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sabato 2 aprile 2016

VIVERE NELLA SPORCIZIA



Le "cose" prendono il sopravvento sulla persona, la casa inizia ad essere sempre più sporca, i piatti ristagnano nel lavello magari per più di un giorno... il problema è conclamato.
Meglio quindi prestare un po' di attenzione: vivere nella baraonda può passare dall'essere molto piacevole ad indicare una persona con poca chiarezza interiore e poca voglia di relazionarsi con chi gli sta vicino. Un minimo di regole nel riporre oggetti e indumenti si rifletterà dentro di noi magicamente, rendendo più limpide le idee e migliorando i rapporti sia con gli altri che con noi stessi.

Si chiama “disposofia” il disturbo mentale che porta all’accumulo, una sottospecie dei disturbi ossessivo-compulsivi.

Un disturbo mentale che solo di recente è stato riconosciuto come tale, mentre fino a qualche anno or sono veniva malamente tollerato dai familiari che consideravano il genitore, il parente o l’amico un inguaribile disordinato, spesso giudicandolo pigro e incapace di tenere pulita e in ordine la propria casa.

In realtà si tratta di una malattia mentale, che in Italia ha faticato più che negli USA ad emergere a causa della tendenza , tutta italiana, al nascondimento, alla vergogna, al voler lavare i panni sporchi in famiglia. Questi atteggiamenti, uniti all’ignoranza sull’argomento, hanno portato il disturbo ad essere poco conosciuto e questi malati sono stati sempre considerati non come persone malate bisognose di aiuto, ma colpevolizzate tout court.

I parenti spesso peggiorano la loro condizione, perché,  pensando di fornire aiuto, si limitano, al massimo, a far ripulire le stanze, a gettare via gli accumuli di oggetti, quasi sempre all’insaputa dei diretti interessati, che, al loro rientro a casa, si sentono completamente perduti fino all’orlo di un’angosciante disperazione, nel non trovare più nulla di quelle cose, per altri insignificanti, ma che per loro rappresentavano il pur labile filo di collegamento alla realtà, grazie al legame che ogni oggetto rappresenta per loro dal punto di vista affettivo. Che si tratti di  vecchi barattoli vuoti, o di oggetti nuovi ancora con l’etichetta attaccata, o di stracci inutili , o di pile di giornali vecchi e polverosi, negli anni il ciarpame ricopre i mobili, le suppellettili, la cucina, il bagno, il pavimento, tanto da non consentire una vita normale . Il cibo non si cuoce più perché il fornello è inagibile, non si dorme più nel letto perchè sovraccarico di cose che non è permesso spostare, non esistono tavoli liberi per cui si mangiano scatolette in piedi, non si trovano gli oggetti di uso e consumo perché sepolti sotto sacchetti e immondizia e, se in casa vivono animali, si sta anche in mezzo agli escrementi e a un olezzo insopportabile.

L’accumulo compulsivo non è una forma di psicosi , come si pensava fino a un decennio fa – ma una sottospecie – afferma oggi la psicologia –  del disturbo ossessivo compulsivo. Come dire che questi malati “non possono fare a meno” di continuare a raccattare cose, nuove o usate, di raccogliere avanzi e oggetti rotti dai cassonetti dell’immondizia, di recuperare o perfino acquistare oggetti astrusi e inutili. Agli oggetti i malati legano le proprie sicurezze, la propria identità disastrata: anche se sono solo dei rifiuti, per loro assumono un significato affettivo fondamentale, che non può essere smantellato con un trasloco o una disinfestazione.

La patologia pare abbia una propria base fisiologica in una variazione nella conformazione del cervello in chi ne soffre. Ma non tutti coloro che presentano tale diversa conformazione si ammaleranno, perché sono determinanti i fattori ambientali più o meno favorevoli nel rendere conclamata la malattia. Quando ciò accade, se il disturbo non viene riconosciuto è  trascurato per anni,  i pazienti scivolano verso una progressiva condizione di abbandono e di trascuratezza, finchè sarà troppo tardi per apportarvi un rimedio. Non alla casa, quanto alla mente del poveretto.

