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lunedì 2 maggio 2016

ORTORESSIA



L'ortoressia (dal greco orthos -corretto- e orexis -appetito-) viene definita come una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche. È riconosciuta come patologia, come microcategoria dell'anoressia.
La presenza di una vera e propria problematica di “eccessivo salutismo” manifestata attraverso delle irreprensibili abitudini a consumare i cosiddetti “cibi sani” è stata descritta, intorno alla metà degli anni novanta, dal dietologo americano Steven Bratman che ne aveva osservato la presenza in diversi suoi pazienti e che mostrò a lungo in prima persona una tendenza a scegliere un rigido regime alimentare controllato qualitativamente, vivendo per alcuni anni in una comunità in cui si seguivano abitudini vegetariane limitate al solo consumo di frutta e verdura, alternate anche a parziali digiuni.
La riflessione sull’eccessivo fanatismo per i cibi genuini nacque in seguito alla conversione improvvisa del capo di tale gruppo ad una dieta “normale”, che annoverava tra i piatti prediletti spesso anche la pizza.
Da allora è stato inaugurato un crescente interesse di studio verso questo problema di eccessiva selezione degli alimenti da consumare quotidianamente, che è stato ritenuto in alcune persone causa di un lento processo di deterioramento fisico e talvolta persino di decessi.
La chiave del comportamento ortoressico sembra apparentemente una scelta di cibi che possono aiutare a raggiungere o a mantenere la salute, ma l’analisi più approfondita dei bisogni delle persone con queste tendenze alimentari mostra che essi esibiscono vere e proprie forme di ipocondria, che sono angosciati da fobie di malattie e di contaminazione o ancora assillati dal desiderio di avere un corpo forte e resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo.
L’ortoressia si sviluppa facilmente su un terreno culturale semplice in cui diviene facile accettare poche teorie largamente comprensibili che si imperniano sul principio-chiave che “tutta la salute dipende dal cibo”.
Naturalmente è semplice constatare che questo tipo di problema, con tassi d’incidenza molto alti nei paesi industrializzati, è fortemente influenzato dai messaggi frequentemente lanciati dai mass media relativi a diversi allarmi alimentari: i pericoli incombenti di consumare carni contaminate dal “morbo di mucca pazza”, di entrare in contatto con polli o uova di animali che hanno contratto “l’influenza aviaria” o ancora di consumare vegetali esposti a radiazioni, sono solo alcuni esempi dei periodici stimoli emozionali ricevuti insieme alle corrispondenti notizie mediatiche su infezioni o incidenti naturali.
Il forte impatto delle informazioni preoccupanti relative ai rischi per alcuni cibi alimenta e consolida il problema dell’ortoressia in numerose persone che, pur trovandosi distanti dai luoghi colpiti da contaminazioni, possono finire inghiottiti da paure che nascono dalla lettura della realtà esclusivamente attraverso i parziali filtri mediatici, una prospettiva che mette spesso in difficoltà la capacità di distanziarsi dagli allarmi globali, di percepire emotivamente le distanze, spesso compromessa da una estrema empatia o dallo spirito di appartenenza ad uno stesso paese colpito da un problema.

Bratman correla i certi comportamenti alimentari ad una paura, a volte maniacale, di ingrassare o di non essere in perfetta salute, che possono condurre a un risultato opposto con conseguenze negative sul sistema nervoso, avvertite con difficoltà dal soggetto colpito e in modo evidente da chi lo circonda.

È oggi considerabile come un disturbo dell'alimentazione riconosciuto dal mondo psichiatrico e quindi presente nel manuale diagnostico americano DSM V, come Disturbo Evitante / Restrittivo dell'assunzione di cibo.

Per distinguere l'ortoressia, come disturbo alimentare, da un normale attenzione agli aspetti salutari del cibo, si ricordano le principali manifestazioni elencate dal DSM V:

Significativa perdita di peso (BMI inferiore alla normalità) o, nei bambini, incapacità a raggiungere il peso relativo alla crescita.
Significativa carenza nutrizionale.
In primo luogo l'ortoressia è un problema sociale, che impedisce il soggetto colpito di avere rapporti equilibrati con l'esterno, in particolare con il partner, creando un meccanismo circolare di insoddisfazione che alimenta il problema stesso.

In secondo luogo l'ortoressico cambia a poco a poco stile di vita, oppure si isola in un proprio stile standardizzato e dettato esclusivamente da regole precise e imprescindibili, difendendosi da chi non comprenda le sue scelte, non condivida in pieno le sue idee e in genere lo irrida o lo contraddica; vive in uno stato di ansia che supera con la convinzione che le sue scelte siano una spiccata incapacità di trovare piacere, nel cibo in particolare, e spesso anche nella sfera sessuale. L'ortoressia diventa un pericolo ancor più grave laddove venga applicata come regola alimentare e stile di vita per i bambini, causando loro malnutrizione, fiacchezza, frustrazione, impedendo di vivere serenamente il rapporto col cibo e col gusto e con una sana e gioiosa condivisione di momenti comunitari in cui sono presenti cibi non contemplati dall'ortoressico.

La persona può trascorrere più di 3-4 ore al giorno a pensare a quali cibi scegliere, a come prepararli e consumarli, pretendendo solo ciò che fa stare bene, che può non corrispondere a ciò che piace realmente. Vengono solitamente messi in atto comportamenti ossessivi riguardanti la selezione, la ricerca, la preparazione ed il consumo degli alimenti, suddivisibili in varie fasi:
Pianificazione dei pasti con diversi giorni di anticipo, al fine di evitare i cibi ritenuti dannosi (contenenti pesticidi residui o ingredienti geneticamente modificati, oppure ricchi di zucchero o sale);
Impiego di una grande quantità di tempo nella ricerca e nell’acquisto degli alimenti a scapito di altre attività, fino a coltivare in prima persona verdure e ortaggi
Preparazione del cibo secondo procedure particolari ritenute esenti da rischi per la salute (cottura particolare, utilizzo di un certo tipo di stoviglie)
Insoddisfazione affettiva e isolamento sociale causati dalla persistente preoccupazione legata al mantenimento di tali rigide regole alimentari autoimposte (Brytek-Matera, 2012).
Una deviazione anche solo minima da esse provoca una serie di conseguenze emotive a cascata, quali colpa, rabbia e umore depresso, fino a somatizzazioni di disturbi fisici (indigestioni, nausea, vomito). A loro volta, i sensi colpa portano all’ulteriore irrigidimento delle regole alimentari, in un circolo vizioso, segnato da ansia sempre più crescente. Viceversa, dopo aver rispettato le regole alimentari, si provano generalmente sentimenti di soddisfazione e accresciuta autostima, collegati a un senso di controllo sulla propria vita.

Le cause portanti di questa presunta malattia della psiche sono da ricercarsi nei ritmi di vita forzati della società moderna e dai modelli di bellezza e salute sempre più rivolti al consumismo piuttosto che a una reale attenzione per l'individuo. In particolare per i soggetti di sesso femminile, le scale di valutazione del rapporto salute-bellezza-autostima vengono spesso mescolate e stravolte, risultando spesso più importante apparire belle che essere davvero in salute.



Motivazioni alimentari, psicologiche, etiche, supportate spesso da tradizionalismo e/o spinte commerciali, hanno creato un'infinità di modelli sociali differenti e una scelta di norme di vita spesso in totale conflitto con un'esistenza sana ed equilibrata.

Il soggetto ortoressico ricade ripetutamente in una sorta di circolo vizioso nel quale, a fronte di una forte insoddisfazione personale, cerca di ristabilire il proprio ordine e la propria autostima, ricercando e attuando regole eccessivamente rigide, che, se trasgredite, comportano un senso di colpa molto forte che porta di riflesso ad inasprire ulteriormente le regole stesse (soprattutto in ambito alimentare), trovando un'apparente realizzazione proprio in quegli aspetti della vita dove le regole vedono il loro maggiore sviluppo (regime alimentare, lavoro, business, competizioni, studio), e tralasciando quasi totalmente la propria sfera privata, personale e affettiva.

Questo porta il soggetto ad incontrare difficoltà nell'appagare se stesso e i propri sensi, imponendosi talvolta persino di provare disgusto per cibi che in realtà appagherebbero il suo palato, solo perché convinto che quegli stessi cibi possano essere dannosi per la sua salute o portare all'aumento di peso.

Come per l'alimentazione, allo stesso modo i rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati qualora il soggetto sia convinto che i rapporti medesimi non siano più adatti o convenienti, anche qualora non vi sia un rilevante motivo.

Questa condizione porta l'ortoressico a non riuscire a provare un reale appagamento personale (se non a tratti) ed a percepire uno stato d'insofferenza e delusione che lo portano spesso a sentirsi più insicuro e in ogni caso a ricadere nel ciclo di insoddisfazione. Il soggetto tende, in questo modo, ad isolarsi ed a fidarsi tendenzialmente solo delle proprie forze e delle proprie regole.

In ultima analisi il ragionamento compiuto dall'ortoressico si ripercuote in una mera incapacità di vivere il proprio presente, poiché il futuro diviene un'ansia continua di prevenzione per ogni aspetto personale e alimentare, mentre il passato si connota in una raffigurazione costante di occasioni mancate, nostalgie e rimpianti.

L'ortoressia viene quindi proposta come una patologia che si manifesta con evidenza nelle abitudini alimentari, ma che riguarda in realtà l'insieme della sfera personale.

Secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute per i disturbi alimentari, le persone affette da ortoressia sarebbero 300 mila in Italia (a fronte di tre milioni di pazienti con disturbi alimentari), con una prevalenza maggiore tra gli uomini piuttosto che tra le donne (11.3% vs 3.9%) (Donini e coll. 2004).

La maggior diffusione nel sesso maschile può spiegarsi con il proliferare di stereotipi culturali legati alla forma fisica maschile, e trova un interessante parallelismo nella corrispondente diffusione della vigoressia, o preoccupazione cronica di non avere un corpo sufficientemente muscoloso, prevalente tra i maschi.

L’isolamento sociale è spesso l’esito di una scelta di vita che non può essere condivisa da chi non ha le stesse abitudini, il che giustifica l’evitamento dei momenti di socialità, spesso basati sulla condivisione di cibo, come un semplice aperitivo o una pausa caffè (durante i quali limitarsi eventualmente a consumare quasi esclusivamente acqua).

Con il passare del tempo, diventa impossibile andare al ristorante o accettare un invito a cena; l’attenzione alla qualità del cibo prevale sui valori morali e sulle relazioni sociali, lavorative e affettive, minando il funzionamento globale e il benessere dell’individuo (Brytek-Matera, 2012).

Il paradosso dell’ Ortoressia risiede nel fatto che gli stessi comportamenti alimentari che si adottano per controllare la propria vita nella direzione del benessere arrivano a controllare il soggetto stesso, con l’illusione che tutta la salute dipenda dal cibo, mentre viene precluso quel benessere che apportano sane relazioni sociali fondate sulla condivisione delle differenze.

Chi soffre di ortoressia è infatti controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare, un complesso di superiorità basato sul cibo che lo porta a disprezzare chi non mangia sano, fino a trovarlo poco intelligente, e poco degno di essere frequentato.

Si tratta di un fanatismo pericoloso che fonda le sue radici su una conoscenza superficiale e semplicistica delle stesse corrette regole alimentari seguite con tanta scrupolosità.

Il giudizio su cosa sia giusto mangiare o meno, infatti, si basa più che altro su un sentito dire, al punto che manca del tutto la capacità di distanziamento emotivo dai problemi, fino a vivere con problematica e solidaristica partecipazione disastri incombenti a livello planetario (consumare carni contaminate dal morbo di mucca pazza, o vegetali esposti a radiazioni).

A complicare il quadro si aggiunge spesso l’evitamento attivo di un confronto con i veri esperti, al punto da denigrare teorie di eminenti medici e studiosi del campo, alla luce delle proprie personali teorie.

Oltre che sul benessere emotivo e sociale, le conseguenze dell’ Ortoressia si fanno evidenti sul benessere del corpo: squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari, tutti problemi che possono richiedere talvolta interventi di ospedalizzazione o configurarsi come condizioni irreversibili.

L’ossessione nei confronti del cibo non di rado si associa anche ad altre forme maniacali come l’ossessione per l’esercizio fisico, per la pulizia, per massaggi e cure estetiche e spesso anche alla fobia dei farmaci. Non è di raro infatti che dietro l’ Ortoressia si nasconda la fobia delle malattie, delle contaminazioni e dell’invecchiamento, da cui scatta la mania di voler rendere il corpo resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo, proprio attraverso un’alimentazione impeccabile.

Curare l’ ortoressia non è un’impresa semplice: alla luce della ferma convinzione di agire in modo corretto, le persone che soffrono di ortoressia sono estremamente sicure delle loro convinzioni, che diventano veri e propri ideali di purezza interiore. Poiché si sentono superiori a chi non ha un simile autocontrollo, di norma rifiutano di riconoscere il loro problema e di conseguenza impegnarsi attivamente nel trattamento.

Un trattamento efficace deve essere graduale e procedere, da un lato, attraverso un lavoro sulle emozioni (in particolare, sulle paure di contaminazione e di malattia che mantengono l’ossessione) e, dall’altro, una reintroduzione dei componenti alimentari eliminati, puntando anche su eventuali malesseri fisici che possono essere causati dalla dieta squilibrata.

