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martedì 14 giugno 2016

TREMORI



Il tremore è uno dei più comuni movimenti involontari patologici. Si tratta di oscillazioni ritmiche di un segmento corporeo, causate dall'attivazione alternata di gruppi muscolari antagonisti tra loro.

La classificazione più recente è quella di Deuschl (1998) che distingue:

Il tremore a riposo si attenua sino a scomparire durante un movimento volontario o il mantenimento di una postura, è ritmico, a bassa frequenza (in media 5 Hz), regolare, soprattutto ai settori distali degli arti. Si riscontra in alcune patologie del sistema extrapiramidale. È tipico della malattia di Parkinson, di cui è spesso il sintomo d'esordio.
Il tremore d'azione di tipo cinetico compare durante un movimento volontario ed è tipico delle lesioni cerebellari (in questo caso ci sono altri segni cerebellari come adiadococinesia, dismetria, disartria, ecc.), mentre quello posturale ha frequenze in genere più elevate del tremore a riposo (da 5 a 20 Hz), può essere ai settori distali degli arti ma pure in quelli prossimali, capo e tronco.
Tremore fisiologico, che è presente in tutti i soggetti a livello di ogni articolazione, ma che per la sua piccola ampiezza è difficile da osservare ad occhio nudo.

Il tremore a riposo persiste quando il soggetto è immobile, seduto o disteso. Segno caratteristico della sindrome parkinsoniana e del morbo di Parkinson, coinvolge soprattutto le estremità ed è più intenso nelle mani. Il trattamento fa ricorso ai farmaci antiparkinsoniani e, nelle forme gravi, all’impianto nei nuclei sottotalamici di elettrodi di stimolazione, controllati dal paziente stesso.

Il tremore posturale compare solo quando il soggetto mantiene troppo a lungo una posizione, per esempio se gli si chiede di tenere le braccia tese davanti a sé. Il tipo più comune è il tremito fisiologico, provocato dall’emozione o favorito dagli eccitanti (caffè). Un’altra forma è il tremore dovuto all’assunzione di un farmaco (antidepressivi triciclici, litio) o a una malattia (morbo di Basedow-Flajani-Graves, ipoglicemia, alcolismo cronico). Il trattamento consiste nel diminuire o nell’eliminare il farmaco o nel trattare l’affezione sottostante. Altro tipo di tremore posturale è il tremore essenziale (cioè senza causa nota), detto senile se la sua comparsa è tardiva. Abbastanza frequente (colpisce il 2% della popolazione), nella maggior parte dei casi familiare, colpisce le estremità degli arti e spesso anche la testa; se è tanto grave da compromettere le azioni quotidiane (capacità di mangiare, vestirsi), si prescrive un farmaco ß-bloccante quale il propranololo, o un antiepilettico.

Il tremore da azione sopraggiunge quando il soggetto esegue un movimento volontario.
Può costituire la complicanza di un tremore posturale evolutosi dopo molto tempo; in altri casi, fa parte di una sindrome cerebrale (che colpisce il cervelletto o le vie nervose in connessione con esso). Il tremore predomina alla radice degli arti (spalle, anche), creando un handicap grave. Per quanto sia possibile prescrivere un farmaco antiepilettico (valproato di sodio) o antischemico (piracetam), la guarigione completa di un tremore di origine cerebellare è rara.
Nel trattamento di tremori particolarmente gravi e invalidanti, come quelli della sclerosi multipla, si può procedere all’inserimento di elettrodi di stimolazione nelle strutture sottotalamiche (come si fa nel morbo di Parkinson).



Il tremore costituisce il sintomo forse più evidente del morbo di Parkinson, una grave e piuttosto diffusa malattia neurologica caratterizzata da un tremore statico, da rigidità e rallentamento dei movimenti. Il tremore parkinsoniano è ritmico, evidente e colpisce le mani e, più raramente, la lingua. E’ presente a riposo e scompare temporaneamente quando il paziente compie un movimento volontario: non è raro vedere un paziente affetto da morbo di Parkinson tremare violentemente a riposo, ma riuscire a prendere un bicchiere colmo d’acqua e portarlo alle labbra per bere senza versarne nemmeno una goccia. Questo tremore può essere curato con una terapia chirurgica che offre risultati quasi miracolosi, ma purtroppo di breve durata: la coagulazione stereotassica. L’intervento viene effettuato con uno strumento che consente di coagulare con estrema precisione i nuclei nervosi responsabili del tremore, senza ledere le strutture cerebrali vicine.