E’ pero’ fondamentale un intervento di equipe: lo psichiatra a livello farmacologico, lo psicologo-psicoterapeuta per un affiancamento e una ricostruzione dell’identità e delle sicurezze, gli assistenti sociali per la rilevazione della condizione degli spazi dal punto di vista organizzativo ma anche igienico –sanitario.

Questi soggetti si trovano da anni in condizioni di stress forzato e spesso sono lasciati soli a risolvere i propri problemi.

Non ci sono ‘fasce’ più o meno colpite: da chi è indigente a chi è benestante, da chi lavora a chi è disoccupato, a chi ha un buon livello di cultura a chi no, “l’Hoarding Disorder è un disturbo ‘verticale’“, sottolinea Alessandro Marcengo, psicologo di Torino, esperto di questo grave disturbo di personalità.



In casa, in auto, in ufficio… ovunque lasciano dietro di sé una scia inconfondibile del loro passaggio, una sarabanda di oggetti sparpagliati qua e là alla rinfusa. Di chi stiamo parlando? Di chi è vittima di un disordine eccessivo, di tipo “esistenziale”. Se è vero che dal caos nasce la vita, che la creatività si associa, nell’immaginario collettivo, al genio disordinato e che la fantasia si esprime al meglio in un contesto dinamico e libero da condizionamenti troppo rigidi, è anche vero che oltrepassare i limiti di un disordine accettabile influenza negativamente la vita individuale e rischia di compromettere una sana e armoniosa convivenza con chi condivide lo spazio vitale.

Ci sono due tipi di disordine. Quello di chi è confusionario in ogni aspetto della sua vita, e quello di chi è assolutamente preciso e disciplinato in un ambito, ad esempio quello lavorativo, ma gli costa così tanto che “recupera” altrove, di solito in casa. In genere, dietro al “ disordine patologico” si celano difficoltà psicologiche più ampie.

Il disordine mette in scena ciò che la persona fa nella vita: dissemina se stessa in mille azioni, senza ma andare fino in fondo.
Si attribuisce alle regole e al rigore pratico un senso negativo, come di gabbia. Spesso il disordinato è un eterno adolescente in falsa ribellione.
La difficoltà nel riporre ciò che si è utilizzato evidenzia la difficoltà nell’archiviare il vissuto che non serve più (relazioni finite, lavori non in sintonia, comportamenti sbagliati): una “difficoltà nel chiudere”.
Nel disordine eccessivo c’è una deresponsabilizzazione tipica del bambino e una silenziosa richiesta a chi è vicino: “Occupati della mia parte non sociale, della mia stanzetta e dei miei vestiti”.

Incarti di alimenti disseminati per casa e in auto, vestiti smessi accumulati a strati nelle settimane, oggetti lasciati per terra caoticamente, scrivania o tavolo senza spazio libero, smarrimento di bollette e documenti importanti, letto sempre sfatto e cibi scaduti da mesi nel frigorifero portano a diverse conseguenze: irritazione di chi vive accanto,
difficoltà a trovare le cose, dimenticanze di scadenze e appuntamenti, disordine mentale e difficoltà progettale, immagine sociale di trascuratezza e sciatteria, pigrizia, distrazione, inerzia e stanchezza cronica, difficoltà ad archiviare eventi e scarsa decisionalità, falsa idea di creatività.

Di solito il disordine si difende così: “Io nel mio disordine trovo tutto”, oppure “Io lavoro, non posso pensare a queste cose”. Ma un disordine così è sempre segno che qualcosa non va “a monte”. Perciò valuta come stai distribuendo l’energia nei vari ambiti di vita, se ci sono sbilanciamenti eccessivi, e prova a correggerli.

