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sabato 12 marzo 2016

ALZHEIMER



Nel 1901, il dottor Alois Alzheimer, uno psichiatra tedesco, interrogò una sua paziente, la signora Auguste D., di 51 anni. Le mostrò parecchi oggetti e successivamente le domandò che cosa le era stato indicato. Lei non poteva però ricordare. Inizialmente registrò il suo comportamento come "disordine da amnesia di scrittura", ma la signora Auguste D. fu la prima paziente a cui venne diagnosticata quella che in seguito sarebbe stata conosciuta come malattia di Alzheimer.

Alois Alzheimer affidò successivamente all'italiano Gaetano Perusini, un giovane e brillante neurologo udinese, il compito di raccogliere informazioni e dati su casi analoghi. Perusini descrisse altri casi, approfondendone gli aspetti clinico-patologici corredandoli di abili disegni a mano.

Tali osservazioni e disegni vennero pubblicati da Alzheimer su un lavoro comparso nel 1910 sulla rivista Histologische und histopathologische Arbeiten über die Grosshirnrinde, ma senza il nome di Perusini.

Negli anni successivi vennero registrati in letteratura scientifica undici altri casi simili; nel 1910 la patologia venne inserita per la prima volta dal grande psichiatra tedesco Emil Kraepelin nel suo classico Manuale di Psichiatria, venendo da lui definita come "Malattia di Alzheimer", o "Demenza Presenile". Il termine, inizialmente utilizzato solo per le rare forme "early-onset" (ovvero, con esordio clinico prima dei 65 anni), dopo il 1977 è stato ufficialmente esteso a tutte le forme di Alzheimer.

La malattia di Alzheimer è definibile come un processo degenerativo che pregiudica progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una vita normale e provocandone alla fine la morte. In Italia ne soffrono circa 492 000 persone e 26,6 milioni nel mondo secondo uno studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, Stati Uniti, con una netta prevalenza di donne (presumibilmente per via della maggior vita media delle donne rispetto agli uomini).

Definita anche "demenza di Alzheimer", viene appunto catalogata tra le demenze, essendo un deterioramento cognitivo cronico progressivo. Tra tutte le demenze quella di Alzheimer è la più comune, rappresentando, a seconda della casistica, l'80-85% di tutti i casi di demenza.

La demenza di Alzheimer ha, in genere, un inizio subdolo: le persone cominciano a dimenticare alcune cose, per arrivare al punto in cui non riescono più a riconoscere nemmeno i familiari e hanno bisogno di aiuto anche per le attività quotidiane più semplici.

La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500 mila ammalati. È la forma più comune di demenza senile, uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività quotidiane. La malattia colpisce la memoria e le funzioni cognitive, si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare ma può causare anche altri problemi fra cui stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

Nei pazienti affetti da demenza di Alzheimer si osserva una perdita di cellule nervose nelle aree cerebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive. Si riscontra, inoltre, un basso livello di quelle sostanze chimiche, come l'acetilcolina, che lavorano come neurotrasmettitori e sono quindi coinvolte nella comunicazione tra le cellule nervose.

Il decorso della malattia è lento e in media i pazienti possono vivere fino a 8-10 anni dopo la diagnosi della malattia.

La demenza di Alzheimer si manifesta con lievi problemi di memoria, fino a concludersi con grossi danni ai tessuti cerebrali, ma la rapidità con cui i sintomi si acutizzano varia da persona a persona. Nel corso della malattia i deficit cognitivi si acuiscono e possono portare il paziente a gravi perdite di memoria, a porre più volte le stesse domande, a perdersi in luoghi familiari, all’incapacità di seguire delle indicazioni precise, ad avere disorientamenti sul tempo, sulle persone e sui luoghi, ma anche a trascurare la propria sicurezza personale, l’igiene e la nutrizione.

I disturbi cognitivi possono, tuttavia, essere presenti anche anni prima che venga formulata una diagnosi di demenza di Alzheimer.