I tremori possono avere una base organica, psichica o anche iatrogena. Tra tremori organici vi è il tremore “”intenzionale”” che si osserva durante un movimento; il tipico tremore statico o a riposo del morbo di Parkinson e tremore senile, molto evidente alle mani, presente in fase di riposo ma peggiorato dal movimento. Il tremore può essere anche di origine tossica, come nei casi di etilismo cronico (per abuso di alcool), tabagismo, abuso di tè o caffè; oppure è legato ad ipertiroidismo. Tra i tremori di origine psichica: i tremori isterici, di solito rozzi e goffi, che scompaiono quando si distoglie l’attenzione dal paziente; i tremori d’ansia fini e molto lievi, simili a quelli che si verificano nella tireotossicosi; i tremori legati all’iperemotività, accompagnati a volte da sudorazione.

Alcuni farmaci presentano il tremore tra gli effetti collaterali, come è nel caso di tremori di origine extrapiramidale e quelli che possono insorgere nel corso di una terapia al litio, i quali stanno ad indicare una evidente intossicazione farmacologica. Esiste anche una forma “”essenziale”” di tremore senza alcuna causa apparente; essa non è mai associata ad altri sintomi di lesione del sistema nervoso, è uno stato patologico non grave ma fastidioso e può colpire più membri di una medesima famiglia. Tale stato può essere migliorato somministrando vitamina B 6 e farmaci detti “”antiparkinsoniani””. La successione di oscillazioni ritmiche ed involontarie, ossia i tremori, hanno in genere un’ampiezza limitata e cessano durante il sonno.

Dissinergia cerebellare mioclonica è una patologia degenerativa cerebellare caratterizzata da tremore, spesso associato a convulsioni, mioclono e attacchi epilettici. Il tremore si manifesta alle estremità (in genere arti inferiori) per poi diffondersi gradualmente sino a coinvolgere in alcuni casi l’intero sistema motorio. Tra gli altri sintomi vi sono difficoltà a valutare le distanze, la direzione e la forza dei movimenti volontari, ipotonia muscolare, astenia e adiadococinesia. Raramente si ha deterioramento mentale.

L’eziologia è incerta, ma in alcuni casi si sono riscontrate anomalie mitocondriali; si ipotizza che la sindrome si trasmetta con ereditarietà autosomica dominante. Si manifesta in genere in età adulta, intorno ai 30 anni.



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giovedì 10 marzo 2016

DONNE E SALUTE





Le donne mostrano solitamente una peggiore percezione della propria salute, con un divario che aumenta al crescere dell’età, anche per effetto della maggiore prevalenza di malattie croniche, soprattutto fra le donne anziane. Nella fascia over 65 anni dichiara di stare male o molto male il 23,4% delle donne a fronte del 16,6% degli uomini.

Le differenze di genere evidenziano uno svantaggio tutto al femminile con un tasso del 7,1% contro quello del 3,8% dei maschi. Tale svantaggio non si può giustificare unicamente con la maggiore longevità delle donne; infatti, già a partire dai 55 anni, età in cui cominciano a registrarsi percentuali di una certa consistenza, lo scarto tra uomini e donne emerge in tutte le fasce d’età messe a confronto. Le limitazioni di tipo motorio (camminare, salire le scale ecc.) affliggono il 2,6% della popolazione di 6 anni e più, con quote molto più alte dopo i 75 anni, fino ad arrivare al 22,5% fra gli ultraottantenni, con forti differenze di genere (25,4% per le donne contro 17,1% per gli uomini).

Alcune malattie sono più frequenti e gravi nelle donne rispetto agli uomini e spesso le cure farmacologiche comportano meno efficacia e maggiori effetti collaterali.  Le malattie, nella loro genesi, evoluzione e prognosi - come pure i farmaci che vengono prescritti - sono essenzialmente state studiate sugli uomini. L’organismo femminile è molto più complesso e a causa di vari fattori, a partire dalle mensili fluttuazioni ormonali, non si è mai facilmente prestato ad essere un modello di riferimento stabile.

