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martedì 21 febbraio 2017

DIGRIGNARE I DENTI



Il digrignare i denti è un segnale di aggressività trattenuta.

Da un punto di vista psicosomatico il digrignare i denti è un tentativo inconscio di scaricare un surplus di tensione psichica, una quota di ansia o aggressività che si è accumulata durante la giornata e che il soggetto tende a non esprimere. Le emozioni sono negate e vengono messe a tacere durante il giorno per poi ripresentarsi in un contesto più controllato e meno pericoloso: il sonno.

Chi digrigna i denti tende a rimuginare, ha difficoltà a dire di no, preferisce reprimere la rabbia che prova per paura di esagerare o per non attivare sensi di colpa. Il serrare le mascelle è indice di aggressività trattenuta e durante la notte chi soffre di bruxismo"simula" l'attacco verso i presunti nemici.

Il bruxismo consiste nel serrare e stringere i denti in modo ripetuto prevalentemente di notte, ma anche di giorno o  per tutto l’arco della giornata, con un’intensità anomala. Le arcate dentarie normalmente non si dovrebbero mai toccare, perché la mandibola, come tutto il resto del corpo, è soggetta alla legge di gravità e in fase di riposo dovrebbe rimanere leggermente piegata verso il basso, tenendo in tal modo i denti discosti. In condizioni normali i denti si incontrano complessivamente solo tra i 6 e i 12 minuti nelle 24 ore, durante la fase terminale della deglutizione, che avviene tra le 600 e le 1.200 volte e dura solo qualche millesimo di secondo. I denti non si toccano neanche quando mangiamo, perché nella bocca è presente il bolo alimentare.

Il bruxismo può manifestarsi in modi differenti: alcune persone stringono i denti, senza associare a tale attività altri movimenti (clenching); altri muovono la mandibola in senso orizzontale producendo uno sfregamento (grinding); altri ancora aprono e chiudono ripetutamente la bocca facendo battere i denti (tapping).

Questa contrazione involontaria della muscolatura masticatoria, definita “parafunzione” perché comporta un’anomalia di utilizzo di una parte del corpo, provoca emicranie o cefalee, rumori articolari, limitazioni del movimento mandibolare, dolore a viso, collo, spalle e torace, muscoli del viso affaticati o ingrossati, sonno disturbato e sensazione di stanchezza al risveglio, usura dentale e paradontopatia. Spesso sono presenti anche sintomi legati al sistema nervoso autonomo, come sudorazione, diminuzione della libido o tachicardia e palpitazioni notturne.

Le cause del bruxismo non sono note ma, secondo alcune ricerche, il dormire a pancia in sotto o su di un fianco, facendo gravare il peso di parte del corpo su di un lato, sbilancia la mandibola, normalmente centrata, bilanciata, con i muscoli rilassati e i denti non a contatto. Conseguentemente i denti si trovano a spingere contro gli antagonisti ad ogni deglutizione inconscia, in occlusione laterale forzata, per favorire la ricentratura mandibolare da parte dei muscoli masticatori. Ma, soprattutto, sono le condizioni di elevata tensione emotiva, di nervosismo o stati d’ansia generalizzata che possono favorire episodi di bruxismo.



L’intervento della Psicologia Psicosomatica, considerando il contesto di vita della persona (lavorativo, familiare e le relazioni sociali), mira a  comprendere l’eventuale influenza di diversi stressor nello scatenamento dei sintomi. Contestualmente, l’intervento potrà incentrarsi sul corpo, con l’impiego di test kinesiologici e naturopatici per indagare lo stato fisico dal punto di vista della diffusione dell’energia o attraverso un modello interpretativo dei sintomi corporei come la Medicina Tradizionale Cinese, per verificare la regolazione degli organi e la reattività muscolare, accertando l’eventuale collegamento tra equilibrio del corpo e insorgenza del sintomo. Per ridurre gli effetti negativi dello stress, sia fisico che psichico, potranno essere impiegate tecniche di Manipolazione Cranio-Sacrale che stimolano i fisiologici meccanismi di autoguarigione del corpo. Infine, trovare uno spazio in cui esprimere e analizzare le emozioni provate in relazione al disturbo, anche aiutandosi con quanto emerso dai test eseguiti, può essere già di per sé terapeutico e risultare fondamentale per una maggior comprensione del fenomeno.

Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso presso la popolazione (5-20%) e generalmente non viene avvertito dalla persona interessata. Il rumore causato dallo sfregamento dei denti, invece, può disturbare il sonno del partner di letto e talvolta può essere talmente forte da potersi udire anche in altre camere.

Alcuni studi dimostrerebbero come circa l'80 per cento dei soggetti affetti da disturbi del sonno REM sviluppino, in seguito, malattie degenerative come il Parkinson.

I fattori eziologici del fenomeno non sono noti: in alcuni casi si è notata una predisposizione familiare, talvolta si è fatto riferimento a malformazioni mandibolari o a problemi d'occlusione dentari e anche a stati psicopatologici alterati (tensione emotiva, stress, aggressività) o ad alterazioni del sistema extrapiramidale.

Generalmente al risveglio la persona non avverte nessun disturbo tranne nei casi di bruxismo intenso in cui si può avvertire una sensazione dolorosa alle mascelle o più correttamente all'articolazione temporo-mandibolare, che può indurre alla sindrome di Costen e quindi dolore all'orecchio. Il digrignamento, però, può creare dei danni a causa dell'usura della superficie masticatoria dei denti sia dell'arcata superiore che di quella inferiore e questa condizione, il più delle volte, viene notata dal dentista. Col tempo il bruxismo può produrre alterazioni importanti dei denti, che perdono dimensione verticale e più in generale lo strato di smalto, e ciò può facilitare l'insorgenza di carie. Talvolta lo smalto può essere talmente abraso da esporre la dentina, il che può velocizzare la successiva erosione. A lungo termine si possono verificare fratture o perdite dentali. Si può anche avere difficoltà ad aprire la bocca completamente e aumento della sensibilità dei denti al caldo o al freddo. È, infine, da notare che la dolorabilità dell'articolazione temporo-mandibolare, se continuativa, può produrre comparsa di cefalea o arrivare alla disfunzione articolare vera e propria.

Vengono utilizzati i bite, che possono essere duri o morbidi a seconda delle necessità, che proteggono di notte i denti dall'erosione. Tali dispositivi possono essere preparati appositamente per la persona interessata (tramite rilevazione delle impronte delle due arcate). Tali apparecchi oltre a proteggere lo smalto dall'abrasione, possono anche facilitare il ripristino di un allineamento corretto delle arcate. In alternativa, è possibile acquistare bite da banco che mediante un riscaldamento temporaneo si ammorbidiscono e si adattano agevolmente ai denti, per poi irrigidirsi una volta raffreddati.


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domenica 11 dicembre 2016

ATTACCHI DI PANICO



La parola “panico” nasce dalla mitologia greca in cui si narra del “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, abituato a comparire all’improvviso sul cammino altrui, suscitando un terrore interiore e scomparendo poi velocemente, lasciando le proprie vittime nell’incapacità di spiegarsi quanto è accaduto e ciò che hanno provato.

Similmente a quanto si racconta in tale leggenda, un attacco di panico è un episodio breve ed intenso in cui si sperimenta ansia acuta, che insorge in modo improvviso e che comporta sintomi fisici e vissuti psicologici di terrore.

L’esperienza dell’attacco di panico è una delle più stressanti fisicamente e mentalmente, perché la reazione è simile a quella di attacco-fuga che una persona sperimenta di fronte ad un pericolo reale. Di conseguenza gli effetti psicofisici sono debilitanti e la sensazione dopo un attacco di panico è di essere molto deboli, persino esausti e sicuramente scoraggiati e confusi.
Talvolta la prima e più comune convinzione è che si sia colpiti da un problema fisico, da una malattia, il più delle volte di natura circolatoria, e cardiaca in particolare.
All’attacco di panico spesso seguono accertamenti medici più o meno ripetuti per ricercare la causa del malessere vissuto: la valutazione ostinata dello stato di salute di ogni funzione fisica è legata alla tendenza comune ad accettare più facilmente di avere un problema corporeo che ha generato questo “inferno fisico ed emotivo” piuttosto che essere disposti a pensare che sia qualcosa di interiore, di intangibile, di psicologico.
Il diffuso interessamento fisico durante l’episodio di panico fornisce un supporto alla ipotesi di avere un problema di tipo medico e, d’altro canto, è importante escludere che ci sia un malfunzionamento fisico all’origine del malessere. Generalmente l’esclusione di una problematica fisica genera stati emotivi di imbarazzo, vergogna, rifiuto della natura del problema e una certa incredulità, soprattutto se non si viene informati che esistono dei fattori fisiologici funzionali che spiegano e mediano questo disagio. È estremamente importante che il problema venga affrontato con l’aiuto professionale giusto al più presto, rielaborandolo e cambiando lo stile di vita, affinché non si cristallizzi e non si ripresenti, diventando uno sgradevole “compagno di vita”. L’esperienza mostra infatti che, senza opportuni trattamenti, l’attacco di panico può ripresentarsi e acquisire una frequenza media plurisettimanale o, in casi peggiori, presentarsi anche più volte al giorno.

Tuttavia ciò che spesso si innesca dopo il primo attacco di panico è una paura persistente di avere un nuovo attacco di panico, una trappola che può finire per incatenare una persona nell’esperienza di attacchi ripetuti, che viene definita disturbo di panico.
La paura di nuovi attacchi di panico è irrazionale e comporta una crescita della resistenza ad ogni sintomo d’ansia, con un notevole aumento dell’automonitoraggio di ogni segnale fisico.



Gli attacchi di panico sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi d’ansia e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta “a ciel sereno”, per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi possono diventare più prevedibili.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia.
Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo il matrimonio o la convivenza, la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.
I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.
Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico.

L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più).
I sintomi degli attacchi di panico tipici sono:
– Palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, pesanti, agitazione nel petto, sentirsi il battito in gola)
– Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma)
– Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini)
– Tremori fini o a grandi scosse
– Sudorazione
– Sensazione di soffocamento
– Dolore o fastidio al petto
– Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)
– Brividi
– Vampate di calore
– Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)
– Nausea o disturbi addominali
– Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola)

Non tutti i sintomi sono necessari perché si tratti di un attacco di panico. Vi sono molti attacchi caratterizzati solo o in particolare da alcuni di questi sintomi. La frequenza e la gravità dei sintomi degli attacchi di panico varia ampiamente nel corso del tempo e delle circostanze. Ad esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti, che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti, magari con sintomi dell’attacco di panico meno intensi, intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti  per molti anni.
Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco. La maggior parte degli individui con sintomi di attacco di panico paucisintomatico, tuttavia, hanno avuto attacchi di panico completi, con tutti i sintomi classici, in qualche momento nel corso del disturbo.
Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona, che ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita. Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione, possono rimanere impauriti e convinti di essere fisicamente vulnerabili. Altri temono che i sintomi dell’attacco di panico indichino che stanno “impazzendo” o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.



