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martedì 12 luglio 2016

SCROCCHIARE LE DITA



Scrocchiare le dita lo facciamo quasi tutti e solitamente con una certa dose di soddisfazione. Le articolazioni delle nostre dita sono immerse in un liquido chiamato fluido sinoviale, che ha lo scopo di nutrire i tessuti e lubrificare le giunzioni articolari.

Quando muoviamo le dita, il fluido rilascia dei composti  gassosi che riempiono lo spazio vuoto nei punti di giuntura, andando a formare piccole bolle.

Quando si scrocchiano le dita, la pressione nel fluido si abbassa di colpo e le bollicine d’aria esplodono dando origine a una miriade di bollicine più minute, che impiegano poi un tempo considerevole a ricomporsi.

Nel 1990 su Annals of Rheumatic Diseases è comparso uno studio che spiegava come, più che l'osteoartrite, scrocchiare le dita può provocare rigonfiamento delle mani e una diminuzione generale della forza nella presa manuale. Ma a parte queste controindicazioni, scocciare le dita non produce danni. E neppure benefici.
             
Del tema si occupò anche un medico californiano cercando di indagare questa credenza popolare sulla propria pelle: per sessant'anni ha scrocchiato le dita di una mano sola, lasciando l'altra in pace. Ebbene, comparando gli effetti sulle mani, è arrivato alla conclusione che tormentare le dita per sentirne il rumore non ha nessuna incidenza, non aumenta i rischi di sviluppare artriti.

Naturalmente lo studio del medico non ha molto valore scientifico, tanto che gli è valso il premio Ig Nobel nel 2009. In ogni caso ha sfatato il mito dell'artrite legata allo schiocco delle dita.



Provocare forzatamente lo scrocchio può anche essere dannoso quando comporta un movimento anomalo di rotazione dell’articolazione che, se fatto spesso, potrebbe causarne l’infiammazione.

Si narra che Franz Liszt, il celebre compositore ungherese, fosse solito, prima di esibirsi al pianoforte, scrocchiarsi le dita per rendere più fluide le mani. Un’abitudine che hanno in molti e che dà una certa soddisfazione. Il gesto, diffuso soprattutto tra gli adolescenti, viene spesso ripetuto anche in età adulta, come antidoto ad ansia, stress, insicurezza, noia. Ma non tutti compiono questo movimento con la stessa disinvoltura: riesce semplice a chi ha ampio spazio tra le giunture, più difficile a chi ha spazi ristretti.
Scrocchiarsi le dita (ma anche il ginocchio, il gomito, il polso, il collo) non ha nulla a che fare con le ossa in senso stretto, come alcuni credono, ma riguarda le articolazioni, strutture costituite da due o più superfici cartilaginee separate dal liquido sinoviale, una sottile pellicola che agisce come un lubrificante, e tenute insieme da elementi come la capsula, i legamenti e i tendini. «Una trazione dell’articolazione, come lo stato di massima flessione, comporta una modifica della pressione del liquido sinoviale che già si trova in un ambiente a pressione negativa», spiega Maurilio Bruno, responsabile dell’unità operativa di Chirurgia della mano II dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi (Gruppo Ospedaliero San Donato). «Se la pressione idrostatica aumenta, i gas contenuti in soluzione nel liquido, come diossido di carbonio e idrogeno, si riuniscono raccogliendosi in bolle. La rottura di queste bolle è accompagnata dal caratteristico rumore secco che sentiamo». Dopo il croc, i gas tornano lentamente in soluzione per essere poi disponibili di nuovo a trasformarsi in bolle: il tutto richiede circa 20 minuti e ciò spiega perché, dopo essersi scrocchiati le dita, bisogna aspettare un po’ prima di poter ripetere il gesto.



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domenica 14 febbraio 2016

LA MANO-una macchina perfetta-



La gestualità delle dita e delle mani costituisce un vero linguaggio, in modo proverbiale nella lingua italiana.

Solo alcuni gesti sono universali: generalmente il significato di ogni movimento varia geograficamente. Le mani possono essere usate anche come simbolo religioso.

Secondo Darwin, la mano è l'organo che distingue l'uomo dagli altri primati, e l'uomo non avrebbe mai raggiunto il suo posto predominante nel mondo senza l'uso delle mani. A differenza degli altri primati infatti la mano dell'uomo ha acquistato la capacità di opporre il pollice all'indice ed alle altre dita; in tal modo il movimento delle dita è molto più preciso e consente all'uomo di usare utensili molto piccoli e sottili, tenendoli fra il pollice e l'indice (ad esempio aghi per cucire, penne per scrivere etc).

Il filosofo Engels ha dato a questo aspetto una connotazione politica, nel saggio intitolato Del ruolo della mano nella trasformazione dalla scimmia all'uomo: la mano diventa qui sinonimo di lavoro e di dignità. Nelle società post-industriali, il lavoro e la mano sono valorizzati e spesso sovrapposti: "fatto a mano", "cucito a mano" rappresentano attributi positivi, mentre "tenere le mani in tasca" o "stare con le mani in mano" indicano poca voglia di lavorare. Le mani denotano anche un'appartenenza ad una classe sociale: le mani curate delle professioni intellettuali contrapposte a quelle "callose" degli operai. "Sporcarsi le mani" è inoltre sinonimo di compromettersi.

La mano è un frequente strumento di misura. Può misurare una quantità (una "mano" di farina) o una distanza (il pollice). La mano serve inoltre a contare, ed il sistema decimale deriva probabilmente dal numero di dita delle due mani. Un'altra unità di misura definita dalla mano è il "miro" che è determinata dalla distanza tra la punta del pollice e dell'indice a mano aperta in massima estensione. Il "miro" era sovente utilizzato dai ragazzi nel dopo guerra nei giochi per strada.

Alcune scritture geroglifiche come quella egizia, maya o azteca utilizzano spesso la mano per simboleggiare l'azione. L'etimografia della lingua cinese, svolta soprattutto con lo studio dei caratteri su bronzo, mostra come la mano sia spesso parte di ideogrammi, ad esempio per le parole "finestra" o "pennello/pittura".

La mano invisibile del mercato è un concetto economico sviluppato dall'economista liberale inglese Adam Smith, secondo cui tutto si svolgerebbe come se una "mano invisibile" mettesse a posto le cose affinché la somma degli interessi particolari risulti in un interesse generale.

La mano di Fatima, dal nome della figlia preferita di Maometto, simboleggia nella tradizione dei paesi islamici il posto della donna ed è un talismano costruito per scacciare il male. Nell'islam tradizionalista, non ci devono essere contatti diretti tra le mani di un uomo e di una donna non sposati.

La mano occupa un posto importante anche nel Cristianesimo. Il nuovo Testamento descrive Gesù Cristo risuscitato che prova la sua identità ai suoi discepoli mostrando loro i segni della passione ("guardate le mie mani ed i miei piedi"). Nel rito cattolico l'imposizione delle mani si chiama epiclesi ed è sempre connessa all'invocazione dello Spirito Santo.

La parola greca per indicare la mano è cheìr e nella Bibbia assume diversi significati secondo il gesto a cui è collegata.

La mano di Dio indica la suprema maestà e la somma potenza. Ha creato cielo e terra e con entrambe le mani ne regge il corso. Quando invece si dice che Gesù e i discepoli sono stati dati nelle mani degli uomini significa che sono caduti in loro potere e arbitrio. Ma Gesù stende la sua mano anche per guarire, mentre il lavarsi le mani significa sia adempiere alle prescrizioni della purificazione, oltre che il voler manifestare l'innocenza e la coscienza pura.

La mano destra invece indica soprattutto l'influsso e la forza di una persona, mentre il sedere alla destra  vuol dire partecipare alla stessa potenza e dignità. L'angelo presso la tomba del Salvatore siede alla destra e così gli eletti nel giudizio finale. Gesù siede alla destra di Dio non nel senso di esercizio mondano del potere, ma di esercizio sovrano di colui che ha sacrificato la sua vita e per questo è stato posto al di sopra di tutti gli angeli. Santo Stefano lo vede in piedi alla destra di Dio, ad indicare la sua funzione di testimone a discarico davanti a Dio. Il testimone sta in piedi mentre il giudice rimane seduto.

L’imposizione delle mani infine ci riconduce al mondo greco ellenistico: Zeus, Asclepio e altre divinità o uomini saggi taumaturgi operavano guarigioni mediante l'imposizione delle mani. Nel Vecchio Testamento questo gesto fatto sulla vittima sacrificale era una trasmissione reale dei peccati sul capro espiatorio.

Ma il significato che conosciamo meglio, è quello della benedizione, la trasmissione della dignità e della sapienza. Nel caso di Gesù l'imposizione delle mani simboleggia la grazia della partecipazione al regno di Dio concessa ai piccoli, a coloro che hanno un atteggiamento filiale di fronte a Dio.

Anche l’ordinazione, cioè il conferimento di un ufficio da parte di persone qualificate, avviene tramite l'imposizione delle mani.

Nella chiromanzia, il chiromante studia le linee della mano e sostiene di dedurne il futuro del soggetto. In questa disciplina la mano è considerata composta di linee e monti. La chiromanzia è una disciplina molto antica, cui si sono interessati Aristotele, Ippocrate e Giulio Cesare, nonostante non poggi su alcun fondamento scientifico.



