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venerdì 17 marzo 2017

LUCE BLU



La luce blu può rappresentare un utile strumento per combattere la depressione invernale e l’insonnia ma può causare danni permanenti all’occhio umano.

La luce che raggiunge e penetra nell’occhio umano è suddivisa in spettro visibile, comprendente le lunghezze d’onda da ca. 380 a 780 nm, e spettro non visibile, che include la luce nell’intervallo ultravioletto (luce UV) e l’intervallo infrarosso (luce IR).
Da tempo agli esperti è noto che i raggi UV sono potenzialmente in grado di causare danni ai tessuti organici quali la nostra pelle e gli occhi; per questo motivo, utilizziamo ad esempio appositi prodotti per la protezione solare. Tuttavia, anche la luce blu-violetta può causare lesioni, soprattutto ai nostri occhi. La luce blu-violetta può avere minore energia di quella ultravioletta ma, al contrario della luce UV – la maggior parte della quale viene assorbita dalla parte frontale dell’occhio – la luce blu raggiunge la retina.

Il componente della luce nell’intervallo blu-violetto tra 380 e 500 nm è conosciuto come luce visibile ad alta energia (HEV). Le lunghezze d’onda comprese tra 380 e 440 nm sono considerate particolarmente critiche e sono ritenute tra le possibili cause della fotoretinite che comporta danni alla retina dovuti a luce incidente ad alta energia.

Secondo alcuni studi scientifici, la luce ha un effetto biologico sul nostro corpo, contribuendo tra l’altro a regolare il nostro equilibrio ormonale. L’ormone melatonina svolge un ruolo importante nella regolazione del nostro ciclo sonno/veglia; inoltre, l’energia luminosa necessaria per questo processo viene assorbita in larga misura dai nostri occhi. Un altro fattore chiave in questo processo è un fotopigmento definito melanopsina, che, come è stato dimostrato, è il più attivo nella porzione ad onde corte dello spettro visibile. Ne consegue che anche la luce blu che raggiunge la nostra retina è funzionale ad assicurare il nostro benessere psicologico; per questo motivo la fototerapia viene utilizzata con successo per trattare la depressione invernale e l’insonnia.
Inoltre, la luce UV è coinvolta nella produzione di vitamine; ne consegue anche che lo stimolo luminoso esercita un’influenza importante sul nostro metabolismo. In sintesi, il nostro corpo necessita della luce blu.

Una quantità eccessiva di luce nell’intervallo ultravioletto e blu-violetto può danneggiare l’occhio umano. Oltre a provocare un’infiammazione dolorosa della congiuntiva e della cornea, può anche causare danni al cristallino e, in particolare, alla retina (degenerazione maculare).
Questo è il motivo per cui è così importante indossare occhiali da sole con una protezione del 100% contro i raggi UV in condizioni di intensa luce solare, soprattutto in presenza di forte abbagliamento, come su uno specchio d’acqua o sulle piste da sci.

Dai diodi ad emissione luminosa (LED) alla luce allo xeno, dalle lampadine a risparmio energetico alla radiazione elettromagnetica degli schermi: tutte le “nuove sorgenti luminose”, progettate per migliorare e facilitare la nostra vita, contengono una proporzione di luce blu superiore a quella delle tradizionali lampadine del passato. La differente composizione spettrale della luce comporta un’esposizione ad una quantità di luce blu molto più elevata rispetto a prima.
Finora non sono stati effettuati studi scientifici che rispondano al quesito se utilizzare display di computer o fissare queste nuove sorgenti luminose per tempi prolungati possa comportare danni alla retina. Tuttavia, è importante tenere presente che trascorrere un’ora all’aperto in una normale giornata nuvolosa espone i nostri occhi alla luce blu 30 volte di più che trascorrerla in un ambiente chiuso, davanti ad uno schermo.



Tablet, smartphone e altri dispositivi digitali dotati di display non hanno modificato solamente lo spettro luminoso al quale siamo esposti, bensì anche le nostre abitudini visive. È importante riconoscere che trascorriamo molto più tempo guardando “da molto vicino rispetto al passato. La ragione è che spesso la luminosità dello sfondo è eccessivamente ridotta. Il problema riguarda anche i bambini: “Miopia scolastica è il termine che indica la crescente tendenza alla miopia rilevata tra i bambini quando iniziano a frequentare la scuola.

Se non dedichiamo tempo sufficiente alla visione per lontano, i nostri occhi hanno poche opportunità di rilassarsi e, sostanzialmente, “disimpariamo la capacità di accomodare rapidamente a varie distanze. Ne deriva il cosiddetto affaticamento degli occhi dovuto all'uso di dispositivi digitali. Inoltre, la nostra cornea viene idratata meno frequentemente dal liquido lacrimale, poiché quando fissiamo un display digitale è naturale battere le palpebre meno spesso. Le conseguenze possono essere affaticamento e stress degli occhi. Nel caso peggiore può venire addirittura compromessa la visione.

L'occhio umano è naturalmente predisposto per difendersi dagli effetti dannosi della luce: la pupilla si restringe, le palpebre si chiudono, lo sguardo si distoglie automaticamente per evitare che la luce entri troppo intensamente nella retina, provocandone il danneggiamento. Ma esporci a lungo ai dispositivi elettronici può compromettere queste difese naturali e peggiorare gli effetti.

I rischi legati alla vista non sono comunque gli unici. È scientificamente provato che la luce blu sopprime la produzione di melatonina, un ormone prodotto dalla ghiandola pineale preziosissimo per la regolazione dei cicli del sonno. La sua inibizione può causare insonnia e i disturbi a essa collegati. Meglio allora perdere l'ultimo post di Facebook o un messaggio su Whatsapp e guadagnare in salute, spegnendo lo smartphone dopo cena.

Sicuramente, come prima cosa, lascia fuori dalla camera da letto smartphone, tablet, notebook e tutto ciò che è in grado di emettere luce blu: meglio perdere l’ultimo aggiornamento di Facebook e guadagnarci in salute.

Può essere utile anche rivolgere frequentemente lo sguardo lontano, anche mentre lavori al computer, facendo così riposare gli occhi. Mantieni, inoltre, sempre una giusta distanza dai dispositivi digitali; deve essere pari almeno alla lunghezza dell’avambraccio.

Altri comportamenti che puoi adottare per ridurre i rischi legati all’esposizione della luce blu sono: regolare la luminosità dello schermo, cambiare il colore di sfondo da un bianco brillante a grigio chiaro, pulire spesso gli schermi, non posizionare lo schermo verso la finestra, montare filtri di riduzione del bagliore sul display, aumentare la dimensione dei caratteri per facilitare la lettura e fare controlli regolari dall’oculista.



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domenica 8 maggio 2016

INSONNIA



L'insonnia è un disturbo del sonno caratterizzato dall'incapacità di dormire nonostante l'organismo ne avesse il reale bisogno fisiologico. Il tutto associato a un cattivo funzionamento durante il giorno, con sintomi quali stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, difficoltà di memorizzazione e una marcata perdita di interesse nello svolgimento delle attività quotidiane; con un conseguente impatto psicologico.

Coloro che soffrono di insonnia lamentano di non essere in grado di prendere sonno, o solo per pochi minuti, agitandosi nel letto durante la notte. Se l'insonnia dovesse prolungarsi per più di alcune notti di seguito può divenire "cronica" e causare un debito di sonno che è estremamente nocivo per la salute dell'insonne.

L'insonnia altera il naturale ciclo del sonno, che può risultare difficile da restaurare. Alcuni insonni cercano di dormire nel pomeriggio o durante la sera, con il risultato di ritrovarsi molto vigili all'ora di dormire, aggravando l'insonnia. Spesso, inconsapevolmente, si spinge il corpo fino al limite, al punto tale che la privazione del sonno provochi gravi problemi fisici e mentali.