I sintomi devono raggiungere il culmine in 10 minuti e di solito scompaiono nell'arco di alcuni minuti, lasciando scarsi elementi all'osservazione del medico, tranne la paura del soggetto di avere un altro terrificante attacco di panico. Sebbene spiacevoli (a volte in grado estremo), gli attacchi di panico non sono pericolosi. Gli attacchi di panico e il disturbo da attacchi di panico possono essere talmente gravi e dirompenti da provocare depressione. In altri casi, questi disturbi d'ansia e la depressione possono coesistere (comorbilità), oppure la depressione può insorgere per prima e i segni e sintomi dei disturbi d'ansia possono manifestarsi successivamente. Stabilire se questi attacchi siano talmente gravi da configurarsi come disturbo è una decisione che dipende da numerose variabili e i medici divergono nel porre la diagnosi. Se causano molta sofferenza, interferiscono con il funzionamento e non cessano spontaneamente entro pochi giorni, è presente un disturbo d'ansia che merita una terapia.

I disturbi d'ansia vanno distinti dall'ansia vera e propria che si manifesta in molti altri disturbi psichiatrici, poiché essi rispondono a trattamenti specifici differenti.

Nella cura degli attacchi di panico con o senza agorafobia e dei disturbi d’ansia in generale, la forma di psicoterapia che la ricerca scientifica ha dimostrato essere più efficace, nei più brevi tempi possibile, è quella “cognitivo-comportamentale“. Si tratta di una psicoterapia breve, a cadenza solitamente settimanale, in cui il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali alla cura degli attacchi di panico, nell’intento di spezzare i circoli viziosi del disturbo.
Per panico e agorafobia, una cura a base di terapia cognitivo comportamentale è altamente raccomandabile e di prima scelta. Sostanzialmente è controindicato affidarsi ai farmaci o ad altre forme di psicoterapia senza intraprendere quella forma di trattamento che l’intera comunità scientifica ha dimostrato essere la più efficace per la cura degli attacchi di panico.

La cura farmacologica degli attacchi di panico e dell’agorafobia, per quanto spesso sconsigliabile (almeno come unico trattamento), si basa fondamentalmente su due classi di farmaci: benzodiazepine e antidepressivi, spesso impiegati in associazione.
Nelle forme lievi la prescrizione di sole benzodiazepine può essere sufficiente come cura degli attacchi di panico temporanea, ma difficilmente risolutiva. Le molecole più adoperate sono l’alprazolam, l’etizolam, il clonazepam, il lorazepam. Tali farmaci, però, nel caso di attacchi di panico e agorafobia, rischiano di dare forte dipendenza e mantenere il disturbo, soprattutto se non si effettua parallelamente una psicoterapia cognitivo comportamentale.
Degli antidepressivi si sono mostrati efficaci nella cura degli attacchi di panico e dell’agorafobia i triciclici – TCA – (es clorimipramina, imipramina, desimipramina), gli inibitori delle mono amino ossidasi (IMAO) e sopratutto gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina – SSRI – (es citalopram, escitalopram, paroxetina, fluoxetina, fluvoxamina, sertralina), oggigiorno largamente impiegati.
Quest’ultima classe di farmaci presenta infatti, rispetto alle precedenti, una maggiore maneggevolezza e minori effetti collaterali.
Nei casi di attacchi di panico e agorafobia che non rispondono alla cura con SSRI, possono essere impiegati i TCA, anche se molti clinici utilizzano tali molecole come terapia di primo impiego.
Gli IMAO, pur essendo farmaci molto efficaci, sono quasi del tutto caduti in disuso come strumento di cura degli attacchi di panico per i gravi effetti collaterali che possono presentarsi qualora vi fosse l’associazione di alcune molecole o non venissero rispettate le restrizioni alimentari prescritte.

Il disturbo di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta ed ha un'incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Tuttavia, spesso tale disturbo non viene riconosciuto e di conseguenza non viene mai curato. La maggior parte delle persone guarisce, mentre una rilevante minoranza sviluppa invece un disturbo da recidiva di attacchi di panico.

Le cause dei disturbi d'ansia come gli attacchi di panico e il disturbo da attacchi di panico non sono completamente note, ma sono implicati fattori fisiologici e psicologici. Dal punto di vista fisiologico, tutti i pensieri e i sentimenti possono essere concepiti come risultanti da processi elettrochimici cerebrali; tuttavia ciò dice poco sulle complesse interazioni tra i più di 200 neurotrasmettitori e neuromodulatori del cervello, nonché sull'ansia e sullo stato di allarme normale e patologico. Dal punto di vista psicologico, gli attacchi di panico e il disturbo da attacchi di panico sono considerati una risposta ad agenti stressanti ambientali, come l'interruzione di una relazione significativa o l'esposizione a un disastro potenzialmente letale.

Il sistema d'ansia di una persona di solito compie passaggi adeguati e impercettibili dal sonno, attraverso lo stato di allarme, sino all'ansia e alla paura. I disturbi d'ansia si manifestano quando il sistema d'ansia funziona in modo inadeguato oppure, a volte, quando è sopraffatto dagli eventi.

I disturbi d'ansia possono essere dovuti a un disturbo fisico oppure all'uso di una sostanza legale o illecita. Per esempio, l'ipertiroidismo oppure l'uso di corticosteroidi o cannabinoidi possono produrre segni e sintomi identici a quelli di alcuni disturbi d'ansia primari.

Il disturbo deriva da una disfunzione che è al tempo stesso biologica e psicologica; la terapia farmacologica e quella comportamentale di solito aiutano a controllare i sintomi. Oltre alle informazioni circa il disturbo e il relativo trattamento, il medico può fornire una realistica speranza di miglioramento e un sostegno basato su un rapporto di fiducia con il paziente. La psicoterapia di sostegno è parte integrante del trattamento di tutti i disturbi d'ansia. La terapia individuale, di gruppo e familiare può aiutare a risolvere i problemi associati a un disturbo di lunga data.






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venerdì 23 settembre 2016

LINGUA BIANCA



La lingua bianca è un fenomeno abbastanza diffuso, sia fra i bambini che fra le persone più anziane. Generalmente il problema lingua bianca consiste in una patina più o meno sottile che ricopre la lingua e che è costituita da cellule morte, residui alimentari, batteri ecc.

Le cause che sono alla base della lingua bianca sono numerose e decisamente diverse fra loro; sostanzialmente possiamo operare una distinzione fra cause non patologiche e cause patologiche.

Molto spesso i problemi che portano alla formazione della lingua bianca sono estremamente banali e, conseguentemente, facilmente risolvibili, altre volte alla base vi è un problema di maggiore serietà.

Una delle cause più comuni è sicuramente una cattiva igiene orale. Se la nostra igiene orale è scarsa o comunque viene eseguita in modo scorretto, la normale placca batterica non viene rimossa in modo adeguato e ciò può portare all’antiestetica formazione di una patina bianca sulla lingua.

Talvolta però la lingua bianca può essere dovuta proprio a un’igiene orale molto accurata; l’utilizzo infatti di collutori a base di perossido di idrogeno può avere come effetto la formazione di macchie bianche sulla lingua.

La secchezza delle fauci (più popolarmente bocca secca o, più raramente, xerostomia) può essere causa di lingua bianca perché quando il cavo orale è secco le cellule che di cui è composto si sfaldano più facilmente andando ad aumentare il deposito di cellule morte presenti sulla lingua. La bocca secca è un problema di natura iatrogena (è cioè legato all’assunzione di farmaci) e che è una condizione abbastanza comune nei forti fumatori.
Alcuni farmaci possono causare xerostomia ma anche alterazioni della flora batterica dell’organismo, fra cui anche quella intestinale e quella orale; una delle conseguenze di queste alterazioni è la formazione di una patina biancastra sulla superficie della lingua.
Altra causa di lingua bianca è un’alimentazione sbilanciata. Quando l’alimentazione non è equilibrata (ovvero quando siamo in presenza di iperalimentazione o al contrario di un regime eccessivamente restrittivo) si verificano squilibri della flora batterica; ciò ha, fra le diverse conseguenze, un deposito di un sottile strato mucoso che conferirà alla lingua un colore tendente al biancastro.

Anche lo stress può essere causa di lingua bianca; è infatti noto che quando un organismo è sotto stress, le ghiandole surrenali aumentano la produzioni di ormoni fra i quali vi è l’adrenalina; l’incremento dei livelli di adrenalina produce delle modificazioni nella composizione di sudore e saliva, ciò può favorire la comparsa di lingua bianca.

La comparsa di lingua bianca è un segno molto comune nei portatori di protesi dentali; essenzialmente il problema è legato al fatto che la presenza di protesi dentali causano un aumento della proliferazione batterica e, se l’igiene non è totalmente adeguata, si può verificare la comparsa di lingua biancastra.

La leucoplachia è una condizione patologica di una certa serietà nella quale è presente come segno la lingua bianca; con questo termine ci si riferisce a una lesione precancerosa spesso correlata al fumo e al consumo di alcolici; la leucoplachia è caratterizzata dalla presenza di placche biancastre (leucoplachia deriva dati termini greci leuco, bianco e plakos, placca) che possono interessare non soltanto la lingua, ma anche altre zone del cavo orale, in particolare le mucose interne di labbra e guance (può esservi addirittura il coinvolgimento delle mucose laringee e degli organi genitali, ma la leucoplachia orale è la forma maggiormente diffusa).

Spesso la lingua, oltre al colore biancastro, è caratterizzata da striature di colore rosso; la condizione in questione è spesso causa di sensazioni fastidiose all’interno della bocca e di un’alterazione del gusto.

La lingua bianca è anche uno dei vari segni che caratterizzano la scarlattina, nota anche come seconda malattia; nei soggetti affetti da scarlattina infatti la lingua diventa biancastra ed è punteggiata da diverse macchie di colore rosso (si parla di lingua a fragola bianca); tale quadro poi tende a mutare e in seguito si parlerà di lingua a fragola rossa. Occorreranno diversi giorni prima che la lingua torni ad assumere il suo normale aspetto.

La lingua bianca può essere dovuta a candidosi orale, una micosi che è popolarmente conosciuta come mughetto.