Se hai un’indole caotica, prendine atto in modo pratico, creando in casa (e sul lavoro per quanto è possibile) un ambiente funzionale, ergonomico, fatto di cose essenziali e di spazi dove le cose, pur restando al loro posto, siano a portata di mano immediata (scaffali o mobili aperti, e poche superfici libere per avere meno spazio di disseminazione).

Ritaglia un’area limitata, in casa, nella quale il tuo disordine possa “regnare”: un cassetto, un armadio, un angolo. Appendi anche una lavagna o un pannello su cui disegnare e scrivere qualsiasi cosa ti venga in mente. Visualizza il caos e le forme che esso assume col passare del tempo.

C’è un punto superato il quale il disordine si “automantiene” come in un circolo vizioso: mettere a posto sarà un’impresa così titanica da scoraggiarti subito, e da accumulare altro disordine. A quel punto il cervello va in affanno perché, qualsiasi cosa faccia nel presente, c’è una sua parte che deve ricordarsi di ciò che di importante è disperso in quel disordine (ad esempio bollette in scadenza).




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sabato 2 gennaio 2016

LA PUZZA DEI PIEDI



La colpa della puzza dei piedi è dei batteri del genere Brevibacterium: si nutrono delle cellule morte della pelle, del grasso e dello sporco che si formano tra le dita dei piedi, producendo metantiolo, principale responsabile dei piedi maleodoranti. Un ricercatore ha anche scoperto che i batteri di questa famiglia fanno maturare anche un tipo di formaggio olandese (il limburger). E l'odore che ne scaturisce è molto simile.
A contribuire alla puzza dei piedi sono però anche i Propionibacteria, che producono acido propionico (dall’odore simile all’aceto) e Staphylococcus epidermidis, che emana acido isovalerico.

Si stima che nei piedi alberghino circa 10 milioni di batteri per centimetro quadrato. Il punto è che tutto il nostro corpo è “abitato” da oltre 10.000 miliardi di batteri. Alcuni sono essenziali per la salute, altri sono nocivi, e molti producono sostanze puzzolenti.  Per esempio, il cattivo odore del sudore è causato da batteri della pelle, e in particolare da quelli del genere Corynebacterium, che si nutrono di lipidi e producono il puzzolentissimo acido butirrico. Un eccesso di questi microrganismi può causare anche infezioni cutanee. Fortunatamente i deodoranti contengono sostanze che li uccidono o impediscono la loro crescita.

La puzza dei piedi, meglio definita dal termine bromidrosi plantare, è sostenuta da un'eccessiva produzione di sudore (iperidrosi) e dalla sovracrescita di alcuni germi appartenenti alla normale flora batterica cutanea. Questi microrganismi, favoriti dall'ambiente caldo-umido che si crea all'interno delle scarpe, metabolizzano i lipidi cutanei, la cheratina ed il sudore, originando ammine ed acidi grassi a corta catena (acido propionico, acido isovalerico ecc.), responsabili della tipica puzza da piede "stanco".
La bromidrosi dei piedi colpisce a tutte le età, ma è più frequente tra adolescenti e giovani adulti maschi.
Calzare scarpe troppo a lungo, specie in presenza di alte temperature, aumenta l'attività delle ghiandole sudoripare, il cui secreto, noto come sudore, si accumula all'interno del calzino. La forte umidità, associata al ph acido del sudore, macera i tessuti e facilita l'attività cheratolitica di alcuni germi presenti sulla cute. Tali microrganismi scindono la proteina più importante della pelle, chiamata cheratina, generando effluvi sgradevoli, ma anche bruciori, arrossamenti e prurito. Tutto ciò non fa altro che alimentare la crescita di funghi e batteri: sudore + microrganismi = puzza + infezioni.
Anche l'ingestione di alcuni alimenti, tra cui aglio, cipolla, curry ed alcuni farmaci (ad esempio, penicillina, bromuri) può rendere più intenso e nauseabondo l'odore del sudore, che di per sé è praticamente privo di aroma. D'altro canto, lo stress, alcuni prodotti utilizzati per dimagrire, un'eccessiva assunzione di alcool, caffeina ed alcune condizioni patologiche (ipertiroidismo, ipoglicemia) possono aumentare la quantità di sudore prodotta.