Sotto il profilo sintomatico, è possibile distinguere tre tipi di insonnia: "insonnia iniziale", "insonnia intermittente o lacunare", "insonnia terminale".

Sotto il profilo diagnostico, l'insonnia può essere classificata come transiente, acuta o cronica.

L'insonnia transiente dura meno di una settimana, e può essere causata da altri disordini, cambi di ambiente, depressione o stress. Le sue conseguenze - sonnolenza e ridotte abilità psicomotorie - sono simili a quella della semplice privazione del sonno;
l'insonnia acuta è l'impossibilità di dormire in modo soddisfacente per meno di un mese;
l'insonnia cronica dura più di un mese, e può essere disordine primario o causato da altre patologie. I suoi effetti dipendono dalle cause che la inducono, e possono includere affaticamento muscolare, allucinazioni, affaticamento mentale e doppia visione.
Con la forma ostruttiva dell'apnea durante il sonno alcuni muscoli dell'apparato respiratorio perdono il loro tono e collassano. I malati di Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS) spesso non ricordano quanto avviene, ma lamentano un'eccessiva sonnolenza diurna. L'apnea centrale avviene quando il sistema nervoso centrale interrompe lo stimolo a respirare, allora l'individuo è costretto a svegliarsi per ricominciare a respirare.

Questa forma di apnea è spesso collegata a condizioni cerebrovascolari, collasso cardio-circolatorio e invecchiamento precoce. L'apnea notturna a lungo andare può danneggiare il cervello che, trovandosi spesso senza ossigeno, si trova a dover affrontare la morte per asfissia delle cellule cerebrali: nonostante non sia una patologia di estremo pericolo, questo disturbo va affrontato con il parere del medico, che deve monitorare tramite appositi strumenti, il livello di ossigenazione del sangue del paziente affetto da questa sindrome, onde scongiurare eventuali peggioramenti.

Sindrome della gamba irrequieta e Movimenti periodici dell'arto - I sintomi di RLS e PLM sono spesso descritti come un formicolìo o un brivido avvertito alle gambe che creano un forte necessità di muoverle. L'individuo si muove continuamente nel letto nel tentativo di alleviare questa sgradita sensazione, causando veglia e di conseguenza mancanza di sonno. Fortunatamente le terapie per questi disordini sono efficaci in oltre il 90% dei casi. È un disturbo psichiatrico che va trattato.

Phase Shift Disorder avviene quando l'orologio biologico di una persona non obbedisce al normale ciclo del sonno notturno e veglia diurna. Spesso avviene in soggetti che effettuano regolarmente viaggi lungo diversi fusi orari, poiché il sorgere e tramontare del sole non coincide più col concetto interiore del soggetto, ed è riscontrabile in soggetti che lavorano essenzialmente di notte.
La parasonnia include un numero di disordini di sveglia improvvisa che includono incubi, sonnambulismo, comportamento violento durante il sonno e disturbi della fase R.E.M., nel quale una persona muove il proprio corpo per assecondare ciò che sta sognando. Queste condizioni, eccetto il sonnambulismo, possono essere curate con successo attraverso interventi medici o di uno specialista del sonno.
Disturbo psicosomatico per eccellenza è la meteoropatia, che si manifesta sia con la depressione che con l'ansia. Pare legato alla concentrazione di ioni negativi e positivi nell'atmosfera, specialmente prima di un temporale. I soggetti che riescono ad avvertire tale cambiamento di concentrazione atmosferica di cariche elettriche si sottostima siano almeno il 20 % della popolazione (1 uomo su 5). Alternativamente potrebbe dipendere da una variazione di pressione atmosferica. Oppure potrebbe essere una combinazione delle cause già citate. Esistono aree dell'ipotalamo, del mesencefalo, dell'ippocampo e del sistema limbico sensibili sia ai campi magnetici, che ai campi elettrici, nonché alla pressione atmosferica. Geneticamente, alcuni soggetti possono aver un numero di questi neuroni maggiore, oppure più ricco di connessioni sinaptiche, tali da rendere l'intero sistema nervoso autonomo maggiormente sensibile alle variazioni atmosferiche.

Il sintomo tipico di chi non sopporta il cambio di stagione autunnale è quello di svegliarsi con un senso di stanchezza e incapacità ad affrontare la giornata. Nel dettaglio, generalmente, i meteoropatici soffrono di una specie di sonnolenza e di torpore dai caratteri simili ad una narcosi improvvise quando il tempo atmosferico volge al peggioramento (bassa pressione). Viceversa, tendono all'ipereccitabilità ed all'insonnia quando il tempo atmosferico volge al miglioramento (alta pressione). L'influenza del tempo atmosferico sulle cellule nervose ed i suoi neurotrasmettitori potrebbe quindi essere intesa come stimolo esterno dato da temperatura, umidità, pressione, luce, ecc; che in un certo modo influenzano il metabolismo dei neurotrasmettitori. Lo sbilanciamento di queste sostanze chimiche è anche alla base dei sintomi legati al momento depressivo, quali mal di testa, fatica ed insonnia, per citare i più comuni.

L'apnea notturna può essere causa di insonnia. Una visita medica aiuterà nella diagnosi o cura dell'apnea notturna, una risposta definitiva si può ottenere da un esame presso i laboratori del sonno.
Allergie latenti, quale quella ai latticini, possono produrre disturbi del sonno. Altri sintomi possono essere molto leggeri come il naso chiuso. Un nutrizionista può creare una dieta adatta insieme ad ulteriori consigli.
Chi soffre di insonnia dovrebbe evitare del tutto il consumo di caffeina. Essa è spesso causa di insonnia, a causa degli effetti eccitanti sul sistema nervoso periferico, nonché di quelli sul sistema cardiocircolatorio. La caffeina è presente in tè, caffè, yerba mate (Ilex paraguariensis), guaranà, cacao, noce di cola (quindi tutte le bevande a base di cola come Pepsi Cola, Coca-Cola, Virgin Cola ecc.) ed infine è presente perlopiù come sostanza aggiunta nei cosiddetti energy-drink, nelle barrette di cioccolato ed altri dolciumi.

Molto spesso l'insonnia è causata semplicemente da rumori notturni che impediscono al soggetto di prendere sonno, e se non si provvede in tempo a rimediare, l'insonnia potrebbe cronicizzarsi, causando tutti gli effetti negativi della privazione di sonno.

Altre forme di insonnia possono invece essere legate a patologie psicologiche (l'insonnia è caratteristica nelle persone affette da disturbo bipolare o psiconevrosi depressiva) oppure fisiche. L'insonnia può difatti essere un sintomo di iper-tiroidismo, e colpisce talvolta chi ha nevralgie, chi soffre di dolori artritici, i soggetti asmatici, i sofferenti di cuore, i soggetti con disturbi gastrici. Nei neonati si associa ai disturbi digestivi, nei bambini talvolta ai vermi intestinali e negli anziani ad una iniziale arteriosclerosi cerebrale.

Inoltre una rara condizione genetica causata da un prione conduce ad una forma mortale di insonnia chiamata insonnia familiare fatale. Tale sindrome è simile al morbo di Creutzfeldt-Jakob, cioè alla malattia indotta dall'ingestione di carni di bovini affetti dal morbo della mucca pazza.

Sebbene non esiste una soluzione univoca per l'insonnia, esiste un grande numero di possibili rimedi, alcuni dei quali derivanti da tradizioni popolari antiche, altri frutto delle moderne ricerche farmacologiche o psichiatriche.

