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venerdì 1 aprile 2016

SESSO IN GRAVIDANZA



La sessualità in gravidanza rappresenta per la società quasi un tabù ma per la coppia è un aspetto importante. Esistono in merito diversi studi scientifici perchè intorno a questo argomento ci sono ancora dei pregiudizi e delle credenze sbagliate: masturbarsi è pericoloso, avere rapporti sessuali può causare l’aborto, il peso dell’uomo sulla donna può danneggiare il feto e la sua pancia, il pene urta la testa del bambino con le spinte, l’amplesso può nuocere al bambino, la penetrazione può infettare il bambino, l’orgasmo può far partire il travaglio e provocare un aborto e il feto sente e capisce quello che sta succedendo.

Studi fatti dimostrano che tutto questo non è assolutamente vero e che non esistono delle controindicazioni sull’attività sessuale svolta in gravidanza se questa è fisiologica, cioè se non ci troviamo in una situazione dove c’è stato un distacco precedente di placenta, una placenta previa, un rischio di travaglio prematuro o di rottura delle membrane, una storia di aborti pretendenti o dei sanguinamenti vaginali anomali e infine una malattia sessualmente trasmissibile (herpes, sifilide, gonorrea, ecc) si possono serenamente avere dei rapporti.

Il feto è ben ammortizzato e protetto all’interno del sacco amniotico e che è accuratamente isolato da un tappo mucoso. In nessun caso, l’organo maschile può entrare in contatto diretto con il feto durante il rapporto sessuale. Viceversa, alcuni ricercatori sostengono che la penetrazione, sopratutto nell’ultima fase della gravidanza, può avere un effetto persino positivo sul collo dell’utero, anch’esso molto robusto e provvisto di un tappo mucoso impermeabile agli spermatozoi. Vi sono poi i mutamenti fisici che possono influire sia sull’interesse per il sesso, sia da parte della donna che dell’uomo, che sul piacere sessuale in se. Per le donne, poi, vi sono alcune manifestazioni fisiche soprattutto nel primo trimestre di gravidanza – forti variazioni ormonali, nausee, vomito, aumento del volume, indolenzimento del seno – che da sole bastano a spiegare eventuali cali dell’attività sessuale (ma in alcune donne possono addirittura accentuare il desiderio).

Il sesso in gravidanza infatti non aumenta il rischio di parti prima del termine, infezioni vaginali, rottura delle membrane. Tuttavia gli ormoni dell’eccitazione e dell’orgasmo che entrano in gioco durante i rapporti possono causare lievi contrazioni uterine e di conseguenza piccole perdite di sangue, che non devono spaventare: provengono infatti dal collo dell’utero e non dalla placenta o dal bambino e sono simili a quelle che spesso si hanno dopo una visita ginecologica o un pap-test. L’unica accortezza che si deve avere in caso di perdite ematiche è quella di sospendere i rapporti nei giorni successivi per controllare che siano dovute proprio a quelli e non ad altre cause.

Si indica solitamente il secondo trimestre come il periodo migliore per l’attività sessuale: la pancia non è ancora troppo ingombrante e i disturbi delle prime settimane di gravidanza (nausea, stanchezza, sonnolenza...) di norma non si fanno più sentire. Nel primo trimestre infatti l’interesse sessuale diminuisce a causa di molti fattori: prima fra tutti la tempesta ormonale alla quale è sottoposta la donna, ma anche la paura di far male al feto e, non ultimi, i disturbi fastidiosi a cui prima si accennava. Anche il partner talvolta è troppo preso dalla nuova responsabilità, tanto da non essere interessato ai rapporti. Perciò è normalissimo che l’attività sessuale diminuisca nelle prime 12 settimane.

Se nel secondo trimestre poi l’interesse sessuale torna ai livelli precedenti la gravidanza, negli ultimi tre mesi di gestazione i rapporti diventano più difficili, anche se dal punto di vista ormonale non c’è nessun freno. Le difficoltà infatti sono fisiche: la pancia inizia a diventare molto ingombrante e talvolta compare un gonfiore a livello vaginale che rende difficile la penetrazione. Inoltre spesso la donna fatica a trovare la soddisfazione poiché il peso del bambino sul bacino causa una costante eccitazione che non si riesce a risolvere con l’orgasmo. Per questi motivi, di solito, si consiglia di provare posizioni alternative per il coito (quella più istintiva è la posizione carponi della donna) e di scegliere soluzioni alternative al rapporto vaginale quando questo diventa insostenibile.



Quando la gravidanza si avvicina al termine, molte ostetriche consigliano anche di avere rapporti, per riuscire a scatenare naturalmente e al più presto il travaglio di parto, evitando così di doverlo indurre artificialmente e/o farmacologicamente. In realtà non esistono studi che confermino che il rapporto sessuale vaginale completo sia una tecnica valida per l’induzione del parto, mentre esiste una conferma per quanto riguarda la stimolazione del capezzolo. Stimolando il seno a termine di gravidanza si scatena l’ossitocina e ciò favorisce l’iniziare del travaglio.

Durante la gravidanza la coppia se non vuole arrivare all’atto sessuale completo può usare la masturbazione, la stimolazione orale e/o manuale. E ovviamente via libera a baci, massaggi, abbracci e coccole.