Oggi l’unico modo di fare una diagnosi certa di demenza di Alzheimer è attraverso l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo con l’autopsia dopo la morte del paziente. Questo significa che durante il decorso della malattia si può fare solo una diagnosi di Alzheimer “possibile” o “probabile”. Per questo i medici si avvalgono di diversi test:
esami clinici, come quello del sangue, delle urine o del liquido spinale
test neuropsicologici per misurare la memoria, la capacità di risolvere problemi, il grado di attenzione, la capacità di contare e di dialogare
Tac cerebrali per identificare ogni possibile segno di anormalità
Questi esami permettono al medico di escludere altre possibili cause che portano a sintomi analoghi, come problemi di tiroide, reazioni avverse a farmaci, depressione, tumori cerebrali, ma anche malattie dei vasi sanguigni cerebrali.
Come in altre malattie neurodegenerative, la diagnosi precoce è molto importante sia perché offre la possibilità di trattare alcuni sintomi della malattia, sia perché permette al paziente di pianificare il suo futuro, quando ancora è in grado di prendere decisioni.



Oggi purtroppo non esistono farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi. Per alcuni pazienti, in cui la malattia è in uno stadio lieve o moderato, farmaci come tacrina, donepezil, rivastigmina e galantamina possono aiutare a limitare l’aggravarsi dei sintomi per alcuni mesi. Questi principi attivi funzionano come inibitori dell'acetilcolinesterasi, un enzima che distrugge l'acetilcolina, il neurotrasmettitore carente nel cervello dei malati di Alzheimer. Perciò inibendo questo enzima, si spera di mantenere intatta nei malati la concentrazione di acetilcolina e quindi di migliorare la memoria. Altri farmaci, inoltre, possono aiutare a contenere i problemi di insonnia, di ansietà e di depressione.

La messa a punto di nuovi farmaci per la demenza di Alzheimer è un campo in grande sviluppo, nei laboratori di ricerca si sta lavorando a principi attivi che aiutino a prevenire, a rallentare la malattia e a ridurne i sintomi.

Altra via di ricerca attiva è quella che punta sullo sviluppo di una risposta immunologica contro la malattia cercando di sviluppare un vaccino in grado di contenere la produzione di b-amiloide (il peptide che si aggrega a formare le placche).

Fra le varie terapie non farmacologiche proposte per il trattamento della demenza di Alzheimer, la terapia di orientamento alla realtà (ROT) è quella per la quale esistono maggiori evidenze di efficacia (seppure modesta). Questa terapia è finalizzata ad orientare il paziente rispetto alla propria vita personale, all’ambiente e allo spazio che lo circonda tramite stimoli continui di tipo verbale, visivo, scritto e musicale.
 
I malati a oggi sono 46,8 milioni a livello globale, ma il dato potrebbe raddoppiare: si prevede che nel 2030 ci saranno in tutto 74,7 milioni di malati di Alzheimer e 131,4 milioni nel 2050. Asia (23 milioni di malati), Europa (10,5 milioni), Paesi americani (9,4 milioni) e Africa (4 milioni): ecco la mappa in termini di diffusione. In Italia, stando alle cifre derivate dal Rapporto Mondiale Alzheimer 2015, diffuso nel nostro Paese dalla Federazione Alzheimer Italia, ci sono 1,2 milioni di malati. Il trend è in crescita, ma risulta condizionato dall’aumento della prospettiva media di vita che si registra in tutti i continenti. Più anziani ci sono sul pianeta, più è probabile che i numeri della malattia aumentino.

L’Alzheimer può essere considerato malattia infettiva?
L’ipotesi è stata lanciata da uno studio pubblicato su una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo. In sei degli otto pazienti osservati, è la supposizione formulata dai ricercatori dell’University College di Londra, la malattia potrebbe essere stata innescata dal trattamento (molto diffuso in Gran Bretagna nella seconda metà del secolo scorso) con l’ormone della crescita estratto dall’ipofisi di persone decedute e contaminato con i prioni, le proteine responsabili della malattia di Creutzfeldt-Jakob. A indurre in sospetto gli scienziati anche la giovane età dei pazienti osservati: tra i 36 e i 51 anni, di norma “lontani” dall’Alzheimer. L’ipotesi è che le ipofisi dalle quali era stato estratto l’ormone della crescita fossero state contaminate con tracce di proteina beta-amiloide, responsabili della formazione delle placche e della conseguente malattia. Ma il campione esiguo di pazienti osservati e la scarsa definizione dei meccanismi coinvolti alla base del progetto hanno invitato molti colleghi, anche italiani, a sposare la linea della prudenza.