Per la puzza dei piedi esistono rimedi specifici e piuttosto semplici da attuare. Basti pensare che piedi e mani sono le regioni corporee più ricche di ghiandole sudoripare; tuttavia, anche se una mano sudata può comunque risultare imbarazzante, difficilmente puzza. Il motivo è semplice: innanzitutto, a differenza dei piedi, le mani sono esposte all'aria ed in secondo luogo vengono lavate molto più spesso. Da qui alla cura dei piedi che puzzano il passo è semplice: basta aumentare il numero di lavaggi quotidiani (almeno un paio, sfregando ed asciugando per bene) ed utilizzare calzini e scarpe traspiranti (sì al buon vecchio cotone e alla tela per le scarpe, no al nylon e alle fibre sintetiche). Dal momento che non sempre possiamo andarcene in giro scalzi, per contrastare l'umidità interna alla calzatura si può cospargere il piede con un po' di talco, utile per assorbire il sudore in eccesso.
Per combattere la puzza dei piedi bisogna evitare di indossare sempre le stesse scarpe: meglio alternarne due paia, lasciando il tempo al cambio di asciugare ed eliminare i cattivi odori.
E se tutto questo non fosse sufficiente, in farmacia sono disponibili detergenti ed unguenti antisettici ed antimicotici (più adatti per il piede d'atleta), o creme  antitraspiranti capaci di diminuire la secrezione del sudore.
Spray profumati da spruzzare all'interno della calzatura prima di indossarla e suolette assorbenti completano il quadro dei rimedi antipuzza.
Tra i deodoranti naturali spicca il decotto di salvia e quello di the nero. Nel primo caso si porta ad ebollizione un litro di acqua in cui è immerso un ciuffo di foglie di salvia. Quindi si lascia raffreddare e si tamponano i piedi con un batuffolo di cotone o si vaporizza il liquido con un nebulizzatore da giardinaggio. Nel secondo, si immergono due bustine di the in mezzo litro di acqua, si bolle il tutto per 15 minuti, si aggiungono due litri di acqua fresca, e si lasciano i piedi in ammollo per qualche minuto. Al contrario del normale sapone, la salvia, l'acido tannico e gli oli essenziali in genere (da utilizzare con la debita cautela) sono infatti dotati di proprietà antisettiche, capaci di eliminare i microrganismi responsabili dell'odiata puzza.




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domenica 4 ottobre 2015

LE PUZZETTE



La parola flatulenza deriva dal latino flato, dalla radice greca bhla, phla, cioè il soffio inteso come prodotto del rigonfiamento, del riempimento, rinforzato ancora dalla desinenza latina ulentus, e cioè in maniera abbondante. Questo termine è usato soprattutto in medicina e nell'italiano corretto, ma viene spesso sostituito con altri termini dialettali, popolari o volgari. Non va confuso con l'altro termine medico, il meteorismo (dal greco meteoros = sollevare, stare in alto), termine che si limita a indicare la sola produzione e ritenzione di gas i quali, non essendo evacuati, risalgono, appunto, nel tratto gastro-intestinale, dando luogo a dei problemi, uno tra tutti il rigonfiamento dell'addome.

Il termine popolare scorreggia (e varianti dialettali) deriva dall'espressione colloquiale appunto dell'atto di scorreggiare, con due ipotesi etimologiche: la prima quella di slacciare la correggia (dal latino corium=cuoio), antico nome della cintura dei pantaloni, per facilitare, appunto, la discesa dei gas intestinali; la seconda ipotesi è che il termine derivi dal greco kor-kor-y-ghe, un'antica onomatopea che indicava il gorgogliare, inteso sempre come rumore intestinale (un analogo etimo onomatopeico greco è alla radice del termine "borborigmo").