Alcuni rimedi tradizionali per l'insonnia includono delle semplici norme di "igiene del sonno" quali:

Dal punto di vista psicologico, è necessario considerare la notte come un periodo di riposo, dove la giornata finisce. In molti insonni questa concezione viene meno, e la notte è vista come un momento negativo, e questo aggrava il problema iniziale, causando l'innescarsi di un circolo vizioso pericoloso per la salute dell' insonne.
Mantenere un orario regolare del ciclo sonno-veglia: svegliarsi presto al mattino, evitando di dormire durante il giorno ed andare a letto in un orario consono e regolare, evitando attività stimolanti nelle ore serali.



Fare esercizio fisico durante il giorno, eccetto nelle ore serali.
Mangiare regolarmente a pranzo ma fare una cena leggera tre ore prima di addormentarsi.
Rilassarsi prima di andare a dormire, per esempio con un bagno caldo.
Assicurarsi che l'ambiente in cui si dorme sia idoneo al riposo. Alcune persone sono molto sensibili alla luce, altre ai rumori. La camera da letto dovrebbe essere al buio e silenziosa, e ben aerata.
Non usare il letto per altre attività oltre al sonno. Ad esempio scrivere o guardare la televisione al letto durante il giorno diminuiscono l'associazione letto-sonno. Paradossalmente leggere un libro la sera appena coricati, prepara la mente al giusto equilibrio che concilia il sonno.
Evitare di guardare le sveglie, eventualmente coprendone il display. Ciò evita calcoli mentali sulla quantità di sonno perduta sino a quel momento e sulla quantità di sonno rimasta prima del suono della sveglia. Accettare che la quantità di sonno può essere ottenuta solo dormendo e non mentre si aspetta di dormire può essere benefico.
Evitare l'utilizzo di dispositivi elettronici nelle ore precedenti al sonno poiché la luce blu da questi emessi inibisce la produzione di melatonina, un fondamentale regolatore del sonno.

In soggetti che soffrono di insonnia non correlabile ad alcun disturbo organico o neurologico specifico, la mancanza di sonno è sintomo di un problema emotivo non trattato: se una persona è infelice del proprio stile di vita, o sta rimandando problemi la cui soluzione è inderogabile, ciò può determinare disturbi del sonno. Alcuni soggetti vedono l'insonnia scomparire grazie a semplici attività sociali, altri trovano un trattamento valido nella psicoterapia, andando ad affrontare quelle cause di stress, ansia o depressione che provocano tale disturbo, anche senza l'ausilio di farmaci ipnotici.

Nella tradizione Buddhista, ai sofferenti di insonnia o di incubi viene suggerita la pratica della meditazione di consapevolezza (Satipatthana) o di gentilezza (Metta). La pratica di essere amorevoli e ben disposti nei confronti di ogni essere può avere un effetto lenitivo e calmante nella mente e nel corpo. Nella Metta Sutta, il Budda afferma che addormentarsi facilmente è uno degli undici benefici di tale forma di meditazione. Nella medicina popolare cinese i medici hanno curato l'insonnia per migliaia di anni. Un approccio tipico può essere l'agopuntura, una dieta e un'analisi dello stile di vita, l'erboristeria o altre tecniche, con lo scopo di ribilanciare le energie del corpo per risolvere il problema in maniera delicata.

Alcuni rimedi tradizionali si dimostrano alcune volte sufficienti ad interrompere il ciclo di insonnia, evitando l'utilizzo di sedativi o sonniferi. Un possibile rimedio naturale per l'insonnia è il latte tiepido, da bere prima di andare a dormire. Il latte contiene alti livelli di triptofano, un sedativo naturale. Molti insonni si servono di sedativi di origine erboristica, quali: valeriana, camomilla, lavanda, luppolo, passiflora, escolzia, biancospino, fiori d'arancio e di tiglio.

Nella medicina popolare cinese i medici hanno curato l'insonnia per migliaia di anni. Un approccio tipico può essere l'agopuntura, una dieta e un'analisi dello stile di vita, l'erboristeria o altre tecniche, con lo scopo di ribilanciare le energie del corpo per risolvere il problema in maniera delicata.

Studi medici recenti hanno confermato l'utilità dell'ormone melatonina nel ripristino di un sonno regolare nelle sue fasi. In Italia esso non è considerato propriamente un farmaco, bensì un integratore, in quanto la sostanza è già prodotta dall'epifisi nel nostro organismo, proprio per regolare il ritmo sonno-veglia. Allo stato attuale degli studi sulla sostanza non sono stati rilevati effetti collaterali o da overdose, presenti in gran parte dei farmaci ansiolitici, anche in seguito a somministrazioni nell'ordine delle migliaia di volte la dose ottimale. In particolare, la melatonina non provoca lo stordimento e il calo di attenzione al risveglio, tipici di altre categorie di farmaci, inoltre alcuni studi hanno dimostrato che il sonno che si ottiene dopo somministrazione di melatonina è molto simile come caratteristiche fisiologiche a quello che si registra in condizioni di normalità.

Infine si deve tenere presente che soggetti psiconevrotici, per i quali l'insonnia è un sintomo, possono invece essere curati mediante tranquillanti, che non sono dei sonniferi e, a differenza di questi, devono essere assunti non solo prima di coricarsi ma nel corso della giornata.

Esistono diverse categorie di psicofarmaci che, a causa del loro forte effetto tranquillante, vengono somministrati per la cura sintomatica dell'insonnia, specialmente nei casi più gravi.

I barbiturici erano largamente usati per insonnia e stati d'ansia fino agli anni settanta, quando furono sostituiti dalle benzoziazepine. Attualmente sono caduti quasi completamente in disuso anche per via dei gravi effetti collaterali e della notevole pericolosità potenziale, come ad esempio l'intossicazione da barbiturici. Essendo forti depressori del sistema nervoso centrale, possono dare luogo a una depressione cardiorespiratoria con coma e morte se assunti in forti dosi (spesso è sufficiente un dosaggio 6-7 volte maggiore rispetto alla dose ipnotica). I suicidi da barbiturico erano (e in parte sono tuttora) assai frequenti.
I farmaci ipnotici più comunemente prescritti per l'insonnia oggigiorno sono le benzodiazepine, degli ansiolitici, che in genere non inducono una depressione respiratoria tale da uccidere, neppure se assunti in dosi massicce. Queste includono farmaci come il Diazepam (presente in Italia sotto diversi nomi, tra i quali Valium e Noan), il Lorazepam (venduto in Italia col nome Tavor), il Bromazepam (Lexotan), l'Alprazolam (Xanax), il Delorazepam (En), il Nitrazepam (Mogadon), il Flunitrazepam (Roipnol) e il Clonazepam (Rivotril), quest'ultimo vendibile senza prescizione medica in quanto è usato anche come antiepilettico oltre che come ansiolitico.

Le benzodiazepine, col tempo inducono tolleranza (cioè la perdita di risposta da parte del corpo nei confronti del farmaco), dipendenza e possono provocare un peggioramento generale dei sintomi in caso di brusca sospensione. Spesso alle benzodiazepine viene associato un antidepressivo, perlopiù SSRI o SNRI.

Spesso si ritiene che i neurolettici, in quanto tranquillanti, possono essere utili per l'insonnia, ma in realtà possono anche peggiorare il disturbo di base in quanto bloccano i recettori della dopamina, e come risaputo, essa è coinvolta nei processi del sonno.

Negli anni novanta sono stati introdotti nel mercato farmaceutico i cosiddetti Farmaci Z, (chiamati anche ipnotici non-benzodiazepinici) tra cui Zolpidem, con il nome commerciale di Stilnox, della classe delle imidazopiridine, e Zopiclone, della classe dei ciclopirroloni. Anche con questi ultimi si sono registrati casi di assuefazione e dipendenza. I farmaci Z, nel caso in cui un paziente ha assunto già benzodiazepine, a causa della saturazione dei recettori gabaergici, posso dare un effetto avverso rispetto a quello desiderato.