La mano rappresenta la porzione più distale dell'arto superiore. In essa si distinguono il polso, che media la continuità della mano con l'avambraccio, il metacarpo, che ne costituisce la porzione più ampia, e le dita, la cui flessione e opposizione sul metacarpo conferisce alla mano l'abilità prensile, tipica delle scimmie e degli ominidi. La mano dell'uomo comprende cinque dita, comunemente dette:
1.pollice, dal latino pollex-pollicis.
2.indice, il dito utilizzato durante azioni in cui si indica un oggetto, una persona o una direzione.
3.medio, il dito centrale, posto nel mezzo delle altre dita.
4.anulare, il dito sul quale si porta la fede nuziale.
5.mignolo, il dito più piccolo detto in latino digitus minimus.
In ambito scientifico e più prettamente anatomico si preferisce invece numerare le dita, assegnandole così un nome legato alla loro posizione. Si ha così che, in senso latero-mediale, il pollice è considerato primo dito, l'indice secondo dito, il medio terzo dito, l'anulare quarto dito ed il mignolo quinto dito.
La mano, completamente estesa, è detta aperta. La mano aperta permette di distinguere, nella posizione ortostatica, una superficie anteriore detta palmo o palma o superficie palmare della mano ed una superficie posteriore detta dorso della mano. Il palmo della mano si caratterizza per la presenza sul metacarpo di tre linee profonde, incise sulla pelle e presenti dalla nascita, che seguono i margini di due rilievi muscolari detti eminenza tenar, posto alla base del pollice, ed eminenza ipotenar, posto alla base del mignolo. Il dorso della mano invece si caratterizza per la presenza dei rilievi longitudinali, più o meno visibili, dei tendini del muscolo estensore comune delle dita. In particolare, nella porzione laterale del dorso della mano, i muscoli estensori propri del pollice delimitano una fossetta, particolarmente visibile a pollice abdotto ed esteso, che costituisce la tabacchiera anatomica o fossetta radiale.
Il pugno denota invece la mano chiusa, con tutte le dita flesse ed il pollice addotto. In questa posizione non è visibile il palmo della mano mentre sul dorso si rendono evidenti i quattro rilievi delle nocche della mano, corrispondenti ai rilievi delle teste delle ossa metacarpali nascosti dalle basi delle corrispondenti prime falangi nella mano aperta.
La mano dell'uomo contiene almeno 27 ossa:
Il carpo, che compone il polso, comporta 8 ossa disposte in due file, una prossimale ed una distale. La fila prossimale comprende: scafoide, semilunare, piramidale e pisiforme. La fila distale comprende invece: trapezio, trapezoide, capitato e uncinato. Il carpo entra in articolazione diretta con l'epifisi distale del radio, osso dell'avambraccio col quale instaura l'articolazione radio-carpale. L'ulna, atro osso dell'avambraccio, non si articola in modo diretto col carpo ma ne è separato mediante un disco articolare detto legamento triangolare dell'articolazione radio-ulnare distale;
il metacarpo comprende 5 ossa lunghe, cave, ricche di midollo osseo. Si articolano prossimalmente con il carpo e distalmente con le falangi.
le falangi, che compongono le dita e comportano 14 ossa. In particolare, ciascun dito risulta formato da tre falangi, distinte in falange prossimale o prima falange, che si articola col corrispondente osso metacarpale, falange media o seconda falange, che si articola con la precedente e falange distale o terza falange o falange ungueale, che porta l'unghia. Fa eccezione il pollice, nel quale sono presenti due sole falangi distinte in una falange prossimale o prima falange del pollice e falange distale o seconda falange o falange ungueale del pollice.
Si possono aggiungere a queste altre quattro ossa sesamoidi presenti nei tendini del muscolo flessore breve del pollice, del muscolo flessore proprio dell'indice e del muscolo flessore proprio del mignolo.

I complessi movimenti permessi alla mano sono il risultato del succedersi ravvicinato di più articolazioni che si instaurano tra le ossa che la compongono. Si contano nella mano 27 ossa in tutto, divise tra ossa del carpo , del metacarpo e le falangi delle dita . In base al segmento della mano considerato si distinguono:
Articolazioni del polso
Articolazioni del carpo
Articolazioni del metacarpo
Articolazioni delle dita

Le articolazioni del polso e del carpo sono sei distinte cavità articolari che, dal polso al metacarpo, si succedono a breve distanza l'una dall'altra.

L'articolazione radio-ulnare distale è un ginglimo laterale che si instaura tra l'incisura ulnatere del radio ed il capitello dell' ulna e permette i movimenti di pronazione e supinazione sia della mano che dell'avambraccio. La porzione distale della cavità articolare dell'articolazione radio-ulnare distale si dispone parallelamente all'articolazione radio-carpale ed è separata da questa dal solo legamento triangolare.
L'articolazione radio-carpale è una articolazione condiloidea che si stabilisce tra le ossa della fila prossimale del carpo, che riunite assieme ne formano il condilo, e la cavità glenoide costituita dalla superficie articolare carpale del radio ed il legamento triangolare. Anteriormente e posteriormante la capsula articolare origina dal contorno della faccia articolare carpale del radio e dal margine anteriore e posteriore del legamento triangolare per inserirsi al margine anteriore e posteriore delle faccette articolari radiali del navicolare, del semilunare e del piramidale. Lateralmente origina dal processo stiloide del radio e si inserisce al margine laterale della faccetta articolare radiale del navicolare. Medialmente origina dal processo stiloide dell'ulna e si inserisce al margine mediale della faccetta articolare radiale del piramidale. Distalmente la cavità articolare si chiude tramite i legamenti interossei che, tendendosi tra i margini delle faccette articolari radiali delle ossa della fila prossimale del carpo, ne fanno un sol corpo e contribuiscono a separare l'articolazione radio-carpale dall'articolazione mediocarpale.
L'articolazione piso-piramidale è un'articolazione artrodia che si stabilisce tra la faccia articolare piso-piramidale del pisiforme e la faccetta articolare piso-piramidale del piramidale. La capsula articolare si tende, dorsalmente al pisiforme, lungo i margini delle due faccette articolari, entrambe di forma circolare.
L'articolazione mediocarpale sebbene venga definita un'unica articolazione, essa comprende più articolazioni accomunate da un'unica cavità articolare. In particolare distinguiamo:
una articolazione mediocarpale propria, che si stabilisce tra la fila prossimale e quella distale delle ossa carpali, trovandosi quindi nel mezzo del carpo. In questa articolazione possiamo individuare una porzione laterale ed una mediale. La prima forma un'articolazione artrodia, costituita dall'articolazione del navicolare con il trapezio e il trapezoide. La seconda forma un'articolazione condiloidea, dove il condilo è formato dell'articolazione del capitato e dell'uncinato mentre la cavità glenoide è costituita dall'articolazione di navicolare, semilunare e piramidale.
Le articolazioni intercarpali, delle articolazioni artrodie che si stabiliscono tra le ossa adiacenti di ciascuna delle due file del carpo. Se ne contano cinque, delle quali due nella fila prossimale e tre nella fila distale del carpo, che sono: articolazione scafo-semilunare, articolazione lunato-piramidale, articolazione trapezio-trapezoide, articolazione capitato-trapezoide e articolazone capitato-uncinata.
Allo stesso modo, nell'articolazione mediocarpale, possiamo individuare più porzioni della capsula articolare:
una porzione intercarpale prossimale, che si tende tra i margini delle faccette articolari intercarpali di navicolare, semilunare e piramidale.
una porzione mediocarpale, che origina dei margini delle faccette articolari mediocarpali di navicolare, semilunare e piramidale e si inserisce ai margini delle faccette articolari mediocarpali di trapezio, trapezoide, capitato e uncinato.
una porzione intercarpale distale, che si tende tra i margini delle faccette articolari intercarpali di trapezio, trapezoide, capitato e uncinato.
L'articolazione carpo-metacarpale mediale è formata da più articolazioni, tutte artrodie, accomunate da un'unica capsula articolare. In particolare distinguiamo:
le articolazioni carpo-metacarpali proprie, che si stabiliscono tra ciascuna delle ossa metacarpali e le ossa del carpo che con essa si articolano.
Le articolazioni intermetacarpali, che si stabiliscono tra le faccette articolari intermetacarpali della base delle ultime quattro ossa metacarpali.
Allo stesso modo possiamo individuare più porzioni della capsula articolare:
una porzione carpo-metacarpale, che origina dai margini delle faccette articolari matacarpali di trapezio, trapezoide, capitato e uncinato e si inserisce ai margini delle faccette articolari carpali della base delle ultime quattro ossa metacarpali.
Una porzione intermetacarpale, che si tende tra i margini delle faccette articolari intermetacarpali della base delle ultime quattro ossa metacarpali.
L'articolazione carpo-metacarpale laterale è un'articolazione a sella e pertanto possiede una maggiore mobilità. Si instaura tra la faccetta articolare metacarpale laterale del trapezio e la superficie articolare carpale della base del primo osso metacarpale. La capsula si tende tra il margine palmare, dorsale, mediale e laterale delle faccette articolari del trapezio e della base del primo osso metacarpale. Talvolta l'articolazione può essere completata anteriormente dalle due ossa sesamoidee comprese nei tendini del muscolo flessore breve del pollice e del muscolo adduttore del pollice.
I legamenti dell'articolazione del polso e del carpo sono tutta una serie di legamenti intinseci che contribuiscono a rinforzare ciascuna delle capsule articolari che si succedono lungo il polso ed il carpo. Fa eccezione la sola articolazione piso-piramidale che non ne possiede.
I legamenti radio-ulnari sono compresi nell'articolazione radio-ulnare distale. Di rilevanza per l'articolazione del polso è il legamento triangolare, che separa l'ulna dalle ossa del carpo e contribuisce a formare nella porzione mediale la cavità articolare radio-carpale.
Il legamento radio-carpale palmare origina dal processo stiloide del radio e dal margine anteriore della cavità articolare carpale del radio si inserirsce sulla superficie anteriore del semilunare e della testa del capitato.
Il legamento radio-carpale dorsale origina dal processo stiloide del radio e dal margine posteriore della cavità articolare carpale del radio e si inserirsce sulla superficie dorsale del navicolare, del semilunare e della testa del capitato.
Il legamento collaterale radio-carpale origina dall'apice del processo stiloide del radio si inserisce alla superficie laterale del navicolare sul tubercolo del navicolare. Il legamento contribuisce a chiudere lateralmente la cavità articolare radio-carpale.
Il legamento ulno-carpale origina dal margine anteriore della faccetta articolare della testa dell'ulna, si inserisce prima al margine anteriore del legamento triangolare e da qui si porta alla superficie anteriore del semilunare e della testa del capitato.
Il legamento collaterale ulno-carpale origina dall'apice del processo stiloide dell'ulna e si inserisce con due distinti fasci alla superficie mediale del pisiforme e del piramidale. Il legamento contribuisce a chiudere medialmente la cavità articolare radio-carpale.