E’ necessario che chi soffre di ortoressia si riappropri di una corretta percezione del proprio corpo, affinché questo non venga privato di nessun principio nutrizionale, soprattutto quelli contenuti in dolci e grassi (può essere utile sottolineare l’importanza della tradizionale piramide degli alimenti per l’equilibrio alimentare).

Riguardo la tipologia di trattamento, esistono evidenze scientifiche di esiti positivi con l’utilizzo di trattamenti combinati di psicoterapia cognitivo-comportamentale e farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) (Bryteck-Matera, 2012).

In generale, il trattamento dell’ ortoressia dovrebbe avvalersi di un’équipe multidisciplinare composta da psicoterapeuti, medici e dietisti, attraverso un’azione integrata tra il paziente e la famiglia.



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domenica 21 febbraio 2016

LA BANCA DEL SEME



La banca del seme è una azienda dove viene acquistato lo sperma di donatori (anonimi in alcuni Stati) in cambio di denaro. Quello stesso sperma, crioconservato, viene poi utilizzato per la fecondazione assistita.

In alcuni casi la banca del seme conserva anche ovociti di donatrici.

Alle banche del seme si possono rivolgere coppie eterosessuali in caso di infertilità o di malattie genetiche, ma i clienti possono essere, ove le leggi lo consentano, anche single o coppie omosessuali che desiderino avere dei figli.

In altri casi, l'acquirente cerca un figlio con determinate caratteristiche, e ciò pone un problema etico legato ad un uso eugenetico delle banche del seme.

"La banca del seme è un luogo dove viene conservato lo sperma di pazienti che hanno problemi di grave deterioramento dello sperma, con rischi di scomparsa totale di spermatozoi o un luogo dove si conserva lo sperma di pazienti giovani in previsione di una futura infertilità e che potrebbero andare incontro a patologie o trattamenti che possono danneggiare seriamente la produzione di sperma, come ad esempio tumori” spiega un medico.
Quando si parla di banca del seme, ossia di un centro specializzato all’interno del quale viene conservato il liquido seminale maschile, viene naturale pensare alla fecondazione assistita.
In realtà i fini per i quali si agisce possono essere diversificati.
Nei Paesi nei quali è ammessa la fecondazione eterologa, ad esempio, è abbastanza diffusa la donazione di spermatozoi che a volte può diventare anche un lavoro, come accaduto in Cina, Paese in cui, per agevolare le donazioni si è addirittura pagato i donatori ben 980 dollari che paragonati al salario medio di un operaio formato da solamente poche centinai di dollari è una vera fortuna.
La donazione del liquido seminale richiede un impegno molto prolungato nel tempo. Infatti, in questi Paesi, i donatori firmano un vero e proprio contratto nel quale è richiesto di produrre campioni di sperma per uno o due giorni alla settimana per almeno un anno. La “visita” alla banca del seme deve essere preceduta da due giorni di astinenza sessuale. Le banche del seme hanno delle piccole camere per i donatori fornite di riviste pornografiche, dvd, un lavandino e una poltrona. Una volta prodotto il liquido seminale viene analizzato e, se soddisfacente, crioconservato e poi utilizzato per la fecondazione assistita trascorsi sei mesi dalla donazione e dopo aver effettuato nuovamente tutte le analisi sul donatore. In particolare si effettua uno screening per HIV, epatite B e C e sifilide e indagini specifiche volte a verificare la presenza di anomalie cromosomiche e/o malattie genetiche.
Per essere conservato restando fertile il seme viene congelato in azoto liquido a -196 gradi centigradi con una sostanza crioprotettrice che mantiene la vitalità delle cellule. Il principio fondamentale è quello di interrompere i processi biochimici del metabolismo cellulare.
Trovare donatori di seme non è facile, ragion per cui le banche del seme pubblicizzano le loro richieste attraverso diversi mezzi di comunicazione, anche i giornalini universitari, come spesso accade negli Stati Uniti.
Per contro le agenzie di ovuli ricevono centinaia di “richieste di lavoro” ogni mese. Vi è però una sostanziale differenza nel modo attraverso il quale i professionals dei due tipi di organizzazione rappresentano i rispettivi “fornitori”: mentre nelle banche del seme viene in modo esplicito riconosciuto che i donatori sono più che altro interessati ad una sorta di lavoro, le agenzie di ovuli sono, invece, inclini a considerare le richieste come segni di altruismo, sebbene si faccia notare che le donatrici ricevono qualcosa in cambio.



Negli ultimi vent’anni in Danimarca Ole Shou ha fatto nascere 16.580 bambini. Ole Shou è il fondatore di Cryos, la più grande banca di sperma al mondo, con sede ad Aarhus. Pare che tutto sia nato grazie ad un sogno rivelatore: un fiume impetuoso bluastro che si avvita su se stesso. La particolarità stava nel fatto che l’enorme canale era formato non da acqua ma da spermatozoi. Il sogno colpì Ole Shou che cominciò a documentarsi e, finita l’università, in un ufficio di nove metri quadrati avuto grazie ad un prestito della madre, iniziò la sua attività. “All’inizio – spiega –  offrivamo solo la possibilità di congelare il proprio sperma a chi si sottoponeva a vasectomia o ai malati di cancro che rischiavano la sterilità con la chemioterapia. Nel 1990 però, sollecitati dalle cliniche che ricevevano sempre più richieste di aiuto per casi di infertilità, cominciammo a cercare donatori”. Li cercò nelle università affiggendo dei semplici volantini: “Dopo due settimane avevamo già ottenuto cinque gravidanze”.
Attualmente la Cryos ha ben 414 donatori classificati da Mot 5 a Mot 50+ in base ai milioni di spermatozoi per millilitro in modo da assicurare la motilità ed esporta liquido seminale in 70 Paesi.
Accedendo al sito si può notare come coppie eterosessuali, omosessuali o single possono scegliere l’etnia, i caratteri somatici, il colore degli occhi e dei capelli anche chiedendo una foto del donatore da piccolo.
Tale sistema è tutelato da una forte riservatezza che garantisce l’anonimato del donatore. Intatti, mentre in Svezia e nel Regno Unito i donatori sono diminuiti in misura più che considerevole a seguito dell’abolizione dell’anonimato dei donatori anche a seguito del fatto che negli Stati Uniti qualche donatore è stato condannato a pagare il mantenimento a figli ventenni mai conosciuti, in Danimarca la tutela dell’anonimato dei donatori è una priorità e vale quanto la tutela del diritto alla gravidanza di donne single o di coppie di donne.
Nel nostro Paese è ammessa solo la fecondazione omologa che prevede che i gameti che formeranno l’embrione devono provenire dalla coppia.
La crioconservazione del liquido seminale o degli spermatozoi prelevati a livello epididimario e testicolare rappresenta uno dei più importanti strumenti che abbiamo oggi a disposizione nella gestione di pazienti affetti da patologie neoplastiche, autoimmuni, urologiche, neurologiche, che si sottopongono a trattamenti medici e chirurgici potenzialmente in grado di indurre una sterilità permanente o temporanea nonché nei pazienti affetti da azoospermia secretoria ed escretoria.
Alla luce del fatto che molto spesso tali patologie riguardano pazienti giovani e senza figli è imperativo che gli specialisti coinvolti nel settore consiglino questa opportunità e che almeno un centro in ogni regione si attrezzi per assicurare questa opzione con il più alto grado di professionalità possibile.
È importante rilevare che esistono due diverse modalità di Banca del seme. L’attività di crioconservazione, infatti, può essere inclusa in una tecnica di fecondazione assistita, nell’ambito di un progetto finalizzato a realizzare una gravidanza, in questo caso è considerata soggetta alla legge 40/2004; oppure può perseguire finalità strettamente conservative ed indipendenti dalla fecondazione assistita volte alla prevenzione di soggetti abbastanza giovani che dovranno essere sottoposti a cure particolari.
Esistono situazioni differenti che possono portare alla crioconservazione.
Innanzitutto possiamo distinguere la crioconservazione in soggetti giovani (fino ai 30-35 anni), volta alla prevenzione e alla conservazione del materiale genetico per il futuro e la crioconservazione a cui fa ricorso la coppia con problemi di fertilità (che riguarda una fascia di età più alta).

“Il pazienze giovane che va incontro ad una patologia importante, quale ad esempio un tumore o una leucemia, e che quindi o dovrà essere operato o dovrà fare una radioterapia o una chemioterapia o un trapianto di midollo, potrebbe avere, come conseguenza, una distruzione completa e irreversibile della produzione di spermatozoi. – spiega un medico – A questo punto, se il bambino ha un regolare sviluppo puberale, potrebbe avere i testicoli in grado di produrre spermatozoi e può provare a congelare il suo sperma nel Centro di crioconservazione che lo conserverà anche per lunghi periodo di dieci o quindici anni, in attesa che nel futuro voglia avere prole.
Abbiamo poi un gruppo di pazienti che hanno patologie importanti che progressivamente deteriorano lo sperma come ad esempio un varicocele. (Un soggetto di 20-30 anni che presenta un varicocele non riconosciuto dall’età puberale può andare incontro ad una riduzione fino al completo azzeramento degli spermatozoi).
In queste situazioni, in casi molto severi, si congelerà lo sperma.
Infine vi possono essere casi di pazienti che non hanno spermatozoi nello sperma. In questo caso talvolta è possibile recuperarli dai testicoli tramite un intervento chirurgico. Tale materiale verrà congelato e conservato fin quando un paziente non voglia avere un figlio”.
Successivamente, quando il paziente decide di avere un figlio gli spermatozoi vengono scongelati, riacquistano la loro attività e potranno essere impiegati, di solito nella fecondazione in vitro.
“La prevenzione principale per cui è molto importante una banca del seme – continua – riguarda il tumore. In particolare i bambini tra 13 e 18 anni hanno, con questa nuova tecnologia, una opportunità di conservare la loro capacità fecondante, attualmente sottovalutata. Oggi abbiamo diverse procedure nelle quali il paziente non è stato informato che a seguito della terapia avrà un danno e di questo chiederà conto. Noi abbiamo il ruolo di interfacciarci con tutti i centri nei quali ci potrebbe essere un potenziale danno e che ci mandano il paziente che verrà visitato, si vedrà se ha capacità di produrre uno sperma idoneo che va congelato”.
Si tratta di una forma di prevenzione nel giovane maschio da non sottovalutare.
In questo modo, è possibile non solo salvare la vita al paziente, ma anche dargli la possibilità, una volta guarito, di poter avere figli. Tale funzione è sempre più non è da sottovalutare, tenuto conto lo stress e il dolore fisico e morale a cui è sottoposto sia il giovane paziente affetto da una patologia grave che la sua famiglia.
Si tratta di una forma di prevenzione di fertilità da non sottovalutare: non c’è dubbio che la conservazione, prima del trattamento, del liquido seminale dei pazienti affetti da cancro costituisce un dovere medico importante, tanto più che la prognosi e l’aspettativa di vita degli uomini che hanno, ad esempio, una malattia di Hodgkin o un tumore testicolare sono molto buone.
In questo modo, è possibile non solo salvare la vita al paziente, ma anche dargli la possibilità, una volta guarito, di poter avere figli.

“Per quanto riguarda i pazienti che crioconservano per la procreazione medicalmente assistita (PMA) la legge 40/2004 non prevede alcun limite di età, si fa riferimento al paziente fertile, per cui fino a 50-60 anni” ci spiega una dottoressa.
“Se il materiale – continua – viene prelevato per patologie maschili, come ad esempio una azoosfermia ossia nel caso in cui il paziente non riesce ad avere una gravidanza con la sua compagna, ed effettua tutta una serie di esami richieste dall’andrologo che valuta la causa della mancanza di spermatozoi nel liquido seminale e, se è ipotizzabile un intervento chirurgico, viene fatto un prelievo chirurgico testicolare degli spermatozoi che vengono poi crioconservati e utilizzati poi per la fecondazione in vitro.
Esistono, inoltre, altre problematiche strettamente legate alla PMA come una eiaculazione retrograda o un lento e progressivo peggioramento del liquido seminale: in questi casi viene fatta una conservazione preventiva e cautelativa perché nel tempo questa progressiva riduzione degli spermatozoi potrebbe portare a una incapacità di avere una gravidanza”.
Quando il paziente vuole utilizzare questo materiale biologico si rivolge ad un centro che si occupa di fecondazione assistita che generalmente è lo stesso che ha provveduto alla crioconservazione e chiede lo scongelamento del materiale biologico per trasferirlo nell’utero della compagna.
“Il procedimento – conclude – viene pianificato dal ginecologo che si occupa di fecondazione assistita e viene temporizzato lo scongelamento del materiale crioconservato nel momento in cui o viene fatta una inseminazione o, nella maggior parte dei casi, quando viene fatta una fecondazione in vitro”.



Dal punto di vista strettamente giuridico si viene a perfezionare un vero e proprio contratto di locazione fra il donatore e la banca del seme. Innanzitutto il paziente deve prestare il consenso informato e rilasciare l’autorizzazione a conservare il liquido seminale per un anno. Allo scadere di tale periodo, si farà un controllo, a seguito del quale il donatore può scegliere cosa fare: se rinnovare il contratto, se procedere alla fecondazione assistita o se distruggere il materiale organico.
In ogni caso è il soggetto donatore e lui solo a decidere l’utilizzo del proprio materiale biologico e la sua eventuale distruzione. Anche per l’eventuale ritiro che può avvenire sia per utilizzare tale materiale in tecniche di programmazione medicalmente assistita, sia per trasferirlo in un altro centro di raccolta, è necessaria la richiesta e la presenza fisica del donatore, non potendo operare nessuna delega.
Problemi anche dal punto di vista bioetico si sono posti con riferimento alla morte del donatore. In questo caso il centro è autorizzato a distruggere il materiale biologico. Non è possibile per gli eredi ritirarlo o stabilirne l’uso. Il materiale genetico muore insieme al donatore.