Di più recente arrivo sul mercato farmaceutico le pirazolopirimidine che sembra possano essere utilizzate per lunghi periodi di tempo, nella cura di insonnia cronica. Uno studio presentato a Londra durante il recente Congresso Europeo di Neuropsicofarmacologia ha dimostrato che ad esempio lo Zaleplon continua ad essere efficace anche dopo un certo periodo di tempo senza dare sintomi d'astinenza alla sospensione del farmaco. Tuttavia il suo utilizzo è limitato dalla carenza di prove scientifiche a suo favore.

L'insonnia cronica è un disturbo purtroppo molto comune ma che può diventare mortale. Una ricerca durata oltre 40 anni, dimostra che l'insonnia cronica è associata a più alti livelli di infiammazione nel sangue. Quest'ultima è a sua volta responsabile della maggior parte delle malattie croniche (patologie cardiache, diabete, demenza, cancro e depressione).

A rilevare l'associazione tra l'insonnia persistente, le infiammazione e la mortalità è stato il team dell'Arizona Respiratory Center guidato dal dott. Sairam Parthasarathy e dal dott. Stefano Guerra.

Gli scienziati hanno preso in esame gli esiti di uno studio sulla respirazione del Tucson Epidemiological Study of Airway Obstructive Disease, che ha avuto inizio nel 1972 e ha seguito i partecipanti per decenni. I dati hanno mostrato che l'insonnia cronica è associata a livelli più elevati di infiammazione nel sangue e a un aumento del 58 per cento del rischio di morte.

I ricercatori hanno scoperto che, a differenza dell'insonnia intermittente (chi soffre questo tipo di insonnia ha un sonno leggero per tutta la notte), quella cronica e persistente che durava per almeno sei anni era associata alla mortalità. Hanno inoltre scoperto che maggiori livelli di infiammazione (misurati da un biomarker nel sangue chiamato proteina C-reattiva) e un aumento di infiammazione in tali biomarcatori erano associati all'insonnia persistente e alla morte.

“Una maggiore comprensione dell'associazione tra di insonnia persistente e morte dovrebbe aiutare nel trattamento della popolazione a rischio”, ha detto Parthasarathy, autore principale dello studio. “Abbiamo scoperto che i partecipanti con insonnia persistente avevano un aumento del rischio di morire per problemi al cuore e ai polmoni” indipendente da altri fattori come sesso ed età.

La ricerca basata sui biomarcatori potrebbe potenzialmente far progredire la precisione scientifica nel prevedere gli esiti clinici futuri in pazienti con l'insonnia.

Un problema che colpisce un numero molto elevato di persone nel mondo, anche tra i bambini, che ancora non ha una vera e propria cura, anche se piccole accortezze possono aiutare, come l'alimentazione e alcuni rimedi naturali.

Il sonno è stato a lungo un grande mistero per la scienza e ancora oggi sono molti i quesiti in cerca di risposte. Sappiamo che dormire è fondamentale per la nostra salute e, per i più piccoli, per il corretto sviluppo fisico e neurologico. I disturbi del sonno hanno una stretta correlazione con molte patologie e hanno quindi delle conseguenze di natura medico-sanitaria ma anche sociali, come incidenti stradali, sul lavoro, diminuita produttività.

A volte, la mancanza di sonno ci rende più instabili emotivamente e con la tendenza a reagire eccessivamente a situazioni, commenti, frasi che altrimenti avremmo considerato innocue. Uno studio del Tel Aviv Medical Center e dell’Università di Haifa ha scoperto il meccanismo alla base di questa perdita di neutralità, che dipende da un’immediata e accesa risposta dell’amigdala, area cerebrale che generalmente si attiva in condizioni emotivamente coinvolgenti, come se fosse compromessa l’abilità di distinguere cosa è importante da cosa non lo è.

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale fMRI e l’elettroencefalogramma EEG, i ricercatori hanno infatti visto nei soggetti attivazioni cerebrali anche di fronte ad immagini emotivamente neutre, come se il nostro cervello diventasse incapace di ignorare tali stimoli ininfluenti, perdendo il controllo cognitivo sulle emozioni. Sottoposti a così tanti stimoli, gli insonni diventano più instabili emotivamente con le note conseguenze sullo stress e il benessere sul lavoro e nella vita quotidiana.
 
Si sa che i lavoratori su turni sono maggiormente vulnerabili, tra le altre malattie, anche alla depressione e che anche gli insonni sono maggiormente a rischio. Ma in che modo le alterazioni del sonno incidono sul nostro umore?  La scoperta dell’Università di San Francisco del legame biologico tra due fenomeni strettamente connessi, sonno e depressione, in particolare una forma di depressione che colpisce in alcuni periodi dell’anno, la SAD disturbo affettivo stagionale, di cui soffre il 10% delle popolazioni delle alte latitudini. Si tratterebbe di un gene – PER3 - che fungerebbe da intersezione molecolare tra il nostro umore e l’orologio interno, l’orologio circadiano, che stabilisce i ritmi di sonno e veglia. I ricercatori hanno visto che alterazioni del gene erano comuni a soggetti che soffrivano di depressione stagionale e a soggetti con insonnia e che i topi geneticamente modificati con le due mutazioni incriminate sviluppavano SAD e disturbi del sonno.
 
Si chiama «Beauty sleep» (sonno di bellezza) la giusta quantità di sonno che ci rende belli e freschi al risveglio. Eppure non è solo una faccenda estetica. Numerosi studi mostrano che la carenza di sonno è associata a disturbi di memoria ad ogni età. Ma il sonno è un alleato prezioso contro l’invecchiamento. Numerosi studi epidemiologici indicano che il 50% degli anziani può soffrire di disturbi del sonno: quanto dormire possa diventare più difficile con il passare degli anni, il sonno è un fattore di protezione contro il fisiologico decadimento cognitivo dovuto all’età. Lo dimostrano numerosi studi condotti con la risonanza magnetica funzionale dai quali emerge che dormire almeno sette ore per notte riduce l’atrofia cerebrale in aree chiave per il ragionamento e la memoria. Anche se non è ancora del tutto chiaro in che modo ciò avvenga, l’evidenza mostra che il sonno è cruciale per numerosi meccanismi fisiologici, dalla riparazione cellulare al consolidamento delle memorie.



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GLI EFFETTI DEL VENTO





Il vento è uno dei fenomeni meteorologici che disturbano maggiormente la nostra psiche: mal di testa, nervosismo, insonnia, stanchezza, irascibilità sono solo alcuni dei malesseri che molte persone lamentano nelle giornate ventose.  Non vi è regione della terra, d'altronde, visitata da una così ricca varietà di venti come la nostra penisola: Bora, Foehn, Maestrale,Tramontana, Libeccio, Scirocco e Grecale, solo per citare i più importanti.

Quasi tutti provengono da regioni del globo molto distanti, anche 6000-8000 km e, poichè portano con sè le caratteristiche climatiche delle regioni di origine, provocano al loro arrivo forti variazioni di temperatura, umidità, pressione e, talvolta, anche di elettricità atmosferica.

In molti Paesi Occidentali il “mal di clima” rappresenta una patologia ufficialmente riconosciuta, tanto che i pazienti si avvalgono di appositi specialisti, ma in Italia la maggior parte della classe medica considera ancora il meteoropatico alla stregua di un malato immaginario, nonostante che a soffrirne sia il 25-30% della popolazione.