Il termine popolare peto (e varianti, quali petto, petta) invece deriverebbe dal latino perditum (a sua volta dal greco perdo e dal sanscrito pardami) poi trasformato in peeditum, peedo, cioè perdita, intesa proprio come il rilascio di gas intestinali.

L'essere umano rilascia mediamente da 0,5 a 1,5 litri di gas al giorno suddivisi in 11-25 flatulenze circa. Una flatulenza è composta principalmente da gas inodori come l'azoto (ingerito), l'ossigeno (ingerito), il metano (prodotto da archea anaerobici), il biossido di carbonio (prodotto dai batteri anaerobi o ingerito), l'idrogeno (prodotto da alcuni e consumato da altri). L'azoto è il principale gas rilasciato. Il metano e l'idrogeno sono infiammabili, perciò alcune flatulenze, se innescate, possono prendere fuoco. Non tutti gli esseri umani producono una flatulenza contenente metano. Per esempio, in uno studio delle feci di nove adulti, solo cinque campioni contenevano batteri capaci di produrre questo gas. Il gas rilasciato ha di solito un cattivo odore che deriva principalmente da una piccola percentuale di acidi grassi come l'acido butirrico (odore di burro rancido) e da composti di zolfo come il solfuro di idrogeno (odore di uova marce) e il solfato di carbonile che sono il risultato della decomposizione delle proteine.

Nell'ultimo tratto dell'intestino crasso, la flatulenza giunge all'ano con lo stesso meccanismo delle feci, causando una sensazione simile, cioè di urgenza e di disagio, quindi con il relativo rilascio dei gas attraverso la muscolatura volontaria dello sfintere. Il rumore caratteristico è prodotto dalla fuoriuscita veloce del gas attraverso le pareti anali. Qui lo sfintere avendo una componente elastica si dilata in seguito alla pressione del gas, statico, interno al retto fino a quando il gas inizia ad uscire aumentando la sua velocità. La pressione in prossimità del lato interno dell'ano a questo punto diminuisce a causa dell'effetto venturi e di perdite di carico in seno al gas. Lo sfintere elastico si richiude, la pressione aumenta di nuovo e il ciclo riparte fino ad esaurimento del quantitativo di fluido. Il processo descritto avviene in realtà rapidamente e le aperture/chiusure dello sfintere hanno frequenze dell'ordine delle decine di Hz. Si determina così un rumore caratteristico della flatulenza le cui frequenze sono legate in generale alla pressione e temperatura di ristagno del gas nel retto e all'anatomia specifica dell'ano considerato. Si può affermare in generale che le flatulenze più rumorose non sono percepite come puzzolenti a causa del fatto che non contengono una concentrazione elevata di composti organici aromatici. Infatti esse sono solitamente costituite da sacche di aria deglutita intrappolate nell'intestino e compresse dallo scorrimento delle feci. La pressione e la quantità di gas è elevata e dunque si mette in atto il processo vibrazionale descritto precedentemente. Al contrario le flatulenze prodotte da emissione gassosa delle feci in seguito a processi dovuti ai batteri sono ricche di componenti aromatici e perciò sono quelle dall'odore più pungente. Esse hanno però quantità e pressione più bassa e quindi riescono a venire espulse dall'ano con flusso continuo con caduta di pressione irrilevante, senza determinare il fenomeno vibrazionale e quindi in maniera silenziosa.



Il gas intestinale è formato al 90% da aria ingerita attraverso il naso e la bocca e al 10% da gas prodotto nel tratto digestivo. I gas endogeni sono un sottoprodotto della digestione di certi alimenti. I cibi che provocano flatulenza sono solitamente ricchi di carboidrati complessi (specialmente oligosaccaridi come l'inulina) e comprendono fagioli, ceci, latte, cipolle, patate dolci, scorze di agrumi, formaggio, castagne, anacardi, broccoli, cavoli, carciofi, avena, lievito presente nel pane, ecc. Un'eccessiva flatulenza provoca motilità intestinale e quindi feci liquide.