I legamenti intercarpali prossimali si stabiliscono tra le ossa della fila prossimale del carpo e contribuiscono a rafforzare la porzione prossimle della capsula articolare dell'articolazione mediocarpale. Distinguiamo tre tipi di legamenti intercarpali:

legamenti intercarpali interossei, che si tendono tra il margine prossimale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a separare la cavità articolare radio-carpale dalla cavità articolare mediocarpale. Se ne contano due: il legamento intercarpale interosseo scafo-semilunare ed il legamento intercarpale interosseo lunato-piramidale.
legamenti intercarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano due: il legamento intercarpale palmare scafo-semilunare ed il legamento intercarpale palmare lunato-piramidale.
legamenti intercarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere posteriormante la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano due: il legamento intercarpale dorsale scafo-semilunare ed il legamento intercarpale dorsale lunato-piramidale.



I legamenti intercarpali mediocarpali si stabiliscono tra le ossa della fila prossimale e quelle della fila distale del carpo. Questi legamenti contribuiscono a rafforzare la porzione mediocarpale della capsula articolare dell'articolazione mediocarpale. Distinguiamo due tipi di legamenti mediocarpali:
legamenti mediocarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari mediocarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano cinque: il legamento mediocarpale palmare trapezio-navicolare, il legamento mediocarpale palmare trapezoido-navicolare, il legamento mediocarpale palmare capitato-navicolare, il legamento mediocarpale palmare capitato-semilunare e il legamento mediocarpale palmare uncinato-piramidale. Questi ultimi tre, il legamento mediocarpale palmare capitato-navicolare, il legamento mediocarpale palmare capitato-semilunare e il legamento mediocarpale palmare uncinato-piramidale si fondono coi fasci più profondi del legamento radio-carpale palmare e del legamento ulno-carpale che li ricoprono.
legamenti mediocarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari mediocarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere dorsalmente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano cinque: il legamento mediocarpale dorsale trapezio-navicolare, il legamento mediocarpale dorsale trapezoido-navicolare, il legamento mediocarpale dorsale capitato-navicolare, il legamento mediocarpale dorsale capitato-semilunare e il legamento mediocarpale dorsale uncinato-piramidale.
legamento mediocarpale collaterale mediale, che origina dalla superficie mediale dell'osso piramidale e si inserisce alla superficie mediale dell'osso uncinato. Il legamento contribuisce a chiudere medialmente la cavità articolare mediocarpale.
legamento mediocarpale collaterale laterale, che dal tubercolo del navicolare si porta alla superficie laterale dell'osso trapezio. Il legamento contribuisce a chiudere lateralmente la cavità articolare mediocarpale.

I legamenti intercarpali distali si stabiliscono tra le ossa della fila distale del carpo e contribuiscono a rafforzare la porzione distale della capsula articolare dell'articolazione mediocarpale. Distinguiamo tre tipi di legamenti intercarpali:

legamenti intercarpali interossei, che si tendono tra il margine distale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a separare la cavità articolare carpo-metacarpale dalla cavità articolare mediocarpale. Se ne contano tre: il legamento intercarpale interosseo trapezio-trapezoideo, il legamento intercarpale interosseo capitato-trapezoideo ed il legamento intercarpale interosseo capitato-uncinato.
legamenti intercarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano tre: il legamento intercarpale palmare trapezio-trapezoideo, il legamento intercarpale palmare capitato-trapezoideo ed il legamento intercarpale palmare capitato-uncinato.
legamenti intercarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere posteriormante la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano tre: il legamento intercarpale dorsale trapezio-trapezoideo, il legamento intercarpale dorsale capitato-trapezoideo ed il legamento intercarpale dorsale capitato-uncinato.

I legamenti carpo-metacarpali si stabiliscono tra ciascuna delle ossa metacarpali e le ossa del carpo che con essa si articolano. Questi legamenti contribuiscono a rafforzare anteriormente la capsula articolare dell'articolazione carpo-metacarpale. Distinguiamo due tipi di legamenti carpo-metacarpali:

legamenti carpo-metacarpali palmari, che dal margine palmare della faccetta articolare carpale dell'osso metacarpalle si portano alla superficie palmare delle ossa carpali con cui si articola e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare carpo-metacarpale. Se ne contano cinque, uno per ciascun osso metacarpale. Il legamento carpo-metacarpale palmare del primo osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del primo osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso trapezio. Il legamento carpo-metacarpale palmare del secondo osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del secondo osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso trapezio, del trapezoide e del capitato. Il legamento carpo-metacarpale palmare del terzo osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del terzo osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso capitato. Il legamento carpo-metacarpale palmare del quarto osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del quarto osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso capitato e dell'osso uncinato. Il legamento carpo-metacarpale palmare del quinto osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del quinto osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso uncinato.
legamenti carpo-metacarpali dorsali, che dal margine dorsale della faccetta articolare carpale dell'osso metacarpale si portano alla superficie dorsale delle ossa carpali con cui si articola e contribuiscono a chiudere dorsalmente la cavità articolare carpo-metacarpale. Se ne contano cinque, uno per ciascun osso metacarpale. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del primo osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del primo osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso trapezio. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del secondo osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del secondo osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso trapezio, del trapezoide e del capitato. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del terzo osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del terzo osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso capitato. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del quarto osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del quarto osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso capitato e dell'osso uncinato. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del quinto osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del quinto osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso uncinato.
legamento carpo-metacarpale collaterale mediale, che originando dalla superficie mediale dell'osso uncinato si inserisce alla superficie mediale della base del quinto osso metacarpale. Il legamento contribuisce a chiudere medialmente l'articolazione carpo-metacarpale.
legamento carpo-metacarpale collaterale laterale, che originando dalla superficie laterale della base del secondo osso metacarpale si inserisce sulla superficie distale dell'osso trapezio. I suoi fasci più prossimali talvolta si fondono con la capsula articolare dell'articolazione carpo-metacarpale laterale. Il legamento contribuisce a chiudere lateralmente l'articolazione carpo-metacarpale.

I legamenti intermetacarpali si stabiliscono tra le basi delle ultime quattro ossa metacarpali e contribuiscono a rafforzare la porzione intermetacarpale della capsula articolare dell'articolazione carpo-metacarpale. Distinguiamo tre tipi di legamenti intermetacarpali:

legamenti intermetacarpali interossei, che si tendono tra il margine distale delle faccette articolari intermetacarpali della base di due ossa metacarpali adiacenti e contribuiscono a chiudere distalmente la cavità articolare carpo-metacarpale.
legamenti intermetacarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari intermetacarpali della base di due ossa metacarpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare carpo-metacarpale.
legamenti intermetacarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari intermetacarpali della base di due ossa metacarpali adiacenti e contribuiscono a chiudere posteriormante la cavità articolare carpo-metacarpale.

Dalla superficie distale dell'osso pisiforme originano due legamenti estrinseci:
legamento piso-uncinato, che dal pisiforme si porta all'uncino dell'osso uncinto.
legamento piso-metacarpale, che dal pisiforme si porta alla superficie anteriore della base del quinto osso metacarpale.
I due legamenti rappresentano una espansione distale del tendine del muscolo flessore ulnare del carpo, del quale il pisiforme rappresenta un osso sesamoide.

Le articolazioni del metacarpo sono le articolazioni che le ossa metacarpali stabiliscono prossimalmente tra loro e distalmente con le prime falangi.

Le articolazioni intermetacarpali sono presenti tra le ultime quattro ossa metacarpale e si instaurano tra le faccette articolari intermetacarpali della base di ossa metacarpali adiacenti e sono comprese nell'articolazione carpo-metacarpale.

L'articolazione metacarpo-falangee è un'articolazione condiloidea che si instaura tra il condilo della testa di ciascuna delle ossa metacarpali e la cavità glenoidea della relativa prima falange. La cavità glenoide è completata sul margine palmare da una fibtocartilagine articolare, detta fibrocartilagine glenoidea. La capsula articolare, originando dai margini della cartilagine articolare del condilo della testa dell'osso metacarpale, si inserisce lungo il margine della cartilagine articolare della cavità glenoidea della prima falange e della fibrocartilagine glenoidea.

I legamenti dell'articolazione del metacarpo connettono le ossa metacarpali tra loro e con le prime falangi.
Il legamento trasverso delle teste delle ossa metacarpali è un legamento estrinseco nastriforme che, originando dalla superficie palmare della testa del secondo osso metacarpale si porta medialmente inserendosi sulla superficie palmare delle teste delle ultime tre ossa metacarpali.

I legamenti metacarpo-falangei sono legamenti intrinseci che contribuiscono a rafforzare la capsula articolare dell'articolazione metacarpo-falangea delle ultime quattro ossa metacarpali. Per ognuna di esse distinguiamo tre tipi di legamenti metacarpo-falangei:

legamento metacarpo-falangeo palmare, che dalla superficie palmare della testa dell'osso metacarpale si inserisce alla superficie palmare della base della prima falange. Il legamento si presenta insolcato longitudinalmente dal solco tendineo prodotto dal tendine del muscolo flessore profondo delle dita.
legamento metacarpo-falangeo collaterale laterale, che dalla superficie laterale della testa dell'osso metacarpale si inserisce alla superficie laterale della base della prima falange.
legamento metacarpo-falangeo collaterale mediale, che dalla superficie mediale della testa dell'osso metacarpale si inserisce alla superficie mediale della base della prima falange.