Lo Scirocco presenta gli aspetti più interessanti dal punto di vista fisiopatologico, ed è per questa ragione che esso viene messo più spesso in relazione con la meteoropatia. Ad affermarlo è il Prof. Alberto Lomuscio, cardiologo, agopuntore e docente di Medicina Tradizionale Cinese, il quale ricorda che “le malattie da vento, o anemopatie (dal greco anemos, vento, e pathos, sofferenza), possono interessare tutto l’organismo, ma gli effetti principali si verificano soprattutto sul cuore e sui vasi arteriosi, le cui cellule sono in grado di percepire maggiormente le variazioni elettriche dell’ambiente, tanto che si è osservato che l’incidenza di infarti e ictus aumenta nelle giornate ventose, e tra i fattori di questo aumento di incidenza sembra esservi lo squilibrio nella concentrazione di catecolamine e nella regolazione dell’aggregabilità piastrinica. Molto comune è anche la “Sindrome da Scirocco”, i cui sintomi più frequenti sono la cefalea, l’astenia, le palpitazioni, l’insonnia e varie forme di dolore toracico che possono anche simulare dolori anginosi: la forma è molto più frequente nei soggetti ipertiroidei, che sono già sottoposti in condizioni basali a un aumento di tutto il metabolismo corporeo. Caratteristiche principali dello Scirocco sono la velocità, l’elevata temperatura , specie durante i mesi estivi, e la concentrazione di ioni positivi in presenza spesso di variazioni della pressione atmosferica“.

Il vento di “Libeccio” è un vento caldo e umido che spira da Sud-ovest; investe, soprattutto, le zone tirreniche del Lazio, della Toscana, della Liguria e le coste del mediterraneo francese. È foriero di precipitazioni intense e violenti mareggiate. Ha caratteristiche analoghe allo Scirocco e causa, in forma più attenuata, una sintomatologia simile. Il vento di “Ponente” è un vento proveniente da Ovest. Ha caratteristiche ed effetti simili al Libeccio. È tipico delle perturbazioni atlantiche che attraversano il Mediterraneo da Ovest verso Est.
Il vento di Tramontana, la Bora e il Grecale proviente dalla Grecia sono venti freddi e asciutti che spirano, prevalentemente, da Nord/Nord-est in autunno e inverno o inizio primavera con raffiche che raggiungono la velocità di 80 Km/h, alternate da momenti di relativa calma.
Hanno caratteristiche di forte umidità dovuta alle precipitazioni e alla neve. La bassa temperatura determina, attraverso le terminazioni nervose periferiche, un’azione riflessa sulla gittata e sul lavoro del cuore, sul volume del sangue, sulla concentrazione di sodio e potassio e sul tasso ematico di alcuni ormoni della tiroide e delle capsule surrenali. Condizioni che provocano l’insorgenza o l’aggravarsi di malattie cardiovascolari, crisi asmatiche ed episodi di insonnia e cefalea.
Vento del “Sud”  è un vento tipico del mezzogiorno della Francia e, in particolare, delle zone di Montpellier e Lione. Meteorologicamente si accompagna a ionizzazione positiva, abbassamento della temperatura, della pressione atmosferica e dell’umidità relativa. La bassa pressione comporta una ridotta tensione di O2 a livello degli alveoli polmonari e, di conseguenza, a livello dei tessuti causando torpore e sonnolenza. Il vento del Sud favorisce l’insorgenza, in soggetti meteoropatici, di depressione fisico-psichica, insonnia e stato ansioso. Variazioni di 10 mm/H. di pressione atmosferica che si realizzano nell’arco di 24 ore aumentano l’incidenza di flebiti degli arti inferiori ed eventi trombotici. L’azione nociva di questo vento è elettiva in neonati e lattanti.
Per gravità si distingue “una forma benigna o semplice” caratterizzata da irritazione con pianto e sonno agitato; una forma di “media importanza” o febbrile lieve, della durata di 2-3 giorni accompagnata da vomito, diarrea e, a volte, convulsioni; “una forma grave” con ipertermia molto elevata (40-41 C°), disidratazione e sete intensissima, tachipnea, albuminuria, cilindruria. I sintomi tendono a regredire con il cessare della pioggia o del vento.



Il vento di “Maestrale”: è un vento freddo e umido che segue il fronte freddo delle perturbazioni atlantiche. Spira da nord-ovest e interessa le regioni tirreniche. Il Maestrale esercita un’azione di stimolo sul Sistema nervoso centrale con ansia, tachicardia e dispnea.
“Il Fohn” (vento di caduta) soffia, particolarmente, nei mesi primaverili. Genera brusche variazioni climatiche, una ridotta tensione di ozono, del potenziale elettrico e della pressione barometrica.
Origina sul versante italiano delle Alpi con il sollevarsi di una massa di aria calda e umida lungo la dorsale pre-alpina.
Nell’ascensione l’aria perde gradatamente, umidità e calore raggiungendo basse temperature e causando precipitazioni piovose e nevose. Così raffreddata, precipita vorticosamente a valle lungo il versante alpino opposto e perdendo quota subisce una compressione trasformandosi nuovamente in un vento caldo e asciutto. La particolare secchezza e lo strofinio con il suolo aumentano notevolmente la carica elettrica del Fohn.
Kneisel nel 1960 coniò il termine di “pre-Fohn” per indicare una serie di azioni che anticipano l’instaurarsi del fenomeno meteorologico. Queste variazioni sono ritenute responsabili dell’acuirsi, in soggetti psicologicamente labili, di squilibri mentali e di un incremento dei casi di omicidio e suicidio.
W.S. Moos, in uno studio di particolare interesse e attualità, rilevò un aumento di incidenti stradali in un arco di tempo che precedeva e seguiva di quattro ore l’insorgenza, la stabilizzazione e la fine dell’evento climatico.
I venti catabatici come il Fohn “limitano la capacità sensoriale del soggetto alla guida di veicoli modificando la reattività dell’organismo impegnato, in un processo di adattamento e omeostasi e regolazione all’ambiente atmosferico. Si determina una diminuizione delle capacità reattive alla guida”.

La sindrome meteoropatica da Fohn si manifesta con un corredo sintomatologico di vertigini, leucopenia, stasi venosa, ambascia precordiale, formazione di emboli, edemi e dolori alle cicatrici (Sutermeister 1960), abbassamento della pressione arteriosa e aumento della temperatura corporea nei bambini con spasmofilia, tetania, convulsioni, vomito e disidratazione.

La Bora è un vento molto freddo da nordest che soffia con raffiche violente (fino a 130 km/h): se proviene dalla gelida Siberia, giunge sull'Adriatico come vento rigido ma secco (Bora chiara). Il brusco e intenso raffreddamento, oltre che risvegliare nevralgie alle articolazioni e ai denti, favorisce soprattutto l'insorgere di malattie cardiovascolari.

I medici infatti ben sanno che l'angina pectoris si manifesta in genere in presenza di repentini cambiamenti di temperatura, solitamente dal caldo al freddo; con il freddo intenso diviene più forte anche il rischio di trombosi ed emboli polmonari. Con la Bora chiara, inoltre, sono più frequenti anche le crisi di glaucoma (malattia dell'occhio), le paralisi del nervo facciale e le affezioni broncopolmonari.

Effetti simili a quelli della Bora chiara sono provocati anche da altri venti freddi e secchi: la Tramontana, che soffia da nord e che in genere è abbastanza intensa su Toscana, Umbria e Lazio; il Grecale, che con le sue correnti provenienti da nordest investe le regioni ioniche e quelle tirreniche; il Maestrale, le cui vigorose correnti, provenienti dalla Provenza, si abbattono con violenza soprattutto sulla Sardegna. Non è un caso che proprio quest'isola (in particolare la città di Sassari), dove il Maestrale soffia con violenza, detenga il primato in Italia per le cefalee.

