tratto di 4 metri, è considerata normale una velocità maggiore o uguale a 0,8 metri al secondo). In assenza di strumenti specifici come quelli di cui si è detto, la presenza di sarcopenia può essere sospettata valutando la capacità di un soggetto in età avanzata di percorrere 400 metri in un quarto d’ora senza aiuto di persone o ausili. Laddove ciò non sia possibile è consigliabile rivolgersi ad un geriatra esperto.

In secondo luogo deve essere perseguita una dieta equilibrata e praticata in modo costante un’attività fisica. La dieta deve essere particolarmente ricca di proteine, distribuite equamente durante la giornata. Il muscolo, infatti, necessita di un costante ricambio delle cellule muscolari che si degradano e vanno incontro a morte (per cause naturali e per l’attività fisica) ed è molto importante che il rapporto tra sintesi e degradazione di proteine sia in equilibrio. In un soggetto che sta diventando anziano ciò può avvenire attraverso l’introito di proteine con l’alimentazione. Le raccomandazioni delle società scientifiche che si occupano di sarcopenia consigliano l’assunzione di 0,8-1,2 grammi pro-chilo di proteine al giorno (25/30 grammi di proteine di alta qualità ad ogni pasto, come carni magre, latte e suoi derivati, uova pesce e legumi), in assenza di malattie legate all’insufficienza renale. Qualora ciò non fosse possibile, può essere indicata l’assunzione di un supplemento nutrizionale orale completo e bilanciato. L’assunzione di proteine attraverso la dieta e/o i supplementi deve avvenire non solo al pasto principale ma in modo equilibrato suddividendo il fabbisogno tra colazione, pranzo e cena. Inoltre è importante che alla dieta sia abbinata una regolare attività fisica che svolge una funzione catalizzatrice della sintesi di proteine e favorisce pertanto il mantenimento di un’adeguata massa muscolare. L’esercizio di tipo aerobico (passeggiata, corsa leggera, nuoto, bicicletta) ma anche il sollevamento di piccoli pesi con l’ausilio di macchine e attrezzi in palestra sono consigliati per contrastare la sarcopenia.




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giovedì 10 marzo 2016

DONNE E SALUTE





Le donne mostrano solitamente una peggiore percezione della propria salute, con un divario che aumenta al crescere dell’età, anche per effetto della maggiore prevalenza di malattie croniche, soprattutto fra le donne anziane. Nella fascia over 65 anni dichiara di stare male o molto male il 23,4% delle donne a fronte del 16,6% degli uomini.

Le differenze di genere evidenziano uno svantaggio tutto al femminile con un tasso del 7,1% contro quello del 3,8% dei maschi. Tale svantaggio non si può giustificare unicamente con la maggiore longevità delle donne; infatti, già a partire dai 55 anni, età in cui cominciano a registrarsi percentuali di una certa consistenza, lo scarto tra uomini e donne emerge in tutte le fasce d’età messe a confronto. Le limitazioni di tipo motorio (camminare, salire le scale ecc.) affliggono il 2,6% della popolazione di 6 anni e più, con quote molto più alte dopo i 75 anni, fino ad arrivare al 22,5% fra gli ultraottantenni, con forti differenze di genere (25,4% per le donne contro 17,1% per gli uomini).

Alcune malattie sono più frequenti e gravi nelle donne rispetto agli uomini e spesso le cure farmacologiche comportano meno efficacia e maggiori effetti collaterali.  Le malattie, nella loro genesi, evoluzione e prognosi - come pure i farmaci che vengono prescritti - sono essenzialmente state studiate sugli uomini. L’organismo femminile è molto più complesso e a causa di vari fattori, a partire dalle mensili fluttuazioni ormonali, non si è mai facilmente prestato ad essere un modello di riferimento stabile.