I legamenti metacarpo-falangei del primo dito sono i legamenti intrinseci che contribuiscono a rafforzare la capsula articolare della prima articolazione metacarpo-falangea. Essi sono simili a quelli delle articolazioni metacarpo-falangei delle ultime quattro dita, distinguendosi però per la presenza nella prima articolazione metacarpo falangea di due ossa sesamoidi, dette osso sesamoide mediale o osso sesamoide ulnare ed osso sesamoide laterale o osso sesamoide radiale. Distinguiamo quattro legamenti metacarpo-falangei nel primo dito:

legamento metacarpo-falangeo palmare, che dalla superficie palmare della testa del primo osso metacarpale si inserisce alla superficie palmare della base della prima falange del pollice.
legamento metacarpo-falangeo collaterale laterale, che dalla superficie laterale della testa dell'osso metacarpale si inserisce prima sull'osso sesamoide laterale e poi sulla superficie laterale della base della prima falange.
legamento metacarpo-falangeo collaterale mediale, che dalla superficie mediale della testa dell'osso metacarpale si inserisce prima sull'osso sesamoide mediale e poi sulla superficie mediale della base della prima falange.
legamento intersesamoideo, che dalla superficie palmare dell'osso sesamoide mediale si inserisce alla superficie palmare dell'osso sesamoide laterale.

Le articolazioni delle dita connettono tra loro le falangi delle dita e sono per questo dette interfalangee.
Una articolazione interfalangea è un ginglimo angolare che connette due falangi e si instaura tra la troclea della testa delle falange più prossimale e la cavità glenoidea della base della falange più distale tra le due. La cavità glenoidea della base della falange più distale è completata sul margine palmare da una fibrocartilagine articolare, detta fibrocartilagine glenoidea. La capsula articolare, originando dai margini della troclea della testa della falange più prossimale, si inserisce al margine della cartilagine articolare della cavità glenoide e della fibrocartilagine glenoidea della base della falange più distale. In ciascun dito si individuano due articolazioni interfalangee:

Un'articolazione interfalangea prossiamale o prima articolazione interfalangea, che si instaura tra prima e seconda falange di un dito.
Un'articolazione interfalangea distale o seconda articolazione interfalangea, che si instaura tra seconda e terza falange di un dito.
Fa eccezione il pollice, nel quale l'unica articolazione interfalangea presente si instaura tra la falange prossimale e la falange distale del pollice.
I legamenti delle articolazioni delle dita connettono tra loro le falangi delle dita e sono per questo dette interfalangei.
I legamenti interfalangei sono legamenti intrinseci che contribuiscono a rafforzare le capsule articolari delle articolazioni interfalangee. Per ognuna delle articolazioni interfalangee, distinguiamo tre tipi di legamenti interfalangee:
legamento interfalangeo palmare, che dalla superficie palmare della testa della falange prossimale si inserisce alla superficie palmare della base della falange distale. Il legamento si presenta insolcato longitudinalmente dal solco del tendine del muscolo flessore profondo delle dita.
legamento interfalangeo collaterale laterale, che dalla superficie laterale della testa della falange prossimale si inserisce alla superficie laterale della base della falange distale.
legamento interfalangeo collaterale mediale, che dalla superficie mediale della testa della falange prossimale si inserisce alla superficie mediale della base della falange distale.
Durante la prima infanzia avviene un processo di specializzazione degli emisferi cerebrali, detto di lateralizzazione, che porta al prevalere di un emisferio sull'altro. Ne consegue che la maggior parte degli esseri umani usa prevalentemente e con maggiore abilità una mano rispetto all'altra, quella controllata dall'emisferio prevalente. Chi usa prevalentemente la mano destra è detto destro o destrorso, mentre chi usa la sinistra è detto mancino o sinistrorso. Secondo uno studio condotto nel 1998, il 7-10% della popolazione adulta mondiale è mancina.

In alcuni casi tuttavia la laterizzazione può non verificarsi, cosicché nessun emisfero prevalga sull'altro. In questi casi non si osserva la prevalenza di una mano sull'altra, e si parla quindi di ambidestri. In Italia gli ambidestri rappresentano circa il 4% della popolazione.




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mercoledì 6 gennaio 2016

LO STRETCHING




Negli anni lo stretching è stato oggetto di numerosi studi, intorno ai quali sono state sviluppate teorie e tecniche di applicazione. Fondamentalmente è un tipo di attività orientata all'allungamento muscolare, sia con finalità di prevenzione degli infortuni, che di recupero dopo l'allenamento.
Lo stretching, in condizioni non patologiche, si basa sul presupposto che maggiore allungamento ed  elasticità muscolari possono voler dire maggiore ampiezza dei movimenti, maggiore forza, maggiore risparmio energetico e maggiore coordinazione.
I primi studi sullo stretching sono nati dalla semplice osservazione del mondo animale e dei comportamenti dell'uomo. Infatti è sufficiente far caso ai gesti di tutti noi appena svegli: ci stiracchiamo, ossia allunghiamo i muscoli che, durante le ore di riposo, si sono "irrigiditi" e "accorciati". È perciò un'esigenza innata quella di allungarci per preparare il fisico ad una nuova giornata.
I muscoli possono essere paragonati a degli elastici che si allungano e accorciano, ma non sono capaci di accorciarsi molto, se prima non sono stati tesi abbastanza. Esempio lampante è il tennista che, prima del servizio, "carica il colpo", o meglio stira intere catene muscolari, per poi contrarle violentemente e colpire la pallina più forte possibile. È per questo che un muscolo rigido diventa debole allo stesso modo di un muscolo eccessivamente stirato.
Per comprendere meglio lo stretching sono adesso necessari dei richiami di anatomia e fisiologia muscolare.
Ogni muscolo striato del corpo umano, a livello macroscopico, è costituito da fibre, formate a loro volta da più miofibrille, le quali in ultimo sono costituite da miofilamenti proteici. Questi ultimi sono di due tipi: actina (più sottili) e miosina, sono sovrapposti e scorrono vicendevolmente.
L'unità funzionale di un muscolo scheletrico è il sarcomero, ai cui estremi, le "linee Z", sono attaccati i filamenti di actina. Nella parte mediana del sarcomero troviamo i filamenti di miosina che, durante la contrazione, trascinano i filamenti di actina grazie a dei "ponti trasversali", avvicinando così le linee Z. La fase eccentrica o di allungamento avviene al contrario, ossia con l'allontanamento delle linee Z dal centro del sarcomero, fino a quando non c'è quasi più sovrapposizione tra i filamenti di actina e miosina.
In assenza di sovrapposizione delle miofibrille, se l'allungamento dovesse perdurare o aumentare, come durante certi esercizi di stretching, la tensione verrebbe a scaricarsi sui tessuti connettivi delle fibre muscolari e del muscolo in genere: reticolo sarcoplasmatico, sarcolemma e endomisio.
Da uno studio del dott. Goldspink condotto presso l'università di Londra si è visto che, dopo lunghi periodi di allungamento muscolare, il fisico è in grado di sintetizzare nuovi sarcomeri, così da ristabilire la "normale" sovrapposizione dei filamenti di actina e miosina all'interno di ciascun sarcomero.
Nei muscoli, nei tendini e nelle articolazioni son presenti numerosi "sensori", che prendono il nome di propriocettori e che si comportano secondo precise regole fisiologiche. Tra questi, sono di interesse per la nostra trattazione, i fusi neuromuscolari e gli organi tendinei del Golgi.
I fusi neuromuscolari sono i più numerosi propriocettori all'interno dei muscoli striati. Essi inviano al Sistema Nervoso Centrale informazioni concernenti il grado di stiramento del muscolo. Ciò permette di selezionare il numero esatto di fibre muscolari che devono contrarsi per vincere una data resistenza. Perciò maggior carico vuol dire maggior numero di fibre muscolari contratte.

I fusi sono disposti all'interno del muscolo e in parallelo alle fibre. Nel momento in cui un muscolo viene stirato, anche i fusi in esso contenuti lo sono ed inviano impulsi al SNC che lo fanno contrarre. Se per effetto della contrazione il muscolo vince la resistenza e si accorcia, si accorciano anche i fusi che interrompono l'invio di impulsi al SNC e il muscolo si rilascia.
I fusi, inoltre, sono sensibili alla velocità con cui vengono stirati. Un esempio si ha quando un muscolo tiene una contrazione isometrica e di colpo viene aumentato il carico: se il nuovo carico fa allungare il muscolo velocemente, si ha uno stiramento dei fusi e una conseguente reazione con reclutamento di nuove fibre, inizialmente maggiore rispetto al necessario.
Gli altri propriocettori, gli organi tendinei del Golgi, li troviamo a livello della giunzione muscolo tendinea, ossia nella porzione in cui il muscolo diventa tendine.
Come i fusi, anche gli organi tendinei sono sensibili allo stiramento, anche se in quantità minore. Ecco perché per essere sollecitati hanno bisogno di uno stiramento più vigoroso. Gli impulsi prodotti dagli organi tendinei arrivano al SNC, dove formano sinapsi, ossia legame, con un neurone inibitore, che invia a sua volta un impulso inibitorio al muscolo, facendolo rilasciare.
Sia i fusi neuromuscolari che gli organi tendinei del Golgi lavorano in sinergia: i primi per determinare il giusto reclutamento di fibre muscolari, quindi il giusto grado di tensione del muscolo (movimenti più armonici); i secondi per evitare che un carico troppo alto metta in pericolo muscoli e strutture ad essi connesse.
I muscoli si adattano alle attività a cui noi li sottoponiamo, tanto che possono diventare ipertrofici, più resistenti, più facilmente estensibili, o addirittura retrarsi. Nella maggior parte dei casi essi rispecchiano quella che è la personalità individuale. Spesso attività protratte nel tempo, come quelle lavorative, possono modificare la lunghezza dei muscoli, come può succedere al bicipite brachiale del dentista o all'ileo-psoas del ciclista. I muscoli retratti possono essere vantaggiosi per certi tipi di attività, ma in altri possono essere causa di variazioni posturali, sovraccarichi, se non di infortuni. Come prevenzione è necessario effettuare esercizi di allungamento specifici, che ristabiliscano l'equilibrio.
Sottoporre a stiramento un muscolo significa sollecitare inizialmente la componente elastica, il sarcomero, e poi le componenti connettivali e i tendini, se l'allungamento perdura e contemporaneamente viene aumentato anche il grado di ampiezza.
L'effetto principale e stabile, dopo una seduta di stretching, si ha a livello del R.O.M. (Range of Motion), ossia del grado di ampiezza del movimento. Gli studiosi giustificano questo aumento del ROM con l'aumento della tolleranza allo stiramento.
Altri studi sullo stretching hanno inoltre sottolineato la diminuzione del tono muscolare e dell'eccitabilità dei motoneuroni.