Nella maggior parte dei casi la malattia si manifesta negli over 65 senza una specifica ereditarietà. C’è, però, una modesta quota di casi che si ripetono tra due o più membri della stessa famiglia e che risultano trasmessi in maniera autosomica dominante: ovvero i figli del portatore della mutazione hanno il 50% di probabilità di ereditarla. In queste circostanze l’esordio dell’Alzheimer può essere più precoce rispetto al solito.
 
Non esiste un test specifico per determinare una diagnosi di malattia di Alzheimer. Il primo passo è rappresentato dal colloquio del paziente (e dei suoi congiunti più stretti) con il medico e dalla risposta ad alcuni test cognitivi. In caso di sospetta diagnosi, può essere opportuno ricorrere a esami di laboratorio o strumentali, come la risonanza magnetica e la tac, per riscontrare i cambiamenti di una determinata parte del cervello. La diagnosi è formulata con certezza soltanto quando si identificano le placche senili (di beta amiloide) e i gomitoli (costituiti dalla proteina tau) nel cervello.
 
Le modalità comunicative vanno adattate a seconda delle capacità di comprensione del paziente. Non serve ricordargli ciò di cui era in capace in passato e che oggi non è più in grado di fare.

La malattia è la causa di morte nel 70% dei casi. La polmonite e la disidratazione sono le cause immediate più frequenti di morte, mentre il cancro è meno frequente rispetto alla popolazione generale.

Al momento non ci sono prove definitive per sostenere l'efficacia di una qualsiasi misura preventiva per la malattia di Alzheimer. Studi per identificarle hanno spesso prodotto risultati incoerenti. Tuttavia, studi epidemiologici hanno proposto correlazioni tra alcuni fattori modificabili (come la dieta, il rischio cardiovascolare, l'utilizzo di prodotti farmaceutici o lo svolgimento di attività intellettuali) e la probabilità per una popolazione di sviluppare la malattia. Solo ulteriori ricerche, tra cui gli studi clinici, riveleranno se questi fattori possono aiutare a prevenire o ritardare l'insorgenza della malattia di Alzheimer.

Sebbene i fattori di rischio cardiovascolari, come l'ipercolesterolemia, l'ipertensione, il diabete e il fumo, siano associati con un rischio maggiore di insorgenza della malattia, le statine, che sono farmaci per l'abbassamento del colesterolo, non si sono dimostrate efficaci nel prevenire o migliorare il decorso. I componenti di una dieta mediterranea, che comprendono frutta e verdura, pane, grano e altri cereali, olio d'oliva, pesce e vino rosso, possono singolarmente o tutti insieme ridurre il rischio e ritardare il decorso della malattia di Alzheimer. I loro benefici effetti cardiovascolari sono stati proposti come meccanismo di azione. Esistono prove limitate che un consumo, da lieve a moderato, di alcool, soprattutto vino rosso, sia associato a un minor rischio di Alzheimer.

Ipotesi sull'uso di vitamine non hanno trovato prove sufficienti di efficacia per raccomandare la vitamina C, E o acido folico, con o senza vitamina B12, come agenti di prevenzione o per il trattamento dell'Alzheimer. Inoltre, la vitamina E, è associata a rischi per la salute. Studi compiuti esaminando la somministrazione di acido folico (B9) e di altre vitamine B non hanno mostrato alcuna correlazione significativa con il declino cognitivo.

L'utilizzo a lungo termine di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) è associato a una ridotta probabilità di sviluppare Alzheimer. Studi post-mortem umani, studi su modelli animali, o in studi in vitro, supportano l'ipotesi che i FANS possano ridurre l'infiammazione correlata alle placche amiloidi. Tuttavia, studi riguardanti il loro uso come trattamento palliativo non sono riusciti a dimostrare risultati positivi, mentre nessun processo di prevenzione è stato realizzato. La curcumina del curry ha mostrato una certa efficacia nel prevenire i danni cerebrali, nei modelli di topo, in virtù delle sue proprietà anti-infiammatorie. La terapia ormonale sostitutiva, anche se utilizzata in passato, non è più ritenuta efficace per prevenire la demenza e in alcuni casi può anche esserne ritenuta responsabile.

Esistono studi che mostrano correlazioni tra determinati stili di vita e l'incidenza del rischio di contrarre la patologia o con la sua progressione.