Vi sono numerose altre patologie e condizioni che possono avere come sintomo la lingua bianca; fra queste si ricordano cirrosi epatica, la gastrite, l’epatite virale, il diabete mellito, la cattiva digestione e, in generale, le patologie che coinvolgono fegato e intestino e che sono all’origine di un malfunzionamento dell’apparato digerente.

Il lichen planus è una patologia infiammatoria a carattere cronico che interessa frequentemente la mucosa orale, anche se può manifestarsi a livello cutaneo e sugli organi genitali. Le manifestazioni a livello orale (lingua e mucose) sono variabili; spesso si tratta di lesioni multiple e bilaterali che hanno l’aspetto di strie reticolari o placche biancastre; talvolta queste lesioni sono associate a ulcere dolorose.

Il fenomeno della lingua bianca è spesso associato alla presenza di alito cattivo (alitosi), che si può risolvere risalendo alla radice del problema.

Un’altra causa che può concorrere al fenomeno della lingua bianca è lo stato di disidratazione che viene percepito dal paziente come persistente secchezza delle fauci. Quest’ultima alimenta naturalmente anche il problema dell’alito cattivo. Una volta esclusi gli altri fattori che potrebbero causare la lingua bianca, è comunque sufficiente bere almeno 1,5 litri di acqua al giorno per permettere alla lingua di recuperare il suo aspetto morbido e roseo.

Anche il tipo di alimentazione incide sull’aspetto della lingua: la patina bianca si manifesta quando la dieta è troppo ricca di lipidi (cibi grassi), zuccheri e latticini. Questi alimenti, più di altri, favoriscono la proliferazione dei batteri e peggiorano l’alitosi.

L’alitosi, assieme alla lingua bianca, è spesso provocata anche dal fumo, che causa una secchezza delle fauci a sua volta aggravata dalle sostanze chimiche contenute nelle sigarette. Per i fumatori, la lingua bianca può portare anche alla leucoplachia: in questi casi, la patina bianca si presenta a chiazze e può influire anche sul senso del gusto. Una condizione simile può predisporre al cancro del cavo orale e per questo si consigliano vivamente controlli mirati e molta attenzione alla prevenzione.

Eliminare la patina bianca sulla lingua è benefico per impedire al corpo di riassorbire le tossine che si sono accumulate in questo punto. Potrete provare ad utilizzare rimedi come il nettalingua e l'oil pulling anche ogni mattina per gestire il problema.

Il nettalingua è un piccolo e semplice strumento della tradizione ayurvedica che permette di rimuovere delicatamente la patina sulla lingua. È in acciaio inossidabile o in rame e lo potete trovare in erboristeria o nei negozi di prodotti naturali. Questo raschietto aiuta a rimuovere patina e tossine presenti sulla lingua in pochi secondi. Utilizzatelo al mattino prima di fare colazione e di lavarvi i denti. È importante eliminare le tossine prima che rientrino in circolo.

La pratica dell'oil pulling aiuta a rimuovere i batteri che nel corso della notte si vanno a depositare sulla lingua e sui denti. Il consiglio è di praticare l'oil pulling prima di lavarvi i denti o di usare il nettalingua. Si tratta di fare uno sciacquo profondo della bocca con un cucchiaino di olio di sesamo, olio di cocco o altro olio alimentare. Anche l'olio d'oliva va bene. L'utilizzo dell'olio aiuta a rimuovere le tossine.

Il succo di Aloe Vera può essere utile per il trattamento dei problemi del cavo orale grazie alle sue proprietà antinfiammatorie. Le sue proprietà antimicrobiche inoltre aiutano a contrastare i batteri che causano alito cattivo e patina bianca sulla lingua. Provate ad eseguire degli sciacqui con un cucchiaino di succo di Aloe Vera unito a mezzo bicchiere d'acqua ogni mattina.

La curcuma per le sue proprietà antibatteriche è considerata utile per proteggere il cavo orale e la lingua dalle infezioni. Uno dei rimedi naturali da applicare in caso di patina bianca sulla lingua suggerisce di fare due volte al giorno sciacqui e gargarismi con un bicchiere d'acqua a cui aggiungere mezzo cucchiaino di curcuma in polvere.

Anche il bicarbonato di sodio è considerato un rimedio utile per la salute della lingua e del cavo orale. Il consiglio è di strofinare delicatamente la lingua con lo spazzolino da denti dopo averlo cosparso con un pochino di bicarbonato e di fare degli sciacqui con acqua e bicarbonato due volte al giorno (sciogliete mezzo cucchiaino di bicarbonato in un bicchiere di acqua tiepida).



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venerdì 3 giugno 2016

ONICOFAGIA



L'onicofagia è un disturbo compulsivo che porta il paziente, pediatrico o adulto, a mangiare le proprie unghie. Secondo la teoria freudiana è un sintomo di fissazione orale.

Il DSM-IV-R classifica l'onicofagia come un disturbo del controllo degli impulsi, mentre l'ICD-10 lo classifica tra gli altri disturbi specifici del comportamento e delle emozioni che si presentano classicamente durante l'infanzia e l'adolescenza.

Il disturbo è rilevabile nel 30% dei bambini di età compresa tra i 7 e i 10 anni e nel 45% degli adolescenti. Le dieci unghie della mano sono solitamente tutte morse allo stesso modo e risultano circa della stessa lunghezza. La diagnosi può essere ritardata perché spesso i pazienti tendono a negare o a ignorare le conseguenze del disturbo.

L'onicofagia può portare al danneggiamento dell'iponichio, la porzione di pelle posta alla base e ai lati dell'unghia. Questo può portare a una maggior suscettibilità ad agenti batterici o virali e causare un patereccio. Anche la saliva può avere un ruolo nell'arrossamento e nell'infezione dell'area. L'onicofagia è correlata anche alla patologia dentale e può portare a malocclusione e danno gengivale e può facilitare il trasporto di microbi dall'ano alla bocca. L'ingestione dei residui ungueali può provocare anche danni gastrici. La persistenza del disturbo negli anni può, in taluni casi, comportare una deviazione e deformazione delle dita.

L'onicofagia è correlata ad altri disturbi comportamentali ripetitivi quali la dermatillomania, la dermatofagia e la tricotillomania. Risulta inoltre essere più comune in uomini con disturbi del comportamento alimentare e in giovani affetti da disturbo ossessivo-compulsivo.

Le motivazioni sottostanti alla prassi di questo malsano comportamento possono essere molteplici, e all’origine di questa condotta vi è quasi sempre un motivo di natura psicologica (Roberts e all, 2013). L’onicofagia sembra manifestarsi prevalentemente nei periodi di non tranquillità.

Pare che soprattutto nei momenti di stress e di ansia il soggetto onicofago scarichi il suo nervosismo e la sua preoccupazione mordendosi le unghie. Ciò gli darebbe un senso di sollievo momentaneo, in quanto gli permetterebbe lo sfogo di una tensione emotiva.
In altre circostanze l’onicofagia può essere percepita come una vera forma autolesionistica: in termini più semplici, un’emozione di rabbia o aggressività potrebbe essere scaricata sul proprio corpo anziché rivolta verso l’esterno. queste forme di autolesionismo si verificano prevalentemente in età adolescenziale
Vi sono poi situazioni in cui ci si mangia le unghie per noia, o meglio la persona che possiede questa abitudine ha difficoltà a controllarla, per cui con buone probabilità tenderà a manifestarla anche nei momenti di inattività e di non azione delle mani.
un’altra motivazione potrebbe essere quella imitativa: cioè si comincia in età infantile imitando qualche adulto che fa lo stesso, e poi, con il passare del tempo, questa abitudine semplicemente si protrae.
Comunque, secondo gli esperti, ad originare questa condotta sono soprattutto le cause ricollegabili ad ansia, stress e nervosismo: il soggetto si porta (spesso inconsapevolmente) le mani alla bocca e si rosicchia le unghie. In questo modo tiene in qualche modo a bada le proprie tensioni personali.



Secondo la teoria freudiana, l'abitudine di mangiare le unghie è un sintomo di fissazione orale, in quanto si manifesta prevalentemente con un'ossessiva stimolazione della zona. Inoltre, portare qualcosa alla bocca richiama, a livello metaforico, l'esperienza del seno materno e l'onicofagia è utilizzata per ottenere lo stesso effetto calmante.

Il trattamento più comune, economico e ampiamente disponibile, è quello di applicare alle unghie uno smalto chiaro e di sapore amaro. Normalmente viene utilizzato il benzoato di denatonio uno dei composti chimici noti più amari e il sapore scoraggia l'abitudine di mangiarsi le unghie. Sono disponibili anche bocchini che aiutano nella prevenzione dell'onicofagia.

La terapia comportamentale è utile quando più semplici misure non sono efficaci. La Habit Reversal Training (HRT), che cerca di far disimparare l'abitudine di mangiarsi le unghie ed eventualmente sostituirlo con un comportamento più costruttivo, ha dimostrato maggiore efficacia rispetto al placebo nei bambini e negli adulti. In aggiunta al HRT, è usata anche la terapia del controllo degli stimoli sia per identificare sia per eliminare lo stimolo che fa scattare l'impulso. La cosmesi (trattamento ricostruzione delle unghie) può aiutare a superare gli effetti sociali dell'onicofagia, mentre l'utilizzo di pigiami integrali, che coprano anche le unghie dei piedi, possono fornire al bambino l'abitudine a evitare di mordersi le unghie dei piedi.

Nessun farmaco è stato valutato tramite studi clinici in doppio cieco che potessero affermare o negare una significativa differenza di risultati rispetto a quelli dovuti all'effetto placebo. La fluoxetina e la fluvoxamina sono stati utilizzati per disturbi simili, quali la dermatillomania, con risultati contrastanti, tanto che si ritiene che la somministrazione di antidepressivi SSRI possa in realtà esacerbare l'onicofagia nei pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo. Infine, uno studio di comparazione tra clomipramina e desipramina, entrambi antidepressivi triciclici, ha indicato una maggiore efficacia del primo farmaco nella terapia dell'onicofagia non associata a DOC.