Ricordiamoci che durante la gravidanza i genitali cambiano il loro aspetto, diventando più gonfi, a seguito dell’aumentato flusso sanguigno.
Questo può provocare una maggiore produzione di muco che può risultare acre al compagno ma può nella donna aumentare la sensibilità e dare sensazioni sessuali intense. Il sesso in gravidanza inoltre porta a scoprire delle nuove posizioni in quanto quella “classica” (uomo sopra la donna) è difficile da fare.
Evitare rapporti anali perché la presenza di emorroidi e la circolazione molto delicata potrebbe rendere l’atto spiacevole e aumenta il rischio di trasmissioni di batteri dal retto alla vagina.
L’attività sessuale è una preparazione della muscolatura pelvica. Fare sesso a termine gravidanza è un ottimo metodo naturale per avviare il travaglio in quanto lo sperma dell’uomo contiene prostaglandine e l’orgasmo fa contrarre l’utero.
Tornando alle posizioni, quella che piu` spesso è consigliata dai ginecologi e` quella in cui la donna sta sul fianco e l’uomo è o davanti o dietro di lei.Sconsigliano la posizione dove la donna “sta sopra” perchè la penetrazione potrebbe essere troppo profonda.

Ci sono due tipi di comportamento sessuale che, in ogni caso, vanno evitati in qualsiasi gravidanza:
nel sesso orale praticato da uomo a donna, l’uomo dovrà fare molta attenzione a non soffiare aria all’interno della vagina. L’immissione di aria, infatti, potrebbe provocare una embolia – ovvero un blocco della circolazione sanguigna a causa della formazione di una bolla d’aria – con conseguenze che potrebbero essere letali sia per la madre che per il bambino.
Mai avere rapporti sessuali con un partner del quale non si conosce la storia sessuale e che potrebbe quindi essere affetto da malattie sessualmente trasmissibili. Se si contrae un’infezione, la malattia può essere facilmente trasmessa al bambino, con conseguenze potenzialmente pericolose.



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mercoledì 3 febbraio 2016

ABORTO e poi.....



Molti autori, psicologi, psicoterapeuti e psicoanalisti, affermano che la gravidanza viene vista come una profonda “crisi maturativa” (H.Deutsch, G.Bribing, E.Erikson e D.Pines), infatti può essere considerata come “crisi” poiché può rappresentare “un pericolo” per un equilibrio di maturazione personale preesistente, comportando conseguentemente angoscia e disagio, un processo caratteristico di questo periodo: è la regressione, in altre parole la tendenza a rivivere esperienze passate, ovverosia l'evidenziarsi di un bisogno di sicurezza e di un aumentato desiderio d'affetto, di supporto che aiuti a gestire l'ansia, ad esempio vediamo la donna che ripercorre, cognitivamente ed emozionalmente, tutte le tappe significative del rapporto con propria madre; “maturativa” come un ulteriore avvicendarsi a stadi di maturazione più progrediti “più adulti”, che permette alla donna di acquisire lo status di madre, fornendole la possibilità di completare il proprio processo di sviluppo concretizzando un progetto di vita. Quindi all'interno della gravidanza vi sono processi maturativi e regressivi, e questo è poi alla base dell'accettazione o del rifiuto della stessa.
Durante la gestazione si verifica un'evoluzione dell'identità femminile, devono essere rimaneggiate le parti di Sé infantili, si deve effettuare un'articolata individuazione di sé stessa come donna e come madre ed un'ulteriore differenziazione dei propri confini personali e del proprio spazio interno nei confronti della propria madre, del partner e delle altre figure, ed accogliere il nascituro all'interno di un nuovo spazio “illusorio“ condiviso dal partner.
La gravidanza comporta, oltre alla preparazione biologica di un utero accogliente, anche l'elaborazione di un “grembo psichico” dove il bambino che nascerà possa essere atteso, cioè pensato ed amato ancor prima di venire alla luce, uno spazio interno deputato, esclusivamente, per il bambino e per la relazione con lui. Bribing individua durante la gestazione due “compiti adattivi” che si succedono nella donna: il primo, nei primi mesi di gravidanza, consiste nell'accettare l'embrione prima ed il feto poi quale parte integrante di sé. Tale completa fusione narcisistica perdura sino a quando la percezione dei movimenti fetali non impone alla donna la realtà di un bambino “altro da sé”, diviene necessario, allora, riorganizzare nuovamente i propri investimenti oggettuali; è questo il secondo “compito” che la donna deve affrontare.
Ciò che fa di una creatura un figlio è il desiderio materno, la capacità della donna di rendere presente e anticipare l'esistenza dell'altro dentro di sé. Gran parte della letteratura sull'argomento, di taglio socio-psicologico, psicoanalitico, demografico e fisiologico sembra sottendere una concezione della riproduzione e del desiderio di essa come espressione normale ed universale, naturale e positiva dell'esperienza esistenziale della donna.
Quanto sinora descritto, ci dà un'idea di che cosa rappresenti la gravidanza nella vita di una donna, è indubbio che interrompendo in modo traumatico, poiché non esiste un IVG “dolce”, si vengono a creare dei problemi, problemi che destabilizzano la persona a livello profondo.
La stragrande maggioranza degli autori sono concordi nell'affermare che l'Interruzione Volontaria di Gravidanza (I.V.G.) è un evento traumatico in quanto produce un notevole stress (tale da creare disturbi alla vita psichica) sopprime gli elementi di identificazione con il bambino, nega la gravidanza (negando così quella parte del Sé che si era identificata con il bambino/a) (H. Deutsch, 1957).
Attualmente tre quadri nosologici sono riconosciuti, a livello internazionale:
1. un disturbo di natura prevalentemente psichiatrica: la psicosi post-aborto con forme depressive di varia entità, insorge immediatamente dopo l'aborto e perdura oltre i sei mesi;
2. un disturbo caratterizzato da un marcato stress post-aborto , che insorge tra i tre e i sei mesi e rappresenta il disturbo “più lieve” finora osservato;
3. un insieme di disturbi che possono insorgere o subito dopo l'aborto o dopo alcuni anni: la “sindrome da trauma conseguente ad aborto (S.P.A.)” già descritta nel DSM III dell'American Psychiatic Association. Quest'ultima fu formalmente isolata da Vincent Rue nel 1981, egli la considera una variante specifica della Sindrome da stress post-traumatico.