Fare stretching può giovare a corpo e mente, se lo si pratica in modo corretto e nel momento giusto. Studi recenti, infatti, dicono che gli esercizi di allungamento prima di una gara potrebbero anche diminuire la prestazione, specie se non associati a un corretto riscaldamento. «Nuove ricerche mostrano anche che lo stretching prima dell’esercizio non previene gli infortuni, altra credenza comune da sfatare - fa notare Gianfranco Beltrami, medico dello sport, docente del corso di laurea in Scienze motorie dell’Università di Parma -. D’altro canto questa metodica può avere molti altri benefici che, non a caso, la rendono uno strumento molto apprezzato nella riabilitazione dopo eventuali interventi chirurgici o traumi all’apparato muscoloscheletrico».
«Coinvolgendo muscoli, tendini, ossa e articolazioni, può avere ricadute positive su tutto l’apparato locomotore, a partire da una migliore lubrificazione articolare, che può contrastare l’usura della cartilagine e quindi l’artrosi. Gli esercizi di allungamento aumentano la flessibilità e l’elasticità di muscoli e tendini, migliorano la coordinazione e, favorendo il rilassamento, riducono stress e tensioni. Lo stretching contrasta anche l’accorciamento dei tessuti (retrazione) , fenomeno legato all’invecchiamento che porta ad assumere posture scorrette. Infine, può essere di grande aiuto nei programmi di riabilitazione dopo interventi chirurgici o traumi per recuperare ampiezza di movimento».
« Può essere praticato sia come forma di ginnastica vera e propria sia come serie di manovre da abbinare all’attività fisica prescelta. In generale è meglio eseguirlo al termine di una sessione di esercizio, mentre conviene evitarlo tra un esercizio e l’altro perché potrebbe aumentare il rischio di traumi. In passato lo si consigliava anche prima di un allenamento, ma recenti dati suggeriscono possibili effetti negativi sulle prestazioni. In questi casi il consiglio è quello di fare uno stretching molto blando, associandolo sempre a un buon riscaldamento. Per non correre rischi mentre si eseguono le manovre di allungamento è importante seguire alcune semplici regole, come, per esempio, non superare mai la soglia del dolore, non tenere la posizione troppo a lungo (di solito non oltre i 30 secondi) e, se lo si pratica prima di un’attività, non fare le manovre a freddo, ma dopo un breve riscaldamento di una decina minuti. Per ottenere i massimi benefici è importante anche la respirazione che deve essere rilassata e profonda».



Gli esercizi di stretching coinvolgono muscoli, tendini, ossa e articolazioni ed in gran parte consistono in movimenti di allungamento muscolare.

I muscoli compiono la loro azione principalmente in due modi opposti: contraendosi e rilassandosi. Un muscolo adeguatamente stimolato si contrae, appena viene interrotta la stimolazione si rilascia. In relazione alla loro funzione quasi tutti i muscoli hanno una controparte complementare:

estensori e flessori
adduttori e abduttori
intrarotatori ed extrarotatori
Quando un flessore (ad esempio il bicipite brachiale) si contrae, il corrispondente estensore (il tricipite brachiale) si rilascia, e viceversa. A volte è vero, ma altre no.

Quando un muscolo raggiunge in un tempo troppo ridotto il massimo allungamento, reagisce con un meccanismo di difesa detto riflesso miotatico, che consiste in una contrazione muscolare non volontaria attuata al fine di proteggere il tessuto muscolare e connettivo da eventuali danni. Tanto più veloce sarà l'allungamento, tanto più intensa sarà la risposta del riflesso miotatico. Alla contrazione di un muscolo agonista, per effetto del fenomeno dell'innervazione reciproca o legge di Sherrington, corrisponderà un rilasciamento del suo antagonista e viceversa.

Lo stretching balistico è una tecnica di allungamento muscolare obsoleta, molto utilizzata negli anni '70 e '80 che consiste nel fare oscillare ripetutamente e in maniera incontrollata gli arti o il busto nel tentativo di forzare l'allungamento muscolare oltre il suo normale raggio di movimento. Questo movimento oscillatorio è del tutto controproducente in quanto attiva in maniera molto forte il riflesso miotatico, che nei casi più accentuati può portare a strappi e stiramenti.

Lo stretching dinamico assomiglia allo stretching balistico, ma differisce da essa nella modalità di esecuzione degli esercizi. Il concetto è sempre quello di far oscillare gli arti o il busto, ma in maniera controllata e lenta, quindi senza ricorrere a slanci e scatti come avviene diversamente invece nello stretching balistico.

Il movimento consiste nello slanciare in una determinata direzione gli arti in maniera controllata e lenta arrivando a sfruttare gradatamente tutta l'ampiezza concessa dall'articolazione, evitando l'effetto rimbalzo o il molleggio che causano l'attivazione del riflesso miotatico portando il muscolo a reagire contraendosi anziché distendersi.

Lo stretching statico passivo consiste nell'assumere una posizione ben precisa e mantenerla rilassando il muscolo interessato per un certo tempo, in genere dai 20 ai 30 secondi, mediante il supporto di un partner, senza quindi la contrazione dei muscoli agonisti (complementari a quelli che si distendono).

Lo stretching statico attivo consiste nell'assumere e mantenere una posizione rilassando il muscolo interessato per un tempo di 20-30 secondi senza l'aiuto di un partner.
Questo tipo di allungamento prevede due fasi:
fase di pre-allungamento - si assume la postura lentamente, inspirando prima del movimento ed espirando durante il movimento per assumere la postura voluta. Raggiunta la posizione, si mantiene per una durata massima di 10 secondi senza raggiungere l'allungamento massimo del muscolo interessato
fase di sviluppo - si porta il muscolo interessato al massimo allungamento, senza oltrepassare la soglia del dolore, inspirando prima del movimento ed espirando durante il movimento. Assunta la posizione di massima estensione si mantiene per un massimo di 20 secondi.
Lo stretching isometrico (PNF - Proprioceptive Neuromuscolar Facilitation ovvero "facilitazione propriocettiva neuromuscolare") è composto da quattro fasi:
Massimo allungamento graduale e lento del muscolo
Contrazione isometrica per circa 15 - 20 secondi (in posizione di allungamento)
Rilassamento di circa 5 secondi
Ulteriore allungamento del muscolo contratto precedentemente per almeno 30 secondi
CRAC - Contract Relax Agonist Contract
Cioè "contrazione, rilassamento e contrazione dei muscoli antagonisti". Si differenzia dal PNF nella fase finale dell'allungamento. Prevede la contrazione dei muscoli antagonisti a quelli che si stanno allungando. In questo metodo si sfrutta il fenomeno della inibizione reciproca, che facilita il rilassamento del muscolo agonista.
CRS - Contract Relax Stretch
Cioè "contrazione, rilassamento e stretching". Questo sistema è basato su una contrazione isometrica del muscolo 10 - 15 secondi, seguita da un rilassamento di 5 secondi e un successivo allungamento.





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martedì 1 dicembre 2015

LA PSORIASI



Secondo alcuni studiosi le prime descrizioni riguardanti la psoriasi comparirebbero già nei Codici Assiro Babilonesi (2000 a.C. circa) che ci parlano di malattie cutanee squamo crostose, in alcuni papiri egiziani e in diversi libri dell'Antico Testamento.
La psoriasi farebbe parte delle malattie della pelle a cui si riferisce la Bibbia nei capitoli 13 e 14 del Levitico e che nella Bibbia ebraica sono definite Tzaraat. "Se un uomo avrà nella pelle del suo corpo una pustola o una macchia bianca …la piaga di Tzaraat ... quel tale sarà condotto dal sacerdote che esaminerà la piaga sulla pelle del corpo" Per tali malattie della pelle vengono anche fornite alcune prescrizioni comportamentali. Una indiretta conferma potrebbe venire dal fatto che in ebraico la parola attualmente utilizzata per definire la psoriasi è sapachat ed è di origine biblica, ma di significato sconosciuto.

Ippocrate nel V secolo a.C. fornisce una descrizione piuttosto dettagliata di alcune lesioni desquamative, verosimilmente psoriasiche e ad esse si riferisce con il nome di “psora”. Celso nel I secolo dopo Cristo dà una descrizione accurata della dermatosi e suggerisce di trattarla con preparati allo zolfo. Il medico greco Claudio Galeno usò il termine "psoriasi" riferendosi ad alcune lesioni cutanee squamose e pruriginose, consigliando i pazienti di avvalersi di bagni frequenti ed unguenti grassi.
Per oltre mille anni la conoscenza e la terapia della dermatosi non fa progressi ed i medici consigliano i pazienti di avvalersi di bagni con acque sulfuree, di fanghi, di pomate grasse o di olii veicolanti catrami e preparati sulfurei. La malattia viene spesso alternativamente scambiata per lebbra o scabbia, il che porta frequentemente all'isolamento sociale dei pazienti.