Le persone che si impegnano in attività intellettuali, come la lettura, i giochi da tavolo, i cruciverba, l'esecuzione con strumenti musicali, o che hanno una regolare interazione sociale, mostrano una riduzione del rischio di sviluppo della malattia di Alzheimer. Questo è compatibile con la teoria della riserva cognitiva, in cui si afferma che alcune esperienze di vita forniscono all'individuo una riserva cognitiva che ritarda l'insorgenza di manifestazioni di demenza. L'apprendimento di una seconda lingua, anche in tarda età, sembra ritardare la malattia di Alzheimer. La pratica di attività fisica è anch'essa un comportamento associato a un ridotto rischio di Alzheimer.

Alcuni studi hanno mostrato un aumentato rischio di sviluppare la malattia nel caso di assunzione di metalli, e, in particolare, alluminio, o in caso di esposizione a particolari solventi. La qualità di alcuni di questi studi è stata però criticata, e altri studi hanno concluso che non vi è alcuna relazione tra questi fattori ambientali e lo sviluppo di Alzheimer.

Mentre alcuni studi suggeriscono che l'esposizione a campi elettromagnetici a bassa frequenza può aumentare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, i revisori hanno rilevato che sono necessari ulteriori indagini epidemiologiche e di laboratorio per poter avvalorare tale ipotesi. Il fumo è un importante fattore di rischio per l'Alzheimer.

Alcuni studi compiuti presso il National Institute on Ageing di Baltimora ipotizzano che il digiuno a intervalli regolari (1 o 2 giorni a settimana) potrebbe avere un ruolo palliativo alle forme più gravi della malattia.

Esistono alcuni progetti di calcolo distribuito in Rete nel campo della proteomica che si propongono di contribuire alla ricerca scientifica sulla malattia di Alzheimer, migliorando la conoscenza delle proteine coinvolte nei suoi processi etiopatogenetici, attraverso lo sfruttamento in parallelo della potenza di calcolo inutilizzata dei microprocessori di centinaia di migliaia di PC e altri dispositivi di elaborazione dati normalmente utilizzati dai volontari, che si collegano tramite Internet, ed emulano informaticamente i meccanismi di ripiegamento delle proteine.

A tali progetti chiunque può liberamente partecipare scaricando, e lasciando eseguire in background, il software necessario, progettato in modo da essere compatibile con le normali attività dell'utente.




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giovedì 10 marzo 2016

DONNE E SALUTE





Le donne mostrano solitamente una peggiore percezione della propria salute, con un divario che aumenta al crescere dell’età, anche per effetto della maggiore prevalenza di malattie croniche, soprattutto fra le donne anziane. Nella fascia over 65 anni dichiara di stare male o molto male il 23,4% delle donne a fronte del 16,6% degli uomini.

Le differenze di genere evidenziano uno svantaggio tutto al femminile con un tasso del 7,1% contro quello del 3,8% dei maschi. Tale svantaggio non si può giustificare unicamente con la maggiore longevità delle donne; infatti, già a partire dai 55 anni, età in cui cominciano a registrarsi percentuali di una certa consistenza, lo scarto tra uomini e donne emerge in tutte le fasce d’età messe a confronto. Le limitazioni di tipo motorio (camminare, salire le scale ecc.) affliggono il 2,6% della popolazione di 6 anni e più, con quote molto più alte dopo i 75 anni, fino ad arrivare al 22,5% fra gli ultraottantenni, con forti differenze di genere (25,4% per le donne contro 17,1% per gli uomini).

Alcune malattie sono più frequenti e gravi nelle donne rispetto agli uomini e spesso le cure farmacologiche comportano meno efficacia e maggiori effetti collaterali.  Le malattie, nella loro genesi, evoluzione e prognosi - come pure i farmaci che vengono prescritti - sono essenzialmente state studiate sugli uomini. L’organismo femminile è molto più complesso e a causa di vari fattori, a partire dalle mensili fluttuazioni ormonali, non si è mai facilmente prestato ad essere un modello di riferimento stabile.