Se invece le correnti che raggiungono l'Adriatico sotto forma di Bora provengono dal Nord Atlantico, il vento, pur essendo meno freddo, risulta molto umido e piovoso ("Bora scura") ed il freddo umido nuoce a chi soffre di asma e di reumatismi.




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sabato 2 aprile 2016

MAL DI PRIMAVERA




La stagione primaverile è decisamente controversa per quanto riguarda l'influenza che ha sul nostro organismo. Se alcune persone durante i mesi primaverili si sentono pervasi da una ritrovata energia anche grazie all'aumento delle ore di luce, viceversa in altri riaffiorano malesseri decisamente soggettivi, ma in qualche modo assai comuni. Prime su tutte le reazioni allergiche. 

Debolezza, irritabilità, ansia, insonnia e a volte persino depressione sono le sintomatologie negative più comuni durante i mesi primaverili e nei soggetti più sensibili, ma spesso si manifestano anche ipertensione, ulcere e cefalee.  Secondo la teoria dei cinque movimenti energetici della Medicina Tradizionale Cinese, il nostro corpo è in sintonia con le energie della Natura quando ci troviamo in uno stato di buona salute. 

Ogni stagione è correlata ad un elemento, il legno per la Primavera: fegato, cistifellea, occhi, tendini e muscoli sono gli organi corrispondenti all’elemento legno. Se dunque non siamo in armonia con le energie della Natura, in Primavera possiamo avvertire dei disturbi a questi organi. Sempre secondo la Medicina Cinese, la Primavera è collegata all'organo Fegato, il suo colore è il verde, il suo sapore acido, la sua emozione la collera e la sua caratteristica atmosferica il vento. Proprio le frequenti situazioni ventose e gli sbalzi termici possono acutizzare i nostri malesseri e/o patologie: ad esempio è statisticamente dimostrato un aumento dei casi di ictus nei giorni ventosi. In questa stagione il fegato è più ricettivo ed è quindi quantomai importantissimo averlo in salute.

Particolarmente esposte ai disturbi primaverili sono le donne, colpite dal disagio circa sei volte più degli uomini.  
A tracciare il quadro è Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria  e direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano. Spiega  Mencacci, "i disturbi di stagione sono legati alla modificazione della quantità di luce, che induce cambiamenti a livello cerebrale". Com'è noto, i passaggi più difficili da sopportare sono quelli legati all'avanzare della stagione fredda: con le temperature in discesa e il numero di ore di luce che si riduce progressivamente, ma anche il passaggio dall'inverno alla primavera non è indolore. Quando si va verso il freddo, i sintomi sono soprattutto stanchezza, sonnolenza, perdita di concentrazione e aumento del consumo di carboidrati, mentre l'arrivo della primavera porta con sé, oltre alla stanchezza e al calo di concentrazione, l'irritabilità, l'irascibilità e un aumento dell'ansia. "Si tratta di disturbi affettivi che, in realtà, ci mostrano come siamo in collegamento con i ritmi della natura più di quanto non crediamo", sottolinea Mencacci. Insomma, come le piante sono in fermento non appena "sentono" la bella stagione, anche a noi capita più o meno la stessa cosa.  Non solo. L'arrivo della primavera e i fastidi tipici di questa stagione pesano in modo particolare "anche su quel 10% della popolazione afflitto da disturbi dell'umore, circa 5-6 milioni di persone, di cui il 40% soffre in modo particolare proprio i passaggi stagionali, con manifestazioni che vengono considerate un peggioramento".
   



Chi soffre d’ansia può risentire di questa aumentata attivazione reagendo molto intensamente e sfavorevolmente e subendo un complessivo peggioramento della sintomatologia, a volte anche in corso di terapia farmacologica.

Oltre a queste cause di natura fisica/organica c’è anche un altro motivo, di ordine psicologico e più complessivo, che fa peggiorare l’ansia nei cambi di stagione: l’ansioso tende a cercare costantemente un equilibrio che gli consenta di restare il più possibile indisturbato e tranquillo, equilibrio che di solito raggiunge evitando il più possibile le novità, i cambiamenti, gli stimoli che richiedano un riadattamento.
In primavera il clima diviene instabile, un giorno c’è il sole e fa caldo e il giorno seguente piove e fa freddo, e questo mette a dura prova l’equilibrio dell’ansioso che deve riadattarsi continuamente a condizioni che mutano e che si trova a fronteggiare stimoli fisici fastidiosi che possono innescare in lui reazioni ansiose soprattutto se tende ad essere molto concentrato sul proprio corpo e alle sensazioni che prova.

Dal punto di vista fisiologico l’aumento delle ore di luce e della sua intensità porta ad una maggiore produzione di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) che l’organismo secerne per far fronte all’aumentato fabbisogno di energia che segue la fine dell’inverno e l'allungamento del periodo di luce giornaliero. Questa variazione può provocare conseguenze negative in tutte le persone, causando nervosismo, insonnia, inappetenza e sbalzi d’umore, ma provoca conseguenze peggiori in chi già soffre di un disturbo ansioso (e/o depressivo).
Oltre al cortisolo aumenta anche la produzione di melatonina e la quantità di serotonina in circolo, proporzionalmente all’esposizione alla luce solare, determinando variazioni biochimiche anche brusche che possono portare all’aumento dell’attivazione fisiologica che provoca maggiore disagio nei soggetti che soffrono di ansia. 
   
Dal punto di vista psicologico ciò che incide è l'interpretazione dell'insieme di fattori fisici che si modificano e dei loro effetti diretti sul corpo: l’aumento della luminosità, le variazioni dell’umidità, il caldo e il freddo che si alternano possono spaventare in particolare chi soffre di attacchi di panico e chi presenta sintomi ansiosi di natura respiratoria (fame d’aria, sensazione di respirare male e di non riuscire a riempire e/o a svuotare del tutto i polmoni) o pseudo-neurologici (vertigini, sensazione di testa gonfia/leggera, paura di svenire per abbassamento della pressione).

I cambiamenti climatici che si verificano con l’inizio della primavera e dell’autunno incidono direttamente sia sulla psicofisiologia sia sulla psiche delle persone e le reazioni che ne derivano sono sia altamente individuali, sia correlate alla presenza di disturbi ansiosi e dell’umore.

In linea generale chi si trova a disagio in questi momenti di passaggio può intervenire per quanto riguarda gli effetti di luce e temperatura:

regolando la propria esposizione alla luce rendendola progressiva e utilizzando occhiali da sole nelle ore in cui l'illuminazione è per lui eccessivamente fastidiosa;

indossando abiti che gli consentano di non accaldarsi eccessivamente e di prevenire l'innesco di quelle sensazioni fisiche che possono portarlo all'attacco di panico, ai giramenti di testa, all'impressione di svenire o di respirare male, che spesso sono direttamente legate all'aumento della temperatura percepita.

E’ importante che chi soffre di un disturbo d’ansia non sottovaluti il fatto che una parte del suo malessere dipende anche da ciò che succede nel suo corpo, oltre che nella sua mente, e che quindi non c’è motivo di spaventarsi o di pensare ad un peggioramento stabile dell’ansia.
Questo vale soprattutto per le persone in terapia con psicofarmaci, che possono cercare di non preoccuparsi eccessivamente affrettandosi a rivolgersi al proprio curante per un aggiustamento della posologia.



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venerdì 19 febbraio 2016

PARLARE NEL SONNO



Parlare nel sonno è un fenomeno molto diffuso, soprattutto nei bambini e nei maschi adulti. Infatti, si stima che tra il 50 e l'80% dei bambini e degli adolescenti ha parlato nel sonno almeno in una occasione, un comportamento che tende a regredire nel corso degli anni.