Le possibilità oggi disponibili per intervenire nell’ambito della riproduzione aprono la questione etica sull’interpretazione della procreazione responsabile.
Si contrappongono principalmente due concezioni: i sostenitori ispirati al “diritto di natura” di ascendenza greco-cristiana, che ritengono intangibili gli equilibri naturali, legati ad un pensiero prettamente religioso-cattolico, da un lato, e i difensori di una concezione della maternità e della paternità che accentua il ruolo dell’interpretazione culturale del fenomeno, senza caricare il dato naturale di particolare significato morale, dall’altro. Questo secondo punto di vista, di derivazione laica, esclude, a differenza del primo, la presenza nella natura di un ordine trascendente. Per i cattolici, invece, l’ordine naturale ha un valore moralmente obbligante per l’uomo in quanto è segno di una legge e di una volontà divina.
L’obiezione fondamentale contro la fecondazione assistita è, infatti, proprio quella che richiama all’ordine della natura che avrebbe collegato in maniera inscindibile il momento procreativo con quello dell’unione sessuale.
Da una prospettiva laica, non è possibile proibire la finalità procreativa quando le vie naturali sono impedite da malattia. Secondo la posizione di principio cattolica  la famiglia è un’associazione naturale e la cultura umana non può apportarne modifiche, ma soltanto agire per salvaguardarla e conservarla.
L’inseminazione artificiale omologa non presenta, in generale, controindicazioni o difficoltà di tipo morale, finché si tratta di aiuto terapeutico e integrativo a far sì che l’atto coniugale, in sé completo in tutte le sue componenti (fisiche, psichiche e spirituali) possa avere effetto procreativo. Anche per il Magistero della Chiesa Cattolica tale prassi non pone problemi etici, purché si attuino tecniche (in particolare per il prelevamento del seme) che siano, esse stesse, morali. Il seme dopo il prelievo può anche essere trattato, lecitamente, per una maggiore “capacitazione”. La valutazione morale dell’inseminazione omologa, comunque, è diversa a seconda che si tratti di vera e propria inseminazione artificiale o di un semplice “aiuto tecnico” all’atto coniugale.
Il Magistero cattolico, già con Pio XII e poi con Paolo IV nell’Humanae Vitae, ha posto nella Istituzione Donum Vitae un punto invalicabile: la salvaguardia dell’unità fisico-spirituale dell’atto coniugale, per cui l’intervento del ginecologo viene dichiarato lecito a patto che aiuti l’efficacia di quest’atto e il suo completamento procreativo, ma non si sostituisca a questo.
Per definire lecito un procedimento procreativo non è sufficiente l’intenzione, sia pure legittima, della coppia di avere un figlio, ma occorre che siano leciti i mezzi e i modi: di conseguenza il concepimento è lecito quando è il termine di “un atto coniugale per se stesso idoneo alla generazione della prole, al quale il matrimonio è ordinato per sua natura e per il quale i coniugi diventano una carne sola” come sancisce il codice di diritto canonico.
Lungi dal voler affrontare in maniera approfondita le questioni bioetiche che stanno alla base di ogni singola scelta, delineare a grandi passi le due posizioni più lontane fra loro era necessario.

All’eterologa possono accedere solo coppie eterosessuali, sposate o conviventi, e solo con sterilità comprovata al 100 per cento. Per poter effettuare l’intervento è necessario disporre di ovociti o spermatozoi di donatori (a seconda che l’infertilità sia maschile o femminile, o di entrambi). Ad agosto il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha stilato il regolamento con le prescrizioni tecniche sulla donazione, una parte rimasta fuori dalle linee guida emanate precedentemente. Primo limite è quello dell’età dei donatori: tra 18 e 40 anni per gli uomini e tra 20 e 35 anni per le donne. Ogni donatore può arrivare a un massimo di dieci figli, per ridurre al minimo il rischio di unioni inconsapevoli fra consanguinei (è prevista solo una deroga per la coppia che desidera dare un fratello biologico a un bambino già nato). Il conteggio dei nati verrà tenuto da un Registro nazionale, previsto con la Legge di stabilità. L’anonimato è garantito per legge: sarà possibile tracciare il donatore di ovuli o spermatozoi solo per motivi di salute del nato. Inoltre è previsto che, per quanto possibile, si mantenga lo stesso fenotipo della coppia in relazione al colore della pelle, dei capelli e anche rispetto al gruppo sanguigno del bambino. Le procedure per la selezione del donatore sono basate su esami infettivologici e genetici, per escludere la trasmissione di patologie.



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domenica 7 febbraio 2016

LA FILOSOFIA




« Non dobbiamo credere di poter trovare negli antichi la risposta agli interrogativi della nostra coscienza, agli interessi del mondo odierno: tali interrogativi presuppongono una determinata educazione del pensiero. Ogni filosofia, per il fatto di rappresentare un particolare stadio di svolgimento, appartiene al tempo suo ed è chiusa nella sua limitatezza...Ogni filosofia è filosofia dell'età sua, è un anello della catena complessiva dello svolgimento spirituale, e può dar soddisfazione soltanto agli interessi del suo tempo. »

Il fatto che la comunità “ideale” dei filosofi non sia mai riuscita a concordare una definizione unitaria di filosofia in più di duemila anni non è un segno di debolezza della filosofia, ma al contrario un segno della sua forza. La filosofia esprime infatti, in forma fortemente astrattizzata e concettualizzata, la scissione che le società umane hanno subito a causa del tramonto delle società sacerdotali-palaziali dell’antico Oriente, e della progressiva articolazione in classi sociali contrapposte di sfruttati e di sfruttatori.

Sulla questione riguardante le origini della filosofia, ovvero se essa sia nata in Asia o in Europa, si sono confrontate due correnti di pensiero opposte: quelle degli "orientalisti" e degli "occidentalisti". Appare piuttosto probabile che all'ambito indiano (prima del 1100 a.C.) vadano riconosciuti i prodromi di ciò che sarà la speculazione filosofica, per quanto posti in una veste più specificamente religiosa. Quella che invece sorgerà in ambito greco-ionico, e specificamente a Mileto nel VII secolo a.C., è una filosofia laica, volta ad approfondire razionalmente le esperienze della conoscenza sensibile e a sostituire all'interpretazione mitica dei fenomeni naturali un'analisi attenta ai dati dell'esperienza.

Gli orientalisti affermano che la filosofia abbia avuto origini in Oriente circa nel 1300 a.C. e che la stessa filosofia greca derivi dall'antico pensiero sviluppatosi in Asia. A supporto di questa tesi si porta la prova degli intensi rapporti commerciali tra i greci e le popolazioni orientali. Poiché la matematica nelle sue prime acquisizioni è nata in India, si descrive come verosimile l'ispirazione orientale della dottrina pitagorica, mentre sembra meno probabile un contatto con l'Oriente della scuola di Mileto.

Talete, in particolare, avrebbe tratto piuttosto dalla cultura egizia nozioni di tipo cosmologico. L'Egitto, infatti, all'epoca esprimeva un contesto assai più progredito della Grecia sul piano tecnologico, con importanti acquisizioni nel campo della geometria e dell'astronomia, ma non solo; basti pensare che nel XII secolo a.C. gli egizi distinguevano già la medicina dalla magia usando il metodo diagnostico. Gli egizi, come anche i babilonesi, facevano progressi in campo matematico mentre i Caldei già nel 2000 a.C., erano in possesso di documenti di studio sui corpi celesti.

Ma le motivazioni degli orientalisti vanno oltre le prove sui contatti commerciali dell'Oriente con i greci e sui progressi culturali e scientifici orientali, poiché essi sostengono che la riflessione speculativa, e quindi la filosofia, era già presente in India nella religione brahmanica e poi nel buddhismo, nel confucianesimo e nel taoismo.

Tuttavia, pur accettando che la filosofia greca abbia ricevuto apporti tematici provenienti dalle culture orientali, l'approccio razionale e analitico era scarsamente utilizzato in Oriente, mentre sarà alla base di quello greco, e la maggior parte degli storici della filosofia oggi afferma l'autonomia e l'originalità della filosofia greca nata a Mileto, colonia greca dell'Asia minore, nel VI secolo a.C. sostenendo:
che anche gli autori della filosofia classica più vicini per tematiche al pensiero orientale (Platone, Aristotele, ecc.), pur riconoscendo l'importanza della cultura orientale, ne sottolineano il carattere pratico e non fanno alcuna menzione di una derivazione orientale della filosofia;
che non abbiamo conferma di nessuna traduzione di testi orientali da parte di filosofi greci poiché evidentemente esistevano delle difficoltà linguistiche alla conoscenza delle culture orientali;
che la sapienza orientale si basava su conoscenze poste come verità teologiche indiscutibili, conosciute solo da un gruppo ristretto di persone, i cosiddetti "sacerdoti": verità che non miravano allo sviluppo della razionalità, ma erano orientate ideologicamente verso il raggiungimento di una vita ultraterrena o praticate per l'accrescimento di facoltà spirituali connesse alla sacralità, per cui il problema centrale che gli orientali si ponevano era quello della salvezza dell'anima dopo la morte, mentre il tema fondamentale nella speculazione dei primi filosofi greci (presocratici o presofisti) riguardava la natura e il cosmo;
che infine esistevano fattori sociali e culturali che, come l'espansione coloniale greca, costituirono un ambiente caratterizzato dalla libertà politica e di pensiero favorevole allo sviluppo del pensiero filosofico;
che la tesi orientalista è nata solamente dopo lo spostamento del baricentro culturale della Grecia verso Est, con la conquista di Alessandro Magno e la successiva diffusione dell'Ellenismo.
Secondo il filosofo Karl Jaspers gli uomini ancora oggi sono debitori di ciò che avvenne nel periodo assiale compreso tra l'800 a.C. e il 200 a.C. in cui l'interà umanità, in India, Cina, Palestina, Iran e Grecia, avvia una rottura epocale in cui si dissolvono le civiltà precedenti frutto di uno sviluppo storico monofiletico a favore di uno sviluppo policentrico caratterizzato da cerchie culturali separate.



Intorno al 1200 a.C. mercanti-marinai dalla penisola ellenica vanno verso Oriente, fondando colonie nella Ionia.
In un secondo tempo, dall'VIII secolo a.C. in poi, è da qui che (sotto la pressione persiana) avviene l'inverso con un ritorno verso la madrepatria; ciò determina un rimescolamento di culture estremamente favorevole per l'evoluzione della filosofia.

Nei secoli VII e VI a.C. la Grecia si è ormai trasformata da paese agricolo in artigiano e commerciale. Una nuova classe di mercanti basa la sua fortuna lontano dalle poleis d'origine, nelle colonie della Ionia (Asia Minore), come Mileto, Efeso, Clazomene, Samo, ecc.

È sulle coste della Ionia, e in particolare a Mileto, che l'evoluzione della società, i frequenti contatti mercantili con gli altri popoli del Mediterraneo, del mondo iranico e forse anche di quello indiano, portano un nuovo bisogno di conoscere.

Al di fuori del mito il tentativo di fornire spiegazioni razionali ai fenomeni naturali, volto a soddisfare ad esempio le necessità della navigazione, trova nuovi sviluppi e può nascere un pensiero filosofico laico.

Questa interpretazione "scientifica" della natura, che dà un nuovo senso ai racconti mitologici, non viene ostacolata dal credo religioso, poiché la religione greca era naturalistica, legata all'immanenza e all'antropomorfizzazione del divino.

È nelle libere colonie ioniche che nasce quindi la prima struttura della polis democratica greca che assieme con la filosofia, dopo la conquista persiana delle colonie, si trasferirà, dopo aver sopraffatto il vecchio regime aristocratico conservatore, nella madrepatria, facendo di Atene la capitale della filosofia e della libertà greca.

I più antichi pensatori della storia della filosofia non ebbero consapevolezza di essere filosofi: sia Diogene Laerzio che Cicerone indicano Pitagora come il primo a definirsi filosofo.

Lo stesso Pitagora viene tradizionalmente indicato come l'autore dell'allegoria della filosofia come un mercato: la vita è come una grande fiera dove si recano quelli che vogliono fare affari, quelli che vi vanno per divertimento ed infine, i migliori, i filosofi, i quali non hanno altro scopo che osservare la varia umanità. Questo secondo quanto Diogene Laerzio riprende da Eraclide Pontico, un discepolo di Platone: il che indicherebbe che questo fosse il significato in uso nella filosofia platonica.

In un frammento di Eraclito, riferito da Clemente Alessandrino, compare il termine filosofia e si dice che "è necessario che gli uomini filosofi siano indagatori di molte cose".

Sembrerebbe che Eraclito volesse identificare la filosofia con la polimanthia, il sapere molte cose, ma questa interpretazione è esclusa da altri frammenti dove lo stesso filosofo afferma che questa "non insegna l'intelligenza" ma piuttosto che compito del filosofo è quello di fare molte esperienze e da queste arrivare al principio primo unitario, che Eraclito chiama Logos (ragione, discorso).

Inizia quindi a delinearsi con Eraclito il significato di filosofia come conoscenza dei principi primi: scienza universale che tratta l'essere in generale e che quindi è alla base e fondamento di tutte le forme di conoscenza che si occupano del particolare.