Si pensa all’infarto come ad un qualcosa che riguardi solo gli uomini, ma è il 38% delle donne che muore entro un anno da un attacco cardiaco, rispetto al 25% maschile. Lo stesso dicasi per l'ictus in cui  il tasso di mortalità è rispettivamente al 25% e al 22%. Queste disparità dipendono da alcuni fattori: in particolare le donne non riconoscono per tempo i sintomi dell’infarto, in quanto diversi da quelli noti per l’uomo di cui si parla ancora quasi in forma esclusiva nei manuali di medicina. Ne evince che neppure gli operatori sanitari sanno distinguerli ancora adeguatamente. Non solo. Nel genere femminile il diabete e l’ipertensione rappresentano fattori di rischio maggiormente predisponenti all’infarto che non in quello maschile; è colpito il microcircolo e non le grandi arterie, per cui test diagnostici come la coronarografia possono non essere significativi.
Una donna affetta da diabete vive in media 8,2 anni in meno rispetto ad una coetanea non diabetica, mentre per gli uomini il tasso si abbassa a circa 7,5 anni. Maggiori nel genere femminile le complicanze della malattia specie se in presenza di problematiche cardiovascolari.
Le donne per la maggior parte della loro vita sono protette dall'aterosceloriosi grazie agli estrogeni, mentre gli uomini cominciano ad accumulare placche aterosclerotiche già dai 30 anni. Attenzione però perché con la menopausa il rischio anche al femminile aumenta rapidamente.
Il tumore al polmone, una volta raro nelle donne, è diventato invece oggi molto frequente a causa soprattutto del tabagismo: il genere femminile ha una minore capacità di riparare i danni dei cancerogeni del tabacco. Gli estrogeni  inoltre rendono la malattia più aggressiva e le pazienti più suscettibili agli effetti collaterali delle terapie.
Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) colpisce maggiormente gli uomini, ma le donne hanno il tasso di mortalità più alto: per lo più si tratta di fumatrici. I sintomi sono peggiori in quanto peggiore è il danno polmonare e dunque anche le complicanze, ma difficilmente nel genere femminile si avvia per tempo un percorso diagnostico (e dunque terapeutico) appropriato, in quanto si ritiene ancora la BPCO una malattia tipica dell’uomo e basta.
Anche il Parkinson è una malattia a prevalenza maschile (2 volte più frequente negli uomini rispetto alle donne), ma nel gentil sesso evolve in maniera più drastica: le donne sviluppano una maggiore disabilità e seppur lievemente (solo 2 mesi di differenza) un’aspettativa di vita minore.
Al contrario la Malattia di Alzheimer è più frequente nelle donne che presentano sintomi diversi rispetto agli uomini: deficit più gravi nel linguaggio, maggiore instabilità emotiva e predisposizione a depressione.
Le donne sono più soggette a ulcera gastrica, mentre gli uomini incappano più frequentemente in quella duodenale. Nelle donne comunque grazie agli ormoni, la malattia ha un decorso più favorevole.
Lo studio ITA.LI.CA. ha dimostrato come fra le donne il cancro del fegato sia maggiormente legata ad infezione da HCV, ma sia anche meno aggressiva rispetto agli uomini; maggiore è infatti la sopravvivenza al femminile anche perché le masse si manifestano di dimensioni più ridotte.
Nel sesso femminile i calcoli della colecisti sono molto più frequenti, ma in genere è sempre in forma lieve: gli uomini al contrario tendono maggiormente a necessitare di intervento di rimozione della cistifellea.



