Visualizzazione post con etichetta fobia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fobia. Mostra tutti i post

venerdì 25 dicembre 2015

LA FOBIA DELLA MAMMA



Distacco, separazione sono temi ricorrenti nell’arte, nella poesia, nel cinema.

La propensione a stringere e mantenere relazioni emotive intime è scritta nel nostro patrimonio genetico e presente dai primi giorni di vita, all’inizio sotto forma di riflessi innati (pianto, suzione, prensione, orientamento, sorriso) che diventeranno, in seguito alle risposte dell’ambiente, schemi di comportamento sempre più sofisticati.

L’angoscia di abbandono compare nel bambino piccolissimo non appena si rende conto di non essere un tutt’uno con la madre. Non c’è niente di più angoscioso del pianto di un neonato quando vede la madre allontanarsi e teme che non torni più.

L’ansia di separazione è sempre stata considerata una delle prime manifestazioni psicopatologiche infantili, alla base di sintomi come la fobia della scuola o di paure che possono gettare un’ombra sull’infanzia, come il timore del divorzio dei genitori.

Anche nell’adulto questo sentimento atavico può riemergere in modo più o meno violento di fronte ad una perdita, rievocando lo stesso senso di vuoto e l’angoscia in cui precipitavamo da piccoli.

La perdita rappresenta un “lutto” e può essere vissuta come una grave minaccia alla propria esistenza, un’amputazione di una parte di sè. Spesso si accompagna alla percezione di non poter sopravvivere senza l’altro, e ad una visione catastrofica della vita e del mondo.

In questo momento possono venire a galla inaspettati aspetti nascosti della personalità: attacchi di panico, depressione o addirittura far esplodere la follia.

E’questo lo scenario che fa da sfondo alla maggior parte dei crimini passionali, così inquietanti anche perchè nascono sull’onda di sentimenti connaturati al genere umano. Spesso si tratta di persone insospettabili, rispettabili, rivestite da una coltre di normalità, in cui la perdita di un legame affettivo risveglia sentimenti primordiali.

Il tema del distacco tocca le corde più sensibili dell’animo umano perchè spezza uno degli istinti più forti non solo nell’uomo ma anche in alcune specie animali: l’attaccamento, inizialmente alla madre, poi spostato sulla persona amata.

“L’attaccamento” è un concetto usato in psicologia per esprimere l’insieme di comportamenti, pensieri, emozioni orientati alla ricerca della vicinanza, della protezione e del conforto da parte di una figura privilegiata.

La teoria dell’attaccamento studia i processi attraverso i quali si costruiscono quei modelli interni da cui dipenderà come ci rapportiamo nei legami intimi, ossia come ci rappresentiamo l’altro, come viviamo noi stessi, le nostre aspettative, le nostre paure. Tali schemi, che si costruiscono nel bambino piccolissimo (tra i 7 e i 15 mesi) agiscono al di là della consapevolezza e organizzano le informazioni relative ai rapporti affettivi, determinando cosa portiamo all’attenzione, che significato diamo agli eventi, che emozioni ci suscitano, che comportamenti adottiamo in risposta. Lo stile di attaccamento rispecchia l’unicità delle aspettative di ciascun individuo riguardo alla disponibilità degli altri per la soddisfazione del bisogno di protezione, vicinanza e condivisione.

In questo contesto assumono un peso rilevante le esperienze tra il bambino e la figura che si prende cura di lui, poiché rivestono una funzione cruciale nella costruzione dell’identità personale e nel modo di rapportarsi agli altri.

A volte esperienze infantili non ci permettono di interiorizzare l’altro come base sicura, come presenza interna stabile e positiva, minando anche la costruzione della propria identità e individualità.

La reazione all’abbandono può divenire patologica quando il primo legame di attaccamento non è stato sicuro.

Esperienze attuali possono rievocare antiche ferite, facendo riaffiorare costellazioni di angosce primitive, mai metabolizzate, confermando le aspettative di tradimento, inaffidabilità da parte dell’altro e un’immagine di sè come vulnerabile, destinato ad essere ferito, rifiutato nei rapporti.

La separazione diventa non solo perdita dell’altro ma anche perdita di sè, come persona degna di amore.

Il mondo diventa improvvisamente un deserto privo di senso, dove niente è stabile e ogni rapporto intimo porta con sè il fantasma dell’abbandono e del dolore insostenibile che comporta.