La malattia verso la fine del XVIII secolo diviene nota come "lepra di Willan" quando i dermatologi inglesi Robert Willan (1757-1812) e Thomas Bateman la differenziano rispetto ad altre malattie della pelle e ne chiariscono le manifestazioni e complicanze. A loro parere la lebbra si caratterizza per le lesioni di forma regolare e circolare, mentre la psoriasi è sempre di aspetto e forma irregolare. Robert Willan identificò due diverse categorie di lesioni, la psoriasi discoide che chiamò leprosa Graecorum (equivalente alla Lepra Vulgaris o Lepra willani) e la psora leprosa.

I più famosi dermatologi del XIX secolo si dedicarono all'approfondimento dello studio della malattia, la quale a loro parere era sistemica (parlavano infatti di "malattia psoriasica"), ritenendola collegata ad alterazioni non meglio specificate degli organi interni e del sistema nervoso. Solo nel 1841 ad opera del dermatologo austriaco Ferdinand von Hebra, fondatore della nuova scuola viennese di dermatologia, alla condizione venne finalmente dato il nome definitivo di psoriasi, derivato dal termine greco psora che significa appunto prurito. La descrizione è rinvenibile nell'opera di von Hebra Atlas der Hautkrankeiten (Atlante di malattie della pelle).

La storia della psoriasi è costellata di trattamenti di dubbia efficacia e di tossicità elevata. Questi trattamenti hanno goduto di breve ed ampia popolarità in particolari periodi di tempo od in determinate aree geografiche. Gli antichi egiziani erano soliti tentare cure topiche basate su sostanze catramose ed escrementi di cani, gatti e di altri animali. Rimedi fantasiosi basati su acque sulfuree, urina, sali marini da applicarsi localmente si associano a terapie orali che richiedono di sorseggiare brodo di vipera.

Verso la metà del 1700, specialmente nel Regno Unito, viene consigliata una cura della psoriasi con preparati a base di mercurio: la terapia comprende sia applicazioni locali che un trattamento per via generale. La tossicità del mercurio rende presto poco popolare questo tentativo terapeutico. E tuttavia il mercurio rimane utilizzato a lungo in paste ed unguenti per il trattamento di malattie della pelle e psoriasi.
Da notare che anche in anni più recenti è stato tentato il trattamento di questa patologia con complessi di rame e preparazioni contenenti salicilato di rame, con scarsi risultati ed effetti tossici. Nel XVIII e XIX secolo la psoriasi, tra i vari rimedi, fu curata ricorrendo alla cosiddetta soluzione di Fowler, vale a dire una soluzione contenente un 1% di arsenico di potassio. Anche in questo caso il composto si è rivelato estremamente tossico e cancerogeno.

Ciò nonostante l'arsenico continuò ad essere ampiamente utilizzato in dermatologia, sia negli Stati Uniti d'America che in Europa, sotto forma di soluzione di Fowler e di pillole asiatiche contenenti anche oppio o pepe. L'arsenico fa tuttora parte della medicina tradizionale cinese. Nel corso del XX secolo i raggi Grenz (detti anche raggi Bucky) una forma di radiazioni X morbide, sono stati ampiamente utilizzati nel trattamento della psoriasi e di altri disturbi della pelle. Il preciso meccanismo di azione di questi raggi non è mai stato compreso pienamente ma il trattamento sembra avere un ottimo effetto sulla psoriasi, in particolare del cuoio capelluto. Questa terapia in anni più recenti è stata rimpiazzata dalla terapia con raggi ultravioletti.

Gli individui con psoriasi possono accusare una scarsa immagine di sé che nasce dalla paura di incorrere nel pubblico rifiuto e dalle preoccupazioni psicosessuali. La psoriasi è stata associata a una bassa autostima e il disturbo depressivo è più comune tra coloro che soffrono di questa condizione. Le persone con psoriasi spesso sono vittime di pregiudizi a causa dell'erronea credenza diffusa che essa sia contagiosa. Il disagio psicologico può portare a depressione significativa e isolamento sociale; un alto tasso di ideazione suicidiaria è stato associato con la malattia. Esistono molti strumenti per misurare la qualità della vita dei pazienti affetti da psoriasi e altri disturbi dermatologici. La ricerca clinica ha indicato che i pazienti vanno incontro spesso ad una diminuzione della qualità della vita. I bambini con psoriasi possono essere vittime di episodi di "bullismo".



La psoriasi è una dermatite cronica, ossia persistente e duratura, che causa un’infiammazione della pelle.

La malattia si verifica in tutte le fasce d’età e colpisce uomini e donne in percentuali uguali, ma affligge soprattutto gli adulti (mediamente il primo attacco avviene fra i 15 ed i 25 anni). Colpisce circa l’1- 2% della popolazione, con leggere differenze a seconda della nazione.

Circa il 15% delle persone affette da psoriasi soffre di un’infiammazione alle articolazioni che provoca i sintomi dell’artrite. Questa malattia si chiama artrite psoriasica.

Recenti ricerche suggeriscono che la psoriasi probabilmente è una patologia che ha origine dal sistema immunitario. Del sistema immunitario fanno parte particolari cellule del sangue che identificano e distruggono i corpi estranei , ad esempio i virus e i batteri, e si chiamano globuli bianchi (o leucociti). I globuli bianchi sono di due tipi: i linfociti T e i linfociti B, quando i linfociti T identificano una sostanza o un corpo estraneo lo attaccano. Quando i linfociti B identificano un corpo estraneo producono invece delle particolari sostanze chimiche chiamate anticorpi, questi si attaccano al corpo estraneo e lo distruggono. La psoriasi provoca un’attività anomala del sistema immunitario, e in particolare dei linfociti T, per quanto riguarda la pelle. I linfociti T causano l’infiammazione della pelle e fanno sì che le cellule della pelle si riproducano in modo anomalo ed eccessivo.

Circa un terzo dei casi di psoriasi è ereditario. I ricercatori stanno studiando le famiglie affette da psoriasi per identificare i geni all’origine della malattia.

La manifestazione cutanea ciclicamente migliora per poi peggiorare nuovamente, tra le condizioni che possono provocare il peggioramento troviamo:

i cambiamenti climatici,
le infezioni,
lo stress,
la secchezza della pelle,
i farmaci betabloccanti (usati di solito per curare l’ipertensione),
il litio (un farmaco per la terapia della depressione).

La pelle forma delle chiazze ispessite e arrossate, coperte da squame di colore grigio. Le scaglie sono dovute al fatto che le cellule nello strato superiore della pelle si riproducono più velocemente del normale e quindi si accumulano sulla superficie; di solito vengono definite placche e spesso provocano prurito e bruciore. La pelle in corrispondenza delle articolazioni può fessurarsi. Le lesioni possono manifestarsi di differente dimensione e gravità, da piccole zone a aree talmente estese da diventare un problema debilitante.

Nella maggior parte dei casi la psoriasi colpisce i gomiti, le ginocchia, il cuoio capelluto, la parte bassa della schiena, il viso, il palmo delle mani e la pianta dei piedi, ma può interessare la pelle in qualsiasi zona del corpo; può anche interessare le unghie delle mani e dei piedi, e i tessuti molli della cavità orale e della zona genitale. Le lesioni non provocano cicatrici permanenti.

Le persone affette da psoriasi possono soffrire inoltre di ulteriori disturbi, tra i quali troviamo dolore e prurito, difficoltà di movimento articolare e stress emotivo.

I medici di solito diagnosticano la patologia dopo un’attenta analisi della pelle, tuttavia la diagnosi può essere difficile poiché la psoriasi spesso assomiglia ad altre malattie della pelle. Il medico potrebbe voler effettuare una biopsia, ovvero prelevare un campione di pelle, che verrà esaminato da un patologo al microscopio.

La psoriasi può presentarsi in diverse forme, le più diffuse sono:

la forma più comune è la psoriasi a placche: in questa forma le lesioni sono rosse alla base e ricoperte di scaglie grigiastre di pelle.
Psoriasi guttata. Appaiono delle piccole lesioni localizzate sull’addome, sul petto, sulla schiena, sugli arti e sul cuoio capelluto. La psoriasi guttata di solito si scatena dopo infezioni batteriche, come quelle da streptococco.
Psoriasi pustolosa. Sulla pelle compaiono vesciche piene di pus, che però non sono di natura infettiva. Gli attacchi di psoriasi pustolosa possono essere scatenati da terapie mediche, da infezioni, da stress o dall’esposizione a determinate sostanze chimiche. La psoriasi pustolosa può colpire zone della pelle poco estese oppure al contrario molto vaste.
Psoriasi invertita. Si formano placche grandi, secche, lisce e di colore rosso vivo nelle pieghe della pelle vicino ai genitali, sotto il seno o sulle ascelle. La psoriasi invertita è collegata a un aumento della sensibilità allo sfregamento e alla sudorazione e può essere molto dolorosa o causare un forte prurito.
Psoriasi eritrodermica. La pelle presenta grandi chiazze arrossate e squamate che spesso causano prurito o dolore. La psoriasi eritrodermica può essere causata da gravi scottature oppure da determinati farmaci.



La terapia della psoriasi dipende da:

gravità del disturbo,
estensione delle zone colpite,
tipo di psoriasi,
bontà della risposta alla terapia iniziale.
Le terapie disponibili sono le seguenti, e di solito vengono intraprese proprio in quest’ordine:

farmaci per uso topico (applicati direttamente sulla pelle),
fototerapia (terapia mediante raggi luminosi),
terapia sistemica, ovvero assunzione di farmaci per via orale o per iniezione.
Con il passare del tempo, la pelle colpita da psoriasi può sviluppare resistenza alla terapia, soprattutto se questa viene effettuata con corticosteroidi per uso topico. Inoltre, una terapia che si dimostra efficace per un paziente, potrebbe non esserlo per un altro. Un approccio per prove ed errori di solito può aiutare il medico a trovare una terapia efficace. Di tanto in tanto, potrebbe essere necessario cambiare terapia.