Si pensa all’infarto come ad un qualcosa che riguardi solo gli uomini, ma è il 38% delle donne che muore entro un anno da un attacco cardiaco, rispetto al 25% maschile. Lo stesso dicasi per l'ictus in cui  il tasso di mortalità è rispettivamente al 25% e al 22%. Queste disparità dipendono da alcuni fattori: in particolare le donne non riconoscono per tempo i sintomi dell’infarto, in quanto diversi da quelli noti per l’uomo di cui si parla ancora quasi in forma esclusiva nei manuali di medicina. Ne evince che neppure gli operatori sanitari sanno distinguerli ancora adeguatamente. Non solo. Nel genere femminile il diabete e l’ipertensione rappresentano fattori di rischio maggiormente predisponenti all’infarto che non in quello maschile; è colpito il microcircolo e non le grandi arterie, per cui test diagnostici come la coronarografia possono non essere significativi.
Una donna affetta da diabete vive in media 8,2 anni in meno rispetto ad una coetanea non diabetica, mentre per gli uomini il tasso si abbassa a circa 7,5 anni. Maggiori nel genere femminile le complicanze della malattia specie se in presenza di problematiche cardiovascolari.
Le donne per la maggior parte della loro vita sono protette dall'aterosceloriosi grazie agli estrogeni, mentre gli uomini cominciano ad accumulare placche aterosclerotiche già dai 30 anni. Attenzione però perché con la menopausa il rischio anche al femminile aumenta rapidamente.
Il tumore al polmone, una volta raro nelle donne, è diventato invece oggi molto frequente a causa soprattutto del tabagismo: il genere femminile ha una minore capacità di riparare i danni dei cancerogeni del tabacco. Gli estrogeni  inoltre rendono la malattia più aggressiva e le pazienti più suscettibili agli effetti collaterali delle terapie.
Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) colpisce maggiormente gli uomini, ma le donne hanno il tasso di mortalità più alto: per lo più si tratta di fumatrici. I sintomi sono peggiori in quanto peggiore è il danno polmonare e dunque anche le complicanze, ma difficilmente nel genere femminile si avvia per tempo un percorso diagnostico (e dunque terapeutico) appropriato, in quanto si ritiene ancora la BPCO una malattia tipica dell’uomo e basta.
Anche il Parkinson è una malattia a prevalenza maschile (2 volte più frequente negli uomini rispetto alle donne), ma nel gentil sesso evolve in maniera più drastica: le donne sviluppano una maggiore disabilità e seppur lievemente (solo 2 mesi di differenza) un’aspettativa di vita minore.
Al contrario la Malattia di Alzheimer è più frequente nelle donne che presentano sintomi diversi rispetto agli uomini: deficit più gravi nel linguaggio, maggiore instabilità emotiva e predisposizione a depressione.
Le donne sono più soggette a ulcera gastrica, mentre gli uomini incappano più frequentemente in quella duodenale. Nelle donne comunque grazie agli ormoni, la malattia ha un decorso più favorevole.
Lo studio ITA.LI.CA. ha dimostrato come fra le donne il cancro del fegato sia maggiormente legata ad infezione da HCV, ma sia anche meno aggressiva rispetto agli uomini; maggiore è infatti la sopravvivenza al femminile anche perché le masse si manifestano di dimensioni più ridotte.
Nel sesso femminile i calcoli della colecisti sono molto più frequenti, ma in genere è sempre in forma lieve: gli uomini al contrario tendono maggiormente a necessitare di intervento di rimozione della cistifellea.