Si pensa all’infarto come ad un qualcosa che riguardi solo gli uomini, ma è il 38% delle donne che muore entro un anno da un attacco cardiaco, rispetto al 25% maschile. Lo stesso dicasi per l'ictus in cui  il tasso di mortalità è rispettivamente al 25% e al 22%. Queste disparità dipendono da alcuni fattori: in particolare le donne non riconoscono per tempo i sintomi dell’infarto, in quanto diversi da quelli noti per l’uomo di cui si parla ancora quasi in forma esclusiva nei manuali di medicina. Ne evince che neppure gli operatori sanitari sanno distinguerli ancora adeguatamente. Non solo. Nel genere femminile il diabete e l’ipertensione rappresentano fattori di rischio maggiormente predisponenti all’infarto che non in quello maschile; è colpito il microcircolo e non le grandi arterie, per cui test diagnostici come la coronarografia possono non essere significativi.
Una donna affetta da diabete vive in media 8,2 anni in meno rispetto ad una coetanea non diabetica, mentre per gli uomini il tasso si abbassa a circa 7,5 anni. Maggiori nel genere femminile le complicanze della malattia specie se in presenza di problematiche cardiovascolari.
Le donne per la maggior parte della loro vita sono protette dall'aterosceloriosi grazie agli estrogeni, mentre gli uomini cominciano ad accumulare placche aterosclerotiche già dai 30 anni. Attenzione però perché con la menopausa il rischio anche al femminile aumenta rapidamente.
Il tumore al polmone, una volta raro nelle donne, è diventato invece oggi molto frequente a causa soprattutto del tabagismo: il genere femminile ha una minore capacità di riparare i danni dei cancerogeni del tabacco. Gli estrogeni  inoltre rendono la malattia più aggressiva e le pazienti più suscettibili agli effetti collaterali delle terapie.
Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) colpisce maggiormente gli uomini, ma le donne hanno il tasso di mortalità più alto: per lo più si tratta di fumatrici. I sintomi sono peggiori in quanto peggiore è il danno polmonare e dunque anche le complicanze, ma difficilmente nel genere femminile si avvia per tempo un percorso diagnostico (e dunque terapeutico) appropriato, in quanto si ritiene ancora la BPCO una malattia tipica dell’uomo e basta.
Anche il Parkinson è una malattia a prevalenza maschile (2 volte più frequente negli uomini rispetto alle donne), ma nel gentil sesso evolve in maniera più drastica: le donne sviluppano una maggiore disabilità e seppur lievemente (solo 2 mesi di differenza) un’aspettativa di vita minore.
Al contrario la Malattia di Alzheimer è più frequente nelle donne che presentano sintomi diversi rispetto agli uomini: deficit più gravi nel linguaggio, maggiore instabilità emotiva e predisposizione a depressione.
Le donne sono più soggette a ulcera gastrica, mentre gli uomini incappano più frequentemente in quella duodenale. Nelle donne comunque grazie agli ormoni, la malattia ha un decorso più favorevole.
Lo studio ITA.LI.CA. ha dimostrato come fra le donne il cancro del fegato sia maggiormente legata ad infezione da HCV, ma sia anche meno aggressiva rispetto agli uomini; maggiore è infatti la sopravvivenza al femminile anche perché le masse si manifestano di dimensioni più ridotte.
Nel sesso femminile i calcoli della colecisti sono molto più frequenti, ma in genere è sempre in forma lieve: gli uomini al contrario tendono maggiormente a necessitare di intervento di rimozione della cistifellea.