Ci sono diversi modi di parlare nel sonno: c’è chi blatera parole incomprensibili, mentre altri pronunciano frasi perfettamente comprensibili e riescono anche a mettere insieme un discorso abbastanza coerente e completo. Alcuni parlano spontaneamente, senza alcun stimolo, mentre altri sono motivati da un'altra persona, di solito il loro interlocutore nel sogno. La cosa interessante è che spesso la nostra voce può sembrare diversa da quella che abbiamo quando siamo svegli e ciò tende di solito a spaventare la persona che ascolta.

Il contenuto del discorso può essere completamente casuale e talvolta dura solo qualche secondo in modo tale che non si ha nemmeno il tempo di capire quanto viene detto. Altre volte, il contenuto corrisponde a esperienze vissute, passate o recenti.

Molte persone, in particolare le coppie, si sforzano di comprendere il significato del discorso, ma in realtà, questo può essere senza senso o, in ogni caso, essere una manifestazione dell'inconscio, che non è necessariamente un riflesso di ciò che pensa o sente la persona quando è sveglia.

Dobbiamo ricordare che i sogni non sempre sono l'espressione dei nostri desideri o impulsi più profondi, a volte sono solo brani della vita di tutti i giorni intrecciati in modo casuale. Altre volte, si tratta di ricordi che sono stati attivati da un evento vissuto durante il giorno o da un suono esterno percepito dal nostro cervello durante il sonno. Pertanto, non dovremmo sforzarci troppo nel cercare il significato delle parole.

La persona può parlare nel sonno in qualsiasi momento e fase del sonno stesso, anche se è più comune che lo faccia nelle fasi più profonde. Pertanto, le persone tendono a parlare durante le prime ore del sonno quando questo è più leggero.

Durante il sonno REM si verifica ciò che è noto come il “sonno paradosso”, un fenomeno in cui l'attività cerebrale è molto intensa ei sogni sono particolarmente vividi. Durante questa fase si verifica di solito una disconnessione muscolare per evitare che ci facciamo del male. Di norma vengono scollegati anche i muscoli facciali e le corde vocali, ma capita che questo meccanismo non funzioni sempre bene ed ecco che possono sfuggire delle parole a voce alta mentre dormiamo.

Possiamo anche parlare nel sonno durante quelli che si conoscono come "sogni transitori"; cioè, i sogni propri di quella fase in cui non siamo ancora completamente addormentati ma neppure abbastanza svegli. In quei momenti, la disconnessione muscolare non è ancora stata completata e quindi può capitarci di pronunciare alcune frasi durante il sonno.

Parlare nel sonno ha diverse cause. Spesso, quando si scava nella storia familiare della persona si scopre che vi è una componente genetica. Inoltre, questo è collegato anche ad altri disturbi del sonno come il sonnambulismo, gli incubi o l’apnea del sonno.



Si è anche scoperto che alcuni fattori possono fare in modo che questo fenomeno sia più comune, come ad esempio i periodi di forte stress, l’ansia e la depressione, l’alcol e le droghe, l’insonnia e la febbre alta. Inoltre, si è anche riscontrato che quando dormiamo in un ambiente nuovo, come una stanza d’albergo, siamo più propensi a parlare nel sonno.

Normalmente il sonniloquio non è un problema serio e non necessita quasi mai di trattamento, anche se le persone possono sentirsi preoccupate per paura di dire qualcosa di imbarazzante mentre dormono. Quindi non è sorprendente che queste persone preferiscano dormire da sole, e questo può essere una difficoltà per la relazione di coppia. Ad ogni modo, quando questo fenomeno appare all'improvviso in età adulta può essere sintomo di altri problemi, in questo caso è meglio consultare uno psicologo.

Quando parlare nel sonno è sintomo di un problema più serio è necessario approfondire le cause profonde ed eliminarle. Ad esempio, se è il risultato di troppo stress, ansia o depressione, sarà necessario lavorare su questi stati al fine di promuovere un sonno più riposante.

Quando è un problema a se stesso, spesso può essere d’aiuto creare delle abitudini confortanti prima di andare a letto, come ascoltare della musica rilassante o fare un bagno caldo. Ovviamente, si dovrebbe evitare l'uso di sostanze stimolanti alla sera e fare in modo che la camera abbia sempre la stessa temperatura, che sia sufficientemente oscura e tranquilla. Può aiutare anche l’abitudine di andare a letto sempre alla stessa ora.

Non causa alterazioni qualitative o quantitative del sonno e il paziente si sveglia senza averne il ricordo.

In genere il discorso del sonniloquio inizia con un tono pacato, per diventare man mano più concitato fino a gridare, con contenuti di risentimento e ostilità. quasi sempre le parole non sono intellegibili. Il disturbo, non è associato a fattori predisponenti noti; comunemente può presentarsi in associazione ad altre parasonnie.



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sabato 21 novembre 2015

I BENEFICI DEL SONNO



L’80% degli adulti soffre per un deficit di sonno. Che paghiamo non solo sotto forma di stress. Dormire meno del necessario può causare demenza, Alzheimer, Parkinson. La “scienza del sonno” diventa cruciale per la prevenzione di molte malattie degenerative del cervello. Lo rivelano due studi americani pubblicati rispettivamente sulle riviste Science e The Journal of Neuroscience. Insieme aprono nuove strade nella conoscenza del funzionamento del nostro cervello, e il ruolo che il sonno svolge per la sua “manutenzione”. La prima ricerca ha come autrice Maiken Nedergaard, biologa danese che dirige un gruppo di scienziati alla University of Rochester nello Stato di New York.
Punto di partenza degli esperimenti condotti da questo team, è stata la ricerca di una “spiegazione evolutiva” del sonno. Dormire, in effetti, almeno a prima vista è un’attività inefficiente, improduttiva, perfino pericolosa: i nostri antenati cavernicoli rischiavano di farsi divorare dalle belve, durante il sonno. La Nedergaard ha trovato conferma per un’ipotesi che da molti decenni circolava tra gli scienziati. E cioè che il sonno sia il momento in cui il nostro cervello “fa le pulizie” al proprio interno, elimina spazzatura, scorie.
È un po’ l’equivalente di quello che il sistema linfatico fa con i nostri muscoli, eliminando l’acido lattico creato dagli sforzi. Per analogia, la scienziata danese ha battezzato sistema “linfatico” quello che agisce nel cervello. E soprattutto, ne ha dimostrato l’esistenza e il funzionamento, con numerosi esperimenti di laboratorio. Per ora limitati a topi, scimmie, cani e capre.
Il verdetto è comunque chiaro. Proprio come i muscoli sotto sforzo producono tossine, anche il cervello nell’attività diurna accumula “spazzatura”. Quando siamo svegli, il lavaggio automatico del sistema linfatico procede a rilento, un modesto 5% rispetto al lavoro che svolge quando dormiamo. Durante il sonno, l’area occupata dal sistema linfatico, dove scorrono i fluidi del lavaggio cerebrale, arriva a occupare il 20% del volume del nostro cervello. Questi “detersivi” sono essenziali per eliminare le proteine dette beta-amiloidi e tau, associate proprio con l’Alzheimer.
Da una parte è rassicurante sapere che esiste un’impresa delle pulizie che entra in azione ogni notte, e occupa le ore del nostro sonno svolgendo un mestiere così prezioso. D’altro lato questo rende ancora più allarmante il deficit di sonno che ci affligge più o meno tutti, e che va peggiorando. Sigrid Veasey del Center for Sleep and Circadian Neurobiology (University of Pennsylvania) col suo gruppo di ricercatori ha dimostrato che se il deficit di sonno è cronico, il metabolismo cerebrale subisce danni gravi, i neuroni degenerano. Il New York Times riporta un dato elaborato dalla National Sleep Foundation: un adulto ha bisogno di dormire dalle sette alle nove ore per notte, ma negli ultimi 50 anni abbiamo ridotto il nostro sonno, in media tra una e due ore a notte. Solo nell’ultimo decennio abbiamo perso in media 38 minuti di sonno per notte.