Come si sente una donna dopo aver interrotto volontariamente una gravidanza? Riuscirà (e come) a superare questo momento? Ci saranno ripercussioni sul suo stato di salute mentale? Sono domande su cui gli studiosi di psicologia si interrogano da sempre, o meglio dal momento in cui l’aborto ha iniziato a essere praticato legalmente in molti paesi del mondo. E da sempre il dibattito si inserisce tra due estremi: quello che reputa che l’aborto volontario possa avere conseguenze anche gravi sulla psiche della donna e quello che pensa che non lo farà.

Nella storia le posizioni degli esperti hanno percorso, a partire dagli anni ‘60, vie estremamente laiche, dove l’aborto entro i tre mesi dal concepimento veniva considerato meno rischioso per la psiche rispetto che portare a termine la gravidanza, sia fortemente allarmiste, dove interrompere la gestazione avrebbe comportato addirittura la perdita di una parte di sé, con conseguenze anche molto gravi sugli equilibri mentali. Dobbiamo attendere più o meno la fine degli anni ’90 per assistere all’apertura di alcuni studiosi a posizioni anche intermedie, più profonde, intenzionate ad affrontare il tema in tutta la sua complessità. Ed è qui che sono sorte idee più equilibrate, come per esempio quella che considera la reazione all’aborto meno problematica da superare se la paziente costretta a interrompere la gravidanza non si è ancora mai identificata come “madre del bambino”. Ma anche in epoca moderna il dibattito non è mai stato pacifico e libero da controversie, come d’altronde non lo è lo stesso discorso sul riconoscimento dell’aborto come diritto. Anzi, oggi è più vivo che mai il timore che la stessa diffusione di idee infondate sulle conseguenze dell’aborto possa arrivare da un lato a mettere a repentaglio la stessa legge che lo permette; dall’altro, che gli effetti psicologici vengano invece sottovalutati portando a una carenza dei servizi assistenziali.



Uno dei temi su cui sicuramente va fatta particolare attenzione è la cosiddetta sindrome post-abortiva, sovrapponibile secondo il parere di alcuni medici a una grave forma di stress post-traumatico che si assocerebbe all’interruzione di gravidanza. Un male che porterebbe la paziente a ripiegarsi su se stessa e i propri sensi di colpa, a sentirsi un mostro, un’assassina, fino a forme anche molto gravi di isolamento e depressione. E questo, per i fautori, avverrebbe in maniera quasi inevitabile nella maggioranza dei casi: secondo alcune dichiarazioni, anche sopra il 62%. Ma esiste davvero? Di fatto, se pur si registrano casi di depressione in seguito all’interruzione di gravidanza (non va dimenticato che possono innescarsi meccanismi fisiologici e ormonali in tutto simili a quelli della depressione post-partum), non esistono studi indipendenti che ne certifichino l’incidenza. Non vi sarebbero perciò gli estremi per potersi riferire a una “sindrome”, né tantomeno per inserire questa forma di disagio tra gli “effetti collaterali” dell’aborto.

La dura verità, secondo molti studiosi, è che sarebbero addirittura i movimenti anti-abortisti ad aver coniato e diffuso l’idea del rischio della sindrome post-abortiva. Questo per dissuadere le donne a scegliere l’interruzione, così come i medici a praticarla, facendo leva sulla paura delle conseguenze e con l’obiettivo di innalzare il tasso (in Italia già altissimo) di obiettori di coscienza e negare infine il diritto all’aborto.

Se sul legame tra aborto e disturbi mentali vi è così tanta nebbia, è invece più intuitivo comprenderne i motivi. Innanzitutto, l’oggettivo condizionamento di molti studi dagli orientamenti etici, religiosi e ideologici degli stessi ricercatori. Non meno importante, la difficoltà nel costruire una statistica, dato il basso numero di casi presi in esame finora. Si tratta pur sempre di una pratica che si evolve parallelamente al contesto e per la quale i parametri di valutazione sono incessantemente in via di ridefinizione. Un ulteriore limite è poi la grossa difficoltà a stabilire quando un disturbo psicologico compare proprio a causa dell’interruzione di gravidanza o quando è invece frutto di altri eventi o contesti. Alcuni sintomi potrebbero comparire per esempio anche a molti mesi dall’aborto, diventando difficilmente riconducibili ad esso, così come alcuni disturbi potrebbero essere imputati erroneamente all’interruzione di gravidanza anche se suscitati da altri fattori.

“Piuttosto che parlare di effetti psicologici dell’interruzione volontaria di gravidanza” spiega Giovanni Fattorini, ginecologo della Società italiana studi di medicina della riproduzione “sarebbe forse più opportuno riferirsi a situazioni che presentano maggiori rischi, che dovrebbero perciò essere tenuti presenti, rispetto ad altre. In quest’ottica, - continua - potremmo pensare di identificare soggetti potenzialmente a rischio e le condizioni di rischio”. Tra i soggetti potenzialmente a rischio potrebbero essere inserite, per esempio, le pazienti molto giovani, così come quelle in età preclimaterica, ma anche le donne che hanno subito la morte di un figlio (o del feto durante una gravidanza), quelle che hanno vissuto un lutto recente e quelle che hanno già effettuato diverse altre interruzioni di gravidanza. Sulle condizioni invece, le più delicate si hanno quando la decisione di interrompere la gravidanza appare sin da subito molto sofferta, quando è dovuta a un rapporto conflittuale con il partner oppure a motivazioni legate alla situazione economica.