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mercoledì 20 aprile 2016

I DISTURBI DELLA VOCE



L'abbassamento della voce è un sintomo caratterizzato dallo smorzamento progressivo o improvviso dei suoni vocali.
Questa alterazione può presentarsi in vari gradi, dalla raucedine (difficoltà a produrre suoni gravi) fino alla completa perdita della voce (afonia).
L'abbassamento della voce può essere favorito da fumo, abuso di alcolici, situazioni stressanti, tosse cronica, pianto prolungato (nei bambini), uso eccessivo (parlare ad alta voce, urlare e cantare), sbalzi termici ed alcuni farmaci.
Se il disturbo si associa a tosse, febbre e dispnea, potrebbe dipendere da processi infiammatori e infezioni delle alte vie respiratorie, come raffreddore, influenza, laringite, faringite, tracheite e bronchite. In certi casi, l'abbassamento della voce costituisce un segnale che indica la presenza noduli o polipi delle corde vocali.
Più raramente, questa manifestazione dipende da miastenia gravis, aneurisma dell'aorta toracica, carcinoma della laringe, gozzo tiroideo voluminoso e disfunzioni endocrine. All'insorgenza del disturbo possono contribuire anche alterazioni neurologiche (morbo di Parkinson) e vari processi neoplastici.
Altre condizioni che possono causare o contribuire ad alterare la voce sono: reflusso gastroesofageo, tonsillite, allergie, inalazione di sostanze tossiche o irritanti per la gola, e presenza di corpi estranei nell'esofago o nella trachea.
Cause meno comuni dell'abbassamento della voce includono lesioni o irritazioni alla gola determinate da intubazione tracheale, broncoscopia, traumi o interventi chirurgici.

La laringite acuta è la causa più frequente della raucedine e della perdita della voce improvvise: la maggior parte dei casi di laringite acuta è provocata da un’infezione virale che fa gonfiare le corde vocali e queste, gonfiandosi, vibrano diversamente dal solito e causano raucedine.

La miglior cura per questo disturbo è quella di idratarsi bene, parlare di meno e lasciar riposare la voce. Se si sforza troppo la voce durante un episodio di laringite acuta si possono riportare gravi lesioni alle corde vocali.

La maggior parte dei casi di laringite acuta è causata da un virus, quindi gli antibiotici non servono a nulla. Le infezioni batteriche della laringe sono più rare e spesso sono connesse a difficoltà respiratorie. Se ci sono problemi respiratori di qualsiasi tipo, è sempre consigliabile recarsi al pronto soccorso.

L’espressione “laringite cronica” è molto generica, quindi occorre individuare le cause del disturbo. La laringite cronica può essere provocata da:
reflusso acido,
esposizione a sostanze irritanti come il fumo di sigaretta,
infezioni lievi (come infezioni delle corde vocali provocate dai funghi in quei pazienti che fanno uso di inalatori per l’asma).
Anche chi si sottopone alla chemioterapia o chi in qualche modo ha problemi al sistema immunitario può contrarre queste infezioni.

Il reflusso dei succhi gastrici nella gola può causare diversi sintomi a carico della gola o dell’esofago (il condotto che permette il passaggio del cibo dalla bocca allo stomaco).

Tra i sintomi frequenti dell’irritazione della gola dovuta ai succhi gastrici della gola ricordiamo:
raucedine (cronica o intermittente),
problemi della deglutizione,
sensazione di nodo in gola,
mal di gola.
Il reflusso laringoesofageo si può presentare senza i sintomi del bruciore di stomaco e del rigurgito che di solito accompagnano il reflusso gastroesofageo (GERD).

Parlare è una sorta di ginnastica per la quale è indispensabile imparare a respirare bene contemporaneamente all’uso di diversi gruppi muscolari. Non dovrebbe sorprendere che, come in qualsiasi altra ginnastica, esistono modi efficienti e modi inefficienti di usare la voce: parlare troppo e con un tono troppo alto, oppure maltrattare la voce, può causare problemi esattamente come quando si ha mal di schiena perché si è sollevato un peso in modo scorretto.

Le tensioni eccessive nei muscoli del collo e della laringe, ed anche la respirazione scorretta quando si parla, provocano l’affaticamento delle corde vocali, fanno fare uno sforzo maggiore per parlare e causano la raucedine. Se si affatica o si maltratta la voce si possono sviluppare lesioni benigne delle corde vocali, oppure si può soffrire di emorragia delle corde vocali.

Situazioni frequentemente collegate con il cattivo uso della voce:
Parlare in luoghi rumorosi,
Usare troppo il cellulare,
Parlare al telefono appoggiando la cornetta sulla spalla,
Usare un timbro di voce scorretto, cioè troppo alto o troppo basso,
Non usare un microfono quando si parla in pubblico.



Le lesioni benigne delle corde vocali sono problemi traumatici di natura non tumorale, causati dal cattivo uso o dal maltrattamento della voce. Le lesioni, che si presentano sottoforma di noduli, polipi o cisti, possono colpire una o più corde vocali, alterandone la vibrazione e causando la raucedine.

I noduli delle corde vocali (anche detti “nodi del cantante”) sono una specie di “calli” delle corde vocali: colpiscono entrambe le corde vocali alla stessa altezza, nel punto di massima tensione, e di solito vengono curati con la terapia della voce, per eliminare il trauma che li ha causati. Diversamente da quanto si pensa, i noduli delle corde vocali possono essere curati facilmente e l’intervento li fa regredire nella maggior parte dei casi.

I polipi e le cisti sono altri tipi di lesioni benigne che si presentano frequentemente, a volte possono essere collegati al cattivo uso o al maltrattamento della voce, però possono anche colpire pazienti che usano correttamente la voce. I problemi di questo tipo di solito devono essere curati con la microchirurgia, in alcuni casi accompagnata dalla terapia della voce, in un approccio combinato.

Se perdete improvvisamente la voce dopo aver gridato, urlato o averla sforzata in altro modo, probabilmente è in corso un’emorragia delle corde vocali: uno dei vasi sanguigni sulla superficie delle corde vocali si è rotto e i tessuti molli delle corde vocali si sono riempiti di sangue. Si tratta di una situazione d’emergenza, che non va sottovalutata: l’unica cura è quella di far riposare completamente la voce finché l’emorragia non cessa.

La raucedine e gli altri problemi possono essere collegati a disturbi dei nervi e dei muscoli della laringe o della faringe, il disturbo neurologico più frequente che colpisce la laringe è la paralisi o l’indebolimento di una o di entrambe le corde vocali.

La paralisi di entrambe le corde vocali è un’eventualità rara e di solito si manifesta con una respirazione rumorosa o con la fame d’aria quando si respira o si parla. Se la corda vocale è paralizzata o debole, sarà la voce a causare problemi, e non la respirazione.

La paresi (indebolimento) o la paralisi della corda vocale può essere causata da un’infezione virale della gola, da un intervento chirurgico nella zona della testa o del collo, da un tumore o da un polipo nelle terminazioni nervose della laringe o da motivi non chiariti. La paralisi delle corde vocali di solito si manifesta con l’abbassamento della voce, che diventa una voce di gola. La maggior parte dei casi di paralisi alle corde vocali guarisce nel giro di alcuni mesi. In alcuni pazienti, tuttavia, la paralisi non guarisce e può richiedere una terapia per migliorare la voce.

La scelta della terapia dipende dalla causa della paralisi delle corde vocali, dall’entità del danno alla voce e dalle necessità del paziente; attualmente non si può ritornare a far muovere le corde vocali paralizzate, però esistono ottime terapie per migliorare la voce.

Una di esse è l’intervento chirurgico per la paralisi monolaterale, che riposiziona la corda vocale paralizzata in modo da migliorarne la vibrazione e il contatto con quella non paralizzata: l’intervento chirurgico può essere eseguito con molte tecniche diverse. La terapia della voce può essere eseguita prima o dopo l’intervento chirurgico sulla corda vocale paralizzata, oppure può essere usata come unica terapia.

Il tumore della laringe è una malattia grave, per la quale occorre consultare il proprio medico. La raucedine cronica dovrebbe essere un segnale di allarme che dovrebbe spingervi a rivolgervi all’otorinolaringoiatra per escludere un tumore alla laringe. È importante ricordare che, facendo attenzione ai cambiamenti della voce, spesso si può arrivare a una diagnosi precoce.

Ricordatevi quindi di ascoltare la vostra voce, perché potreste trarne informazioni utili! Il tumore alla laringe è altamente curabile se diagnosticato nelle prime fasi.

Alcuni farmaci, sia con obbligo di ricetta, sia senza ricetta sia erboristici, sono in grado di influenzare la funzionalità della vostra voce. Se il medico vi prescrive un farmaco che può danneggiare la vostra voce, accertatevi che i benefici derivanti dall’assunzione siano maggiori dei rischi potenziali che la voce può correre.

La maggior parte dei farmaci influisce negativamente sulla voce perché diminuisce l’idratazione delle mucose che ricoprono le corde vocali. Le corde vocali, per funzionare correttamente, dovrebbero essere ben lubrificate: se le mucose si disidratano, sarà più difficile parlare, quindi l’idratazione delle corde vocali è fondamentale per la salute della nostra voce.

I farmaci sono anche in grado di influenzare la voce se diminuiscono la densità del sangue: in questo modo le corde vocali corrono un maggior rischio di lesioni o emorragie in seguito ai traumi. I farmaci, inoltre, possono causare la ritenzione idrica (edema) che fa gonfiare le corde vocali. I farmaci delle seguenti categorie sono in grado di influire negativamente sulla voce:
Antidepressivi, Miorilassanti, Diuretici, Antiipertensivi, Antistaminici, Anticolinergici,
Vitamina C ad alte dosi (maggiori di cinque grammi al giorno).
Ricordiamo infine altri farmaci, e disturbi connessi, in grado di influire negativamente sulla voce:

Gli ACE inibitori (inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina, cioè farmaci che tengono sotto controllo la pressione sanguigna) possono provocare la tosse o la gola secca in più del 10 per cento dei pazienti. La tosse o la gola troppo secca possono contribuire alle lesioni delle corde vocali.
I contraccettivi orali possono causare la ritenzione idrica (edema) nelle corde vocali, perché contengono estrogeni.
La terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni, usata nel periodo della menopausa, può avere effetti di intensità variabile.
Insufficiente dosaggio di farmaci sostitutivi degli ormoni tiroidei nei pazienti affetti da ipotiroidismo.
Gli anticoagulanti (farmaci che fanno diminuire la densità del sangue) possono far aumentare il rischio di emorragia delle corde vocali o formazione di polipi in risposta ai traumi.
I farmaci erboristici in genere non sono pericolosi, ma vanno comunque assunti con prudenza, perché alcuni potrebbero avere effetti collaterali sconosciuti, tra cui i disturbi della voce.