Nei fagioli, i gas endogeni sembrano derivare dagli oligosaccaridi, carboidrati resistenti alla digestione: essi passano attraverso l'intestino superiore pressoché inalterati, e quando raggiungono l'intestino inferiore vengono assaliti dai batteri che se ne cibano, producendo abbondanti quantità di gas.

Nei pazienti con deficit di lattasi, la presenza di lattosio nei cibi può causare un'eccessiva produzione di gas associata a crampi e diarrea. L'abolizione o almeno la riduzione di prodotti caseari nella dieta migliora nettamente la sintomatologia.

La percezione di un eccessivo passaggio di gas attraverso il retto o di un'eccessiva presenza di gas nell'addome (meteorismo) può non essere dovuta a un aumento della quantità, ma a disturbi della motilità intestinale o a un abbassamento della soglia del dolore, secondario a patologie come ulcera peptica, patologie della colecisti, rettocolite ulcerosa, malattia di Crohn, diverticolite. In questi casi l'eccessiva flatulenza può accompagnarsi a calo ponderale, dolore addominale localizzato, diarrea, sangue nelle feci. La presenza di questi sintomi di accompagnamento deve far sospettare la presenza di una patologia organica e va pertanto indagata con esami quali rettosigmoidoscopia, colonscopia o anche ecografia addomino-pelvica per identificare eventuali malattie della colecisti o masse extra-intestinali.

Alcune spezie neutralizzano la produzione di gas intestinali, specialmente origano, cumino, anice e semi di finocchio e gli affini curcuma, assa fetida e kombu (un'alga marina detta anche kelp utilizzata nella cucina giapponese). A scopo preventivo è comune l'uso di aggiungere 2-3 semi di finocchio o un pezzetto di kombu alle zuppe di verdure e di legumi.

Anche i probiotici (yogurt, kefir, Lactobacillus acidophilus, Lactobacillus bifidus, ecc.) e i prebiotici possono ridurre la flatulenza se usati per ristabilire l'equilibrio della flora intestinale; usati in eccesso, tuttavia, possono creare uno squilibrio che aumenterebbe la flatulenza.

I prodotti a base di carbone vegetale sono efficaci nel ridurre l'odore e la quantità delle flatulenze se prese subito prima dei pasti.

L'integrazione di enzimi digestivi può ridurre sensibilmente la quantità di flatulenze se queste sono causate da alcune componenti non digerite dei cibi. Gli enzimi lattasi, lipasi, proteasi, cellulasi, saccarasi, invertasi, diastasi di malto e pectinasi sono disponibili, da soli o in combinazioni, nei prodotti commerciali. Quando non interessano la produzione stessa dei gas intestinali, agenti con una bassa tensione superficiale possono ridurre le spiacevoli sensazioni legate alla flatulenza, aiutando il dissolvimento dei gas in materia liquida o fecale.



È anche utile ingerire piccole quantità di liquidi acidi insieme ai pasti, come succo di limone o aceto, per stimolare la produzione di acido cloridrico, che a sua volta incrementa la produzione di enzimi. Questo facilita la digestione e può limitare la produzione di gas.

Biancheria intima e imbottiture al carbone attivo possono effettivamente ridurre gli odori delle flatulenze, ma questi prodotti non attutiscono il suono. Maggiore sicurezza si può ottenere con l'uso di deodoranti e profumi. Bisogna prestare attenzione alla scelta del profumo usato per combattere l'odore, con note floreali e agrumi o erbe profumate piuttosto che muschio, che potrebbe mettere in risalto l'odore sgradevole.

Come naturale funzione del corpo, l'emissione di flatulenze è un importante segnale di normale attività intestinale e non deve essere fonte di vergogna. Non vi è nessun danno nel trattenere le flatulenze. Comunque, può svilupparsi del disagio dovuto all'accumulo della pressione dei gas. In teoria, trattenendo le flatulenze si può verificare una distensione patologica dell'intestino che può condurre alla stipsi.