Andrebbe poi accantonato l’ideale che “scegliere la vita” liberi dal rischio di incorrere in disturbi. Anzi, può succedere che le donne costrette a portare a termine una gravidanza indesiderata si pentano della scelta, vengano emarginate, finiscano in povertà e siano vittime di un forte disagio psichico. In questo caso, oltre al condizionamento ideologico degli studi in atto, si rende necessario inserire nell’interpretazione degli studi anche le variabili sul contesto storico, sociale e culturale in cui la donna si trova.

Nella grande difficoltà a trovare risposte oggettive e condivise alla questione, quello che nell’immediato possiamo fare è cercare innanzitutto di garantire alle pazienti che ne necessitano, sia prima che dopo l’aborto, assistenza e aiuto a gestire e superare questo momento quando vissuto come doloroso. Ma a chi rivolgersi? “Ci sono i consultori familiari, istituiti per affrontare tutte le problematiche legate alla salute sessuale e riproduttiva delle famiglie, così come le conseguenze di queste scelte” spiega Fattorini. Ed è per questo che le équipe all’interno di queste strutture sono formate da ginecologi, ostetriche, ma anche psicologi. “Di certo - va avanti il medico - offrire un buon livello di counseling non è comunque semplice e la situazione non è di fatto omogenea”.

C’è da dire infatti che se da un lato i consultori offrono un sostegno gratuito e senza troppi rallentamenti burocratici, necessitano di un impegno costante che non sempre e non dappertutto viene garantito. Non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto sotto quello culturale e sulla formazione e l’aggiornamento del personale. Un’urgenza estremamente attuale è quella legato al fenomeno dell’immigrazione, in seguito al quale molte donne, spesso extracomunitarie, si ritrovano a ricorrere all’aborto per ragioni soprattutto economiche. Si tratta di una situazione che fino a qualche anno fa era molto rara in Italia, ma che è divenuta oggi più diffusa e per questo bisognosa di consulenti che siano preparati nella gestione di questa fragile categoria e capaci di interfacciarsi con realtà culturali anche molto diverse da quella del nostro Paese.



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mercoledì 13 gennaio 2016

IPPOCRATE



"Affermo con giuramento per Apollo medico e per Esculapio, per Igea e per Panacea – e ne siano testimoni tutti gli Dei e le Dee – che per quanto me lo consentiranno le mie forze e il mio pensiero, adempirò questo mio giuramento che prometto qui per iscritto. Considererò come padre colui che mi iniziò e mi fu maestro in quest’arte, e con gratitudine lo assisterò e gli fornirò quanto possa occorrergli per il nutrimento e per le necessità della vita; considererò come miei fratelli i suoi figli, e se essi vorranno apprendere quest’arte, insegnerò loro senza compenso e senza obbligazioni scritte, e farò partecipi delle mie lezioni e spiegazioni di tutta intera questa disciplina tanto i miei figli quanto quelli del mio maestro, e così i discepoli che abbiano giurato di volersi dedicare a questa professione, e nessun altro all’infuori di essi. Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni, e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa. Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere. Per lo stesso motivo mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni che possano farla abortire, ma serberò casta e pura da ogni delitto sia la vita sia la mia arte. Non opererò i malati di calcoli, lasciando tal compito agli esperti di quell’arte. In qualsiasi casa entrato, baderò soltanto alla salute degli infermi, rifuggendo ogni sospetto di ingiustizia e di corruzione, e soprattutto dal desiderio di illecite relazioni con donne o con uomini sia liberi che schiavi. Tutto quello che durante la cura ed anche all’infuori di essa avrò visto e avrò ascoltato sulla vita comune delle persone e che non dovrà essere divulgato, tacerò come cosa sacra. Che io possa, se avrò con ogni scrupolo osservato questo mio giuramento senza mai trasgredirlo, vivere a lungo e felicemente nella piena stima di tutti, e raccogliere copiosi frutti della mia arte. Che se invece lo violerò e sarò quindi spergiuro, possa capitarmi tutto il contrario".

(forma integrale il celebre Giuramento di Ippocrate)

"Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:
di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento;
di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario;
di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;
di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;
di promuovere l'alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica;
di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina;
di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali;
di evitare, anche al di fuori dell'esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico;
di prestare assistenza d'urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell'autorità competente;
di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione. "
(Il giuramento del 23 marzo 2007).

Il Giuramento di Ippocrate viene prestato dai medici-chirurghi e odontoiatri prima di iniziare la professione. Prende il nome da Ippocrate a cui il giuramento è attribuito; la data di composizione non è definita, ma pare certo non preceda il IV secolo a.C.

Diversi punti del giuramento fanno sorgere dubbi sul fatto che sia stato Ippocrate a dettare il giuramento. Il giuramento inizia con un'invocazione a diverse divinità. Eppure, Ippocrate è considerato il primo ad aver separato la medicina dalla religione e ad aver ricercato le cause delle malattie non nel soprannaturale ma nel razionale.