L’idratazione è importante per mantenere la voce in forma, perché contribuisce alla lubrificazione delle corde vocali. Cercate di bere molto (il minimo consigliabile è almeno otto bicchieri al giorno); scegliete bevande senza caffeina e senz’alcool, e bevete lungo tutto l’arco della giornata.
Cercate di non urlare né gridare, perché la voce potrebbe risentirne. Le mucose delle corde vocali sono particolarmente a rischio quando si sforza la voce.
Prima di sforzare la voce o di usarla a lungo, riscaldatela. È noto che i cantanti riscaldano la voce prima di esibirsi, ma molte persone non si rendono conto che è indispensabile riscaldarla anche prima di uno sforzo di altra natura: insegnare davanti a una classe, tenere un discorso o parlare in pubblico. Il riscaldamento può essere molto semplice, ad esempio una scala discendente, con i diversi suoni delle vocali, trillati come fanno i bambini.
Oltre a rappresentare un fattore di rischio tutt’altro che trascurabile per il tumore alla laringe, il fumo provoca anche infiammazione e polipi alle corde vocali che provocano la raucedine e indeboliscono la voce.
Imparate le tecniche di respirazione, respirare bene è fondamentale per avere una buona voce. Prima di iniziare a parlare, prendetevi tutto il tempo per inspirare e non aspettate di essere senza fiato prima di respirare di nuovo.
Quando parlate in pubblico, cercate di usare un microfono per sforzare di meno la voce.
Quando la voce ha qualche problema, ascoltatela. Ricordate che è necessario modificare l’uso della voce, ed eventualmente riposarla, in caso di raucedine, per permettere alle corde vocali di ritornare in piena salute. Sforzare la voce quando siete già rauchi può causare problemi gravi.



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venerdì 19 febbraio 2016

PARLARE NEL SONNO



Parlare nel sonno è un fenomeno molto diffuso, soprattutto nei bambini e nei maschi adulti. Infatti, si stima che tra il 50 e l'80% dei bambini e degli adolescenti ha parlato nel sonno almeno in una occasione, un comportamento che tende a regredire nel corso degli anni.

Ci sono diversi modi di parlare nel sonno: c’è chi blatera parole incomprensibili, mentre altri pronunciano frasi perfettamente comprensibili e riescono anche a mettere insieme un discorso abbastanza coerente e completo. Alcuni parlano spontaneamente, senza alcun stimolo, mentre altri sono motivati da un'altra persona, di solito il loro interlocutore nel sogno. La cosa interessante è che spesso la nostra voce può sembrare diversa da quella che abbiamo quando siamo svegli e ciò tende di solito a spaventare la persona che ascolta.

Il contenuto del discorso può essere completamente casuale e talvolta dura solo qualche secondo in modo tale che non si ha nemmeno il tempo di capire quanto viene detto. Altre volte, il contenuto corrisponde a esperienze vissute, passate o recenti.

Molte persone, in particolare le coppie, si sforzano di comprendere il significato del discorso, ma in realtà, questo può essere senza senso o, in ogni caso, essere una manifestazione dell'inconscio, che non è necessariamente un riflesso di ciò che pensa o sente la persona quando è sveglia.

Dobbiamo ricordare che i sogni non sempre sono l'espressione dei nostri desideri o impulsi più profondi, a volte sono solo brani della vita di tutti i giorni intrecciati in modo casuale. Altre volte, si tratta di ricordi che sono stati attivati da un evento vissuto durante il giorno o da un suono esterno percepito dal nostro cervello durante il sonno. Pertanto, non dovremmo sforzarci troppo nel cercare il significato delle parole.

La persona può parlare nel sonno in qualsiasi momento e fase del sonno stesso, anche se è più comune che lo faccia nelle fasi più profonde. Pertanto, le persone tendono a parlare durante le prime ore del sonno quando questo è più leggero.

Durante il sonno REM si verifica ciò che è noto come il “sonno paradosso”, un fenomeno in cui l'attività cerebrale è molto intensa ei sogni sono particolarmente vividi. Durante questa fase si verifica di solito una disconnessione muscolare per evitare che ci facciamo del male. Di norma vengono scollegati anche i muscoli facciali e le corde vocali, ma capita che questo meccanismo non funzioni sempre bene ed ecco che possono sfuggire delle parole a voce alta mentre dormiamo.

Possiamo anche parlare nel sonno durante quelli che si conoscono come "sogni transitori"; cioè, i sogni propri di quella fase in cui non siamo ancora completamente addormentati ma neppure abbastanza svegli. In quei momenti, la disconnessione muscolare non è ancora stata completata e quindi può capitarci di pronunciare alcune frasi durante il sonno.

Parlare nel sonno ha diverse cause. Spesso, quando si scava nella storia familiare della persona si scopre che vi è una componente genetica. Inoltre, questo è collegato anche ad altri disturbi del sonno come il sonnambulismo, gli incubi o l’apnea del sonno.



Si è anche scoperto che alcuni fattori possono fare in modo che questo fenomeno sia più comune, come ad esempio i periodi di forte stress, l’ansia e la depressione, l’alcol e le droghe, l’insonnia e la febbre alta. Inoltre, si è anche riscontrato che quando dormiamo in un ambiente nuovo, come una stanza d’albergo, siamo più propensi a parlare nel sonno.

Normalmente il sonniloquio non è un problema serio e non necessita quasi mai di trattamento, anche se le persone possono sentirsi preoccupate per paura di dire qualcosa di imbarazzante mentre dormono. Quindi non è sorprendente che queste persone preferiscano dormire da sole, e questo può essere una difficoltà per la relazione di coppia. Ad ogni modo, quando questo fenomeno appare all'improvviso in età adulta può essere sintomo di altri problemi, in questo caso è meglio consultare uno psicologo.

Quando parlare nel sonno è sintomo di un problema più serio è necessario approfondire le cause profonde ed eliminarle. Ad esempio, se è il risultato di troppo stress, ansia o depressione, sarà necessario lavorare su questi stati al fine di promuovere un sonno più riposante.

Quando è un problema a se stesso, spesso può essere d’aiuto creare delle abitudini confortanti prima di andare a letto, come ascoltare della musica rilassante o fare un bagno caldo. Ovviamente, si dovrebbe evitare l'uso di sostanze stimolanti alla sera e fare in modo che la camera abbia sempre la stessa temperatura, che sia sufficientemente oscura e tranquilla. Può aiutare anche l’abitudine di andare a letto sempre alla stessa ora.

Non causa alterazioni qualitative o quantitative del sonno e il paziente si sveglia senza averne il ricordo.

In genere il discorso del sonniloquio inizia con un tono pacato, per diventare man mano più concitato fino a gridare, con contenuti di risentimento e ostilità. quasi sempre le parole non sono intellegibili. Il disturbo, non è associato a fattori predisponenti noti; comunemente può presentarsi in associazione ad altre parasonnie.



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mercoledì 3 febbraio 2016

ABORTO e poi.....



Molti autori, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti, affermano che la gravidanza viene vista come una profonda “crisi maturativa” (H.Deutsch, G.Bribing, E.Erikson e D.Pines), infatti può essere considerata come “crisi” poiché può rappresentare “un pericolo” per un equilibrio di maturazione personale preesistente, comportando conseguentemente angoscia e disagio, un processo caratteristico di questo periodo: è la regressione, in altre parole la tendenza a rivivere esperienze passate, ovverosia l'evidenziarsi di un bisogno di sicurezza e di un aumentato desiderio d'affetto, di supporto che aiuti a gestire l'ansia, ad esempio vediamo la donna che ripercorre, cognitivamente ed emozionalmente, tutte le tappe significative del rapporto con propria madre; “maturativa” come un ulteriore avvicendarsi a stadi di maturazione più progrediti “più adulti”, che permette alla donna di acquisire lo status di madre, fornendole la possibilità di completare il proprio processo di sviluppo concretizzando un progetto di vita. Quindi all'interno della gravidanza vi sono processi maturativi e regressivi, e questo è poi alla base dell'accettazione o del rifiuto della stessa.
Durante la gestazione si verifica un'evoluzione dell'identità femminile, devono essere rimaneggiate le parti di Sé infantili, si deve effettuare un'articolata individuazione di sé stessa come donna e come madre ed un'ulteriore differenziazione dei propri confini personali e del proprio spazio interno nei confronti della propria madre, del partner e delle altre figure, ed accogliere il nascituro all'interno di un nuovo spazio “illusorio“ condiviso dal partner.
La gravidanza comporta, oltre alla preparazione biologica di un utero accogliente, anche l'elaborazione di un “grembo psichico” dove il bambino che nascerà possa essere atteso, cioè pensato ed amato ancor prima di venire alla luce, uno spazio interno deputato, esclusivamente, per il bambino e per la relazione con lui. Bribing individua durante la gestazione due “compiti adattivi” che si succedono nella donna: il primo, nei primi mesi di gravidanza, consiste nell'accettare l'embrione prima ed il feto poi quale parte integrante di sé. Tale completa fusione narcisistica perdura sino a quando la percezione dei movimenti fetali non impone alla donna la realtà di un bambino “altro da sé”, diviene necessario, allora, riorganizzare nuovamente i propri investimenti oggettuali; è questo il secondo “compito” che la donna deve affrontare.
Ciò che fa di una creatura un figlio è il desiderio materno, la capacità della donna di rendere presente e anticipare l'esistenza dell'altro dentro di sé. Gran parte della letteratura sull'argomento, di taglio socio-psicologico, psicoanalitico, demografico e fisiologico sembra sottendere una concezione della riproduzione e del desiderio di essa come espressione normale ed universale, naturale e positiva dell'esperienza esistenziale della donna.
Quanto sinora descritto, ci dà un'idea di che cosa rappresenti la gravidanza nella vita di una donna, è indubbio che interrompendo in modo traumatico, poiché non esiste un IVG “dolce”, si vengono a creare dei problemi, problemi che destabilizzano la persona a livello profondo.
La stragrande maggioranza degli autori sono concordi nell'affermare che l'Interruzione Volontaria di Gravidanza (I.V.G.) è un evento traumatico in quanto produce un notevole stress (tale da creare disturbi alla vita psichica) sopprime gli elementi di identificazione con il bambino, nega la gravidanza (negando così quella parte del Sé che si era identificata con il bambino/a) (H. Deutsch, 1957).
Attualmente tre quadri nosologici sono riconosciuti, a livello internazionale:
1. un disturbo di natura prevalentemente psichiatrica: la psicosi post-aborto con forme depressive di varia entità, insorge immediatamente dopo l'aborto e perdura oltre i sei mesi;
2. un disturbo caratterizzato da un marcato stress post-aborto , che insorge tra i tre e i sei mesi e rappresenta il disturbo “più lieve” finora osservato;
3. un insieme di disturbi che possono insorgere o subito dopo l'aborto o dopo alcuni anni: la “sindrome da trauma conseguente ad aborto (S.P.A.)” già descritta nel DSM III dell'American Psychiatic Association. Quest'ultima fu formalmente isolata da Vincent Rue nel 1981, egli la considera una variante specifica della Sindrome da stress post-traumatico.