Con la scuola milesia di Talete, Anassimandro e Anassimene, il pensiero per la prima volta inizia ad emanciparsi dalla commistione con il mito e le tradizioni culturali poetiche per ricercare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali e alle questioni cosmologiche abbandonando la cosmogonia.

La filosofia greca nasce quindi con interessi "scientifici" soprattutto per le necessità connesse alla navigazione e al commercio. Mileto infatti, sorta sulle coste della odierna Turchia, era il naturale punto d'incontro di frequenti scambi commerciali con la Grecia, l'Impero persiano e l'Egitto.

L'interpretazione mitica dei fenomeni naturali non soddisfa più e non serve: si cerca una causa che renda più comprensibile la natura. I primi filosofi, pur naturalisti, non per questo si possono definire come materialisti: essi conservano uno spirito religioso che non contrasta con la religione greca che, del resto, priva com'era dell'autorità di testi sacri e di dogmi, permetteva una certa libertà di pensiero.

Si impone quindi il problema dell'identificazione dell'archè, l'elemento costitutivo e animatore della realtà, indagato nello stesso periodo anche da Pitagora ed Eraclito.

Essi pensarono che, pur essendo apparentemente diversi, i fenomeni naturali avessero un fondamento comune. Si trova nelle loro teorie la ricerca di una costante che metta ordine nella molteplicità caotica dei fenomeni. Se quindi, si riuscirà a identificare la causa prima di tutti questi fenomeni si otterrà una chiave universale per spiegare la formazione e il divenire di tutto il cosmo.

Perciò i primi filosofi presocratici ricercheranno quest'elemento primordiale da cui tutto si è generato e a cui tutto ritorna: l'arché, ciò che successivamente verrà definito sostanza, termine che racchiuderà una pluralità di significati, ovvero ciò che:
permane nei mutamenti
rende unitaria la molteplicità
rende possibile l'esistenza della cosa.
Interessante notare come dalla iniziale speculazione sulla natura, ancora legata ad elementi fisici con Talete, il discorso filosofico si faccia più astratto già con Anassimandro, capace di concepire come principio ciò che non è materiale, l'indefinito, sino a giungere con la scuola pitagorica ad una visione matematica della natura, primo vero anello di congiunzione fra la filosofia e le scienze applicate.

Un altro percorso invece condurrà la filosofia, con Parmenide e la scuola eleatica, alle prime speculazioni ontologiche; l'ontologia monistica, che nasce con Senofane di Colofone, trova infatti ad Elea, nell'ambito della Magna Grecia occidentale, i suoi principali sviluppi; in questi pensatori è prevalente la percezione di un conflitto irriducibile tra la logica che governa la dimensione intellettuale e il contraddittorio divenire dei fenomeni testimoniato dai sensi. Tale contrasto verrà variamente risolto dai successivi filosofi del VI-V secolo a.C. (fisici pluralisti) e rimarrà centrale in tutta la storia del pensiero occidentale, dalla Scolastica ad Heidegger nel Novecento.



In opposizione al monismo eleatico, Anassagora (di Clazomene) e Leucippo (di Mileto) sostituivano la teoria parmenidea di un Essere unico e immutabile con una concezione pluralistica della physis. Questa tesi si originò in ambito ionico e fu sviluppata da Anassagora e Leucippo in due modi differenti: il primo indicava come principi fondamentali i semi (che Aristotele ribattezzerà omeomerìe), il secondo era invece assertore di una teoria atomistica.

L'espressione di tale pluralismo che risulterà più ricca di sviluppi sarà l'atomismo leucippeo, che troverà in Democrito un valido continuatore. Più tardi, nel IV secolo a.C., Epicuro riformulerà questa tradizione, negandone il rigido determinismo introdotto da Democrito.

Per quanto il monismo determinista risulterà prevalente e gli epigoni di Parmenide (tra essi Platone) vincenti dal IV secolo a.C. in poi, nel V secolo il dibattito risultò assai fecondo per il pensiero greco. In ogni caso Aristotele, per quanto sostanzialmente monista, fu molto attento all'ontologia pluralistica, confrontandosi con essa a più riprese sia nella Fisica che nella Metafisica (la filosofia "prima").
Accanto a questo primo iniziale configurarsi della filosofia come conoscenza universale compare nella storia della filosofia un'applicazione più pragmatica del filosofare: è quella dei sofisti che non tramandano definizioni della filosofia, ma chiamano filosofia una particolare forma di educazione, dietro compenso, per i giovani che vogliano intraprendere una carriera politica.

I sofisti compaiono nel periodo compreso fra il culmine della civiltà ateniese e i primi sintomi della decadenza dovuta a tensioni individualistiche ed egoistiche già evidenti nell'età di Pericle. Allo scoppio della guerra del Peloponneso e alla morte di Pericle, entrano in crisi il senso di supremazia culturale ed economica a cui si sostituisce la percezione della precarietà dell'esistenza, cui i sofisti rispondono esibendo le capacità retoriche dell'individuo, educato con una nuova technè (tecnica) oratoria.

Essi insegnano in particolare l'"arte della parola", un'educazione retorica e letteraria che riporta la filosofia al suo primo significato di paideia ma con diversi contenuti rispetto a quella antica, basata sulla poesia e sul mito, attraverso i quali si realizzava l'aristocratico ideale della kalokagathia ossia l'unione del bello e del buono.

I sofisti non mettono in dubbio l'autorità dello Stato ma evidenziano attraverso un'analisi storica, l'origine umana delle leggi che lo regolano e il ruolo determinante di chi è capace di influenzarne la formazione attraverso l'abilità nell'usare il linguaggio, non tanto per persuadere, quanto per far prevalere sull'interlocutore il proprio punto di vista con il suo eloquio.

Paradossale fondamento del pensiero socratico, ostile a quello dei sofisti, è l'ignoranza, elevato a movente fondamentale del desiderio di conoscere. La figura del filosofo secondo Socrate è completamente opposta a quella del saccente, ovvero del sofista.

Egli diceva di ritenersi il più saggio degli uomini, proprio in quanto cosciente del proprio non sapere. Il senso della sua filosofia è quello di essere essenzialmente ricerca che caratterizza quella dotta ignoranza che permette di sviluppare lo spirito critico nei confronti di coloro che presumono di sapere in modo definitivo e invece non sanno rendere conto di quello che dicono.

La peculiarità di Socrate consiste infatti nel metodo di indagine filosofica basato sulla maieutica, ovvero sulla capacità, attraverso un dialogo serrato fra il filosofo e coloro che lo ascoltano, di discernere la conoscenza vera dalla mera opinione soggettiva.

La filosofia platonica origina dalla riflessione sulla politica conseguente alla vicenda socratica. Secondo quanto scrive Alexandre Koyré:

« Tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate. »
Occorre tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica" dalla "attività politica". Non è certo in quest'ultima accezione che dobbiamo intendere la centralità della politica nel pensiero di Platone.

Come egli scrisse, in tarda età, nella Lettera VII proprio la rinuncia alla politica attiva segna la scelta per la filosofia, intesa però come impegno "civile". Tuttavia i filosofi che vorrebbero dedicarsi alla meditazione devono invece essere costretti all'arte del governo, in quanto, proprio perché disinteressati, essi sono i più affidabili come politici. La riflessione sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia e dalla riflessione su questo concetto sorge un'idea di filosofia intesa come processo di crescita dell'uomo come membro della polis.

Fin dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese risolvere il problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui la necessità di intendere la genesi del "mondo delle idee" inteso come depositario della verità contrapposto al "mondo delle cose", mere "copie" delle idee, come frutto di un impegno "politico" più complessivo e profondo. La vera educazione che assegnerebbe ai filosofi il diritto-dovere di governare non è però quella dei sofisti, ma quella descritta nel settimo libro della Repubblica dove, attraverso il "mito della caverna", Platone delinea una formazione culturale che porti alla visione del mondo intelligibile, appresa la quale spetterà ai filosofi la funzione politica, ma non in quanto addestrati all'uso della parola, bensì perché essi sono depositari di quella luce della verità a cui sono giunti liberandosi dalle catene dell'ignoranza. La loro formazione culturale quindi sopravanza quella dei non filosofi, in quanto essi saranno educati non solo nella ginnastica, nella musica e nelle arti ma anche nelle scienze esatte come la matematica e la geometria, che permettano loro di arrivare alla concezione intellettuale delle idee perfette ed immutabili. Tramite la dialettica, l'ascesa dalle forme sensibili all'intelligibile, "il volgere dell'anima da un giorno tenebroso a un giorno vero", si giungerà alla "vera filosofia".

A differenza di altri (come Aristotele), Platone non è un pensatore sistematico. I vari significati della filosofia appaiono e scompaiono in relazione alle fasi successive del suo pensiero. Si deve inoltre tenere presente che il senso della filosofia e quello dei suoi oggetti deve, per Platone, essere inseribile in un quadro cosmologico generale perfetto ed armonico, su base matematico-geometrica. Per quanto egli ammetta il divenire come una forma incipiente di "essere" (a differenza di Parmenide, che lo vedeva come non-essere), esso, in quanto imperfetto e passibile di disordine, esiste soltanto come evento variabile e mutevole che precede l'avvento della perfezione e dell'ordine di un "essere" che è anche "verità".

Con queste premesse, la realtà platonica è totalmente avulsa dalla realtà concreta dell'uomo comune. Il primato dell'idealità non è quindi solo gnoseologico, ma ontologico. Uno dei più importanti dialoghi della maturità, il Timeo, è molto significativo a questo proposito e, non a caso, è stato il testo base per tutta la cosmologia mistica medioevale. È un inno alla perfezione "geometrica" di un cosmo che non è solo ideale ma del tutto reale, dove è riecheggiato Pitagora e la sua visione del mondo basata sui numeri. L'ontologia platonica riguarda quindi un Essere generale (governato dall'anima del mondo), che ha il suo fondamento nell'elemento etico (il bene), in quello estetico (la bellezza) e in quello gnoseologico (la verità). Sono infatti essi che si coniugano come fondanti, lo qualificano e lo definiscono. La "materia" (la fisicità) è quindi elemento del tutto irrilevante per Platone, in quanto, non possedendo "verità" non può essere posto come oggetto della vera filosofia.

Gli anni che separano Platone da Aristotele sono relativamente pochi, eppure il tempo di crisi in cui si trova a vivere Aristotele è già profondamente diverso da quello del suo maestro. Nella metà del IV secolo a.C. la decadenza della libertà nella polis è ormai irreversibile di fronte alla potenza macedone. Il cittadino greco non è più direttamente coinvolto nelle faccende del governo ed ormai è "inglobato" in un più vasto organismo statale, del quale altri reggono le fila e quindi perde quella passione per la politica che aveva costituito la molla per la filosofia platonica. Da qui l'emergere per altri interessi conoscitivi ed etici che saranno caratteristici dell'età ellenistica.

Per Aristotele, la filosofia è il più grande dei beni, dal momento che ha per scopo se stessa, mentre le altre scienze hanno per fine qualcosa di diverso da sé. Aristotele introduce una nuova concezione del sapere rispetto a quella della tradizione, che collegava la sapienza all'agire e al produrre. Dedicarsi al sapere richiede la scholè, l'otium dei latini, un tempo assolutamente libero da ogni cura e preoccupazione per le necessità materiali dell'esistenza.

La ricerca filosofica è difficile, perché deve affrontare la vastità del sapere, ma nello stesso tempo anche facile perché ognuno ha la capacità di cogliere qualcosa della verità. Talora la difficoltà della filosofia nasce dal fatto che non siamo in grado di cogliere proprio le cose più evidenti, ma in fondo tutti possono contribuire alla ricerca della verità poiché questa è già nella storia. La filosofia non crea la verità ma la porta alla luce; la verità infatti è anche nelle opinioni comuni, nei filosofi del passato. Come in un certo senso dirà Hegel la filosofia è come la nottola che vola intorno al tempio di Minerva al tramonto, quando cioè la luce della verità è già apparsa. Aristotele è dunque il primo storico della filosofia che, interpretando le dottrine altrui alla luce della sua, tende a vedere nel pensiero dei filosofi passati dei tentativi di arrivare alla verità della sua dottrina, verità che tuttavia per Aristotele è la stessa da sempre, mentre per Hegel sarà da concepire come un sottoprodotto, via via cangiante, delle varie epoche storiche.



Mentre Platone guardava il mondo secondo un'ottica verticale e gerarchica ed anche Aristotele in un primo tempo pensa che l'oggetto della filosofia debba essere il divino e che quindi essa sia la scienza più alta, nella maturità, con le mutate condizioni culturali e politiche, lo Stagirita guarda il mondo secondo un'ottica orizzontale per cui tutte le scienze hanno pari dignità. In questo modo Aristotele constata e giustifica la situazione culturale del IV secolo a.C., dove le scienze si rendono autonome dalla filosofia e si specializzano nel loro specifico settore della realtà.

Quindi, secondo Aristotele, la filosofia si differenzia dagli altri saperi perché, invece di considerare la varie facce della realtà o dell'essere, studia l'essere e la realtà in generale. Quindi, tutte le scienze che studiano una parte del reale dovranno ora presupporre la filosofia, che studia il reale in quanto tale. La filosofia diventa la scienza prima, l'anima unificatrice ed organizzatrice delle scienze particolari. La filosofia, come un'enciclopedia del sapere, non può essere altro che scienza o sapere globale.