Oltre a ciò, diverse delle cose vietate nel giuramento non erano in conflitto con le pratiche mediche seguite ai tempi di Ippocrate. Per esempio, in quel periodo l'aborto e il suicidio assistito non erano condannati dalla legge, né dalla maggioranza dei precetti religiosi. Inoltre chi pronunciava il giuramento prometteva di non operare nessuno tramite la pratica della litotomia, ma di lasciarlo fare a chi era esperto. Tuttavia le tecniche chirurgiche sono parte integrante del Corpus Hyppocraticum, la collezione delle opere mediche spesso attribuite a Ippocrate e ad altri scrittori dell'antichità.

Anche se la questione è ancora dibattuta fra gli studiosi pare piuttosto plausibile che il giuramento di Ippocrate in effetti non sia stato scritto da quest’ultimo. La filosofia espressa nel giuramento sembra armonizzare maggiormente con il pensiero dei pitagorici del IV secolo a.C., che sposavano gli ideali della sacralità della vita ed erano contrari alle procedure chirurgiche.

Contrariamente alla vulgata, è improbabile che il Giuramento di Ippocrate (460-377 a.C.) abbia fornito uno standard di regole morali per i medici dell'Antichità, ed Edelstein ha concluso che è probabile che raggiunse lo status ad oggi attribuitogli solo in epoca cristiana [3]. Più dell'etica deontologica del giuramento, nell'antichità era fortemente presente l'etica teleologica delle virtù di origine platonica. Per i secoli successivi all'epoca cristiana, durante il Medioevo ed il Rinascimento, le regole che disciplinano il rapporto guaritore-malato si sono invece basate sul Giuramento, che circolava in una varietà di traduzioni. L'etica che il padre della medicina moderna occidentale ha trasmesso rispecchia l'ideale del medico come filantropo al servizio di tutta l'umanità, ed al di sopra di qualsiasi divisione tra gli uomini.

Sin dalle sue origini, il rapporto tra medico e paziente, così come si è andato configurando nel mondo occidentale con la tradizione ippocratica, si è attenuto ad un ordine preciso: il dovere del medico è fare il bene del paziente, e il dovere del malato è di accettarlo. Un rapporto di tipo paternalistico, in cui la responsabilità morale del medico sta nella certezza che egli operi per il bene assoluto del malato.

Il medico greco, infatti, era considerato come un mediatore tra dèi e uomini e, in virtù delle sue conoscenze, era considerato un essere dotato di privilegio, autorità morale e impunità giuridica. Questo modello di medicina corrispondeva ad una visione paternalistica della vita e della società, in cui gli ideali erano ordine, tradizione e obbedienza alle leggi universali.

A partire dal XVI secolo, s'assiste a un'emancipazione della persona: le grandi rivoluzioni politico-religiose e i grandi pensatori da Locke a Kant, trasformeranno questa sudditanza in rispetto reciproco in cui ogni persona è un individuo autonomo e indipendente, in grado di servirsi della propria ragione.

Tuttavia, bisognerà aspettare il XX secolo per vedere riconosciuta anche all'individuo malato la propria libertà e autonomia di scelta.

Esistono diversi tipi di relazione medico-paziente, ma i più importanti sono:

modello contrattualistico di Hugo Engelhardt, secondo il quale il principio di autonomia è più importante del principio di beneficenza, un modello di tipo impersonale con orientamento deontologico;
modello utilitaristico, secondo cui "una norma è buona quando produce il miglior bene";
modello paternalistico di Pellegrino e Thomasma, secondo i quali il miglior modello è quello centrato sull'alleanza terapeutica: il medico non deve solo fare il bene fisico del paziente, ma anche quello psicologico, sociale e spirituale, oltre al fatto di valorizzare l'autonomia e riscoprire il reciproco senso di fiducia tra medico e paziente;
modello di Veatch, secondo il quale debba esserci un rapporto contrattualistico tra medico e paziente che, però, debba basarsi anche sui cinque punti fondamentali (autonomia, giustizia, mantenere le promesse, dire la verità e non uccidere).




Nato sull’isola di Cos in una data imprecisata che può spaziare dal 460 al 450 a.C., Ippocrate è destinato a diventare nei secoli il simbolo stesso dell’arte medica. A quest’aura di leggenda, che sempre circondò la sua figura, si devono le innumerevoli e fantasiose tradizioni fiorite intorno alla sua esistenza e il confluire sotto il suo nome di uno stuolo di opere appartenenti ad altri autori, note nel loro complesso col titolo di Corpus Hippocraticum. Le uniche notizie piuttosto attendibili sulla vita di Ippocrate (che dovette terminare la propria esistenza poco dopo il 380 a.C.) sono quelle che lo vogliono figlio del medico Eraclide e dedito a frequenti viaggi: molto probabilmente, egli soggiornò infatti ad Atene e pure ad Abdera, dove fu in contatto con Democrito, concludendo infine la propria esistenza in Tessaglia. L’esistenza di un sistema ippocratico, che trascende le semplici osservazioni empiriche sulle varie affezioni, pare confermato da un passo del Fedro (270 c) di Platone, in cui il metodo del medico di Cos si dice finalizzato alla conoscenza del corpo in connessione con la natura del tutto, secondo quella corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo già intuita da Alcmeone: anche per lui, come per Ippocrate, la salute consiste nell’equilibrio degli opposti, identificati nei quattro umori circolanti nel corpo (sangue, flegma, bile gialla e bile nera).