Il tumore del colon negli uomini sviluppa per lo più nel retto e nel tratto discendente del colon, mentre nelle donne in quello discendente. Nel genere femminile si ritiene più pericoloso perché presenta sintomi solo al momento in cui è in fase avanzata: spesso non da neppure sangue occulto nelle feci.
La depressione si sa, colpisce maggiormente le donne, per una serie di motivazioni psico-biologiche. Nelle donne questa patologia è più pericolosa perché spesso si accompagna - entro un anno dalla sua insorgenza - ad abuso di alcolici e perché molti farmaci prescritti non hanno una corretta azione.
Le ovaie sono gli organi responsabili nella donna della produzione degli ormoni sessuali e delle cellule riproduttive (ovociti). Il tumore alle ovaie, pur non essendo diffuso come quello al seno, riguarda circa una donna ogni 100. Colpisce soprattutto dopo i 60 anni, mentre è piuttosto raro nelle donne giovani al di sotto dei 30 anni. I principali fattori di rischio sono l'età avanzata, una vita fertile lunga (prima mestruazione precoce e menopausa tardiva) e l'assenza di figli.
Il tumore del collo dell'utero (o della cervice uterina) è stato per molto tempo il più frequente nel sesso femminile, associato a un'alta mortalità. Oggi si assiste a una continua diminuzione di incidenza e di mortalità grazie soprattutto all'introduzione di uno strumento estremamente efficace di diagnosi precoce, il Pap-test. Ogni anno in Italia vengono diagnosticati 3.500 nuovi tumori della cervice, con una media di un caso ogni 10.000 donne. La malattia è legata all'infezione del virus del papilloma (HPV) che si contrae per via sessuale: comportamenti che tendono a limitare le possibilità di infezioni (per esempio l'uso del preservativo e la vaccinazione contro l'HPV per le giovanissime) sono dunque protettivi.
Una delle patologie più comuni dell’endometrio, mucosa che ricopre la cavità interna dell'utero, è l’endometriosi, ovvero una dislocazione extrauterina del tessuto ghiandolare che causa dolore, infiammazione e aderenze tra i tessuti. La patologia ha una prevalenza di circa il 10-15% delle donne in età riproduttiva e interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficoltà a concepire. È spesso sottovalutata e provoca un grave stato di sofferenza psico-fisica nella donna. In Italia, le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni. Per quanto riguarda invece il tumore dell’endometrio, esso si colloca al sesto posto tra i tumori più frequentemente diagnosticati alle donne e in Italia si parla di oltre 7.700 nuovi casi ogni anno. Colpisce soprattutto le donne anziane, con un picco di incidenza dopo i 60 anni, e presenta tassi d'incidenza in aumento nel mondo occidentale a causa dell'allungamento della vita media e di una alimentazione troppo abbondante.
Il seno è l’organo che, nelle donne, è maggiormente soggetto a essere colpito dal tumore. Quest’ultimo infatti riguarda una donna su 10 e ogni anno in Italia vengono diagnosticati 37.000 nuovi casi. Sono stati identificati numerosi fattori di rischio, alcuni modificabili, come gli stili di vita, e altri invece non modificabili, come per esempio l'età (la maggior parte di tumori del seno colpisce donne oltre i 40 anni) e fattori genetico-costituzionali. Tra gli stili di vita dannosi si possono citare, per esempio, un'alimentazione ricca di grassi animali e povera di frutta e verdura, il vizio del fumo e una vita particolarmente sedentaria.





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sabato 21 novembre 2015

I BENEFICI DEL SONNO



L’80% degli adulti soffre per un deficit di sonno. Che paghiamo non solo sotto forma di stress. Dormire meno del necessario può causare demenza, Alzheimer, Parkinson. La “scienza del sonno” diventa cruciale per la prevenzione di molte malattie degenerative del cervello. Lo rivelano due studi americani pubblicati rispettivamente sulle riviste Science e The Journal of Neuroscience. Insieme aprono nuove strade nella conoscenza del funzionamento del nostro cervello, e il ruolo che il sonno svolge per la sua “manutenzione”. La prima ricerca ha come autrice Maiken Nedergaard, biologa danese che dirige un gruppo di scienziati alla University of Rochester nello Stato di New York.
Punto di partenza degli esperimenti condotti da questo team, è stata la ricerca di una “spiegazione evolutiva” del sonno. Dormire, in effetti, almeno a prima vista è un’attività inefficiente, improduttiva, perfino pericolosa: i nostri antenati cavernicoli rischiavano di farsi divorare dalle belve, durante il sonno. La Nedergaard ha trovato conferma per un’ipotesi che da molti decenni circolava tra gli scienziati. E cioè che il sonno sia il momento in cui il nostro cervello “fa le pulizie” al proprio interno, elimina spazzatura, scorie.
È un po’ l’equivalente di quello che il sistema linfatico fa con i nostri muscoli, eliminando l’acido lattico creato dagli sforzi. Per analogia, la scienziata danese ha battezzato sistema “linfatico” quello che agisce nel cervello. E soprattutto, ne ha dimostrato l’esistenza e il funzionamento, con numerosi esperimenti di laboratorio. Per ora limitati a topi, scimmie, cani e capre.
Il verdetto è comunque chiaro. Proprio come i muscoli sotto sforzo producono tossine, anche il cervello nell’attività diurna accumula “spazzatura”. Quando siamo svegli, il lavaggio automatico del sistema linfatico procede a rilento, un modesto 5% rispetto al lavoro che svolge quando dormiamo. Durante il sonno, l’area occupata dal sistema linfatico, dove scorrono i fluidi del lavaggio cerebrale, arriva a occupare il 20% del volume del nostro cervello. Questi “detersivi” sono essenziali per eliminare le proteine dette beta-amiloidi e tau, associate proprio con l’Alzheimer.
Da una parte è rassicurante sapere che esiste un’impresa delle pulizie che entra in azione ogni notte, e occupa le ore del nostro sonno svolgendo un mestiere così prezioso. D’altro lato questo rende ancora più allarmante il deficit di sonno che ci affligge più o meno tutti, e che va peggiorando. Sigrid Veasey del Center for Sleep and Circadian Neurobiology (University of Pennsylvania) col suo gruppo di ricercatori ha dimostrato che se il deficit di sonno è cronico, il metabolismo cerebrale subisce danni gravi, i neuroni degenerano. Il New York Times riporta un dato elaborato dalla National Sleep Foundation: un adulto ha bisogno di dormire dalle sette alle nove ore per notte, ma negli ultimi 50 anni abbiamo ridotto il nostro sonno, in media tra una e due ore a notte. Solo nell’ultimo decennio abbiamo perso in media 38 minuti di sonno per notte.