I farmaci applicati direttamente sulla pelle spesso sono in grado di far regredire la psoriasi.

Gli unguenti a base di corticosteroidi (cortisone) possono far migliorare la psoriasi, ma non la faranno sparire totalmente. Gli steroidi sono efficaci, ma se vengono usati in quantità eccessive o per un periodo troppo lungo la malattia può anche peggiorare. I farmaci per uso topico a base di vitamina D3 o analoghi chimici (come per esempio il calcipotriolo, Daivonex® e Psorcutan® per esempio) possono tenere sotto controllo la sovrapproduzione di cellule della pelle e possono far regredire i sintomi.

I farmaci per uso topico che contengono retinoidi, sostanze derivate dalla vitamina A, possono contribuire a tenere sotto controllo la psoriasi. La loro azione non è rapida come quella degli unguenti a base di corticosteroidi, ma hanno minori effetti collaterali. Le donne in età fertile dovrebbero però usare metodi anticoncezionali durante la terapia a base di retinoidi. Tra gli altri farmaci per uso topico troviamo: il carbone minerale, l’antralina e l’acido salicilico.

Altri farmaci per uso topico, come ad esempio le soluzioni per il bagno e le lozioni idratanti, possono alleviare i sintomi, ma di solito non sono sufficienti per far scomparire per sempre le lesioni.

I raggi ultravioletti (UV) emessi dal sole distruggono i linfociti T della pelle, in questo modo l’infiammazione regredisce e rallenta la sovrapproduzione di cellule che provoca la comparsa di squame sulla pelle; per le forme più lievi di psoriasi è possibile usare una terapia che si avvale di luce artificiale, più controllata.

Esistono due tipi di raggi UV, gli UVA e gli UVB. La fototerapia con raggi UVB usa sorgenti di luce artificiali, mentre lo Psoralene e i raggi UVA possono essere combinati nella cosiddetta terapia P.UVA. Lo Psoralene è un farmaco che può essere assunto per via orale oppure topica che rende l’organismo più sensibile ai raggi UV tuttavia, se la terapia si protrae per troppo tempo, aumenta il rischio di tumore alla pelle. Esiste infine un particolare tipo di laser come adatto a curare la psoriasi di intensità da lieve a media: i laser offrono una maggiore precisione nell’irradiare la pelle malata.

Per le forme più gravi di psoriasi la migliore opzione è quella di assumere farmaci sistemici, oralmente o tramite iniezione, tra questi troviamo:

Metotrexato
Ciclosporine
Idrossiurea
I farmaci immunosoppressori possono avere effetti collaterali importanti, ad esempio è possibile che i figli concepiti dai pazienti che assumono questo tipo di farmaco presentino delle anormalità.

I retinoidi, usati anche per via sistemica, sono chimicamente analoghi alla vitamina A: poiché anche questo farmaco può causare malformazioni fetali, le donne dovrebbero usare un qualche metodo anticoncezionale a partire da un mese prima della terapia, fino a tre anni dopo la sua conclusione.

Il trattamento per via sistemica viene riservato ai soggetti con forme gravi o particolarmente estese, oppure a quei pazienti nei quali i trattamenti topici o fototerapici si sono dimostrati inefficaci. La decisione di iniziare una terapia per via sistemica in un soggetto affetto da psoriasi deve essere considerata con grande attenzione e, in ogni caso, deve essere preceduta dalla esecuzione dei normali esami ematochimici e dal controllo dei test di funzionalità epatica a causa della potenziale tossicità di molti farmaci.
I principali agenti attivi nella psoriasi per via sistemica sono il metotrexate, la ciclosporina A ed i retinoidi (acitretina e etretinato).

La ciclosporina A (CsA) è un farmaco immunosoppressore comunemente utilizzato per controllare il rigetto dei trapianti d'organo. Il suo possibile utilizzo nel trattamento della psoriasi fu accidentalmente scoperto alla fine degli anni '70. Quando è utilizzato al dosaggio di 3–5 mg/kg/die risulta molto attivo ed efficace. Ottenuta la remissione clinica (in genere entro 2 mesi di terapia) è possibile passare a un dosaggio di mantenimento oppure sospendere il trattamento. I cicli di trattamento non dovrebbero superare la durata di 6 mesi, eventualmente ripetibili in caso di recidiva.

Il methotrexate (MTX) è un altro farmaco immunosoppressore che viene utilizzato per via orale, per via intramuscolare o endovenosa. La maggior parte dei pazienti risponde a dosi comprese tra 7,5 e 15 mg/settimana. Il farmaco risulta mielotossico ed epatotossico, soprattutto a dosaggi elevati.

L'etretinato (E) è indicato in alcuni tipi di psoriasi. Il farmaco viene assunto per via orale ed il dosaggio che permette di ottenere una buona risposta terapeutica in genere è compreso tra 0,75 e 1 mg/kg/die. Il farmaco può comportare un innalzamento dei valori di trigliceridi e colesterolo, nonché danni osteoarticolari, talvolta clinicamente non evidenti ma documentabili con l'esecuzione di radiografiche vertebrali. Altri effetti avversi che compaiono con una certa frequenza con l’utilizzo dei retinoidi, sono di carattere muco-cutaneo e la loro intensità è spesso dose-correlata.
L'acitretina in molti Paesi ha sostituito l'etretinato. Si tratta di un retinoide con effetti molto simili a quest'ultimo, somministrabile per via orale e caratterizzato da un metabolismo più rapido.

I farmaci biologici rappresentano uno dei maggiori progressi ottenuti dalla medicina negli ultimi anni in campo terapeutico.
Il successo di queste nuove terapie risiede nella loro grande selettività d'azione che consente di ottenere, nella maggior parte dei casi, una notevole efficacia terapeutica con assenza di tossicità per gli organi nel trattamento a lungo termine ed una buona tollerabilità. I farmaci biologici si caratterizzano per la capacità di interferire in modo selettivo, a vari livelli e con modalità di azione differenti, nei processi immunologici che scatenano e sostengono la psoriasi. Come è noto da anni ed è già stato trattato nella sezione patogenesi, nello sviluppo della psoriasi sono infatti coinvolte sia cellule proprie della cute, quali i cheratociti, sia cellule del sangue destinate alla regolazione delle risposte immunitarie, come i linfociti T. È proprio l'alterazione del fisiologico "dialogo" fra questi due tipi di cellule che dà luogo a uno squilibrio nella sintesi dei prodotti dei linfociti T, con abnorme produzione di una serie di molecole di interazione cellulare che porta, in ultima analisi, alla flogosi, all'eritema e alla formazione di squame.



I farmaci biologici finora prodotti, ottenuti attraverso le tecniche del DNA ricombinante, agiscono su specifiche molecole attivate nella psoriasi, quali il TNF-alfa o l'interleuchina 12/23, andando a colpire selettivamente uno dei «centri vitali» della malattia. Questi farmaci sono anticorpi monoclonali privi di tossicità d'organo nel lungo termine. Questo significa che una volta iniziati, non è prevista una loro sospensione, a meno di eventi avversi, intolleranza o inefficacia. La somministrazione, che in genere avviene tramite iniezioni sottocutanee o infusione endovenosa, può essere adeguatamente diluita nel tempo con intervalli tra i trattamenti che vanno da una settimana a dodici settimane in relazione all'emivita della singola molecola. L'intervallo tra le somministrazioni determina un conseguente miglioramento della qualità della vita del paziente, che può aderire in modo più agevole al progetto terapeutico. La storia clinica di neoplasia controindica il ricorso ai farmaci biologici. L'efficacia di questi ultimi inoltre, in particolare degli anti-TNF-alfa, è notevolmente ridotta nei soggetti obesi.

I farmaci biologici registrati dall'EMA (European Medicines Agency) sono stati monitorati in un registro italiano nell'ambito del progetto "PsoCare", da alcuni centri di riferimento, per verificarne la tollerabilità, l'efficienza e l'efficacia a lungo termine.

L'etanercept è una proteina di fusione ottenuta tramite tecniche di DNA ricombinante del recettore umano p75 del fattore TNF-alfa con la frazione Fc dell’immunoglobulina umana IgG1. La proteina funziona da recettore solubile per il TNF-alfa e possiede un'affinità di legame per il TNF-alfa più alta di quella degli altri recettori solubili. Il farmaco viene somministrato con punture sottocutanee somministrate settimanalmente. L'etanercept, registrato all'EMEA (Agenzia europea per i medicinali), è un farmaco indicato per la psoriasi, l'artrite psoriasica, l'artrite reumatoide e la spondilite anchilosante.

L'efalizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato ricombinante che lega specificatamente un'importante molecola di adesione dei linfociti T, fondamentale in tre processi chiave nella genesi della psoriasi, quali il legame dei linfociti ad altre cellule, la migrazione dal sangue al derma e l’attivazione delle cellule T, che conduce al rilascio delle citochine infiammatorie e alla proliferazione dei cheratinociti. Questo farmaco è stato registrato all'EMEA, indicato per la psoriasi e somministrato con punture sottocutanee. L'efalizumab è stato sospeso dall'EMA (precedentemente chiamata EMEA) nel febbraio 2009 per elevata tossicità (rischio di morte per leucoencefalopatia multifocale progressiva) e scarsa efficacia.

L'infliximab è un anticorpo monoclonale chimerico che si lega con alta specificità e affinità sia alla forma solubile sia a quella trans-membrana del Tumor Necrosis Factor (TNF-alfa), inibendone l'attività. Il TNF-alfa è una citochina pro-infiammatoria presente ad alti livelli nelle lesioni psoriasiche e nella sinovia articolare di pazienti con artrite psoriasica. Numerose evidenze dimostrano che esiste una correlazione fra la gravità della patologia cutanea e l'aumentata concentrazione di TNF-alfa nel siero. L'infliximab pertanto agisce riducendo l'infiammazione e l'iperproliferazione rispettivamente dell'eritema e della formazione della squama. Attualmente in Italia è stato approvato nella terapia dell’artrite reumatoide, della malattia di Crohn, della spondilite anchilosante, per l'artrite psoriasica e per la psoriasi. La somministrazione del farmaco avviene per via endovenosa.