Come si sente una donna dopo aver interrotto volontariamente una gravidanza? Riuscirà (e come) a superare questo momento? Ci saranno ripercussioni sul suo stato di salute mentale? Sono domande su cui gli studiosi di psicologia si interrogano da sempre, o meglio dal momento in cui l’aborto ha iniziato a essere praticato legalmente in molti paesi del mondo. E da sempre il dibattito si inserisce tra due estremi: quello che reputa che l’aborto volontario possa avere conseguenze anche gravi sulla psiche della donna e quello che pensa che non lo farà.

Nella storia le posizioni degli esperti hanno percorso, a partire dagli anni ‘60, vie estremamente laiche, dove l’aborto entro i tre mesi dal concepimento veniva considerato meno rischioso per la psiche rispetto che portare a termine la gravidanza, sia fortemente allarmiste, dove interrompere la gestazione avrebbe comportato addirittura la perdita di una parte di sé, con conseguenze anche molto gravi sugli equilibri mentali. Dobbiamo attendere più o meno la fine degli anni ’90 per assistere all’apertura di alcuni studiosi a posizioni anche intermedie, più profonde, intenzionate ad affrontare il tema in tutta la sua complessità. Ed è qui che sono sorte idee più equilibrate, come per esempio quella che considera la reazione all’aborto meno problematica da superare se la paziente costretta a interrompere la gravidanza non si è ancora mai identificata come “madre del bambino”. Ma anche in epoca moderna il dibattito non è mai stato pacifico e libero da controversie, come d’altronde non lo è lo stesso discorso sul riconoscimento dell’aborto come diritto. Anzi, oggi è più vivo che mai il timore che la stessa diffusione di idee infondate sulle conseguenze dell’aborto possa arrivare da un lato a mettere a repentaglio la stessa legge che lo permette; dall’altro, che gli effetti psicologici vengano invece sottovalutati portando a una carenza dei servizi assistenziali.



Uno dei temi su cui sicuramente va fatta particolare attenzione è la cosiddetta sindrome post-abortiva, sovrapponibile secondo il parere di alcuni medici a una grave forma di stress post-traumatico che si assocerebbe all’interruzione di gravidanza. Un male che porterebbe la paziente a ripiegarsi su se stessa e i propri sensi di colpa, a sentirsi un mostro, un’assassina, fino a forme anche molto gravi di isolamento e depressione. E questo, per i fautori, avverrebbe in maniera quasi inevitabile nella maggioranza dei casi: secondo alcune dichiarazioni, anche sopra il 62%. Ma esiste davvero? Di fatto, se pur si registrano casi di depressione in seguito all’interruzione di gravidanza (non va dimenticato che possono innescarsi meccanismi fisiologici e ormonali in tutto simili a quelli della depressione post-partum), non esistono studi indipendenti che ne certifichino l’incidenza. Non vi sarebbero perciò gli estremi per potersi riferire a una “sindrome”, né tantomeno per inserire questa forma di disagio tra gli “effetti collaterali” dell’aborto.

La dura verità, secondo molti studiosi, è che sarebbero addirittura i movimenti anti-abortisti ad aver coniato e diffuso l’idea del rischio della sindrome post-abortiva. Questo per dissuadere le donne a scegliere l’interruzione, così come i medici a praticarla, facendo leva sulla paura delle conseguenze e con l’obiettivo di innalzare il tasso (in Italia già altissimo) di obiettori di coscienza e negare infine il diritto all’aborto.

Se sul legame tra aborto e disturbi mentali vi è così tanta nebbia, è invece più intuitivo comprenderne i motivi. Innanzitutto, l’oggettivo condizionamento di molti studi dagli orientamenti etici, religiosi e ideologici degli stessi ricercatori. Non meno importante, la difficoltà nel costruire una statistica, dato il basso numero di casi presi in esame finora. Si tratta pur sempre di una pratica che si evolve parallelamente al contesto e per la quale i parametri di valutazione sono incessantemente in via di ridefinizione. Un ulteriore limite è poi la grossa difficoltà a stabilire quando un disturbo psicologico compare proprio a causa dell’interruzione di gravidanza o quando è invece frutto di altri eventi o contesti. Alcuni sintomi potrebbero comparire per esempio anche a molti mesi dall’aborto, diventando difficilmente riconducibili ad esso, così come alcuni disturbi potrebbero essere imputati erroneamente all’interruzione di gravidanza anche se suscitati da altri fattori.

“Piuttosto che parlare di effetti psicologici dell’interruzione volontaria di gravidanza” spiega Giovanni Fattorini, ginecologo della Società italiana studi di medicina della riproduzione “sarebbe forse più opportuno riferirsi a situazioni che presentano maggiori rischi, che dovrebbero perciò essere tenuti presenti, rispetto ad altre. In quest’ottica, - continua - potremmo pensare di identificare soggetti potenzialmente a rischio e le condizioni di rischio”. Tra i soggetti potenzialmente a rischio potrebbero essere inserite, per esempio, le pazienti molto giovani, così come quelle in età preclimaterica, ma anche le donne che hanno subito la morte di un figlio (o del feto durante una gravidanza), quelle che hanno vissuto un lutto recente e quelle che hanno già effettuato diverse altre interruzioni di gravidanza. Sulle condizioni invece, le più delicate si hanno quando la decisione di interrompere la gravidanza appare sin da subito molto sofferta, quando è dovuta a un rapporto conflittuale con il partner oppure a motivazioni legate alla situazione economica.

Andrebbe poi accantonato l’ideale che “scegliere la vita” liberi dal rischio di incorrere in disturbi. Anzi, può succedere che le donne costrette a portare a termine una gravidanza indesiderata si pentano della scelta, vengano emarginate, finiscano in povertà e siano vittime di un forte disagio psichico. In questo caso, oltre al condizionamento ideologico degli studi in atto, si rende necessario inserire nell’interpretazione degli studi anche le variabili sul contesto storico, sociale e culturale in cui la donna si trova.

Nella grande difficoltà a trovare risposte oggettive e condivise alla questione, quello che nell’immediato possiamo fare è cercare innanzitutto di garantire alle pazienti che ne necessitano, sia prima che dopo l’aborto, assistenza e aiuto a gestire e superare questo momento quando vissuto come doloroso. Ma a chi rivolgersi? “Ci sono i consultori familiari, istituiti per affrontare tutte le problematiche legate alla salute sessuale e riproduttiva delle famiglie, così come le conseguenze di queste scelte” spiega Fattorini. Ed è per questo che le équipe all’interno di queste strutture sono formate da ginecologi, ostetriche, ma anche psicologi. “Di certo - va avanti il medico - offrire un buon livello di counseling non è comunque semplice e la situazione non è di fatto omogenea”.

C’è da dire infatti che se da un lato i consultori offrono un sostegno gratuito e senza troppi rallentamenti burocratici, necessitano di un impegno costante che non sempre e non dappertutto viene garantito. Non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto sotto quello culturale e sulla formazione e l’aggiornamento del personale. Un’urgenza estremamente attuale è quella legato al fenomeno dell’immigrazione, in seguito al quale molte donne, spesso extracomunitarie, si ritrovano a ricorrere all’aborto per ragioni soprattutto economiche. Si tratta di una situazione che fino a qualche anno fa era molto rara in Italia, ma che è divenuta oggi più diffusa e per questo bisognosa di consulenti che siano preparati nella gestione di questa fragile categoria e capaci di interfacciarsi con realtà culturali anche molto diverse da quella del nostro Paese.



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venerdì 18 dicembre 2015

LA CALVIZIE






La perdita dei capelli le calvizie affliggono circa il 70% degli uomini e stanno diventando sempre più comune anche per le donne che un tempo ne sembravano quasi immuni. Questo fenomeno è in continua crescita.

Sono sempre di più i ragazzi che, fin dalla giovane età, soffrono di calvizia ereditaria, un disturbo che provoca grandi malesseri e problemi psicologici che si vanno a riversare nella sfera lavorativa e degli affetti.

Le statistiche ci dicono che addirittura è un giovane su cinque ad avere a che fare con stempiature e problemi di calvizia precoce, quindi circa una percentuale del 18%.

Solitamente i primi sintomi della calvizia androgenetica si manifestano intorno ai 30 anni di età, mentre in situazioni più gravi un primo diradamento può iniziare già verso i 18 anni per arrivare ad una perdita quasi totale nella zona del vertice intorno ai 25 anni.

La perdita di capelli androgenetica nell'uomo inizia sopra le tempie e al vertice, anche detto calvaria, dello scalpo. Man mano che progredisce, una striscia di capelli ai lati e posteriormente alla testa viene mantenuta. Questa condizione viene riferita come 'corona ippocratica', e di rado progredisce verso una calvizie completa.

L'alopecia androgenica nella donna viene colloquialmente riferita come 'calvizie femminile', benché le sue caratteristiche possano verificarsi anche negli uomini. Causa di solito un diradamento diffuso senza recessione dell'attaccatura, e come la controparte maschile raramente porta a una perdita di capelli completa (alopecia totalis).

Sono state sviluppate delle scale per misurare il grado di alopecia nei soggetti affetti: la Hamilton-Norwood scale, per misurare il grado di calvizie nell'uomo e la Ludwig scale per misurare il grado di calvizie nella donna.

L'alopecia androgenetica è legata all'attività della 5alfa-reduttasi di tipo II, che trasforma il testosterone in diidrotestosterone. Endocrinopatie quali la carenza di GH, ipotiroidismo, menopausa, policistosi ovarica, tumori virilizzanti o terapie con androgeni (anche se a rigor del vero bisogna dire che gli unici androgeni che danneggiano il cuoio capelluto sono il diidrotestosterone e l'androstenedione – cataboliti del testosterone –, al contrario il testosterone non ha alcuna azione dannosa nei confronti dei capelli) possono causare calvizie.

Ad oggi non è più misteriosa la causa della calvizie, anche se ancora si convive con credenze e miti difficilmente sradicabili nell'opinione di molti. È stato accertato che l'origine dell'alopecia androgenetica risiede nell'effetto degli ormoni androgeni nei bulbi dei capelli. Da notare che sono colpiti solo i bulbi predisposti. Questi sono tipicamente localizzati nella regione frontale e nel vertice (vertex). Pertanto la maggior parte delle persone colpite da alopecia androgenetica quasi sempre mantiene capelli sani nella zona della corona, che corrisponde alle aree occipitali e temporali del capo.