Aristotele non enuncia direttamente il significato del termine, ma "sapere" per lui vuol dire "conoscenza dei principi primi e delle cause. Quanto più una cosa, infatti, è realizzata nella sua natura, tanto più essa è causa dell'essere delle cose che di tale natura partecipano. Ad esempio, il fuoco non può essere che la causa del calore delle cose calde, in quanto esso realizza al massimo la sua natura calda. Aristotele, cioè, stabilisce una connessione logica e reale tra verità, causalità e essere.

La matematica sarà dunque la scienza che studia gli enti nello spazio, mentre quella che studia gli enti che divengono è la fisica (che comprende tutte le scienze naturali); quella che, infine, studia l'ente in quanto ente sarà la "filosofia prima", la quale, quando si dedica allo studio dell'ente supremo, si definisce come teologia. La filosofia prima, che la tradizione filosofica chiamerà metafisica, costituirà, come teoria generale della realtà, il nucleo centrale, almeno fino a John Locke, della filosofia.

Aristotele definirà "filosofie teoretiche" la matematica, la fisica e la "filosofia prima", distinguendole in tal modo dalle "filosofie pratiche" (etica, politica) e da quelle poietiche (da poieo, "produco"), che riguardano la poetica e le discipline tecniche. Nelle dottrine pratiche e poietiche rientra quella caratterizzazione della filosofia come saggezza che la "filosofia prima" come scienza escludeva dal suo ambito. Anzi, a differenza di Platone, Aristotele attribuisce dignità filosofica anche alle filosofie pratiche e poietiche, non potendo sempre avere il sapere i caratteri precisi e definitivi, ad esempio, della matematica.

Nell'età ellenistica le città-stato greche perdono, dopo la conquista macedone, la loro libertà ed assieme il loro primato politico, economico e culturale che passa a nuove grandi città come Alessandria, Antiochia e Pergamo che diventano a loro volta centri di sviluppo e diffusione della civiltà greca nelle vaste terre conquistate e portate alla grecità da Alessandro. L'ellenismo poi «con i suoi vasti ideali e aspirazioni di universalità, aprì la via alle grandi affermazioni unitarie dell'Impero romano e del cristianesimo.»

Sia per il Liceo che per l'Accademia, dopo la morte dei loro capiscuola, il significato della filosofia tese a impoverirsi ma si arricchì la civiltà greca che si diffuse nel mondo mediterraneo, eurasiatico e in Oriente, fondendosi con le culture locali.

Dall'unione della cultura greca con quelle dell'Asia Minore, l'Eurasia, l'Asia Centrale, la Siria, la Mesopotamia, l'Iran, l'Africa del Nord, l'India, nacque una civiltà (323 a.C.-31 a.C.) - detta Ellenismo - che fu modello insuperato per quel che riguarda filosofia, religione, scienza ed arte.

Tale civiltà si diffuse dall'Atlantico all'Indo, apportando un notevole impulso anche al diritto, alla politica ed all'economia, che troveranno la loro piena realizzazione nel mondo romano.

La civiltà greca, da sempre legata a quella degli altri popoli mediterranei e del Medio Oriente, si rinnovò al contatto diretto con le varie civiltà (egiziana, mesopotamica, iranica e di molti altri popoli) che via via, soprattutto in seguito alle conquiste di Alessandro Magno, si ritrovarono più vicine, stabilendo sempre più intensi rapporti politici, economici e culturali con le città di lingua greca.

La caratteristica fondamentale nelle filosofie ellenistiche è la tendenza a costituire dottrine fortemente strutturate caratterizzate da un interesse primario per l'etica.

Nel clima di generale insicurezza e di una "fuga nel privato" che caratterizza questa età di sconvolgimenti politici, sociali e culturali, alla filosofia si chiedono sostanzialmente due cose: da un lato una visione unitaria e complessiva del mondo, dall'altro lato una specie di "supplemento d'animo", ossia una parola di saggezza e di serenità capace di guidare la vita quotidiana degli individui. Infatti conseguenza del ripiegamento verso l'intimità privata fu l'attenzione rivolta dagli intellettuali all'etica ed all'analisi interiore piuttosto che ad una indagine filosofica astratta.

Le nuove filosofie si presentano come sistemi che riprendono la suddivisione della filosofia in etica, politica e dialettica introdotta nel IV secolo a.C. da Senocrate, secondo successore di Platone, che abbandona l'aspetto metafisico della dialettica platonica, intesa come ascensione al mondo intelligibile, e la riduce essenzialmente alla logica. La sua tripartizione è quella in vigore anche presso le correnti di pensiero degli epicurei, degli stoici e degli scettici.

Altrettanto avviene nel Liceo dopo la morte di Teofrasto: la filosofia prima, da studio metafisico dell'atto puro, viene ora spostata sulla fisica nei suoi aspetti scientifici.

Epicuro sostituisce alla dialettica la canonica, una dottrina che fornisce i canoni, i criteri fondamentali per arrivare, tramite i sensi, alla verità, poiché l'ascesa all'intelligibile, sostiene Epicuro, sarebbe una via che va all'infinito. D'altra parte Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni irrequieta passione.

La filosofia stoica è focalizzata su problematiche di ordine etico: la filosofia è come un frutteto, il cui muro di cinta è la logica, gli alberi sono la fisica e i frutti, gli oggetti più importanti, l'etica.

Dal diretto contatto con il mondo greco, dopo la conquista romana del Mediterraneo, la filosofia latina, caratterizzata sin dalle origini dalla diffidenza per la speculazione pura, dalla predilezione per la vita pratica e dall'eclettismo e che trovava in Cicerone il suo rappresentante più significativo, mira ad una compenetrazione del pensiero greco con la cultura romana, diviene "arte di vita", che viene sempre più intesa, come già diceva Platone, come "esercizio di morte", cioè metodo di preparazione all'abbandono del mondo terreno per l'ascesa a quello intelligibile.


La cultura ellenistica che si inserisce nell'ultimo periodo del paganesimo s'innesta in un fenomeno di natura religiosa complesso di cui fa parte anche il cristianesimo: tramontati i valori tradizionali del mondo greco legati alla polis, con l'espandersi dell'impero romano, si sviluppa, sia nella classe colta che nella gente comune, l'interesse per la religione. che è ben presente nella cultura filosofica greca antica dove la "teologia" è propria della fisica (nel significato greco antico del termine), della metafisica e della ontologia.

Già la Fisica presocratica fu "teologia" in quanto il principio primo (arché) ingenerato (agénetos) ed eterno (aìdios) ricercato dai primi indagatori della natura, era considerato come il "Divino" immortale" e "indistruttibile". L'acqua, l'aria, il fuoco dei filosofi "presocratici" non corrispondono quindi agli elementi fisici della concezione moderna ma a veri e propri principi teologici. Allo stesso modo la "Fisica" greco-antica non ha nulla a che vedere con la Fisica moderna. Il collegamento tra religione e filosofia greche diviene indissolubile a partire da Platone.

Una delle peculiarità della religione dei romani è che essa è inscindibilmente legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli dei era un dovere morale e civico ad un tempo, in quanto solamente la pietas, vale a dire il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la pax deorum per il bene della città, della famiglia e dell'individuo. Altre due caratteristiche salienti della religione romana possono essere individuate nel politeismo e nella relativa tolleranza verso altre realtà religiose. La ricchezza del pantheon romano è dovuta non solo al grande numero di divinità, siano esse antropomorfe o concetti astratti, ma anche al fatto che alcune figure divine fossero moltiplicate in relazione alle funzioni loro attribuite.

Ambedue le religioni erano dunque prive di un apparato di dottrine che invece, nell'ultimo periodo ellenistico, proviene dall'Oriente con uno specifico contenuto teologico che proclama la necessità di un rapporto personale tra il credente e la divinità e di una conversione ad una vita spirituale per la quale non basta più la filosofia. Nascono esigenze di certezze assolute e di salvezza trascendente che la filosofia non era stata in grado di assicurare.

La filosofia greca riverbera anche nella cultura religiosa ebraica, ad esempio la filosofia mosaica di Filone d'Alessandria testimonia l'espansione della cultura greca nell'ebraismo ellenizzato.

Nel III secolo a.C. si ebbero le prime manifestazioni del neopitagorismo, che presero lo spunto da alcune sentenze attribuite a Pitagora, nonché dagli scritti di antichi pitagorici come Archita di Taranto, Timeo di Locri e Ocello Lucano. Figure importanti del neopitagorismo furono Nicomaco di Gerasa, Numenio di Apamea e soprattutto Apollonio di Tiana, in cui gli aspetti filosofici si fondono con quelli religiosi. Il neopitagorismo sbarcò a Roma nel I secolo d.C. ed ebbe come cultori Publio Nigidio Figulo, il poeta Virgilio, Nicomaco di Gerasa (prima metà del II secolo) e Moderato di Cadice, che con le sue Lezioni pitagoriche farà confluire il pensiero filosofico verso il neoplatonismo. Infatti all'inizio del III secolo d.C. con Filostrato si esaurisce il neopitagorismo per far posto al neoplatonismo.

Dal II secolo d.C. incomincia la diffusione delle opere ermetiche. Con "ermetismo" si intende generalmente un complesso di dottrine mistico-religiose nel quale confluirono durante l'ellenismo teorie astrologiche di origine semita, elementi della filosofia di ispirazione platonica e pitagorica, credenze gnostiche e procedure magiche egizie.

L'espressione più alta di questo nuovo sentire filosofico religioso è però il neoplatonismo che viene fatto iniziare con Plotino di Licopoli, che visse nella prima metà del III secolo e studiò ad Alessandria d'Egitto, dove fu allievo di Ammonio Sacca. Qui assimilò i fermenti culturali sia della filosofia greca che della mistica orientale, egiziana ed asiatica. Per Plotino la parte migliore, "la parte eccellente" del pensiero platonico è quella dialettica platonica a cui ora si riduce l'intera filosofia, poiché la dialettica investe di sé, riprendendo la tripartizione di Senocrate, anche l'etica e la fisica.

L'esercizio della filosofia ha sempre richiesto la libertà di pensiero, e ciò paradossalmente ha fatto sì che le più durature e genuine tradizioni del pensiero filosofico siano sorte soltanto laddove si riconosceva il carattere necessario della verità, contrapposto a quello arbitrario dell'opinione: una verità dotata di un'aura di sacralità.

Facendo proprie le categorie filosofiche degli antichi greci, il Cristianesimo ha quindi elaborato una concezione della filosofia che non pretendesse di sostituirsi arbitrariamente alla verità, ma che piuttosto fungesse da avvio nei suoi confronti e la difendesse dai tentativi di negarla da parte dello scetticismo e del relativismo: da qui l'espressione di filosofia come ancella fidei, cioè servitrice nei confronti di quella fede che per un cristiano è la manifestazione più immediata della verità.

Questa concezione della filosofia convive nel Cristianesimo con la convinzione che l'uomo è essenzialmente libero di fronte alla verità, cioè ha la possibilità di accoglierla o rigettarla.

Il problema della relazione fra fede, dottrina religiosa e pensiero torna d'attualità con l'avvento del Cristianesimo; in una prima fase sulla scorta della predicazione di Paolo di Tarso si ritiene che i primi fedeli debbano salvaguardare la propria devozione, dall'incontro con la filosofia pagana ma nello stesso tempo invita i cristiani a dare fondamento razionale alla loro fede.

Successivamente, la Patristica assume due indirizzi prevalenti, quello occidentale, rappresentato da Ireneo e Tertulliano, che esalta il carattere volontaristico e non razionale della fede, e quello orientale, rappresentato ad es. da Clemente Alessandrino o da Origene, i quali invece ritengono la filosofia una degna ancella della fede, nell'ottica di una razionalizzazione del pensiero cristiano.

Questa concezione, che culminerà nel primo tentativo di sintesi fra ragione e fede operato da Agostino d'Ippona, permeerà quindi tutto l'Alto Medioevo, almeno nell'Occidente cristianizzato.

Solo con Tommaso d'Aquino si giungerà a una più piena conciliazione fra fede e ragione, nell'ottica però di una filosofia concepita come praeambulum fidei, cioè avvio introduttivo alla fede, non nel senso che la filosofia possa servire a rafforzare o a dedurre razionalmente le verità della dottrina cristiana, quanto semmai a difenderle dalle critiche nei suoi confronti, da eresie e nemici, obiettivo primario degli scolastici.

La filosofia, intesa dalla Scolastica come ancilla theologiae è quindi una via indiretta, da utilizzare ad esempio per svelare il profetico contenuto cristiano delle antiche filosofie greche (come Platone che diviene profeta dell'avvento del Cristianesimo) o va adoperata per introdurre, con gli strumenti filosofici dei grandi pensatori del passato, alla dottrina cristiana.

L'esercizio della ragione che si ha con la filosofia è quello tipico della teologia negativa, che consente di arrivare a conoscere il "quia est" di Dio («il fatto che Egli è») ma non il "quid est" («che cosa è»), per apprendere il quale è necessaria la fede: «di Dio noi non possiamo sapere che cosa è, ma piuttosto che cosa non è». La filosofia pertanto non è un sapere fine a sé stesso, ma tanto più ha valore quanto più rimanda all'altro da sé, negandosi e superandosi come coscienza critica di una verità che la trascende. Allegoria della ragione è ad esempio Virgilio nella Divina Commedia, che accompagna il pellegrino per buona parte del percorso, ma è consapevole di essere una guida incompleta, che deve cedere il passo alla fede (Beatrice) nel tratto conclusivo che conduce a Dio.