Negli Stati Uniti dai 50 a 70 milioni di persone soffrono disturbi cronici del sonno. Questa potrebbe essere la causa scatenante per una futura epidemia di Alzheimer, demenza e Parkinson, malattie neurodegenerative nelle quali appaiono proprio quelle proteine che noi eliminiamo nel sonno. Purtroppo la risposta non può venire dall’uso massiccio di sonniferi: il sistema linfatico lavora meno bene quando il sonno è “artificiale”. Semmai, una sfida per la scienza sarà trovare il farmaco che fa da surrogato per il sistema linfatico, ripulendo il nostro cervello dalle tossine e da ogni scoria. Allora potremmo realizzare l’antico sogno di tanti bambini: non andare mai più a dormire.

Il tuo corpo e la tua mente hanno bisogno di riposare in modo confortevole durante la notte per poterti permettere di affrontare la giornata nel modo migliore.

Studiando le ore di sonno di 15.659 studenti adolescenti statunitensi, i ricercatori della Columbia University di New York hanno scoperto che nei ragazzi che dormono meno di 5 ore a notte il rischio di depressione aumenta di più del 70%. Inoltre una mancanza di sonno rende in genere le persone più ansiose, agitate e aggressive.

Molte donne in età fertile dormono poco dedicando al sonno poca attenzione e sottovalutando l’importanza del dormire correttamente. In molti casi se il sonno è carente o disturbato si possono presentare delle conseguenze come: mestruazioni irregolari, ovulazione alterata, peggioramento della sindrome premestruale, ipertiroidismo dovuto a un mal funzionamento della tiroide.

Uno studio condotto su 20.822 ragazzi australiani di età compresa tra i 17 e i 24 anni ha dimostrato come quelli del gruppo che dormivano poco fossero decisamente più esposti a stress, oltre a essere più predisposti ad accumularne altro durante la giornata. Ricordiamo che anche lo stress è un fattore di rischio per molte malattie.

Infiammazione e stress: questi sono i principali responsabili dell’invecchiamento precoce del nostro organismo e della nostra pelle prima di tutto. Una ricerca condotta in Svezia  e pubblicata sul British Medical Journal dimostra come le stesse persone dopo una notte insonne vengano giudicate dagli estranei come meno attraenti e meno in salute, oltre a essere presi poco in considerazione durante colloqui di lavoro o in qualsiasi tipo di relazione.

La mancanza di sonno manda il nostro cervello in tilt spingendoci a mangiare di più durante il giorno e prediligendo il cibo spazzatura. Secondo l’Università di Chicago chi risulta ben riposato perde il 55% di grasso in più. A livello endocrino il dormire bene favorisce il mantenimento di buoni livelli di GH, o ormone della crescita che in caso di sonno disturbato scenderebbe a livelli troppo bassi portandoci ad un aumento di peso, un rallentamento generale del metabolismo ed ad un invecchiamento fisico precoce. Il dormire bene invece impedisce questo procedimento, donandoti un valido effetto antiage. Del resto chi dorme bene appare più sano e attraente, lo sapevano già anche i nonni, noi lo abbiamo solo confermato scientificamente.

Cheri Mah e i suoi ricercatori hanno preso in esame gli atleti della squadra di basket dell’Università di Stanford: aumentandogli le ore di sonno notturne hanno avuto un miglioramento nelle prestazioni fisiche. Altre ricerche confermano come meno ore di sonno possano portare a un notevole calo prestazionale sul campo.