La flatulenza derivante dalla fermentazione dell'alcool nel tratto intestinale risulta molto sgradevole, altamente infiammabile e, se inalata direttamente, potenzialmente pericolosa.

Di fatto tutti gli animali emettono flatulenze, compresi molti invertebrati. Anche gli uccelli, i vermi, le formiche, i pesci e i rettili emettono flatulenze.

Tra il 2005 e il 2006 in Nord America si sono verificati decine di casi di porcili andati in fiamme a causa delle flatulenze emesse dai maiali al loro interno, provocando la morte di migliaia degli stessi.

La flatulenza contribuisce solo in minima parte alle emissioni di metano prodotte dai bovini.
La flatulenza viene considerata erroneamente una significativa fonte di gas serra in base alla considerazione che il flatus del bestiame conterrebbe elevate percentuali di metano. Il bestiame, infatti, è responsabile di circa il 20% delle emissioni globali di questo gas nell'atmosfera, ma la quasi totalità (90-95%) di queste emissioni sono rilasciate attraverso la respirazione e l'eruttazione.

Un componente chimico presente nelle flatulenze puzzolenti emesse dall’organismo umano durante (e dopo) la digestione, cura molti malanni, secondo uno studio condotto dall’Università di Exeter (Inghilterra). È il solfuro di idrogeno, o acido solfidrico (H2S), che in piccole quantità protegge i mitocondri delle cellule, rendendole più resistenti ai virus e alle malattie.

Secondo i ricercatori questa scoperta potrebbe avere effetti benefici sulla prevenzione, fra le altre cose, degli infarti, delle malattie cardiache, delle artriti. Ed è proprio il solfuro di idrogeno, responsabile dello sgradevole odore prodotto dalle “loffie” o “scorregge”, a rivelare la sua positiva azione sulle cellule danneggiate esposte a questo gas prodotto naturalmente dall’intestino. Un gas presente anche nella puzza delle uova marce.

I ricercatori hanno sviluppato questo processo naturale brevettando un composto chimico, l’AP39, che rilascia piccole dosi di solfuro di idrogeno.

Gli studi fatti finora sul solfuro di idrogeno dimostravano che, in grandi quantità, è un gas nocivo. La ricerca dell’Università di Exeter non smentisce quelle conclusioni perché parla di “piccole quantità”. Insomma respirare solfuro di idrogeno in ascensore fa bene, dormire tutta la notte con un grande produttore di H2S non è poi così curativo.
Molti scienziati hanno obiettato: “Perché questo fenomeno non è stato mai osservato prima d’ora, visto che si suppone che in media ogni persona emetta 14 flatulenze al giorno, ma è pieno di gente malata nonostante la costante esposizione a queste ’emissioni’ umane?”

Si potrebbe facilmente rispondere che, senza la “costante esposizione alle flatulenze§”, ci sarebbero molti più malati in giro.

Le scoregge sono come i fiocchi di neve, in un certo senso. Piccoli, invisibili, puzzolenti fiocchi di neve.

Se da una parte chiunque abbia superato i 10 anni è ben consapevole della molteplice varietà di scoregge e dei suoni e odori ad esse associate, nonché delle sensazioni e dei diversi soprannomi attribuiti alle scozze, dall'altra parte, ben pochi di noi sanno granché dei motivi di tali grandi diversità.

Il tipo di flatulenza è strettamente legata alla quantità di aria ingerita e alla capacità dell'intestino di trasformare il cibo in gas. Ha anche a che fare con la forma dello sfintere nel momento in cui si rilascia il gas. Se lo sfintere è stretto, il suono prodotto sarà diverso rispetto a quello di uno sfintere rilassato.
La sensazione di calore si prova quando lo sfintere interno si apre leggermente per testare cosa c'è nel retto. È una sensazione normale. Se non c'è un grosso quantitativo di gas, il corpo lo espellerà lentamente, facendo sentire del calore. Se c'è molto gas, allora l'espulsione sarà troppo rapida per permettere al corpo di percepire quella sensazione.






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