Pur essendo prevalsa, per un lungo periodo del Medioevo, la concezione che vede la filosofia come sostegno e supporto razionale delle credenze religiose, con Guglielmo di Ockham nella tarda Scolastica, iniziò ad affermarsi una visione del pensiero come attività del tutto autonoma; egli sostenne infatti che «gli articoli di fede appaiono falsi ai sapienti, cioè a quelli che si affidano alla ragione naturale», contestando il fideismo acritico che si era avuto a partire da Tertulliano.

Con Ockham viene in evidenza un problema già sollevato da Averroè, che assegnava alla filosofia il riflettere e lo speculare e alla religione l'amore per Dio e l'agire di conseguenza. La duplicità nasceva dal fatto, noto da tempo, che i frutti del ragionamento spesso non coincidono con quelli della credenza. Questa posizione di Averroè veniva battezzata dagli Scolastici "doppia verità" e tale espressione si affermerà per indicare ogni discrasia emergente tra fede e ragione.


Il dibattito sull'armonia di ragione e fede, il problema medioevale dell'intellectus fidei proseguirà ancora ma ciò che conviene notare è che la filosofia, messa di fronte al rapporto con la religione, comincia a rivendicare a delineare una sua propria autonomia.

Va ricordato che già prima di Ockham ciò veniva ribadito in ambito cristiano da Duns Scoto (1265-1308), che in Opus Oxoniense aveva riproposto in termini positivi la posizione del musulmano Averroè.

Nasce convenzionalmente nel rinascimento la filosofia moderna che si fa iniziare con l'Umanesimo (secolo XV circa) e la sua rivalutazione dell'uomo e della sua esperienza eminentemente terrena, e terminare con la figura di Immanuel Kant (1724 - 1804), il pensatore che aprirà la strada all'idealismo romantico.

In particolare il parallelismo medievale di ragione e fede diviene nuovamente problematico con l'emergere della scienza moderna nel Rinascimento; la ricerca filosofica infatti dimostra sempre maggiori difficoltà a conciliarsi con le restrizioni della dottrina religiosa, man mano che i risultati dell'indagine razionale contrastano con i dogmi e le verità della Rivelazione mettendo in crisi il Principio di autorità con cui venivano risolti questi contrasti.

Alcuni dei grandi protagonisti di quest'epoca si scontrano con la Chiesa Cattolica: Bernardino Telesio, Tommaso Campanella perseguitato dall'Inquisizione, Giordano Bruno condannato al rogo, e Galileo Galilei, che pur animato da una sua sincera fede religiosa, è costretto ad abiurare le sue scoperte e quanto aveva dedotto da esse.

A questa conflittualità porrà termine, in un certo senso, l'illuminismo, in particolare attraverso la figura di Kant, che delimiterà in modo netto il campo della ragione, liberandola da tutti gli errori che ne contaminerebbero la purezza e l'autonomia.

La stessa definizione dell'ambito della filosofia, la sua autonomia, sarà da specificare nell'età moderna nei confronti della scienza sperimentale e matematica della natura. Cambia nell'umanesimo la visione dell'uomo non più legato alla divinità: l'uomo viene considerato nel suo aspetto concreto e nel suo legame con la natura, che lo porta a sperimentare e conoscere con i sensi prima e piuttosto che attraverso le astrazioni della logica, con lo scopo di volgere la natura stessa ai propri fini.

«L'uomo sembrò meritare un'attenzione che la cultura precedente non gli aveva accordato, e soprattutto acquistò nuovo significato il suo operare nel mondo, e la sua attiva capacità di trasformarlo.»

Una scarsa considerazione della natura aveva caratterizzato il pensiero neoplatonico fino all'età moderna; durante il predominio della filosofia cristiana, dove si distingue nettamente il creatore dal creato, il naturalismo era stato messo completamente da parte. Anzi le dottrine naturalistiche, fatte risalire alla versione meccanicistica dell'epicureismo, venivano considerate empie, in quanto negatrici dei dogmi cristiani dell'esistenza di Dio, dell'immortalità dell'anima, di tutto quello che si riferiva al soprannaturale.

Il naturalismo torna prepotentemente nell'età rinascimentale, «l'uomo apparve come il centro focale della natura, come un essere intermedio capace di forgiarsi secondo il suo volere, e di plasmare così la propria vita e lo stesso mondo circostante a propria immagine.»

Si riprende in un certo modo l'antica visione panteistico vitalistica o materialistica-meccanicistica degli antichi. Alla prima concezione della natura appartengono Telesio, Bruno e Campanella con la loro visione di un Dio che s'identifica nella natura stessa, che vive nella stessa perfezione dei fenomeni naturali, mentre la interpretazione materialistica la si ritrova in tutte quelle filosofie rinascimentali caratterizzate da una ripresa dello stoicismo. La dottrina di Giordano Bruno è la sintesi, intrisa di magia, di queste due tendenze: egli concepirà la natura naturans e quindi Dio come mens insita omnibus che come il pneuma degli stoici dà vita a tutto l'infinito universo.

Ora la natura dove l'uomo agisce non è più corrotta dal peccato e quindi l'uomo può ben operare nel mondo e può trasformarlo con la sua volontà. Questi uomini nuovi non sono atei ma hanno una nuova religiosità. L'uomo del Medioevo sta con i piedi sulla terra ma guarda al cielo: la filosofia medioevale era impostata su una dimensione verticale dell'uomo, nel pensiero moderno prevale la dimensione orizzontale, perché Dio è nella natura stessa. L'ansia di perfezione che caratterizza l'opera di Leonardo da Vinci è in fondo il tentativo di raggiungere Dio nella natura. Nasce l'esigenza di una nuova religiosità che metta in contatto diretto, senza nessuna mediazione, l'uomo con Dio. L'uomo solo, individuo, in rapporto a Dio, sarà questo il fulcro della Riforma.

Il sapere medievale era enciclopedico, armonioso, coordinato e orientato verso Dio inteso come culmine della verità, quadro che tiene assieme i vari saperi. Ragione e fede procedevano assieme. Dopo Ockham filosofia e teologia sono autonome e anzi si contrastano. Nel Medioevo per quanto disordinata e approssimativa fosse la vita, il papato e l'impero costituivano dei punti di riferimento ben saldi, e per alcuni speranza d'ordine e di legalità universale (Dante).

Nella cultura umanistico-rinascimentale salta il quadro di riferimento religioso, la cornice che tiene assieme il mosaico del sapere. Si smarrisce il senso della stabilità culturale e politica. Le scienze diventano autonome e specialistiche, si perfezionano ma non comunicano più tra loro, secondo quella che Panofsky ha definito "decompartimentazione" del sapere.

Tutto si risolve nel singolo, nell'individualità del Principe che tende a fare della propria esistenza un'opera unica e irripetibile.

Il pensiero rinascimentale estende il concetto di naturalità, così come era accaduto con i sofisti, non solo alla considerazione della scienza naturale, ma anche a quell'ambiente naturale in cui vive l'uomo: lo Stato, e la scienza naturale che studia lo Stato è la Politica.

Vera scienza naturale perché determinata da principi naturalistici e autonoma da tutte le altre scienze. Il pensiero politico di Machiavelli ora considererà suo oggetto di studio l'essere, le cose come stanno effettivamente e non più il dover essere, le cose come dovrebbero essere o come si vorrebbe che fossero.

Una concezione storica e naturalistica assieme della vita dell'uomo simile a quella delle vicende della natura: come in questa nulla cambia così avviene, nonostante le apparenti trasformazioni, anche per la storia dell'uomo.

Di fronte alle acquisizioni scientifiche galileiane della verità oggettiva va in crisi quello che Galilei definì il mondo di carta.



Secondo alcuni interpreti la filosofia della natura rinascimentale intrisa di magia o che riprendeva la ricerca della sostanza dell'antica filosofia greca sembrava non potesse reggere dinanzi al nuovo sapere scientifico; secondo altri, invece, fu proprio il rinnovato interesse per la magia, rimasto alquanto sopito durante il Medioevo, a causare lo sviluppo del sapere scientifico.

Va quindi in crisi non solo l'antica fisica aristotelica ma la stessa metafisica che già nel Medioevo serviva essenzialmente come strumento già pronto per sostenere la conversione alla fede.

Gli uomini di cultura laica dell'età moderna rifiutano il linguaggio della metafisica medievale che a loro appariva farraginoso, astratto e formale. Cartesio infatti ora assegnerà alla filosofia un nuovo scopo, occorrerà egli dice che: «un uomo dabbene, che non ha l'obbligo di aver letto tutti i libri né di aver imparato con cura tutto ciò che s'insegna nelle scuole» possa avere un sapere che gli consenta di affrontare e risolvere i problemi quotidiani dell'esistenza.

Esigenza questa di una filosofia ordinata sistematicamente e utile all'uomo già sentita da Bacone che distingue la filosofia naturale (le scienze sperimentali), la filosofia umana (logica, psicologia ed etica) e la filosofia civile (la politica). Alla base di tutte la filosofia prima.

In questo nuovo significato del filosofare risolutivo, che dà soluzioni, Cartesio riprende il suo ambito tradizionale per il quale la filosofia è come un «albero le cui radici sono la metafisica, il tronco la fisica, e i rami che se ne dipartono tutte le altre scienze». Ritorna qui l'impostazione aristotelica della filosofia come scienza prima nel cui ambito acquistano senso e significato tutte le altre scienze particolari.

La vera novità di Cartesio nell'uso del filosofare sarà il metodo - di cui anche Bacone aveva sentito l'esigenza come novum organum, nuovo strumento del sapere cui però non era riuscito ad indicare le regole - applicato secondo un'impostazione geometrica e algebrica alla scomposizione e composizione dei problemi filosofici. L'uso del metodo per l'analisi e la soluzione di problemi metafisici, etici, cosmologici diverrà prevalente nei filosofi seguenti come Spinoza e Leibniz.

Quando Bacone, pur nella sua incapacità di capire l'importanza della matematica nella scienza e nel non considerare la prospettiva meccanicistica dei fenomeni naturali, sosteneva che il metodo dovesse consistere nella connessione di videre e cogitare, nella collaborazione tra senso ed intelletto anticipava la grande scoperta del metodo sperimentale galileiano. Metodo che del resto è figlio diretto del metodo cartesiano che delle sue regole, che nascono dalla matematica, indicava quella finale della enumerazione e revisione, del controllo cioè dell'analisi e della sintesi, che sarà tradotta da Galilei in quella della verifica sperimentale della ipotesi.

Cartesio sosteneva l'origine della verità dal dubbio, ma questa, per Cartesio, rimane sempre di carattere metafisico più che scientifico: da qui i travisamenti in fisica e astronomia che toccherà a Newton correggere. Dal dubbio fonte di verità non rimaneva fuori neppure l'esistenza di Dio che però, una volta dimostrata l'infallibilità del metodo, era semplice, seguendo le sue regole, dimostrarne l'esistenza riprendendo magari l'argomento ontologico rivalutato alla luce del cogito ergo sum. Ma non è fuori luogo anche ricordare che per Cartesio di tutto si poteva dubitare, ma non del divino nell'anima, quale res cogitans calata dall'alto nella materiale res extensa.

La filosofia non si è mai fondata sul metodo sperimentale proprio della scienza moderna, come del resto appare evidente anche nella filosofia antica e medievale (va tuttavia ricordato che il metodo scientifico è un'acquisizione successiva a queste epoche). Quando Democrito ad esempio parlava degli atomi aggiungeva che questi «si vedevano con gli occhi della mente». Ma filosofi scienziati come Bacone e Newton o filosofi matematici come Cartesio e Leibniz sentirono l'esigenza di un metodo certo, che fondasse in modo indubitabile la loro conoscenza. I primi hanno proposto metodi basati sul metodo empirico, mentre i secondi hanno proposto metodi logici con forti valenze metafisiche. Gli uni e gli altri hanno poi distinto la loro speculazione filosofica dalle loro opere più strettamente scientifiche o teologiche. Nel caso di Leibniz ad esempio la teodicea ha segnato profondamente anche la sua speculazione in ogni campo.

La corrente dell'empirismo sosterrà che il confronto della filosofia con la scienza non dev'essere condotto sul piano del metodo, ma verificando che ogni forma di conoscenza possa sostenere il cimento dell'esperienza sensibile. Questo dev'essere il banco di prova delle verità filosofiche e quindi il nuovo significato della filosofia che con Locke si assumerà il compito di critica del sapere definendo: «l'origine, la certezza e l'estensione della conoscenza umana». Locke è convinto che l'insolubilità di alcuni problemi filosofici dipenda dalla mancata analisi preventiva della questione da risolvere: se questa, cioè rientri o meno nell'ambito della ragione:

«...essendosi cinque o sei amici riuniti a discutere...ben presto ci trovammo in un vicolo cieco...a me venne il sospetto...che prima di applicarci a ricerche di quel genere, fosse necessario esaminare le nostre facoltà e vedere con quali oggetti il nostro intelletto fosse atto a trattare e con quali no». Da questa critica propedeutica ne deriva che non esiste principio, nella morale come nella scienza, che possa ritenersi assolutamente valido tale da sfuggire ad ogni controllo successivo dell'esperienza.