Il tumore del colon negli uomini sviluppa per lo più nel retto e nel tratto discendente del colon, mentre nelle donne in quello discendente. Nel genere femminile si ritiene più pericoloso perché presenta sintomi solo al momento in cui è in fase avanzata: spesso non da neppure sangue occulto nelle feci.
La depressione si sa, colpisce maggiormente le donne, per una serie di motivazioni psico-biologiche. Nelle donne questa patologia è più pericolosa perché spesso si accompagna - entro un anno dalla sua insorgenza - ad abuso di alcolici e perché molti farmaci prescritti non hanno una corretta azione.
Le ovaie sono gli organi responsabili nella donna della produzione degli ormoni sessuali e delle cellule riproduttive (ovociti). Il tumore alle ovaie, pur non essendo diffuso come quello al seno, riguarda circa una donna ogni 100. Colpisce soprattutto dopo i 60 anni, mentre è piuttosto raro nelle donne giovani al di sotto dei 30 anni. I principali fattori di rischio sono l'età avanzata, una vita fertile lunga (prima mestruazione precoce e menopausa tardiva) e l'assenza di figli.
Il tumore del collo dell'utero (o della cervice uterina) è stato per molto tempo il più frequente nel sesso femminile, associato a un'alta mortalità. Oggi si assiste a una continua diminuzione di incidenza e di mortalità grazie soprattutto all'introduzione di uno strumento estremamente efficace di diagnosi precoce, il Pap-test. Ogni anno in Italia vengono diagnosticati 3.500 nuovi tumori della cervice, con una media di un caso ogni 10.000 donne. La malattia è legata all'infezione del virus del papilloma (HPV) che si contrae per via sessuale: comportamenti che tendono a limitare le possibilità di infezioni (per esempio l'uso del preservativo e la vaccinazione contro l'HPV per le giovanissime) sono dunque protettivi.
Una delle patologie più comuni dell’endometrio, mucosa che ricopre la cavità interna dell'utero, è l’endometriosi, ovvero una dislocazione extrauterina del tessuto ghiandolare che causa dolore, infiammazione e aderenze tra i tessuti. La patologia ha una prevalenza di circa il 10-15% delle donne in età riproduttiva e interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà a concepire. È spesso sottovalutata e provoca un grave stato di sofferenza psico-fisica nella donna. In Italia, le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni. Per quanto riguarda invece il tumore dell’endometrio, esso si colloca al sesto posto tra i tumori più frequentemente diagnosticati alle donne e in Italia si parla di oltre 7.700 nuovi casi ogni anno. Colpisce soprattutto le donne anziane, con un picco di incidenza dopo i 60 anni, e presenta tassi d'incidenza in aumento nel mondo occidentale a causa dell'allungamento della vita media e di una alimentazione troppo abbondante.
Il seno è l’organo che, nelle donne, è maggiormente soggetto a essere colpito dal tumore. Quest’ultimo infatti riguarda una donna su 10 e ogni anno in Italia vengono diagnosticati 37.000 nuovi casi. Sono stati identificati numerosi fattori di rischio, alcuni modificabili, come gli stili di vita, e altri invece non modificabili, come per esempio l'età (la maggior parte di tumori del seno colpisce donne oltre i 40 anni) e fattori genetico-costituzionali. Tra gli stili di vita dannosi si possono citare, per esempio, un'alimentazione ricca di grassi animali e povera di frutta e verdura, il vizio del fumo e una vita particolarmente sedentaria.





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sabato 21 novembre 2015

I BENEFICI DEL SONNO



L’80% degli adulti soffre per un deficit di sonno. Che paghiamo non solo sotto forma di stress. Dormire meno del necessario può causare demenza, Alzheimer, Parkinson. La “scienza del sonno” diventa cruciale per la prevenzione di molte malattie degenerative del cervello. Lo rivelano due studi americani pubblicati rispettivamente sulle riviste Science e The Journal of Neuroscience. Insieme aprono nuove strade nella conoscenza del funzionamento del nostro cervello, e il ruolo che il sonno svolge per la sua “manutenzione”. La prima ricerca ha come autrice Maiken Nedergaard, biologa danese che dirige un gruppo di scienziati alla University of Rochester nello Stato di New York.
Punto di partenza degli esperimenti condotti da questo team, è stata la ricerca di una “spiegazione evolutiva” del sonno. Dormire, in effetti, almeno a prima vista è un’attività inefficiente, improduttiva, perfino pericolosa: i nostri antenati cavernicoli rischiavano di farsi divorare dalle belve, durante il sonno. La Nedergaard ha trovato conferma per un’ipotesi che da molti decenni circolava tra gli scienziati. E cioè che il sonno sia il momento in cui il nostro cervello “fa le pulizie” al proprio interno, elimina spazzatura, scorie.
È un po’ l’equivalente di quello che il sistema linfatico fa con i nostri muscoli, eliminando l’acido lattico creato dagli sforzi. Per analogia, la scienziata danese ha battezzato sistema “linfatico” quello che agisce nel cervello. E soprattutto, ne ha dimostrato l’esistenza e il funzionamento, con numerosi esperimenti di laboratorio. Per ora limitati a topi, scimmie, cani e capre.
Il verdetto è comunque chiaro. Proprio come i muscoli sotto sforzo producono tossine, anche il cervello nell’attività diurna accumula “spazzatura”. Quando siamo svegli, il lavaggio automatico del sistema linfatico procede a rilento, un modesto 5% rispetto al lavoro che svolge quando dormiamo. Durante il sonno, l’area occupata dal sistema linfatico, dove scorrono i fluidi del lavaggio cerebrale, arriva a occupare il 20% del volume del nostro cervello. Questi “detersivi” sono essenziali per eliminare le proteine dette beta-amiloidi e tau, associate proprio con l’Alzheimer.
Da una parte è rassicurante sapere che esiste un’impresa delle pulizie che entra in azione ogni notte, e occupa le ore del nostro sonno svolgendo un mestiere così prezioso. D’altro lato questo rende ancora più allarmante il deficit di sonno che ci affligge più o meno tutti, e che va peggiorando. Sigrid Veasey del Center for Sleep and Circadian Neurobiology (University of Pennsylvania) col suo gruppo di ricercatori ha dimostrato che se il deficit di sonno è cronico, il metabolismo cerebrale subisce danni gravi, i neuroni degenerano. Il New York Times riporta un dato elaborato dalla National Sleep Foundation: un adulto ha bisogno di dormire dalle sette alle nove ore per notte, ma negli ultimi 50 anni abbiamo ridotto il nostro sonno, in media tra una e due ore a notte. Solo nell’ultimo decennio abbiamo perso in media 38 minuti di sonno per notte.