Null’altro si può affermare con certezza sulla dottrina di Ippocrate, e sterminate sono state le discussioni sulla paternità ippocratica dei singoli scritti (una settantina circa) confluiti nel Corpus Hippocraticum.Un relativo accordo fra gli studiosi sussiste comunque per due di tali scritti: quello sulla Malattia sacra e quello su Arie, acque, luoghi. Sempre al pensiero di Ippocrate paiono potersi ricondurre i due trattati chirurgici sulle Fratture e sulle Articolazioni, nonché il Prognostico e le Epidemie (ovvero i "soggiorni" di medici in città straniere). Lo scritto sulla Malattia sacra tratta in termini antisuperstiziosi e scientifici l’epilessia, tradizionalmente intesa come un morbo inviato dagli dei e perciò detto "sacro". Nello scritto su Arie, acque, luoghi la salute umana è posta in rapporto con l’influsso esercitato dal clima, e vi trova spazio anche un piacevole excursus etnografico sulle varie regioni d’Europa e d’Asia. Merita poi di essere brevemente menzionata – nel secondo capitolo del Prognostico – la descrizione dei segni che preannunziano la morte, quella che è passata alla storia come facies hippocratica. L’impressione generale che si ricava dalla lettura degli eterogenei scritti confluiti nel Corpus Hippocraticum (e che naturalmente non possono essere tutti attribuiti al solo Ippocrate) è, innanzitutto, quella di una mescolanza tra elementi di arcaicità e di innovazione. Spesso la descrizione dei sintomi e la prescrizione della terapia da adottare ricalca antichissime formule presenti nei testi mesopotamici ed egizi, in cui a una proposizione condizionale contenente le manifestazioni del male (ad esempio, "se un uomo ha dolori allo stomaco"), segue l’indicazione del rimedio ("allora occorrerà che assuma il tale farmaco"). Lo schema logico/sintattico del "se x, allora y" riproduce formalmente quello adoperato nelle pratiche divinatorie, in cui l’osservazione dei segni implicava la possibilità di reinterpretare il volere divino. Ma nel caso degli scritti ippocratici l’analogia è solo esteriore: l’autore del secondo Prorrhtikon (Manuale delle predizioni) compreso nella seconda raccolta contesta aspramente l’applicazione del metodo mantico alla diagnostica, contrapponendo al "divinare" (manteuesqai) il "congetturare" (tekmairesqai) in base ai sintomi (shmeia) del male. L’assunzione di tale forma di ragionamento deduttivo (logismoV) applicato alla ricorrenza di certi sintomi ebbe un influsso enorme sul pensiero greco e si estese anche all’ambito filosofico e storiografico: Jaeger sottolinea a tal proposito il debito del metodo socratico nei confronti della scienza medica, e lo stesso può dirsi a proposito di Erodoto e di Tucidide. Il carattere stesso della materia trattata e l’origine non omogenea degli scritti componenti il Corpus Hippocraticum rendono problematico esprimere un giudizio sulle qualità letterarie di questa produzione, in cui a pagine redatte in un arido stile classificatorio se ne alternano altre di piglio vivacemente polemico nei confronti delle credenze tradizionali (nella Malattia sacra e nel Manuale delle predizioni), ossia pervase di una curiosità tipicamente ionica per le terre lontane e favolose (è il caso di Arie, acque, luoghi). Ciò che anima questi scritti è in ogni caso l’ansia del conoscere e la fiducia nella ragione. Quasi certamente più antico di Ippocrate è il celebre Giuramento, che praticamente fino ai giorni nostri è stato alla base dell’etica professionale medica. Questi scritti, non di rado contrastanti tra loro, hanno in parte come destinatari altri medici, cui vengono insegnate terapie adeguate, di tipo dietetico, farmacologico o chirurgico, per la cura delle varie malattie. A volte essi forniscono quadri clinici di singoli pazienti, con indicazioni dei sintomi e dei decorsi delle malattie: è questo il caso dello scritto sulle Epidemie. Sulla base della classificazione di tipi di malattie nella loro sequenza temporale, il medico poteva formulare una previsione del decorso futuro fino alla conclusione (positiva o negativa che fosse). In vista di tale fine era importantissima una valutazione accurata dei dati sintomatici osservabili, cosa a cui provvede il Prognostico. Questo tipo di scritti mette a disposizione di altri medici il sapere acquisito personalmente o ricevuto a propria volta da altri: essi presuppongono, pertanto, che il sapere medico possa essere accumulato e accresciuto gradatamente. Quest’aspetto è evidente anche nel celebre Giuramento ippocratico, che ingiunge esplicitamente di trasmettere gli insegnamenti scritti e orali ai propri figli, ai figli del proprio maestro, agli allievi che hanno prestato il giuramento. In quest’ottica, il sapere medico appare come patrimonio di un gruppo chiuso di specialisti, non di rado legati tra loro da rapporti familiari, il quale è anche tenuto alla trasmissione di tale sapere alle generazioni venture. Un altro gruppo degli scritti costituenti il Corpus Hippocraticum si rivolge invece ad un pubblico colto, non di soli specialisti, interessato a discussioni concernenti la natura dell’uomo, le malattie e i modi per affrontarle e debellarle. Il medico antico appare come un personaggio girovago, che giunge in molte città a offrire i suoi servizi e a mettere a disposizione il proprio sapere: egli si trova dunque in forte competizione coi suoi rivali e deve dimostrare la propria superiorità su di essi non solo nei fatti, ma anche con i propri discorsi. Inoltre, i frequenti insuccessi terapeutici dei medici antichi – per esempio durante la terribile peste che sconvolse Atene nel 429 