Sia Bacone, per via empirica, che Cartesio, attraverso la pura ragione si erano posti lo stesso problema pensando di averlo risolto tramite l'adozione di un metodo le cui regole, se osservate, potevano portare a conoscenze assolute, a verità indiscutibili in ogni campo del sapere. Essi si rifacevano alla conoscenza verificata dalle conferme dell'esperienza ma poi consideravano fuori da questa la struttura razionale matematico-quantitativa della realtà, attribuendole un valore assoluto di verità. Galilei affermava persino che l'intelletto umano, quando ragiona matematicamente, è uguale a quello divino:

«...quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l'istessa che conosce la sapienza divina».

Questo potere assoluto della ragione, in cui credevano Cartesio e Galilei, per Locke non esiste. Quindi noi dobbiamo, per non girare a vuoto su argomenti inaccessibili alla ragione, prima ancora di stabilire le regole di un metodo conoscitivo, cercare di capire quali siano i limiti del nostro conoscere.

È Kant che definirà chiaramente cosa deve intendersi per filosofia nel secolo dell'Illuminismo:

« L'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro, Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo. »
Filosofia quindi come liberazione dalla superstizione e dall'ignoranza diffuse dalla Chiesa cattolica e dalla tirannia dei regimi assoluti.

Scriveva nel 1713 Anthony Collins nel Discourse of Freethinking (Discorso sul libero pensiero):

« Se la conoscenza di alcune verità ci è richiesta da Dio; se la conoscenza di altre è utile alla società; se la conoscenza di nessuna verità ci è proibita da Dio o è dannosa per noi; allora abbiamo il diritto di conoscere, cioè possiamo legittimamente conoscere ogni verità. E se abbiamo il diritto di conoscere ogni verità, abbiamo quindi il diritto alla libertà di pensiero. »

Nel Discorso preliminare dell'Enciclopedia di Jean d'Alembert si mette in rilievo come l'Illuminismo erediti in un certo senso la concezione dell'empirismo inglese della filosofia come sapere risultato dell'attività della ragione per il bene della società. D'Alembert poi è convinto che debba rientrare nella filosofia anche lo studio della logica e del linguaggio poiché la filosofia non ha solo il compito di elaborare idee ma anche quello di comunicarle. Il philosophe illuminista, inteso come sinonimo di intellettuale, ha infatti il dovere di usare il sapere, la filosofia, ai fini della sua comunicazione sociale e della sua efficacia sociale. Il significato della filosofia è quello di "addolcire i costumi e istruire i governanti".

La stessa visione della filosofia come educazione sociale si ritrova nell'Illuminismo tedesco: Christian Wolff definisce la filosofia come "il sapere di tutte le cose possibili e del come e perché sono possibili", evidenziando fin dal titolo della sua opera il fine educativo e politico.

La filosofia illuministica è quasi totalmente allineata sulle posizioni di Bacone e di Newton riguardo al metodo ma riprende da Cartesio il valore della razionalità, intesa però, nello spirito di Locke, come programmaticamente finita. Il pensiero di Diderot, per certi aspetti, è quello che meglio sintetizza l'indizzo filosofico e scientifico in contrasto a quello metafisico e il suo Interpretazione della natura è uno dei testi chiave del pensiero illuministico legato alla scienza.

Il percorso che segue David Hume e in generale l'Illuminismo inglese è quindi quello dell'empirismo lockeano; tale percorso tuttavia lo conduce a conclusioni scettiche, data l'inevitabile contingenza delle esperienze sensibili fondamenta di ogni pensiero.

Hume però ritiene anche, nei suoi scritti dove si occupa di etica, religione e politica, che la validità della filosofia non debba restringersi a verificarne il rigore e la precisione identificandola con la scienza, ma debba estendersi anche ad una nuova concezione della filosofia come sapere tendente al conseguimento del bene individuale e sociale.


Il tentativo degli illuministi di una sistemazione razionale del sapere scientifico per migliorare le condizioni di vita e arrivare ad un'organizzazione politica più razionale e giusta si basava però su un rapporto non ancora sufficientemente chiarito tra filosofia e scienza.

Questo il compito che si assume Kant. La filosofia si oppone alla matematica: mentre questa "costruisce" i suoi saperi astratti, prescindendo dall'esperienza, la filosofia riflette su realtà oggettive. La filosofia, più che un'estensione delle conoscenze, deve proporsi di analizzare le condizioni che rendono possibile la formazione di un sapere, magari non più esteso ma più solidamente fondato. In questo criticismo trascendentale kantiano rientra ancora la metafisica che ha perso ogni pretesa di conoscenza assoluta ma che ha acquistato come postulato della morale il suo reale valore.

Sarà poi Kant ad armonizzare il ragionamento di tipo matematico, quale quello del cartesianesimo, con quello di tipo sperimentale, che si ritrova nell'Illuminismo di tipo newtoniano. Da questo punto di vista Kant si riallaccia a Galilei che aveva proclamato l'accordo di matematica e sperimento quale condizione indispensabile al progresso della scienza. Galilei trovò una tecnica che dimostrava operativamente la possibilità di tale accordo ma lasciò ad altri il compito di giustificarlo filosoficamente. Ed è questa giustificazione al centro della problematica filosofica della Critica della ragion pura di Kant.

Nell'ottocento l'uso della scienza come razionalizzazione della società umana per l'idealismo tedesco si attua con Hegel concependo tutto il corso della storia culminante nella filosofia. La filosofia, dice Hegel, è la «considerazione pensante degli oggetti» che invece di esaminare isolatamente gli oggetti della conoscenza con gli strumenti analitici dell'intelletto, come fanno le scienze naturali, li studia come momenti dialettici della realtà totale. La verità è nell'intero, nella totalità e la filosofia come sapere di questa totalità è la meta finale dello Spirito che tramite essa diviene cosciente della sua identità con il tutto.

L'eredità romantica dell'aspirazione all'infinito si ritrova nella filosofia idealistica di Fichte, Schelling ed Hegel con una nuova visione della realtà che da fattuale diviene attuale. La filosofia, per Fichte, ci fa comprendere come la realtà fattuale non si esaurisca dogmaticamente in sé stessa, ma piuttosto «rimanda all'atto che lo pone». Questo atto originario, o Io puro, in quanto è appunto attività, non può essere mai oggettivato, cioè ridotto a semplice oggetto di conoscenza filosofica: esso si esperisce progressivamente nella pratica, al di là della teoria. La filosofia è quindi semmai il suo limite negativo: «il vivere è non-filosofare; e il filosofare è non-vivere».

Per Hegel invece, che rovesciò la prospettiva criticista, la filosofia esaurisce in sé tutta la realtà, diventando fine a sé stessa. Essa non rimanda più a qualcos'altro, non apre al mondo o all'esperienza, ma la chiude. «La nottola di Minerva si alza in volo sul far della sera», dice Hegel, nel senso che la filosofia, simboleggiata dalla civetta, consiste nel riflettere su quel che è già avvenuto, quando il soggetto sarà confermato nella sua realtà dall'oggetto e questo esisterà come tale perché c'è un soggetto che lo considera e lo interpreta. Ogni filosofia a priori che voglia anticipare la realtà o fungerle da avvio è perciò da lui giudicata astratta e irrazionale, perché non giustificata, e avrebbe valore soltanto nell'ottica della storia della filosofia come un momento di autoriflessione dello Spirito.

Lo sviluppo della varie scienze nel XIX secolo nei più svariati settori faceva nascere l'esigenza, già presente nell'idealismo, di una concezione unificante, di un sapere del sapere che è appunto il compito che il positivismo, caratterizzato dalla fiducia nel progresso scientifico e dal tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana, assegna alla filosofia.

Per Auguste Comte la filosofia è «lo studio delle generalità scientifiche che deve definire esattamente lo spirito di ciascuna scienza, scoprire le relazioni e i concatenazioni fra le scienze, riassumere possibilmente tutti i loro principi propri nel minor numero di principi comuni».

Così anche per Spencer la filosofia è «conoscenza completamente unificata».

Durante il periodo post-idealista nel XIX secolo l'idea metafisica di un sistema filosofico, unificatore di tutto il sapere, si scontra con i numerosi fattori di dissolvimento di un astratto ideale di un sapere globale in grado di realizzare, come pensava Platone, «l'uso del sapere a vantaggio dell'uomo».

La filosofia ora non deve più, come nel Medioevo e nell'età moderna difendere il suo ruolo e la sua egemonia nei confronti di altri saperi, ma deve confrontarsi con nuove forze che ne mettono in discussione la sua caratteristica essenziale e che nello stesso tempo rinnovano la sua funzione. Infatti, dalla filosofia si separano incrementalmente discipline come la psicologia e la logica, che a loro volta pretendono una funzione come "filosofia prima", volta a fondare e unificare il sapere. Da un lato si notano tendenze (in parte neo-aristoteliche) verso l'empirismo e la naturalizzazione, dall'altro una progressiva matematizzazione e astrattismo formale. Queste due tendenze sono compresenti anche nell'opera di Friedrich Adolf Trendelenburg, che ha contribuito sia ad una rinascita Aristotelica (evidente ad esempio nel suo studente Franz Brentano) che ad un rinnovato interesse in Leibniz (che ispirò Gottlob Frege e Ernst Schröder).

La filosofia che era nata non come una semplice intuizione o impressione soggettiva ma come una disciplina deduttiva e razionale che voleva dimostrare con argomenti logici quello che ipotizzava, ora viene messa in discussione dagli stessi filosofi con una critica radicale della ragione: la razionalità assoluta dell'idealismo viene messa in discussione dalla stessa ragione.

Le critiche alla filosofia hegeliana da parte di Arthur Schopenhauer e degli studenti di Trendelenburg come Søren Kierkegaard, Karl Marx e Franz Brentano fanno sì che la filosofia non sia più in grado di stabilire i suoi propri confini tradizionali e assuma il ruolo, più che di astratta speculazione metafisica, di riflessione concreta sulla condizione umana e sulla coscienza sia individuale che sociale.

Certo Schopenhauer conserva la definizione di filosofia come espressione concettuale dell'esperienza ma allo Spirito hegeliano, che in quanto pensiero autocosciente e razionale informa di sé tutta la totalità dell'Ente, egli sostituisce la volontà di vivere, una sorta di istinto irrazionale che affligge l'uomo e ne causa i patimenti, fino a che egli non riesca, attraverso l'arte, l'etica e l'ascesi, a liberarsene.

Per Kierkegaard la filosofia hegeliana è la filosofia del vuoto, del vacuo e dell'astratto, basata su definizioni dell'essere che non servono a risolvere la problematicità dell'esistere, che è evidenziata particolarmente dal rapporto, conciliabile, ma non certo, fra ragione e fede.

Marx basa il suo discorso politico sulla dialettica hegeliana ma prevede una fine della filosofia in una futura società comunista dove avverrà l'attuazione dello spirito assoluto hegeliano nella concreta e reale liberazione dell'uomo dall'oppressione del sistema capitalista. La filosofia in questo senso appare essere un gradino di un percorso di liberazione che vede in ogni caso primeggiare il soggetto pratico dell'azione sul "filosofo" come intellettuale puro, troppo portato a perdersi nell'astrattezza delle sue riflessioni e a farsi condizionare dal potere.


La filosofia contemporanea trova la sua delimitazione iniziale, secondo la comune storiografia filosofica, nel periodo in cui i grandi ideali e sistemi di pensiero ottocenteschi declinano di fronte alle tragedie e alle disillusioni tipiche del Novecento.

Nel secolo XX l'unico senso tradizionale della filosofia sembra essere rimasto quello della sua funzione critica. Persa ogni possibilità di unificare i saperi particolari, ormai troppo diversi e complessi, la filosofia non si definisce più per un metodo proprio d'indagine o per uno specifico campo di applicazione ma conserva in un certo modo la sua funzione universale riservandosi il compito di critica dei vari saperi, delle loro differenze e delle loro possibilità.

Questa funzione critica della filosofia si sviluppa in modi diversi a seconda che si veda in essa prevalentemente:
l'aspetto metodologico, come critica cioè dei metodi dei saperi, come fa l'empirismo logico e la filosofia analitica
una funzione di critica liberatoria dalla soggezione a strutture filosofiche del passato come nella fase finale della fenomenologia di Edmund Husserl, in modo particolare nell'opera Crisi delle scienze europee;
una funzione di critica dei valori come nel pragmatismo di John Dewey;
una funzione di critica sociale come in Jürgen Habermas e Max Horkheimer come «interpretazione filosofica del destino degli uomini in quanto non sono puramente individui ma membri della società».

Nel XX secolo, in ambito filosofico, è emerso il confronto-conflitto tra la tradizione analitica e la tradizione detta 'continentale'.

Con l'espressione filosofia analitica ci si riferisce ad una corrente di pensiero sviluppatasi a partire dagli inizi del XX secolo, per effetto soprattutto del lavoro di Bertrand Russell, George Edward Moore, dei vari esponenti del Circolo di Vienna e di Ludwig Wittgenstein. Per estensione, ci si riferisce a tutta la successiva tradizione filosofica influenzata da questi autori, oggi prevalente in tutto il mondo anglofono (Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia), ma attiva anche in molti altri paesi, fra cui l'Italia.

Con l'espressione filosofia continentale ci si riferisce generalmente ad una moltitudine di correnti filosofiche del XX secolo, quali la fenomenologia, l'esistenzialismo (in particolare Martin Heidegger), il post-strutturalismo e post-modernismo, decostruzionismo, la teoria critica come quella della Scuola di Francoforte, la psicoanalisi (in particolare Sigmund Freud), ed il Marxismo e la filosofia Marxista. Le correnti continentali sono così chiamate perché si sono sviluppate soprattutto sul continente europeo, specialmente in Germania e Francia.