Il tipo di attaccamento tende ad essere piuttosto stabile, può comunque modificarsi in seguito ad esperienze particolarmente significative. La psicoterapia può costituire un’esperienza emozionale correttiva in grado di modificare i vecchi schemi e interrompere i circoli viziosi che rinnovano le esperienze traumatiche del passato.

Tale concetto trae le sue origini dalla “teoria dell’ attaccamento”, che si sviluppò in seguito agli studi condotti da John Bowlby, in Inghilterra intorno agli anni cinquanta. Egli studiò gli effetti della “deprivazione materna”, cioè della assenza della madre in bambini istituzionalizzati e ospedalizzati.
Il bambino ha una predisposizione innata a ricercare la vicinanza di una figura di riferimento che se ne occupi e che gli attribuisca un valore. Egli di conseguenza  arriva ad attaccarsi a chi lo cura. Un neonato da solo sarebbe esposto a qualsiasi rischio, ha perciò bisogno di qualcuno che gli dia protezione e che faccia da “filtro” tra sè e il mondo. In genere è la madre che da al bambino le cure necessarie: lo alimenta, lo coccola e lo riscalda, lo pulisce e lo cura nel corpo, gli parla e risponde a tutti i suoi bisogni.
C’è comunque un’azione reciproca nella formazione del legame, la reciprocità è la giusta base per consentire gradualmente al bambino di rendersi autonomo. Nella dinamica dell’attaccamento, una madre “sufficientemente buona”, creerà con il suo bambino un clima in cui siano possibili sia l’esplorazione creativa (nel cibo, nel contatto con l’ambiente, nell’espressione dei bisogni) che la verifica della realtà per poi arrivare al successivo distacco da lei.
Secondo la teoria dell’attaccamento, tale processo inizia dopo la nascita e continua durante i primi tre anni.



Gli effetti sono riscontrabili sin dal primo e secondo anno di vita del bambino, infatti a partire da un anno di possono distinguere quattro tipologie di attaccamento dal modo in cui il bambino reagisce alla separazione dalla mamma.

Attaccamento sicuro: il bambino è sereno e tollera bene le assenze della mamma, non protesta se rimane con persone che conosce bene. Però ci può essere protesta breve soprattutto in presenza di situazioni nuove, o a persone sconosciute, che è comunque indice di un buon legame e di equilibrio.
Attaccamento insicuro-evitante: il bambino sembra essere autonomo, invece nasconde il bisogno della presenza costante e continua della mamma. Il legame è mascherato e nascosto, poichè la madre è tendenzialmente rifiutante e non responsiva ai bisogni. Sarà in seguito che si manifesteranno delle difficoltà, nel momento in cui il bambino dovrà realmente misurarsi con la sua autonomia, come: l’entrata alla scuola materna o elementare.
Attaccamento ambivalente o resistente: è tipico dei bambini molto affettuosi e coccoloni, ma che non sopportano l’idea di non avere sempre accanto la mamma. Sono generalmente  bambini molto ansiosi. L’idea o “la minaccia” che la mamma non sia visibile o “toccabile”  li manda in ansia e si allarmano appena accenna ad allontanarsi. La madre ha un atteggiamento ambivalente e tendenzialmente intrusivo.
Attaccamento disorientato o disorganizzato: sono quei bambini inibiti dalla presenza della mamma e disturbati dalla sua assenza. Sono situazioni di gravi carenze materne sui bisogni di base del bambino sin dalla nascita. Potrebbero essere madri depresse, maltrattanti o con difficoltà psicologiche tali da non riuscire a rispondere adeguatamente ai bisogni primari di accudimento. Questi bambini sono ad elevato rischio di sviluppare psicopatologie e disturbi di personalità.

Tale processo inizia già dopo la nascita e continua durante i primi tre anni. Davanti alla separazione dalla mamma, è anche sano e giusto che ci sia una protesta del bambino che rientra in un comportamento tollerante e che conferma il legame di tipo sicuro. Il distacco, le piccole separazioni possono essere inizialmente difficili da affrontare, non solo per il bambino piccolo, ma anche per la mamma. Ne sono un esempio: il ritorno al lavoro dopo il parto e lo svezzamento, che rappresenta l’abbandono non solo di un’abitudine e di un piacere condiviso, ma con il seno materno, di una forte intimità. Simbolicamente si potrebbe dire che se si è instaurato un buon legame tra madre e bambino in queste prime fasi, anche successivamente, di fronte alle separazioni il piccolo sa che in quel distacco “non perde la mamma”, perchè tiene in sé, interiorizza, quel legame e quella fiducia di base.
La sicurezza ricevuta dal bambino rappresenta per lui fiducia e “base sicura” che gli eviterà successivamente di cadere in preda all’insicurezza e all’angoscia per la separazione.