La miniaturizzazione del bulbo avviene per effetto della trasformazione del testosterone nel suo metabolita più attivo, il diidrotestosterone (DHT). La miniaturizzazione porta fino alla morte definitiva del bulbo e la perdita irreversibile del capello. L'enzima 5a reduttasi nelle sue forme chimiche di tipo I e II opera la trasformazione del nucleo delle cellule della papilla dermica e delle guaine epiteliali esterne. Per l’alopecia androgenetica la causa è il Diidrotestosterone (nome completo: 5a-Diidrotestosterone, abbreviato a 5a-DHT; INN: androstanolone). Esso è un metabolita biologicamente attivo dell'ormone testosterone. Esso oltre a promuovere la crescita del pelo corporeo e della barba, può influenzare negativamente la prostata e anche i capelli. Il DHT è prodotto dai maschi già nell'utero materno ed è responsabile della formazione dei caratteri del genere maschile. Il DHT contribuisce attivamente anche ad altre caratteristiche generalmente attribuite ai maschi, incluse la crescita dei peli e la profondità della voce.

Non c'è ancora l'assoluta certezza riguardo ai geni causanti l'alopecia androgenetica. Certamente sono responsabili i geni che controllano gli enzimi 5a reduttasi: sul cromosoma 5 risiede il gene che determina il recettore dell'enzima di tipo I, sul cromosoma II risiede il gene che determina il recettore dell'enzima di tipo II. La trasmissione ereditaria è comunque ovviamente molto più complessa. È stato dimostrato che la maggior parte dei geni coinvolti risiedono sul cromosoma X. Ossia quello che la madre trasmette al figlio maschio, o che madre e padre trasmettono alla figlia femmina. L'ereditarietà verso un figlio maschio è maggiore secondo il cromosoma X che la madre ha ereditato dal padre, così la maggiore trasmissione avviene dal nonno materno al proprio nipote anziché da padre a figlio.



Nei bulbi della regione frontale e del vertice avvengono le seguenti situazioni caratteristiche dell'alopecia androgenetica. Diminuisce il tempo della fase anagen, e conseguentemente inizia prima la fase telogen. In un periodo di molti mesi o anni la morte precoce dei bulbi arriva fino alla definitiva scomparsa dei capelli. Il processo patologico fondamentale consiste nell'accelerazione, sotto stimolo androgenico, della fase mitotica del ciclo pilare (anagen I-V) e nella conseguente riduzione della fase differenziativa, che è normalmente lunghissima. Essendo quest'ultima necessariamente incompleta, il fusto che ne deriverà sarà più sottile e corto (vellus). Questo processo non avviene uniformemente ed è descritto nelle "fasi" della Scala Hamilton e della scala Norwood. Generalmente nell'uomo si assiste alla stempiatura, ossia nella parte frontale del capo i capelli diventano più fini e diradati. Successivamente lo stesso accade nel vertice. Infine la calvizie interessa tutta la parte superiore del capo. In età più avanzata si sovrappongono fenomeni atrofici del cuoio capelluto, che diventa sottile e lucido. In questa fase i vellus scompaiono. Un secondo processo patologico consiste nella perdita dell'individualità dei cicli papillari (caratteristica del cuoio capelluto adulto normale) e quindi della loro sincronizzazione. Questo fenomeno è dovuto alla riduzione della durata della fase di differenziamento. Un terzo fenomeno è l'aumento della fase di kenogen: quando il fusto del pelo si stacca alla fine del telogen, il follicolo è già occupato da un altro in anagen avanzato. Può comparire un intervallo tra la caduta del pelo in telogen e il suo rimpiazzo con il nuovo in anagen: durante tale intervallo fisiologico (kenogen), il follicolo rimane vuoto.

Nella calvizie androgenetica vengono persi soltanto i capelli nella regione frontale perché in questa zona l'alfa 5-reduttasi è più attiva, quindi vi si concentra una maggiore quantità di DHT. Nonché per il fatto che è la parte più periferica della circolazione sanguigna del cuoio capelluto, e quindi quella che più va incontro all'atrofia dei vasi. A prescindere, è un fattore critico il nutrimento dei bulbi. L'area più periferica della circolazione sanguigna è il cuoio capelluto.

Si assiste ad un diradamento, che può essere più o meno marcato e più o meno veloce, che nell'uomo è localizzato nella zona fronto temporale e/o alla chierica, mentre nella donna è quasi sempre distribuito su tutta la parte superiore della testa. Spesso si assiste a un parallelo aumento del pelo corporeo nell'uomo. Generalmente il paziente lamenta un aumento della caduta dei capelli. La patologia è poligenica, con penetranza completa, e si manifesta negli uomini molto più che nelle donne (le quali, generalmente, ne soffrono anche in età più avanzata, in quanto in genere la patologia si sviluppa dopo la menopausa).

La calvizie è correlata a svariate endocrinopatie come carenza di GH, sindrome di Cushing, ipopituitarismo, ipotiroidismo, iperparatiroidismo. Contrariamente al luogo comune, le persone con calvizia androgenetica hanno livelli di testosterone inferiori (e più FSH, LH e prolattina) rispetto alle persone con una chioma normale, inoltre sono maggiormente predisposti all´ipertensione, all´insulinoresistenza e quindi al diabete mellito di tipo 2.

Per diagnosticare questa patologia si utilizzano:

stress test: in cui si valuta la caduta indotta da tiraggio
tricogramma
dermatoscopia:
test di laboratorio per diagnosi differenziale con altre patologie (TSH;T3;T4;DHT;GH; IGF-1)
sebometria;
esami del sangue, mineralogramma, che consentano di scoprire se il cattivo stato della nostra capigliatura dipende da carenza specifica (es: di ferro, zinco, selenio, ecc.).

La calvizie può essere affrontata sia per via farmacologica che per via chirurgica.

Esistono diversi farmaci che consentono di rallentare, bloccare e nei soggetti buoni risponditori addirittura invertire (almeno per qualche anno) il processo di miniaturizzazione dei capelli causato dalla alopecia androgenetica.



Il farmaco più importante è la finasteride: un farmaco (approvato per il trattamento dell'alopecia androgenetica maschile dalla FDA statunitense nel 1997) inibitore della 5 alfa reduttasi di tipo II, prescritto in quantità di 1 mg/dì. La terapia va continuata per tutta la vita poiché dopo alcuni mesi dalla sospensione i capelli torneranno a cadere ed un'eventuale ripresa della terapia non porta agli stessi benefici. Il farmaco produce un abbassamento dei valori del diidrotestosterone, responsabile della caduta dei capelli. Gli effetti collaterali noti e riportati sul foglietto illustrativo sono: diminuzione della libido in vario grado fino all'impotenza, diminuzione del liquido seminale e/o quantità spermatica minore, diminuzione delle eiaculazioni, depressione, stanchezza cronica, riduzione del pene, fibrosi del pene e ginecomastia. Si tratta di effetti nella maggioranza dei casi risolvibili con la sospensione del farmaco, ma persistenti per una casistica inferiore, e registrati in una bassa percentuale di pazienti.

Un altro farmaco utilizzato è il minoxidil: una sostanza utilizzata anche per la cura dell'ipertensione. Viene usato sul bulbo pilifero e agisce da stimolante. Oltre il 70 per cento dei pazienti ottiene risultati estetici positivi in vario grado, dal mantenimento alla ricrescita. L'uso è prolungato nel tempo perché una sua sospensione riporta i capelli ad uno stadio preterapia. Gli effetti collaterali noti sono: ipotensione, infiammazioni, eritema, prurito.

In alcuni studi è stato visto che nelle donne l'assunzione sottocutanea di testosterone migliora la crescita dei capelli, probabilmente perché stimola i processi anabolici come la crescita dei capelli.

La caffeina si è rivelata in vitro uno stimolante della crescita capillare e antagonista dell'alopecia, tramite la stimolazione del testosterone e dell'enzima P450-aromatasi (che converte l'androstenedione in estradiolo) (vita del capello superiore di circa il 40%, fra campione trattato con caffeina e campione di controllo con aumenti del testosterone, in basse concentrazioni fr alo 0,001 e lo 0,005%), spiegato come un'inibizione della fosfodiesterasi. Uno degli ultimi effetti della caffeina nell'organismo è il deposito nel cuoio capelluto: soltanto dopo l'equivalente di 60 tazze di caffè, questa sostanza inizierebbe ad arrivare nei capelli e indurre qualche effetto. Inevitabilmente, la caffeina viene introdotta con prodotti ad uso topico che, specialmente per gli shampoo, presentano il problema di un scarso assorbimento della caffeina nel cuoio capelluto, insufficiente anche solo per iniziare un'azione di contrasto dell'alopecia (un rimedio possono essere impacchi lasciati a contatto coi capelli per un adeguato periodo di tempo).

Caffeina e teobromina (e le altre xantine) hanno la proprietà nota da tempo di inibire la fosfodiesterasi, enzima che catalizza la conversione del cAMP in 5 AMP (inattivo), cui consegue pertanto l’accumulo intracellulare di cAMP (senza una sua aumentata produzione), che agisce attivando il sistema delle proteine chinasi e modulando la disponibilità energetica per le sintesi proteiche del capello. Applicazioni topiche di queste xantine, prive di effetti collaterali, si utilizzano in concentrazioni variabili dallo 0,2 al 2%, molto più alte per tenere conto dell oscarso assorbimento nel cuoio capelluto, nel tentativo di allungare la fase anagen durante il defluvio androgenetico.
Poiché il cAMP è necessario alla lipolisi, creme a base di xantine sono utilizzate anche per stimolare la mobilizzazione degli acidi grassi nel tessuto adiposo, nel quale non esistono problemi particolari di assorbimento data la maggiore liposolubilità di queste sostanze (Hidrophilic-Lipophilic Balance favorevole). Anche in questo caso, l'uso topico sembra non avere controindicazioni poiché l’assorbimento transdermico non mostra concentrazioni ematiche (non raggiunge il sangue) tali da indurre effetti sistemici.

Alternativa o complementare alla terapia medica è quella chirurgica, cioè l'autotrapianto di capelli. L'intervento, se effettuato da chirurghi competenti, aggiornati sempre sulle nuove tecniche, con un'esperienza provata e con alle spalle diversi interventi chirurgici, dà quasi sempre ottimi risultati (in base anche allo stato di partenza, al diametro dei capelli del paziente, ecc.) in quanto vengono utilizzati capelli della regione parietale ed occipitale, non soggetti a miniaturizzazione poiché resistenti all'azione degli ormoni androgeni.