Il tumore del colon negli uomini sviluppa per lo più nel retto e nel tratto discendente del colon, mentre nelle donne in quello discendente. Nel genere femminile si ritiene più pericoloso perché presenta sintomi solo al momento in cui è in fase avanzata: spesso non da neppure sangue occulto nelle feci.
La depressione si sa, colpisce maggiormente le donne, per una serie di motivazioni psico-biologiche. Nelle donne questa patologia è più pericolosa perché spesso si accompagna - entro un anno dalla sua insorgenza - ad abuso di alcolici e perché molti farmaci prescritti non hanno una corretta azione.
Le ovaie sono gli organi responsabili nella donna della produzione degli ormoni sessuali e delle cellule riproduttive (ovociti). Il tumore alle ovaie, pur non essendo diffuso come quello al seno, riguarda circa una donna ogni 100. Colpisce soprattutto dopo i 60 anni, mentre è piuttosto raro nelle donne giovani al di sotto dei 30 anni. I principali fattori di rischio sono l'età avanzata, una vita fertile lunga (prima mestruazione precoce e menopausa tardiva) e l'assenza di figli.
Il tumore del collo dell'utero (o della cervice uterina) è stato per molto tempo il più frequente nel sesso femminile, associato a un'alta mortalità. Oggi si assiste a una continua diminuzione di incidenza e di mortalità grazie soprattutto all'introduzione di uno strumento estremamente efficace di diagnosi precoce, il Pap-test. Ogni anno in Italia vengono diagnosticati 3.500 nuovi tumori della cervice, con una media di un caso ogni 10.000 donne. La malattia è legata all'infezione del virus del papilloma (HPV) che si contrae per via sessuale: comportamenti che tendono a limitare le possibilità di infezioni (per esempio l'uso del preservativo e la vaccinazione contro l'HPV per le giovanissime) sono dunque protettivi.
Una delle patologie più comuni dell’endometrio, mucosa che ricopre la cavità interna dell'utero, è l’endometriosi, ovvero una dislocazione extrauterina del tessuto ghiandolare che causa dolore, infiammazione e aderenze tra i tessuti. La patologia ha una prevalenza di circa il 10-15% delle donne in età riproduttiva e interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà a concepire. È spesso sottovalutata e provoca un grave stato di sofferenza psico-fisica nella donna. In Italia, le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni. Per quanto riguarda invece il tumore dell’endometrio, esso si colloca al sesto posto tra i tumori più frequentemente diagnosticati alle donne e in Italia si parla di oltre 7.700 nuovi casi ogni anno. Colpisce soprattutto le donne anziane, con un picco di incidenza dopo i 60 anni, e presenta tassi d'incidenza in aumento nel mondo occidentale a causa dell'allungamento della vita media e di una alimentazione troppo abbondante.
Il seno è l’organo che, nelle donne, è maggiormente soggetto a essere colpito dal tumore. Quest’ultimo infatti riguarda una donna su 10 e ogni anno in Italia vengono diagnosticati 37.000 nuovi casi. Sono stati identificati numerosi fattori di rischio, alcuni modificabili, come gli stili di vita, e altri invece non modificabili, come per esempio l'età (la maggior parte di tumori del seno colpisce donne oltre i 40 anni) e fattori genetico-costituzionali. Tra gli stili di vita dannosi si possono citare, per esempio, un'alimentazione ricca di grassi animali e povera di frutta e verdura, il vizio del fumo e una vita particolarmente sedentaria.





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sabato 2 gennaio 2016

MORIRE DI PARTO



In Italia si muore ancora di parto. Si tratta di una possibilità molto rara - anzi, da questo punto di vista il nostro Paese è assolutamente all'avanguardia, con tassi di mortalità molto bassi - ma, come dimostrano alcuni fatti di cronaca degli ultimi giorni, non è un'eventualità che siamo riusciti a cancellare del tutto.

Ma come stanno le cose? Premessa indispensabile: se ogni vita va tutelata e difesa in ogni modo, a maggior ragione deve esserlo quella di una madre e del figlio (o figlia) che porta in grembo. Morire di parto è qualcosa di intollerabile, inaccettabile. E ogni Paese, come impone anche l'Onu, deve impegnarsi per ridurre il più possibile queste tragedie. Ogni anno, nel mondo, 303 mila donne muoiono di parto. Dal 1990 a oggi, il numero è stato quasi dimezzato. Le Nazioni Unite avevano chiesto una riduzione del 75%. Progressi, a livello globale, ne sono stati fatti eccome. Ma non basta.