Il neokantismo è una visione della filosofia come funzione critica, con l'obiettivo di recuperare, dall'insegnamento kantiano, l'idea che la filosofia debba essere innanzitutto riflessione critica sulle condizioni che rendono valida l'attività conoscitiva dell'uomo. Se come attività conoscitiva si intende in particolare la scienza, il discorso neocriticista guardò anche ad altri campi di attività, dalla morale all'estetica.

In linea con i principi del criticismo i neokantiani rifiutano ogni tipo di metafisica, e se questo li contrappone polemicamente alle contemporanee correnti neoidealiste e spiritualiste, li allontana allo stesso tempo dallo scientismo del Positivismo che tende ad una visione assoluta e misticheggiante della scienza.

Le due massime espressioni del neocriticismo tedesco furono incarnate dalla Scuola di Baden e dalla Scuola di Marburgo, che influenzarono buona parte della filosofia tedesca successiva (storicismo, fenomenologia); nonostante questa corrente filosofica si sia diffusa in tutti i paesi europei, altre manifestazioni degne di nota si ebbero solo in Francia (Charles Renouvier).

Una particolare corrente del neokantismo riprende il trascendentale kantiano adottandolo per una filosofia della cultura. In Ernst Cassirer prende il nome di Filosofia delle forme simboliche come recita il titolo della sua opera maggiore.

Così anche nel neoidealismo che definisce il filosofare come «autoconoscenza dello spirito umano» con un apparente rifarsi all'eredità hegeliana che, in effetti, come anche in Benedetto Croce, si riduce a una concezione della filosofia come «metodologia della storiografia» dove la metafisica hegeliana è ormai completamente dissolta.

Questa nuova funzione critica della filosofia, erede del criticismo di Locke e soprattutto di Kant, prevale nel pensiero del XX secolo ad eccezione di alcune correnti marxiste come in György Lukács, Ernst Bloch, Theodor Adorno, Herbert Marcuse per i quali la funzione critica della filosofia non deve rimanere un'astratta descrizione dei saperi e delle loro condizioni di possibilità ma deve portare dialetticamente ad una rivoluzionaria, concreta e reale trasformazione della cultura e delle varie forme del sapere fondate su concrete forze storiche.

Non bisogna del resto trascurare il fatto che, quando attraverso la critica ci si impossessa teoricamente, o concretamente secondo i marxisti, della cultura e del suo fondamento storico, il protagonista di questo impossessamento è pur sempre il soggetto della tradizione metafisica che è portato a dimenticarsi di quella limitatezza, che Martin Heidegger chiama l'«essere gettato» che equipara la certezza della coscienza con la verità mentre, come sosteneva Nietzsche, la coscienza non è altro che «la voce del gregge dentro di noi».

Con l'espressione razionalismo critico Karl Popper, riprendendo il pensiero di David Hume e nell'ambito delle dottrine elaborate dal Circolo di Vienna, critica la pretesa di verità definitiva delle proposizioni scientifiche. Rifiutando la validità dell'empirismo logico, dell'induttivismo e del verificazionismo, Popper afferma che le teorie scientifiche sono proposizioni universali, espresse indicativamente per orientarsi provvisoriamente nella realtà. La verosimiglianza delle asserzioni scientifiche può essere controllata solo indirettamente a partire dalle loro conseguenze. Il valore della scienza è quindi più di carattere pratico che conoscitivo e trae origine dall'attitudine dell'uomo a risolvere i problemi in cui si imbatte, intendendo per problema la comparsa di una contraddizione tra quanto previsto da una teoria e i fatti osservati. Popper pone al centro dell'epistemologia la fondamentale asimmetria tra verificazione e falsificazione di una teoria scientifica: infatti, per quanto numerose possano essere, le osservazioni sperimentali a favore di una teoria non possono mai provarla definitivamente e basta anche una sola smentita sperimentale per confutarla. La falsificabilità diviene quindi il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza: una teoria è scientifica se e solo se essa è falsificabile. Ciò conduce Popper ad attaccare le pretese di scientificità della psicoanalisi e del materialismo dialettico del marxismo, dal momento che queste teorie non possono essere sottoposte al criterio della falsificabilità.

Accanto a una filosofia di orientamento anglosassone, che affonda le sue radici nel positivismo e nel primato della logica formale, si assiste nell'ultimo secolo a una rivalutazione del rapporto originario della filosofia con la letteratura, la poesia, la storia, la sociologia, le scienze umane in generale, in particolare nella filosofia di orientamento continentale, europeo.

Questa posizione è stata profondamente influenzata, in particolare in Italia, dallo storicismo tedesco e dalla sua ripresa da parte di Benedetto Croce, secondo il quale la filosofia stessa, nella contemporaneità, si risolve in un'attività di ricerca storico-culturale, completamente affrancata dal metodo proprio delle scienze naturali.

In altri paesi europei, tuttavia, accanto al permanere di posizioni idealistiche e storicistiche, è stata in particolare la fenomenologia a permeare l'evoluzione del pensiero filosofico, mantenendo un rapporto dialettico fra questi e le scienze umane e naturali.

Autori come Foucault, indagano la storia seguendo un metodo genealogico, nel tentativo di delineare il percorso evolutivo dell'uomo e della società contemporanea; altri, come Deleuze, adoperano i risultati di ricerche antropologiche e psicologiche, per fondare nuovi concetti filosofici, come il desiderio; altri ancora, come Heidegger, abbandonato il tradizionale approccio della metafisica, si volgono alla poesia alla ricerca di un linguaggio fecondo di spunti riflessivi, da contrapporre alla perdita di senso imposta all'uomo dalla tecnologia moderna.

In altre parole, il problema filosofico fondamentale torna ad essere, innanzitutto, il problema stesso del fondamento, ovvero la necessità di giustificare una forma di conoscenza, quale quella filosofica, attraverso un riferimento esterno ad essa, che le fornisca quella legittimazione e quella stabilità metodica, che essa non sembra in grado di darsi da sola, e alla quale tuttavia non può rinunciare.

Con la scoperta della finitezza del soggetto, dei suoi condizionamenti storici, emotivi, economici, sociali ecc., una parte della filosofia di fine secolo rifiuta la definizione della filosofia come critica della ragione e ripropone, fuori dagli schemi della metafisica tradizionale, una filosofia come ricerca del senso dell'essere, inteso come ciò che precede e determina tutto ciò che è, ricerca che avvicina la filosofia alla letteratura e alla poesia, per certi versi, come accade anche in alcuni pensatori francesi quali ad es. il de-costruzionista Jacques Derrida.

Sempre nell'ottica di una filosofia concepita come attività di pensiero del tutto libera e creativa, ma pur sempre rigorosa nell'applicazione del suo metodo, si può considerare come profondamente innovativa la riflessione di Gilles Deleuze, secondo il quale l'attività del filosofo consiste in null'altro che creare concetti.

La caratteristica impossibilità di definire i confini della filosofia, e la sua apparente inconcludenza pratica, sono state fra le ragioni fondamentali di un filone critico nei confronti dell'attività del filosofo in sé e per sé. A differenza delle critiche rivolte di volta in volta a singole teorie o opere, coloro che criticano la filosofia intendono per lo più evidenziare l'inutilità, o addirittura la nocività, di questo tipo di attività di pensiero per l'uomo.

Sin dall'inizio della storia della filosofia si è posto il problema della inutilità pratica della filosofia; basterebbe ricordare l'aneddoto che racconta di Talete che per osservare le stelle con il capo rivolto verso l'alto cascava nelle buche che si trovavano sul terreno. Similmente, Aristofane critica Socrate dipingendolo nel suo pensatoio, in una cesta, intento a venerare le aeree divinità condensate nelle nuvole. In altre parole, già secondo i greci la filosofia avrebbe la colpa di spingere l'uomo a perdere il contatto con la terra, ovvero il senso della realtà.

Quando allora Nietzsche definirà la sua filosofia come "gaia scienza", intenderà appunto richiamarsi a una filosofia che sia capace, come scienza della terra, di occuparsi di questo mondo terreno e non dell'altro, metafisico, inventato da filosofie compromesse con la trascendenza.

Del resto, neppure la scienza, per altri versi, è stata meno severa con la filosofia, o almeno con quella parte del sapere filosofico che pretende di poter trarre conclusioni universali sulla realtà, senza servirsi dei dati dell'esperienza sensibile, del calcolo matematico e della verifica empirica dei suoi risultati. Va tuttavia sottolineato come la filosofia abbia ripreso, progressivamente, una sua autonomia e specificità rispetto alla conoscenza scientifica anche a livello metodico.

Questa evoluzione storica della filosofia è evidente soprattutto a partire dal periodo successivo all'illuminismo, quando l'attenzione dei filosofi si sposta progressivamente dalle modalità della conoscenza del reale, al rapporto diretto e personale che l'individuo nella sua singolarità è in grado di instaurare con la totalità che lo trascende, intesa come Idea, Volontà di Potenza, Dio o Essere. Accanto a questo percorso, tuttavia, si assiste al risolversi delle antiche discipline filosofiche, nelle scienze che affrontano gli stessi problemi con risultati empiricamente verificabili. Heidegger spiega così questo esito: "Quello che è stato fin qui il ruolo della filosofia, oggi è stato assunto dalle scienze, la psicologia, la logica, la politologia e la cibernetica".

Il matematico Imre Toth, che si è dedicato a definire i rapporti tra la creazione matematica e la speculazione filosofica, in un'intervista a Ennio Galzenati ha osservato come le altre scienze come la medicina, l'astronomia non si pongano domande sulla loro specificità, ovvero sulla definizione di sé stesse, come fanno invece la filosofia e la matematica che continuano a interrogarsi sui limiti e le possibilità della propria forma di conoscenza. Altresì manca per il pensiero filosofico un criterio di verificabilità sperimentale che possa stabilire se ciò che esso afferma sia vero o falso; la filosofia stessa, infatti, è soggetta a una continua ridefinizione del criterio di verità con cui essa legittima le proprie conclusioni. Quindi la filosofia risulterebbe, alla fine, un girare a vuoto su sé stessa e costituita da teorie che si contraddicono a vicenda; eppure di essa non si riesce a sbarazzarsene. Opponendosi alla filosofia si fa ancora filosofia.

La tematica della mancata verificabilità del pensiero filosofico che giustifica se stesso può portare però ad esiti scettici, ovvero a considerazioni di tipo ermeneutico, secondo le quali proprio questa "circolarità" del pensiero filosofico che ridefinisce i propri punti di partenza costituisce la specificità e la potenzialità della filosofia, differenziandola dalle altre forme di conoscenza.

Toth sostiene che, falliti gli ultimi tentativi positivistici di ridurre la filosofia a scienza, ci si è resi conto che l'oggetto della filosofia non sono gli oggetti naturali che studiano le scienze ma l'uomo stesso. L'uomo che indaga l'uomo, questo è ciò che caratterizza il filosofare che ha conseguito risultati concreti nel corso della sua lunga storia rendendo coscienti alla mente dell'uomo principi e valori universali prima inespressi o semplicemente intuiti.

Se noi oggi consideriamo chiaro ad esempio quello che diciamo quando parliamo di libertà dimentichiamo che questo concetto appare per la prima volta nelle "Etiche" di Aristotele. Nella "Grande Etica", e nell'"Etica Eudemia" Aristotele parla però non di libertà, come noi oggi la intendiamo, ma di eleutheros, eleutheria che in greco antico connotava soltanto la condizione sociale dell'uomo libero in rapporto a uno schiavo. Aristotele non disponeva ancora di un termine equivalente al concetto che noi oggi abbiamo di libertà. Ed è proprio da Aristotele che è cominciata la lunga storia che ha portato alla coscienza riflessa del significato di quel termine, ora diventato per noi banalmente chiaro e che la filosofia continuerà ad arricchire di significati nel futuro.

Come afferma Remo Bodei: «la filosofia ha avuto il merito di essere, e di continuare a essere, un laboratorio in cui concetti e valori vengono collaudati, vengono sperimentati e se ne osserva la tenuta rispetto alla discussione che si svolge nell'intera società. Quindi la filosofia ha il senso di creare in un mondo che cambia continuamente, in generazioni che si susseguono, in mentalità che si incontrano, questo spirito che è quello della ricerca critica, della vigilanza e persino del dubbio».

Opinione condivisa dal filosofo statunitense Richard Rorty che dichiarò in un'intervista sul destino della filosofia: «La filosofia non potrà finire finché non finiranno i mutamenti sociali e culturali: tali mutamenti, infatti, contribuiscono a rendere obsolete le concezioni generali che abbiamo di noi stessi e del contesto in cui viviamo, determinando la necessità di un nuovo linguaggio mediante cui esprimere nuove concezioni.»

Come nota Paul Ricoeur, nel realizzare questo suo compito la filosofia esprime un valore unificante nell'assicurare, nella diversità dei linguaggi, la loro connessione reciproca. Dobbiamo al pensiero filosofico se la cultura europea occidentale non si sia frantumata e parcellizzata, perdendo il senso della sua unità, di fronte alla specializzazione dispersiva dei vari saperi tecnologici. Mentre infatti la filosofia si sviluppa unitariamente cercando di risolvere le domande di un'epoca, ma tenendosi collegata a quelle passate, «nella storia delle scienze ci sono rotture, discontinuità, denominate fratture epistemologiche che fanno del percorso della scienza un cammino continuamente interrotto.




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