Negli Stati Uniti dai 50 a 70 milioni di persone soffrono disturbi cronici del sonno. Questa potrebbe essere la causa scatenante per una futura epidemia di Alzheimer, demenza e Parkinson, malattie neurodegenerative nelle quali appaiono proprio quelle proteine che noi eliminiamo nel sonno. Purtroppo la risposta non può venire dall’uso massiccio di sonniferi: il sistema linfatico lavora meno bene quando il sonno è “artificiale”. Semmai, una sfida per la scienza sarà trovare il farmaco che fa da surrogato per il sistema linfatico, ripulendo il nostro cervello dalle tossine e da ogni scoria. Allora potremmo realizzare l’antico sogno di tanti bambini: non andare mai più a dormire.

Il tuo corpo e la tua mente hanno bisogno di riposare in modo confortevole durante la notte per poterti permettere di affrontare la giornata nel modo migliore.

Studiando le ore di sonno di 15.659 studenti adolescenti statunitensi, i ricercatori della Columbia University di New York hanno scoperto che nei ragazzi che dormono meno di 5 ore a notte il rischio di depressione aumenta di più del 70%. Inoltre una mancanza di sonno rende in genere le persone più ansiose, agitate e aggressive.

Molte donne in età fertile dormono poco dedicando al sonno poca attenzione e sottovalutando l’importanza del dormire correttamente. In molti casi se il sonno è carente o disturbato si possono presentare delle conseguenze come: mestruazioni irregolari, ovulazione alterata, peggioramento della sindrome premestruale, ipertiroidismo dovuto a un mal funzionamento della tiroide.

Uno studio condotto su 20.822 ragazzi australiani di età compresa tra i 17 e i 24 anni ha dimostrato come quelli del gruppo che dormivano poco fossero decisamente più esposti a stress, oltre a essere più predisposti ad accumularne altro durante la giornata. Ricordiamo che anche lo stress è un fattore di rischio per molte malattie.

Infiammazione e stress: questi sono i principali responsabili dell’invecchiamento precoce del nostro organismo e della nostra pelle prima di tutto. Una ricerca condotta in Svezia  e pubblicata sul British Medical Journal dimostra come le stesse persone dopo una notte insonne vengano giudicate dagli estranei come meno attraenti e meno in salute, oltre a essere presi poco in considerazione durante colloqui di lavoro o in qualsiasi tipo di relazione.

La mancanza di sonno manda il nostro cervello in tilt spingendoci a mangiare di più durante il giorno e prediligendo il cibo spazzatura. Secondo l’Università di Chicago chi risulta ben riposato perde il 55% di grasso in più. A livello endocrino il dormire bene favorisce il mantenimento di buoni livelli di GH, o ormone della crescita che in caso di sonno disturbato scenderebbe a livelli troppo bassi portandoci ad un aumento di peso, un rallentamento generale del metabolismo ed ad un invecchiamento fisico precoce. Il dormire bene invece impedisce questo procedimento, donandoti un valido effetto antiage. Del resto chi dorme bene appare più sano e attraente, lo sapevano già anche i nonni, noi lo abbiamo solo confermato scientificamente.

Cheri Mah e i suoi ricercatori hanno preso in esame gli atleti della squadra di basket dell’Università di Stanford: aumentandogli le ore di sonno notturne hanno avuto un miglioramento nelle prestazioni fisiche. Altre ricerche confermano come meno ore di sonno possano portare a un notevole calo prestazionale sul campo.



Mentre dormiamo il cervello rielabora tutti le esperienze vissute durante la giornata rielaborandone il significato e selezionando gli stimoli più importanti. Jeffrey Ellenbogen e i suoi collaboratori dell’Università di Harvard hanno verificato come dormendo si migliorino le capacità di elaborare soluzioni nuove del 33%.

I bambini inglesi che hanno un sonno frammentario per problemi respiratori come apnee notturne e il russare risultano aver più problemi di comprensione e di attenzione. Inoltre altre ricerche dimostrano come anche gli adolescenti che dormono poco rendano meno sui banchi e nello sport. La mancanza di sonno può portare a iperattività e scarsa attenzione, sintomi molti simili all’Adhd, come documentato su un articolo pubblicato su Pubmed Pediatrics.

Matthew Walker e altri ricercatori dell’Università della California di Berkeley hanno dimostrato come 90 minuti di sonno pomeridiano migliorino la capacità di memorizzare nuove informazioni (attenzione se soffrite di insonnia), mentre per fissare i ricordi c’è bisogno di un riposo senza pause e risvegli notturni, come dimostra una ricerca statunitense dell’Università di Stanford pubblicata su Proceeding of the National Academy of Science (Pnas) secondo cui quando il sonno viene interrotto la nostra capacità di immagazzinare le esperienze e le informazioni vissute durante la giornata viene compromessa. Risulta quindi più importante e proficuo un riposo continuativo piuttosto che abbondante (il cervello durante la notte valuta cosa è successo e cosa ricordare).

La famosa pennichella fa bene al corpo e alla mente.

Uno studio condotto presso l’Università della California-Berkley nel 2010 su un gruppo di giovani ha rivelato che quelli ai quali era stato concesso di riposare circa 90 minuti intorno alle 14, riuscivano meglio nello svolgere alcuni esercizi rispetto ad altri che non avevano avuto la possibilità di schiacciare un pisolino. “Quando si è assonnati, si tende a non ricordare molto bene le cose. La concentrazione è scarsa e risulta difficile tenere cose a mente”, spiega donna Arand PhD, psicologa presso il Kettering Sleep Disorders Center a Dayton, Ohio. Non occorre peraltro trovare 90 minuti per dormire a metà giornata, come i partecipanti all’esperimento; sono sufficienti 20-30 minuti per ottenere i benefici derivanti da una mente riposata.

Il sonno, inoltre, influisce anche sulla salute del cuore. “Una ricerca dimostra che le persone che dormono sei ore per notte rischiano di andare incontro a malattie cardiache molto più di coloro che invece si assicurano un riposo di sette ore ogni notte ” afferma Sarah Conklin, professoressa di psicologia e neuroscienze all’Allegheny College. “Ma il sonnellino pomeridiano ha un effetto ristoratore che annulla le conseguenze dannose di un riposo notturno breve. Se si ha la possibilità di dormire da 45 minuti ad un’ora durante il pomeriggio si ottengono considerevoli benefici nel ridurre i rischi cardiaci derivanti da uno scarso riposo notturno”.

“Ci sono tanti tipi di riposo pomeridiano e bisogna sceglierlo sulla base del'obiettivo che si vuole raggiungere”, spiegano poi gli studiosi dell'ateneo californiano di Riverside.

Per fare una veloce ricarica e tornare subito lucidi bastano tra i dieci e i venti minuti di sonno. Per migliorare invece, il processo di memorizzazione, è invece necessaria un'ora completa di riposo. Unica controindicazione di questa pausa più lunga è l'intontimento al risveglio. Infine, per fare il pieno di creatività e attenzione bisogna dormire per un'ora e mezza.

L'ora ideale per la pennichella è compresa tra le 13 e le 16. Se si va oltre si rischia di compromettere la qualità del sonno notturno.



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