C’è un altro momento evolutivo critico, in cui il bambino può vivere male il distacco. Accade quando tra i 7/8 mesi le sue figure di attaccamento si allontanano, o sono presenti, ma ci si trova con estranei, intesi anche come persone che il bambino non vede abiltualmente tutti i giorni o tutte le settimane, di cui non sa prevedere le reazione ed i comportamenti, questa fase è chiamata - fase dell’ansia dell’estraneo o angoscia dell’ottavo mese.

Il bambino intorno ai tre anni dovrebbe già essere in grado di tollerare l’assenza della mamma per breve periodo di tempo durante la giornata, come avviene alla scuola materna. A tre anni il bambino può attingere a quella sicurezza interiore, frutto del buon legame con lei. Attenzione perché ciò non significa totale autonomia, ma lascia spazio ancora a quella fluttuazione tipica tra bisogni di autonomia nel “fare le cose da solo” da un lato, e bisogni di protezione, coccole e consolazione dall’altro. Il bambino di tre anni, è infatti ancora molto dipendente dalle figure di riferimento, ma inizia anche a possedere le necessarie competenze, cioè risorse intellettive, motorie, linguistiche, emotive, per sperimentare la separazione e per dirsi “che ce la posso fare”.

La fobia scolare colpisce tra l'1% e il 5% dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere socio-economico. Esordisce in infanzia intorno ai 5-6 anni, ma colpisce anche i bambini compresi nella fascia di età 10-11 anni, mentre in adolescenza può verificarsi tra i 12 e i 15 anni, evidenziando la diffusione del fenomeno durante specifici punti critici e importanti cambiamenti evolutivi quali il passaggio dalla scuola materna alla scuola elementare, dalle scuole elementari alle scuole medie inferiori e dalle scuole medie inferiori a quelle superiori. Nell'80% dei casi colpisce soprattutto i soggetti maschi e in genere si tratta di figli unici, primogeniti o prediletti.

La fobia scolare può essere considerata una forma di fobia sociale che insorge nei bambini i quali, solitamente senza nessun preavviso, si rifiutano di andare a scuola mostrando disturbi d'ansia, che a loro volta possono evolvere in attacchi di panico nel momento in cui si esce da casa o ci si avvicina all'edificio scolastico. Dal punto di vista fisiologico la fobia si manifesta con un'ampia serie di sintomi somatici quali vertigini, mal di testa, tremori, palpitazioni, dolori al torace, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, dolori alle spalle e dolori agli arti. Nella maggior parte dei casi, se il bambino rimane a casa assentandosi da scuola, questi sintomi scompaiono o si attenuano, per poi ricomparire la mattina successiva. Inoltre, i bambini che soffrono di fobia scolastica possono manifestare crisi di pianto o avere attacchi di collera. Il livello di angoscia può raggiungere picchi elevati sin dalla sera prima, disturbando il riposo e il sonno del bambino, il quale è caratterizzato da incubi o risvegli nel pieno della notte (talvolta con enuresi), andando a interferire col comportamento emotivo e cognitivo, con allucinazioni fatte di fantasmi e mostri.

I sintomi possono includere continue lamentele e rimostranze nel frequentare la scuola, ritardi o assenze ingiustificate nelle giornate significative (compiti in classe e interrogazioni), richieste frequenti di chiamare o tornare a casa o di recarsi in infermeria o in bagno a causa di disturbi fisici. La fobia può colpire anche chi, in precedenza, aveva mostrato un buon rapporto con l'ambito scolastico, buoni risultati e nessun problema nei rapporti sociali tra compagni e docenti. I soggetti colpiti, in alcuni casi, non sono in grado di giustificare il loro comportamento, riversando le responsabilità su non chiare delusioni subite da qualche professore o compagno.