Negli Stati Uniti dai 50 a 70 milioni di persone soffrono disturbi cronici del sonno. Questa potrebbe essere la causa scatenante per una futura epidemia di Alzheimer, demenza e Parkinson, malattie neurodegenerative nelle quali appaiono proprio quelle proteine che noi eliminiamo nel sonno. Purtroppo la risposta non può venire dall’uso massiccio di sonniferi: il sistema linfatico lavora meno bene quando il sonno è “artificiale”. Semmai, una sfida per la scienza sarà trovare il farmaco che fa da surrogato per il sistema linfatico, ripulendo il nostro cervello dalle tossine e da ogni scoria. Allora potremmo realizzare l’antico sogno di tanti bambini: non andare mai più a dormire.

Il tuo corpo e la tua mente hanno bisogno di riposare in modo confortevole durante la notte per poterti permettere di affrontare la giornata nel modo migliore.

Studiando le ore di sonno di 15.659 studenti adolescenti statunitensi, i ricercatori della Columbia University di New York hanno scoperto che nei ragazzi che dormono meno di 5 ore a notte il rischio di depressione aumenta di più del 70%. Inoltre una mancanza di sonno rende in genere le persone più ansiose, agitate e aggressive.

Molte donne in età fertile dormono poco dedicando al sonno poca attenzione e sottovalutando l’importanza del dormire correttamente. In molti casi se il sonno è carente o disturbato si possono presentare delle conseguenze come: mestruazioni irregolari, ovulazione alterata, peggioramento della sindrome premestruale, ipertiroidismo dovuto a un mal funzionamento della tiroide.

Uno studio condotto su 20.822 ragazzi australiani di età compresa tra i 17 e i 24 anni ha dimostrato come quelli del gruppo che dormivano poco fossero decisamente più esposti a stress, oltre a essere più predisposti ad accumularne altro durante la giornata. Ricordiamo che anche lo stress è un fattore di rischio per molte malattie.

Infiammazione e stress: questi sono i principali responsabili dell’invecchiamento precoce del nostro organismo e della nostra pelle prima di tutto. Una ricerca condotta in Svezia  e pubblicata sul British Medical Journal dimostra come le stesse persone dopo una notte insonne vengano giudicate dagli estranei come meno attraenti e meno in salute, oltre a essere presi poco in considerazione durante colloqui di lavoro o in qualsiasi tipo di relazione.

La mancanza di sonno manda il nostro cervello in tilt spingendoci a mangiare di più durante il giorno e prediligendo il cibo spazzatura. Secondo l’Università di Chicago chi risulta ben riposato perde il 55% di grasso in più. A livello endocrino il dormire bene favorisce il mantenimento di buoni livelli di GH, o ormone della crescita che in caso di sonno disturbato scenderebbe a livelli troppo bassi portandoci ad un aumento di peso, un rallentamento generale del metabolismo ed ad un invecchiamento fisico precoce. Il dormire bene invece impedisce questo procedimento, donandoti un valido effetto antiage. Del resto chi dorme bene appare più sano e attraente, lo sapevano già anche i nonni, noi lo abbiamo solo confermato scientificamente.