Lo studio dell'ISS rivela che le cause di morte diretta più frequenti sono emorragie, tromboembolie e disordini ipertensivi. Vengono monitorate anche le cause indirette che possono portare alla morte della madre entro 42 giorni dal parto: tra queste ci sono patologie cardiovascolari, patologie cerebrovascolari e neoplasie.  Il rischio di mortalità raddoppia se la mamma ha più di 35 anni (bisogna leggere i dati senza allarmismi: si tratta comunque di eventualità rarissime anche per le over 35). Le morti materne per taglio cesareo sono tre volte superiori a quelle registrate nei parti naturali (anche qui: non è tanto l'intervento chirurgico in sé ad accrescere il rischio, quanto le possibili patologie che lo hanno reso necessario). Il dato, inoltre, appare superiore alla media per le cittadine straniere e per le donne con un basso livello di istruzione. Il fattore povertà, anche nel nostro Paese, ha una certa incidenza.



Ogni volta che nel nostro paese vengono messi al mondo 100mila bambini, ci sono 10 donne che muoiono per la gravidanza o il parto. Un evento raro, è vero. Ed è in linea con la media dei paesi europei, come Regno Unito e Francia. Ma non per questo più accettabile, specialmente oggi dopo gli straordinari progressi compiuti in medicina. Eppure, in questi due anni in Italia sono morte 39 donne, la maggior parte delle quali a causa di complicanze ostetriche della gravidanza e del parto. E forse potrebbero essercene di più. Poche o molte: questo non lo sappiamo. Perché il progetto pilota di sorveglianza della mortalità materna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (iss), ha coinvolto solo 6 regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia).
     
Il 12 per cento delle morti tardive, avvenute tra 43 e 365 giorni dall’esito della gravidanza, sono causate da un suicidio (più che altro depressione post partum). Avviene in due casi ogni centomila nati vivi delle regioni partecipanti. Due donne su 10 sono morte a seguito di un’emorragia ostetrica che rappresenta la prima causa di mortalità e grave morbosità materna in Italia. La sepsi ha causato 5 dei 39 decessi e altri 5 sono stati causati da malattie infettive, 3 delle quali dovute a influenza H1N1, mentre 6 dei 39 decessi sono avvenuti per complicazioni di gravidanze indotte mediante tecniche di procreazione medicalmente assistita. Delle 29 morti sottoposte a indagini confidenziale 12 sono risultate associate ad assistenza inappropriata ed esito evitabile. Quindi vite che potevano essere salvate.

“Il rischio di mortalità materna - sottolinea Serena Donati, del reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Iss - è quasi tre volte superiore nelle donne sopra i 35 anni rispetto alle più giovani, oltre due volte nelle donne di istruzione bassa e tra quelle che si sono sottoposte a taglio cesareo rispetto al parto spontaneo. Le morti rilevate a seguito di gravidanze indotte mediante procreazione assistita mettono in luce l’importanza di un’appropriata selezione delle donne che possono accedere a tali tecniche per quanto riguarda la variabilità tra le regioni, si registrano esiti migliori al Nord rispetto al Sud del Paese come accade anche per la mortalità neonatale».

L’Italia rimane comunque in linea con la media dei Paesi europei per quanto riguarda la mortalità materna, con un rapporto pari a 10 decessi ogni centomila nati vivi. Lo stesso rapporto rilevato nel Regno Unito e in Francia. È quanto emerge da un progetto pilota di sorveglianza della mortalità materna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in sei regioni presentato lo scorso anno. La mortalità delle donne in gravidanza o per parto è di particolare attualità dopo i vari casi avvenuti nel nostro paese negli ultimi giorni e sui quali si sta indagando. Il progetto è stato condotto in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia utilizzando due metodologie: incrociando i registri di mortalità con le schede di dimissione ospedaliera e attivando una sorveglianza attiva per analizzare i casi di morte materna. Il rapporto più basso (4,6 ogni centomila nati vivi) è stato rilevato in Toscana, il più alto (13,4 ogni centomila nati vivi) in Campania. Il progetto ha permesso di rilevare anche le morti materne avvenute fino ad un anno dal parto, mettendo in evidenza che il 12% è attribuibile al suicidio, che avviene in due casi ogni centomila nati vivi. Grazie alla sorveglianza attiva, una rete di circa 300 presidi sanitari, sono state rilevate 39 morti in due anni, la maggior parte delle quali a seguito di complicanze della gravidanza e del parto, mentre le altre per complicazioni legate a patologie preesistenti.






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