a.C., mirabilmente descritta da Tucidide – li espongono ad attacchi non solo da parte di altri medici, ma anche da parte di pratiche magiche alternative alla medicina. Il che costringe i medici a riflettere profondamente sui caratteri metodici della loro disciplina, sulle sue possibilità e sui suoi limiti. Un primo obiettivo polemico è per l’appunto dato da forme di medicina magico/religiosa. Contro di esse, si tratta di mostrare il carattere naturale di tutte le malattie, dovute a cause naturali e non divine e curabili con gli strumenti propri della medicina e non con pratiche magiche: è questo il nucleo dello scritto sulla Malattia sacra. Un ulteriore obiettivo polemico è dato da impostazioni mediche fondate su presupposti filosofici neganti alla radice la possibilità di esistenza di una medicina come terapia dei mali del corpo. Tale è l’eleatismo nella formulazione datane da Melisso, giacchè con la sua rigida concezione dell’unità dell’essere esso esclude dal dominio dell’essere la possibilità di provare dolore e, più in generale, di compiere e subire un’azione. Contro le tesi di Melisso e di quei medici che sostengono che uno solo è il costituente fondamentale del corpo umano scende in campo lo scritto intitolato La natura dell’uomo, considerato da Galeno come l’espressione migliore dell’autentico pensiero di Ippocrate (sebbene Aristotele sostenga che lo scritto deve essere attribuito non già a Ippocrate, bensì al suo genero Polibo); il nucleo di questo scritto è la teoria dei quattro umori, ai quali corrispondono i quattro temperamenti fondamentali dell’uomo: i melanconici, in cui predomina la bile nera; i flegmatici, in cui predomina il flegma; i sanguigni, in cui predomina il sangue, e infine i biliosi, in cui predomina la bile gialla. In netta opposizione con Melisso, l’autore de La natura dell’uomo asserisce che la nozione di malattia presuppone l’esistenza di una molteplicità di elementi in relazione tra loro, cosicché l’alternativa è o negare l’esistenza delle malattie (e, con esse, della medicina) o riconoscere che l’uomo è costituito da una molteplicità di elementi. In questa prospettiva, l’autore dell’opera costruisce una teoria generale dell’uomo come insieme costituito dai quattro umori. Dal rapporto equilibrato di essi scaturisce la salute, mentre la malattia non è che la rottura del loro equilibrio. Questa dottrina conoscerà un’ampia diffusione nella tradizione medica antica e sarà trasmessa fino all’epoca moderna. Un posto a parte, nel Corpus Hippocraticum, occupa lo scritto intitolato La medicina antica, anch’esso percorso da una vena fortemente polemica: il bersaglio di tale polemica è dato soprattutto dalle dottrine generali sul cosmo o sulla natura dell’uomo, come quelle elaborate da Empedocle. Esso pone al centro, invece, la variabilità dei casi individuali, portando alle estreme conseguenze quella consapevolezza della molteplicità e diversità delle situazioni naturali e culturali che aveva attraversato l’intera cultura del V secolo a.C., allorché i Greci erano entrati a contatto con civiltà e mondi diversissimi dal loro. Il medico dev’essere attento alla varietà dei casi individuali nel formulare le sue diagnosi e fare le sue terapie, senza cedere all’illusione filosofica che esista un’unica terapia ugualmente valida per tutti gli infiniti casi possibili. Del resto la scoperta stessa della medicina sta a dimostrare, secondo l’autore dello scritto, come solo procedendo per distinzioni sempre più articolate il sapere medico possa pervenire ad una maggiore precisione ed efficacia. La medicina è, in primo luogo, una terapia mediante alimenti, bevande ed esercizi, ossia ha il suo nucleo portante nella dietetica. Ma quest’ultima, che provvede a fornire a ciascun paziente l’alimento adeguato a curarlo, altro non è se non la conseguenza della scoperta che gli uomini, per sopravvivere, non possono nutrirsi degli stessi cibi di cui si nutrono gli animali, così come i malati non possono ricevere la stessa alimentazione dei sani. La medicina è allora un sapere autonomo capace di crescere in direzione di un sempre maggiore perfezionamento dei suoi strumenti metodici e terapeutici: "la medicina da gran tempo ormai dispone di tutti gli elementi, e il principio e la via sono stati scoperti, grazie ai quali in lungo corso di tempo sono state fatte molte ed egregie scoperte, e il resto nel futuro sarà scoperto". Il pubblico a cui si rivolge questo autore non è costituito esclusivamente da medici: il messaggio centrale che egli vuole trasmettere è che la medicina sta assumendo uno statuto ontologico autonomo e di scienza. La medicina può perfezionarsi solo col tempo e lo scritto si schiera contro ogni medicina "filosofica", che pretende cioè di insegnare il mestiere ai medici a partire da teorie generali sull’uomo e sul mondo: ciò implica un eccesso di generalità che le rende inutilizzabili, giacchè i filosofi (sofistai) non spiegano il rapporto dell’universale col particolare. Non a caso l’autore etichetta queste teorie come "ipotesi", ossia come supposizioni di come stanno le cose, ipotesi a partire dalle quali avanzano la pretesa di aver scoperto chiavi di lettura valide per tutti; e l’autore scaglia i suoi dardi contro Empedocle e contro gli altri pensatori dell’epoca. Il medico, a differenza del filosofo, può rivendicare di dare il bene reale agli uomini: molto marcato è il senso della scoperta della medicina e della sua autonomia indiscutibile, la sua capacità di fare scoperte cosicchè anche "il resto nel futuro sarà scoperto"; non ci si deve, pertanto, fermare alle