Sebbene il rifiuto scolastico non sia classificato come disturbo clinico dalla quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, esso può essere associato a diversi disturbi psichiatrici, tra cui ansia da separazione, fobia sociale e disturbo della condotta. In casi estremi, può sfociare in schizofrenia o in un disturbo narcisistico di personalità, ove i bambini o ragazzi si convincono di essere in qualche modo speciali o diversi dagli altri, accompagnando questo comportamento con la richiesta di un insegnante privato. Quest'ultimo aspetto è dovuto al fatto che, nonostante la marcata repulsione nel frequentare la scuola, essi continuano a impegnarsi nelle attività scolastiche e nello studio, discostando la natura del fenomeno da motivazioni quali lo scarso interesse o lo scarso impegno. In altri casi, la fobia scolare può essere accompagnata da un disturbo depressivo, qualora il soggetto provi un senso di vergogna per il fallimento scolastico, da insicurezza, bassa autostima e inadeguatezza, soprattutto nei periodi di passaggio da una scuola inferiore a una di livello superiore.

È possibile ricercare le cause di tale disturbo classificandole in due diversi principali tipi di fobia scolare:

la fobia scolare associata all'ansia da separazione
la fobia scolare associata ad altre tipologie di fobia
La prima tipologia include quei soggetti che hanno una madre anch'essa soggetta a crisi d'ansia o che in passato ha presentato gli stessi sintomi da fobia scolastica. Secondo la teoria dell'attaccamento, la madre è in grado di trasmettere tali stati d'ansia nel figlio, rafforzando in lui il comportamento evitante e dipendente. Secondo questa teoria, quindi, il rifiuto scolastico sarebbe alla base di un disturbo d'ansia da separazione, uno dei disturbi classificati dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali e che sarebbe causato dal distacco dalla madre. L'iper-protettività della madre, sommata all'assenza di una figura maschile (la quale può essere causata da lavoro o problemi familiari del padre) impedisce lo sviluppo psicologico autonomo e indipendente nel figlio.

La seconda tipologia trarrebbe origine da una vera e propria paura della scuola con conseguente fobia sociale. Nei soggetti più grandi, tale fobia può sfociare in un disturbo evitante di personalità, e potrebbe essere dovuta, ad esempio, ai fallimenti scolastici o alle difficoltà incontrate nelle relazioni sociali coi compagni. A questa tipologia possono accompagnarsi vari disordini quali il disturbo della condotta, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi specifici dell'apprendimento.

Il problema, inoltre, può verificarsi dopo un periodo di vacanze, sia durante l'anno che al rientro dell'estate, dopo che il ragazzo ha trascorso un periodo medio-lungo lontano dalla scuola. In altri casi, eventi traumatici come un trasloco o la morte dell'animale di casa, la nascita di un fratellino o una crisi della coppia coniugale possono causare tale disturbo. Infine, la paura di abbandonare la casa, inteso come luogo sicuro e confortevole, la paura che un genitore possa partire e non tornare più o morire mentre il soggetto è a scuola, sono tra i motivi dell'insorgenza della fobia scolare.

Il protrarsi della fobia scolare può, col tempo, andare a intaccare lo sviluppo emotivo e sociale dei soggetti colpiti, le acquisizioni scolastiche, i rapporti con la famiglia e con i coetanei. Tra le conseguenze a lungo termine vi sono le difficoltà in ambito lavorativo, in ambito sociale, ove è possibile che si vada a compromettere l'autostima e la fiducia in se stessi, il processo di crescita e il processo di differenziazione ed emancipazione dalla famiglia. Pertanto è fondamentale che i giovani colpiti da tale disturbo ricevano una valutazione completa da un professionista della salute mentale, attuando un trattamento terapeutico che preveda, ove necessario, un percorso di psicoterapia individuale, con somministrazione di farmaci antidepressivi o ansiolitici.

Uno dei percorsi terapeutici alternativi è quello della terapia familiare, la quale mira a risolvere il problema attraverso la ricerca di nuove forme di comunicazione e collaborazione tra i componenti della famiglia. Tuttavia, non è raro che gli stessi genitori si rifiutino di optare per questo tipo di terapia, in quanto non sono in grado di capire il motivo per il quale tutta la famiglia debba occuparsi di un disturbo che affligge un solo membro.




Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

giovedì 24 dicembre 2015

LA PAURA DEL SESSO



Che sia di origine psicologica o culturale, la fobia della sessualità è un fenomeno reale anche se può sembrare bizzarro. Da poco riconosciuta come patologia vera e propria, induce il soggetto a privarsi della propria sfera intima, arrivando a evitare spesso anche il contatto col partner.