L'adalimumab è un anticorpo monoclonale che ha come target il TNF-alfa. L'anticorpo viene somministrato per via sottocutanea in preparazione liquida alla dose di 40 mg ogni due settimane. Come tutti gli anti TNF-alfa possiede una grande selettività d'azione, cioè è in grado di agire solo sull'attività della molecola, senza interferire con altri sistemi dell’organismo. Nel 2008 il farmaco è stato approvato per l'utilizzo nella psoriasi e nella artrite psorisiaca. Nello stesso anno AIFA e la società produttrice tramite una dear doctor letter hanno comunicato ai medici che il farmaco, sia pure in rari casi, può determinare la comparsa di linfoma epatosplenico a cellule T.

L'alefacept è una proteina di fusione umana LFA-3/IgG1 che agisce bloccando l’interazione tra le cellule che presentano l’antigene e i linfociti T. Il farmaco è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) ma non ha mai ricevuto l'approvazione dall'autorità europea European Medicines Agency (EMA). Nel 2011 la società farmaceutica che lo produceva comunicava di aver cessato la promozione, la produzione, le distribuzione e la vendita del farmaco per problemi di approvvigionamento.

L'ustekinumab è un anticorpo monoclonale IgGk1 interamente umano, che lega interleuchina 12 e 23, approvato per la psoriasi a placche e per artrite psoriasica sia da FDA che da EMA. L'anticorpo si è dimostrato efficace anche nella malattia di Crohn. Viene somministrato per via sottocutanea in dosaggio da 45 mg per individui con peso inferiore o uguale a 100 kg e 90 mg per individui con peso superiore a 100 kg ogni 12 settimane.

Oltre ai fattori genetici, possono essere importanti anche alcuni fattori ambientali, considerati «scatenanti», che rendono manifesto ciò che è già geneticamente determinato (ovvero potrebbe accadere che una persona abbia sì delle mutazioni genetiche che la predispongono alla psoriasi, ma non andando incontro a nessuno dei seguenti «fattori» la malattia potrebbe non manifestarsi mai).
I più importanti sono: lo stress; i traumi fisici (ferite, contusioni); le infezioni, non solo della pelle; alcuni farmaci come betabloccanti, interferone, litio, antimalarici e FANS; il fumo di sigaretta; l’abuso di alcool; l’obesità.

Un evento stressante precede spesso l’esordio della psoriasi. Si calcola che nel 50-70 per cento dei pazienti un forte stress abbia anticipato di qualche giorno l’insorgenza delle prime manifestazioni cutanee. Lo stress può inoltre aggravare una psoriasi stabile già insorta da molto tempo.

Inoltre, diversi tipi di trauma fisico possono causare la comparsa di lesioni psoriasiche in un’area cutanea precedentemente indenne. Questo evento è noto come fenomeno di Koebner (perché descritto per la prima volta nel 1876 dal Medico tedesco Heinrich Koebner) e i traumi cutanei che possono scatenarlo includono le abrasioni, le contusioni, il grattamento, le dermatiti da contatto, gli interventi chirurgici, le ustioni solari, i tatuaggi, l’infezione da herpes zoster.

Le infezioni respiratorie, in particolare faringo-tonsilliti causate dallo Streptococco, possono precedere una psoriasi eruttiva (con lesioni di piccole dimensioni, «a goccia»), soprattutto nei bambini.

Alcuni farmaci possono poi favorire la comparsa o esacerbare la psoriasi: in particolare i betabloccanti, il litio, gli antimalarici di sintesi, alcuni FANS, il cortisone per uso sistemico, gli interferoni. Il meccanismo attraverso il quale queste molecole si associano allo sviluppo delle lesioni psoriasiche è diverso da farmaco a farmaco.

Anche l’alcol è stato chiamato in causa nella patogenesi della psoriasi e rappresenta un fattore scatenante ben noto. Inoltre, in chi già soffre del disturbo l’assunzione di alcol è aumentata rispetto alla popolazione generale e i pazienti che consumano grandi quantità di alcolici presentano una maggiore severità ed estensione della malattia cutanea rispetto agli altri. Si ritiene infatti che l’alcol sia in grado di contribuire ad aumentare l’infiammazione tissutale, mentre l’astinenza ha dimostrato di favorire la remissione della psoriasi.

Alcuni studi, infine, hanno documentato una relazione tra il fumo e la psoriasi, in particolare una variante pustolosa localizzata in sede palmo-plantare. Alla base di questo fenomeno ci sarebbero alterazioni morfologiche e funzionali di alcune cellule del sistema immunitario nei fumatori in grado di favorire la migrazione dei neutrofili a livello cutaneo e il danno ossidativo tissutale. Motivo per cui si consiglia a chi soffre di psoriasi di evitare il consumo di tabacco, peraltro causa di altre gravi malattie, tra cui tumori e patologie cardiovascolari e respiratorie.La psoriasi è una malattia multifattoriale, dipende cioè da diverse cause di natura sia genetica che ambientale. Non esiste quindi un singolo fattore di per sé responsabile dell’insorgenza della patologia, ma è necessario tenere conto dei diversi aspetti che, in maniera variabile da individuo a individuo, concorrono a determinare questa complessa patologia.



Per quanto riguarda l'infezione da HIV va ricordato che la comparsa di psoriasi può rappresentare la manifestazione iniziale di una infezione avanzata, spesso misconosciuta dallo stesso paziente. Questo fatto è apparentemente un paradosso. Infatti molti trattamenti immunosoppressivi tradizionali utilizzati per curare la psoriasi hanno come effetto una riduzione dei linfociti T (cosa che avviene naturalmente nel corso della infezione da HIV) e si associano ad un miglioramento della condizione. Al contrario la condizione di immunosoppressione determinata da HIV porta ad una esacerbazione della psoriasi. Quindi paradossalmente si è di fronte ad una condizione, la psoriasi, mediata da cellule T che compare al diminuire delle stesse T cellule. Oltre a ciò la psoriasi è in genere mediata da citochine di tipo 1, mentre in HIV, sono le citochine di tipo 2 che tendono a predominare. Si ipotizza che la riduzione delle cellule T di tipo CD4 possa provocare una iperattivazione delle cellule CD8, che sono responsabili dell'esacerbazione della psoriasi nei pazienti HIV positivi. È verosimile che sia in presenza che in assenza di infezione da HIV, la psoriasi sia ampiamente mediate da cellule della memoria T CD8, forse con un ruolo fondamentale dell' interferone gamma, secreto da queste cellule.

Diverse condizioni sono associate con la psoriasi. Queste si verificano più frequentemente nelle persone anziane. Quasi la metà degli individui con psoriasi di età superiore ai 65 anni accusano almeno tre comorbilità mentre i due terzi ne hanno almeno due.

La psoriasi è stata associata con l'obesità e con numerosi altri disturbi cardiovascolari e metabolici. L'incidenza del diabete è più alto del 27% nelle persone affette dalla condizione rispetto a coloro che non ne soffrono. La psoriasi grave può essere ancora più fortemente associata con lo sviluppo di diabete rispetto alla psoriasi lieve. I pazienti più giovani vedono anche un aumentato del rischio di sviluppare il diabete. Le persone con psoriasi o artrite psoriasica hanno un rischio leggermente più elevato di incorrere in malattie cardiache e infarti miocardici rispetto alla popolazione generale. Il rischio di malattia cardiovascolare sembra essere correlata con la gravità della psoriasi e con la sua durata. Non vi sono, tuttavia, consistenti prove che suggeriscono che la psoriasi possa essere associata ad un aumentato del rischio di morte per eventi cardiovascolari. L'assunzione di methotrexate può fornire un livello di protezione per il cuore.

Le probabilità di soffrire di ipertensione è 1,58 maggiore nelle persone con psoriasi rispetto a coloro che sono privi di questa condizione; tale dato risulta essere più elevato nei gravi casi di psoriasi. Una simile correlazione è stata osservata nelle persone che soffrono di artrite psoriasica, le cui probabilità di sviluppare ipertensione sono risultate 2,07 volte maggiori rispetto alla popolazione generale. La correlazione tra la psoriasi e l'ipertensione, al 2015, non è ancora stata compresa. Sono stati ipotizzati diversi meccanismi che potrebbero essere coinvolti, come la disregolazione del sistema renina-angiotensina, elevati livelli di endotelina 1 nel sangue e un aumento dello stress ossidativo. L'incidenza delle alterazioni del ritmo cardiaco come la fibrillazione atriale è di 1,31 volte maggiore nelle persone con psoriasi lieve e 1,63 volte maggiore nelle persone con psoriasi grave. Si può riscontrare anche un leggero aumento del rischio di ictus soprattutto nei casi più gravi di psoriasi. Il trattamento degli alti livelli di colesterolo mediante l'assunzione di statine, è stata associata alla ridotta gravità della psoriasi, come misurato dal punteggio PASI, ed è stato anche correlata ad un miglioramento di altri fattori di rischio della malattia cardiovascolare, come i marker di infiammazione. Tali effetti cardioprotettivi sono attribuiti alla capacità delle statine di migliorare il profilo lipidico del sangue e per via dei loro effetti anti-infiammatori. Si ritiene, pertanto, che l'uso di statine nei pazienti con psoriasi e iperlipidemia, comporti una diminuzione dei livelli di alta sensibilità alla proteina C-reattiva e TNF e ad una ridotta attività della proteina immunitaria LFA-1. Rispetto ai soggetti senza psoriasi, le persone con tale condizione hanno una probabilità maggiore di soddisfare i criteri per la sindrome metabolica.





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