Cheri Mah e i suoi ricercatori hanno preso in esame gli atleti della squadra di basket dell’Università di Stanford: aumentandogli le ore di sonno notturne hanno avuto un miglioramento nelle prestazioni fisiche. Altre ricerche confermano come meno ore di sonno possano portare a un notevole calo prestazionale sul campo.



Mentre dormiamo il cervello rielabora tutti le esperienze vissute durante la giornata rielaborandone il significato e selezionando gli stimoli più importanti. Jeffrey Ellenbogen e i suoi collaboratori dell’Università di Harvard hanno verificato come dormendo si migliorino le capacità di elaborare soluzioni nuove del 33%.

I bambini inglesi che hanno un sonno frammentario per problemi respiratori come apnee notturne e il russare risultano aver più problemi di comprensione e di attenzione. Inoltre altre ricerche dimostrano come anche gli adolescenti che dormono poco rendano meno sui banchi e nello sport. La mancanza di sonno può portare a iperattività e scarsa attenzione, sintomi molti simili all’Adhd, come documentato su un articolo pubblicato su Pubmed Pediatrics.

Matthew Walker e altri ricercatori dell’Università della California di Berkeley hanno dimostrato come 90 minuti di sonno pomeridiano migliorino la capacità di memorizzare nuove informazioni (attenzione se soffrite di insonnia), mentre per fissare i ricordi c’è bisogno di un riposo senza pause e risvegli notturni, come dimostra una ricerca statunitense dell’Università di Stanford pubblicata su Proceeding of the National Academy of Science (Pnas) secondo cui quando il sonno viene interrotto la nostra capacità di immagazzinare le esperienze e le informazioni vissute durante la giornata viene compromessa. Risulta quindi più importante e proficuo un riposo continuativo piuttosto che abbondante (il cervello durante la notte valuta cosa è successo e cosa ricordare).

La famosa pennichella fa bene al corpo e alla mente.

Uno studio condotto presso l’Università della California-Berkley nel 2010 su un gruppo di giovani ha rivelato che quelli ai quali era stato concesso di riposare circa 90 minuti intorno alle 14, riuscivano meglio nello svolgere alcuni esercizi rispetto ad altri che non avevano avuto la possibilità di schiacciare un pisolino. “Quando si è assonnati, si tende a non ricordare molto bene le cose. La concentrazione è scarsa e risulta difficile tenere cose a mente”, spiega donna Arand PhD, psicologa presso il Kettering Sleep Disorders Center a Dayton, Ohio. Non occorre peraltro trovare 90 minuti per dormire a metà giornata, come i partecipanti all’esperimento; sono sufficienti 20-30 minuti per ottenere i benefici derivanti da una mente riposata.

Il sonno, inoltre, influisce anche sulla salute del cuore. “Una ricerca dimostra che le persone che dormono sei ore per notte rischiano di andare incontro a malattie cardiache molto più di coloro che invece si assicurano un riposo di sette ore ogni notte ” afferma Sarah Conklin, professoressa di psicologia e neuroscienze all’Allegheny College. “Ma il sonnellino pomeridiano ha un effetto ristoratore che annulla le conseguenze dannose di un riposo notturno breve. Se si ha la possibilità di dormire da 45 minuti ad un’ora durante il pomeriggio si ottengono considerevoli benefici nel ridurre i rischi cardiaci derivanti da uno scarso riposo notturno”.

“Ci sono tanti tipi di riposo pomeridiano e bisogna sceglierlo sulla base del'obiettivo che si vuole raggiungere”, spiegano poi gli studiosi dell'ateneo californiano di Riverside.

Per fare una veloce ricarica e tornare subito lucidi bastano tra i dieci e i venti minuti di sonno. Per migliorare invece, il processo di memorizzazione, è invece necessaria un'ora completa di riposo. Unica controindicazione di questa pausa più lunga è l'intontimento al risveglio. Infine, per fare il pieno di creatività e attenzione bisogna dormire per un'ora e mezza.

L'ora ideale per la pennichella è compresa tra le 13 e le 16. Se si va oltre si rischia di compromettere la qualità del sonno notturno.



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