Mentre dormiamo il cervello rielabora tutti le esperienze vissute durante la giornata rielaborandone il significato e selezionando gli stimoli più importanti. Jeffrey Ellenbogen e i suoi collaboratori dell’Università di Harvard hanno verificato come dormendo si migliorino le capacità di elaborare soluzioni nuove del 33%.

I bambini inglesi che hanno un sonno frammentario per problemi respiratori come apnee notturne e il russare risultano aver più problemi di comprensione e di attenzione. Inoltre altre ricerche dimostrano come anche gli adolescenti che dormono poco rendano meno sui banchi e nello sport. La mancanza di sonno può portare a iperattività e scarsa attenzione, sintomi molti simili all’Adhd, come documentato su un articolo pubblicato su Pubmed Pediatrics.

Matthew Walker e altri ricercatori dell’Università della California di Berkeley hanno dimostrato come 90 minuti di sonno pomeridiano migliorino la capacità di memorizzare nuove informazioni (attenzione se soffrite di insonnia), mentre per fissare i ricordi c’è bisogno di un riposo senza pause e risvegli notturni, come dimostra una ricerca statunitense dell’Università di Stanford pubblicata su Proceeding of the National Academy of Science (Pnas) secondo cui quando il sonno viene interrotto la nostra capacità di immagazzinare le esperienze e le informazioni vissute durante la giornata viene compromessa. Risulta quindi più importante e proficuo un riposo continuativo piuttosto che abbondante (il cervello durante la notte valuta cosa è successo e cosa ricordare).

La famosa pennichella fa bene al corpo e alla mente.

Uno studio condotto presso l’Università della California-Berkley nel 2010 su un gruppo di giovani ha rivelato che quelli ai quali era stato concesso di riposare circa 90 minuti intorno alle 14, riuscivano meglio nello svolgere alcuni esercizi rispetto ad altri che non avevano avuto la possibilità di schiacciare un pisolino. “Quando si è assonnati, si tende a non ricordare molto bene le cose. La concentrazione è scarsa e risulta difficile tenere cose a mente”, spiega donna Arand PhD, psicologa presso il Kettering Sleep Disorders Center a Dayton, Ohio. Non occorre peraltro trovare 90 minuti per dormire a metà giornata, come i partecipanti all’esperimento; sono sufficienti 20-30 minuti per ottenere i benefici derivanti da una mente riposata.

Il sonno, inoltre, influisce anche sulla salute del cuore. “Una ricerca dimostra che le persone che dormono sei ore per notte rischiano di andare incontro a malattie cardiache molto più di coloro che invece si assicurano un riposo di sette ore ogni notte ” afferma Sarah Conklin, professoressa di psicologia e neuroscienze all’Allegheny College. “Ma il sonnellino pomeridiano ha un effetto ristoratore che annulla le conseguenze dannose di un riposo notturno breve. Se si ha la possibilità di dormire da 45 minuti ad un’ora durante il pomeriggio si ottengono considerevoli benefici nel ridurre i rischi cardiaci derivanti da uno scarso riposo notturno”.

“Ci sono tanti tipi di riposo pomeridiano e bisogna sceglierlo sulla base del'obiettivo che si vuole raggiungere”, spiegano poi gli studiosi dell'ateneo californiano di Riverside.

Per fare una veloce ricarica e tornare subito lucidi bastano tra i dieci e i venti minuti di sonno. Per migliorare invece, il processo di memorizzazione, è invece necessaria un'ora completa di riposo. Unica controindicazione di questa pausa più lunga è l'intontimento al risveglio. Infine, per fare il pieno di creatività e attenzione bisogna dormire per un'ora e mezza.

L'ora ideale per la pennichella è compresa tra le 13 e le 16. Se si va oltre si rischia di compromettere la qualità del sonno notturno.



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giovedì 2 maggio 2013

SCIENZA: Il sangue rivelerà l’Alzheimer prima dei sintomi



Il sangue rivelerà l’Alzheimer prima dei sintomi



Un test del sangue rivelerà l’Alzheimer anni prima dei sintomi.

Una diagnosi tempestiva sarebbe utlie per ritardare di anni la sua insorgenza, o anche di modificarne il decorso.

leggi tutto qui sotto

SCIENZA: Il sangue rivelerà l’Alzheimer prima dei sintomi: Un test del sangue rivelerà l’Alzheimer anni prima dei sintomi. Una diagnosi tempestiva sarebbe utlie per ritardare di anni la sua ins...

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