La tecnica consiste nel "taglio" di una striscia di capelli, che sono poi ritagliate in parti molto più piccole e impiantate nella zona soggetta a calvizie. La tecnica dell'autotrapianto ha avuto significativi progressi negli ultimi 50 anni. La dimensione delle regioni impiantate sono diventate sempre più piccole, fino a raggiungere il singolo capello.

La calvizie non è solo un tratto umano. Alcuni primati, come scimpanzé, macaco orsino e gorilla mostrano un progressivo diradamento del pelo sul capo quando entrati nell'età adulta.



Ci sono diverse credenze legate alla calvizie, alle sue cause, e la sua relazione con la propria virilità, intelligenza, etnia, lavoro, classe sociale, benessere ecc. Benché vadano viste con grande scetticismo mancando di validità scientifica, alcune di queste leggende possono basarsi su un grado di verità, e sono tuttavia perpetuate e spesso credute vere.

« La calvizie si eredita dal padre della propria madre. »
La ricerca suggerisce che il gene dei recettori androgeni, che è significante nel determinare la probabilità di calvizie, è localizzato nel cromosoma X e quindi è sempre ereditato dal lato della madre negli uomini. C'è una probabilità del 50% che una persona condivida lo stesso cromosoma X del padre di sua madre.Dato che la donna ha due cromosomi X, ha due copie del gene del recettore androgeno mentre l'uomo ne ha una sola. Tuttavia, la ricerca mostra anche che una persona con un padre calvo ha anche una probabilità notevolmente maggiore di diventare calva.Gli uomini i cui padri sono affetti da alopecia hanno una probabilità 2.5 volte maggiore di esserne soggetti a loro volta, a prescindere dal lato materno.

« Il sollevamento pesi e altri tipi di attività fisica causano calvizie. »
Per via del fatto che il testosterone aumenta, è stata avanzata l'idea che il sollevamento pesi e altre forme di esercizio aumentino la caduta di capelli in individui predisposti. Benché studi scientifici supportino una correlazione tra esercizio fisico e testosterone, nessuno studio specifico ha trovato un collegamento tra esercizio fisico e calvizie. Tuttavia alcuni hanno trovato una relazione tra uno stile di vita sedentario e calvizie, suggerendo che un certo grado di esercizio sia benefico. È possibile che il tipo o la quantità di esercizio possa influenzare la caduta. Si noti che i livelli di testosterone non sono un buon indicatore di calvizie, e diversi studi mostrano paradossalmente basso testosterone in persone calve, benché la ricerca su queste implicazioni sia limitata.

« L'attività intellettuale, oppure problemi psicologici, possono causare calvizie. »
Questa nozione potrebbe essere nata dal fatto che il colesterolo è coinvolto nel processo di neurogenesi, ed è anche il materiale base con cui il corpo produce il DHT. Benché la nozione che gli uomini calvi sono più intelligenti possa mancare di credibilità nel mondo moderno, nel mondo antico se una persona era calva era probabile che avesse avuto un apporto adeguato di grassi nella sua dieta. Quindi, il suo sviluppo mentale non era stato ostacolato dalla malnutrizione durante la fase cruciale degli anni formativi, era più probabile che fosse benestante, e quindi aver avuto accesso ad una educazione formale. Tuttavia, uno stile di vita sedentario è meno probabile che sia correlato con l'intelligenza nel mondo moderno, e il contenuto di grassi nella dieta non è più legato ad una classe di reddito, nei paesi sviluppati. Un'altra possibilità è che per alcune persone, lo status sociale ottenuto con l'intelligenza possa compensare un'attraenza fisica diminuita a causa della calvizie, che porta a una discendenza inclinata sia verso un intelletto sviluppato che la calvizie.Comunque, tramite una posizione socioeconomica migliore e di conseguenza maggior accesso a trattamenti anti calvizie, un'associazione tra intelligenza e caduta di capelli è meno probabile in tempi recenti.

« La calvizie può essere causata da stress emotivo o frustrazione sessuale »
Lo stress emotivo è dimostrato come acceleri la calvizie in individui geneticamente suscettibili. Stress dovuto a privazione del sonno in reclute militari si è visto come abbia abbassato i livelli di testosterone, ma non si è notato un effetto sul SHBG. Quindi, lo stress dovuto a questo motivo in maschi sani è improbabile aumenti il DHT, che causa alopecia androgenetica.Se possa causare perdita di capelli attraverso altri meccanismi non è chiaro.

« Gli uomini calvi sono più "virili" o sessualmente attivi degli altri. »
I livelli di testosterone libero sono fortemente collegati alla libido e anche ai livelli di DHT, ma a meno di casi di testosterone libero virtualmente non esistente, non è stato dimostrato come questo influenzi la virilità. Gli uomini con alopecia androgenetica sono più portati ad avere un'alta baseline di androgeni liberi.Tuttavia, l'attività sessuale è multifattoriale, e il profilo androgenetico non è l'unico fattore determinante nella calvizie. Inoltre, dato che la calvizie è progressiva e il testosterone libero cala con l'età, lo stato dei capelli di un uomo potrebbe essere più indicativo del suo passato che della sua predisposizione presente. Contrariamente a questa leggenda urbana, uno studio inoltre riporta che le persone con calvizie hanno meno testosterone e più FSH, LH e prolattina rispetto alle persone che non presentano calvizie.

« L'eiaculazione frequente causa la calvizie. »
Ci sono diverse idee sbagliate a proposito di cosa può aiutare a prevenire la caduta di capelli, e una di queste è che la mancanza di attività sessuale automaticamente previene la caduta di capelli. Benché una correlazione diretta e provata esista tra una aumentata frequenza di eiaculazioni e aumentati livelli di DHT, come mostrato in un recente studio della Harvard Medical School, lo studio suggerisce che la frequenza di eiaculazioni è un segno, piuttosto che una causa, di livelli maggiori di DHT.Inoltre, la calvizie è geneticamente determinata e teoricamente si dovrebbe verificare anche a bassi livelli di DHT. Un altro studio mostra che benché l'eccitazione sessuale e l'orgasmo indotto da masturbazione incrementi la concentrazione di testosterone durante l'orgasmo, queste componenti riducono la concentrazione media di testosterone (specialmente prima di un periodo di astinenza), e dato che circa il 5% di testosterone è convertito in DHT, l'eiaculazione non alza il livello di DHT. L'unico studio pubblicato per testare una correlazione tra frequenza di eiaculazioni e calvizie fu probabilmente abbastanza ampio da rilevare un'associazione (1390 soggetti) e non ha trovato correlazione, benché le persone calve avessero avuto meno partner sessuali.Uno studio potrebbe non essere bastato, specialmente riguardo alla calvizie, dove anche l'età introduce una complessità. Lo stato civile è stato mostrato in alcuni ma non tutti gli studi come influenzi la calvizie in studi cross-sezione (NHANES1).

« Stare a testa in giù allevia la calvizie. »
Benché questa sia una credenza, una circolazione sanguigna aumentata al cuoio capelluto potrebbe teoricamente fornire ai follicoli piliferi più nutrienti per crescere un pelo forte e sano. Sfortunatamente, tutto il nutrimento di cui il follicolo ha bisogno viene già fornito durante la normale posizione eretta, dato che la pelle del cuoio capelluto stesso, in condizioni normali, non soffre di mancanza di apporto sanguigno.Questa credenza è stata riportata nel libro "Open" di Andre Agassi del 2009, dove l'autore, sofferente di calvizie anch'egli, racconta di questa improbabile tecnica messa in atto dal fratello maggiore, naturalmente senza esito positivo.

« Il cappello o copricapi stretti provocano calvizie. »
Benché questa sia una leggenda, i cappelli possono rovinare il capello e, in misura minore, causare doppie punte.Il fatto che anche persone che non indossano mai cappelli possono essere colpite da alopecia androgenetica toglie credibilità a questa credenza.Spesso in caso di "stempiatura" maschile durante l'adolescenza (recessione bitemporale) viene ritenuto responsabile l'uso del casco motociclistico, un'altra credenza piuttosto diffusa.Siccome i cappelli non sono lavati frequentemente come gli altri vestiti, possono anche portare sporcizia sul cuoio capelluto e possibili contaminazioni di Pityrosporum ovale (malassezia) in persone con cuoio capelluto tendente al grasso.Alcune infezioni del cuoio capelluto, se non curate, possono portare a caduta dei capelli.

« Il gel e i prodotti per i capelli favoriscono la calvizie. »
Gel e prodotti per capelli non causano calvizie, così come non la causano shampoo, lavaggi frequenti, o la forfora.Alcune persone tuttavia trattano i capelli con piastre e strumenti per arricciare, il che potrebbe accelerare il processo.

« L'esposizione al sole favorisce la calvizie. »
Falso. La causa della calvizie androgenetica è interna, non esterna.Allo stesso modo non hanno effetto i lettini solari.

« Perdere molti capelli ogni giorno è segno di calvizie. »
Se la calvizie non è diagnosticata, potrebbe essere normale perdere parecchi capelli ogni giorno, in quanto se il capello è sano ricrescerà.

« Spazzolare i capelli è meglio che pettinarli. »
In realtà il capello reagisce meglio al pettine che alla spazzola.In ogni caso, spazzolare i capelli al massimo provocherà doppie punte, non calvizie.

« Tagliare i capelli li fa ricrescere più in fretta e più forti. »
È un'illusione, creata dal fatto che il capello ha una circonferenza maggiore alla base dello scalpo.Tagliare i capelli non influenza la ricrescita in alcun modo.

« Lavare la testa in acqua fredda cura la calvizie. »
Lavare la testa in acqua fredda tutte le mattine può migliorare la circolazione ma non influenza la calvizie.

« È possibile far nascere nuovi follicoli piliferi. »
Secondo diverse fonti, il numero di follicoli con cui un individuo nasce è immodificabile.I follicoli piliferi vengono generati durante lo sviluppo fetale, e non vengono creati nuovi follicoli dopo la nascita. Neanche il trapianto di capelli aumenta questo numero, semplicemente riposiziona i follicoli esistenti sullo scalpo.Esistono tuttavia ricerche che mirano alla creazione di nuovi follicoli piliferi.

« Gli ormoni non sono legati alla caduta di capelli. »
Tecnicamente è vero, dal momento che la causa è la sensibilità dei follicoli agli ormoni, non la presenza degli ormoni stessi, e persone non calve hanno gli stessi ormoni probabilmente agli stessi livelli.Tuttavia, squilibri ormonali possono causare una perdita temporanea, come è comune per esempio nelle donne dopo una gravidanza.





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