Le paure legate al sesso sono molteplici e possono riguardare sia aspetti prettamente anatomici e fisiologici dell'apparato genitale oppure gli atti legali al rapporto sessuale.

Il rifiuto fobico del sesso riguarda in genere individui immaturi, che non hanno raggiunto un equilibrio psico-sessuale e che pertanto considerano con ingiustificata avversità tutto quello che, direttamente o indirettamente, possa essere messo in relazione con la sessualità.

Alcune paure sessuali, che in alcuni casi diventano poi vere e proprie patologie, sono legate a traumi infantili, molte invece derivano dal senso di colpa che i pregiudizi sociali, l'educazione troppo rigida o le norme religiose a volte troppo restrittive, concorrono a formare, già dalla più tenera età. I bambini comprendono presto che la sessualità è un qualcosa di cui è meglio non parlare apertamente, qualcosa di "sporco", di cui vergognarsi e questo a volte compromette una sana maturazione psicologica legata al sesso.

Nella sessuofobia vi è un rifiuto delle sensazioni erotiche in generale, o di alcune specifiche attività o sensazioni legate al sesso. Una fobia sessuale, come accade in tutti gli altri tipi di fobie, è intensa, illogica, persistente e quindi dà luogo a reazioni non controllabili.

Quando molto accentuata, la sessuofobia porta a fenomeni di vero e proprio evitamento e anche all’isolamento sociale: nelle forme più gravi infatti i soggetti non riescono a sviluppare una normale vita relazionale, non riescono a costruire un solido rapporto di coppia e, sul piano lavorativo, non riescono ad avere normali rapporti con i colleghi dell’altro sesso.

Questa fobia non di rado porta allo sviluppo di disturbi ossessivo-compulsivi, o anche a forme gravi di depressione, causate dal blocco della libido e dell’emotività.

A seconda della gravità e complessità delle fobie sessuali, si può intervenire o con la psicoterapia o con farmaci antidepressivi, o anche attraverso una combinazione delle due terapie.



L’ansia che precede una situazione sessuale fobica può essere diminuita con una desensibilizzazione diretta e sistematica verso lo stimolo ansiogeno. Ciò richiede l’utilizzo di esercizi sessuali graduali all’interno di una terapia sessuale integrata o di una terapia cognitivo-comportamentale che permettano di esporre gradualmente il soggetto alle situazioni temute, al fine di limitarne le reazioni automatiche, fino a farle scomparire.

Molto spesso è necessario anche un lavoro di informazione sui temi della sessualità, in genere non troppo conosciuti dal soggetto, che va rassicurato e sostenuto.

Non tutti provano piacere nel sentirsi al centro di interesse sessuale da parte di un’altra persona, o nell’avvertire sensazioni di tipo erotico.

Per alcuni già ascoltare dei discorsi legati al sesso può essere talmente disturbante da generare un attacco di panico. Perfino alcuni atti, considerati romantici e decisamente “casti”, come il baciarsi o l’accarezzarsi, in alcune persone potrebbero generare forti stati ansiosi, tanto da portare questi soggetti a “prevenire” e ad evitare tutte le possibili situazioni legate alla propria fobia sessuale, rinunciando spesso ai contatti sociali ed al rapporto di coppia.

In particolare, una persona che soffre di fobie sessuali teme la penetrazione, il rapporto orale, il rapporto anale, l’osservazione dei genitali. I sintomi sono quelli tipici di chi soffre di attacchi di panico: improvvisa fame d’aria, senso di nausea, respirazione e battito cardiaco accelerati, sudore e sensazione di svenire.

In alcuni casi la paura è più generalizzata: si tratta di una paura inconscia del piacere, dal quale si tema possa discendere, quasi magicamente, una qualche minaccia.

Per liberarsi di queste fobie occorre prima di tutto diventarne consapevoli (in genere si tende ad attribuire altre motivazioni alla paura nei confronti della sessualità. Es. “non mi piace essere accarezzato/a, perché soffro il solletico”) ed avere sufficiente motivazione ad affrontare il problema con sé stessi.

Coitofobia: paura intensa del rapporto sessuale e della penetrazione, sia attiva, sia passiva.

Erotofobia: La fobia non riguarda atti sessuali veri e propri, ma il semplice parlare di sesso, o avere a che fare con materiale che ha attinenza con la sessualità.