scoperte fatte, ma bisogna adoperarsi per farne di nuove e questo è possibile solo se le generazioni future faranno tesoro del sapere accumulato dai loro predecessori. Coi profani si deve solamente discutere dei mali che affliggono l’uomo e loro stessi: in quest’ottica, è importantissima l’anamnesi, ovvero la ricostruzione mediante il colloquio col paziente del male passato per costruire il male presente e l’evoluzione che la malattia avrà nel futuro. Questa metodologia non è propria solo dei medici: anche gli storici, in una certa misura, partono dalla convinzione che per prevedere il futuro si debba conoscere bene il passato, perché ciò consente di formulare delle costanti. Ma come è nata la medicina? E’ un sapere naturalissimo, risponde l’anonimo autore del trattato: il momento in cui uomini illuminati si interrogarono se chi soffriva dovesse seguire lo stesso regime alimentare di chi era sano fu la causa scatenante di tale disciplina, nata, in fin dei conti, per la naturalissima esigenza di sopperire alle malattie dell’uomo, necessità ineliminabili. Il passaggio dallo stato ferino alla civiltà sta, ad avviso dell’autore, nella scoperta del fuoco e nella cottura dei cibi. Proprio così si scopersero quali cibi erano utili e quali no: il sapere medico è nato nel momento in cui l’uomo è passato ad uno stato "umano" e al progresso della condizione umana è legato quello della disciplina medica. Non c’è da meravigliarsi se i primi scopritori di quest’arte erano visti come divinità, anche se, in realtà, erano uomini che esercitavano una tecnica tipicamente umana. Ma addirittura per sapere cosa è la natura è necessario partire da studi di medicina: il medico sa cosa è l’uomo e lo deduce da ciò che l’uomo mangia e beve, studiandone la salute e la condotta di vita; medico non è, dunque, chi dice che il formaggio è un cibo cattivo, ma chi dice che il formaggio è cattivo perché genera questi determinati mali. In un brano tratto da un saggio del Corpo ippocratico Sulla tecnica è tratteggiata una sorprendente teoria della scoperta scientifica: "Scopo e compito della scienza (episthmh) è lo scoprire qualcosa che prima non era scoperto e il cui esser scoperto sia preferibile al restare ignoto". Assai interessante è anche lo scritto dal titolo Arie, acque, luoghi: il messaggio basilare dell’opera è che il medico deve prestare particolare attenzione ai luoghi, all’aria e all’acqua che caratterizzano l’ambiente, giacchè egli deve scientemente tenerne conto nella prescrizione delle diete e nella diagnosi delle malattie (che trovano nell’aria uno dei principali veicoli di trasmissione). L’ulteriore messaggio che emerge dallo scritto è che le arie, le acque e i luoghi condizionano in maniera imprescindibile la costituzione umana, sia nel bene sia nel male, cosicché il buon medico dovrà conoscere in maniera adeguata l’ambiente circostante per poter così meglio svolgere la sua attività terapeutica. Ci troviamo dunque dinanzi ad un determinismo ambientale assai vicino a quello delineato da Diogene di Apollonia: l’ambiente determina in maniera imprescindibile chi in esso si trova. In questa prospettiva, l’autore dello scritto si lancia in un’autentica fisiognomica ambientale, facendo corrispondere a determinati individui determinati territori (ad esempio, chi è nato in zone boscose presenterà specifiche caratteristiche, e così via); tale corrispondenza si riverbera anche sui popoli: in particolare, l’autore di Arie, acque, luoghi instaura un raffronto tra i Greci e gli Orientali, notando come questi ultimi – poiché viventi in zone calde e secche – siano generalmente indolenti e pigri e, in forza di ciò, facilmente governati da tiranni. Al contrario, il clima solare e felice dei Greci fa sì ch’essi siano particolarmente briosi e agguerriti, pronti al pensiero come all’abbattimento delle tirannidi. Per questa via, l’autore dell’opera anticipa di parecchi secoli le riflessioni fatte da Montesquieu in Lo spirito delle leggi. Stante l’indiscutibile necessità della natura, resta però un interstizio in cui può inserirsi la libertà umana: tale è l’istituzione politica (nomoV), grazie alla quale l’uomo può liberamente ritagliarsi uno spazio d’azione i cui confini non possono essere varcati dall’agire necessitante della natura. Così, le popolazioni orientali sono rette da grandi dispotismi e il nomoV coopera a renderle militarmente inette (manca del tutto l’interesse a ribellarsi alla tirannide); sull’altro versante, il clima e l’ambiente greco sottopongono l’uomo a cambiamenti rapidi, come rapido dev’essere il pensiero: e le istituzioni politiche presso di loro in uso non fanno che cooperare col clima controbilanciandone la necessità. L’uomo può dunque mitigare l’agire necessitante della natura attraverso le istituzioni politiche. Lo spazio riservato dall’autore dello scritto al nomoV è parecchio, tant’è che egli arriva addirittura a riconoscere come il nomoV possa diventare una seconda natura: per chiarire questo punto, egli adduce l’esempio della popolazione dei Macrocefali, presso la quale era segno di prestigio avere la testa schiacciata; per questo motivo, la testa dei bambini veniva schiacciata, cosicché – nota l’autore dello scritto -, a furia di schiacciarla, le generazioni future sarebbero nate già con la testa schiacciata. In questo senso, il nomoV può perfino trionfare sulla fusiV: anzi, nomoV e fusiV sono per l’autore ippocratico due entità combinatisi fra loro. I Sofisti, dal canto loro, tendono a leggerle piuttosto come due realtà opponentisi.




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