Persistente, anormale e ingiustificata repulsione per i genitali femminili. Più conosciuta come “colpofobia” (dal greco kólpos, vagina. Diversa dalla “ereutofobia” che è invece la paura di diventare rossi). A volte il fenomeno può essere limitato ad un’esposizione ai genitali femminili fatta in modo sporco o volgare, altre volte il disturbo può essere più generalizzato e compromettere seriamente la vita relazionale del soggetto.

Partenofobia – Paura anormale e persistente per le ragazze giovani o le vergini. Ovvero timore di avere relazioni o rapporti sessuali con donne giovani ed inesperte.

Ginefobia – Conosciuta anche come “ginofobia” (dal greco gyné, donna): è la paura persistente e irrazionale che hanno gli uomini nei confronti dell’altro sesso. Questa paura può arrivare, come forma reattiva, all’odio per le donne: è il caso della misoginia (dal greco misos, odio, e gyné, donna).

Gimnofobia – Conosciuta anche come “ginnofobia”, dal greco “gymnos“, che significa “nudo”. (gli atleti nell’antica Grecia si esibivano nudi: da qui il termine ‘ginnasti’). Queste persone sono estremamente pudiche, incapaci di spogliarsi di fronte ad un’altra persona, oppure a disagio nel vedere i corpi nudi di altri.

Tocofobia, dal greco “tocos“, parto. Paura morbosa e destabilizzante di rimanere incinta o di partorire. Sintomi sono: incubi, ansia, difficltà di concentrazione, ecc.

Oneirogmofobia, dal greco “oneirogmòs”, che significa “paura di eiaculare in seguito ad un sogno erotico”.


Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

sabato 28 novembre 2015

LE FOBIE



Per la psicoanalisi la fobia è imputabile alla rimozione di contenuti inconsci che manifestano il loro effetto portando l'individuo ad evitare una certa situazione. L'evento traumatico (appartenente al periodo dell'infanzia o della vita adulta) subisce un fenomeno di spostamento su una situazione o su un oggetto specifico.
A livello di pulsioni inconsce, la fobia è causata dalla rimozione di un'idea, di un desiderio o di un impulso inaccettabile. L'interpretazione psicoanalitica freudiana restringe il ventaglio di ipotesi, in quanto definisce la sindrome fobica come una conseguenza del mancato superamento del complesso di Edipo (isteria di angoscia) e dell'angoscia di castrazione. Vi è quindi una negazione del problema interno ed un trasferimento della angoscia dalla situazione psicologica interna verso il mondo esterno che viene caricato simbolicamente di valenze negative e fobiche.

Nel comportamentismo, invece, l'origine della fobia va ricercata nell'associazione con una esperienza spiacevole precedentemente provata, rievocata dall'oggetto della fobia. Anche le relazioni interpersonali del momento possono instaurare un particolare collegamento, rappresentato dalla fobia stessa, tra il malato e l'ambiente.

Attualmente, la psicoterapia cognitivo-comportamentale sostiene che il disturbo derivi da un cattivo apprendimento che può avvenire per condizionamento classico (Preparedness Theory di Seligman) o per apprendimento sociale (Bandura). Il disturbo si viene poi a mantenere per condizionamento operante tramite l'evitamento, dove il rinforzo negativo è rappresentato dalla sensazione di diminuzione dell'ansia per effetto dell'allontanamento dalla situazione fobica.

La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Chi ne soffre è sopraffatto dal terrore all’idea di venire a contatto magari con un animale innocuo come un ragno o una lucertola, o di fronte alla prospettiva di compiere un’azione che lascia indifferenti la maggior parte delle persone (ad esempio, il claustrofobico non riesce a prendere l’ascensore o la metropolitana). Le persone che soffrono di fobie si rendono perfettamente conto dell’irrazionalità della propria paura, ma non possono controllarla.
L’ansia da fobia, o “fobica”, si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Con la paura si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire! Scappare, d’altra parte, è una strategia di emergenza. La tendenza ad evitare tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate alla paura, sebbene riduca sul momento gli effetti della fobia, in realtà costituisce una micidiale trappola: ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo (in termini tecnici si dice che ogni evitamento rinforza negativamente la paura). Tale spirale di progressivi evitamenti produce l’incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica della persona, al punto da interferire significativamente con la normale routine dell’individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali. Il disagio diviene così sempre più limitante. Chi ha la fobia dell’aereo può trovarsi, ad esempio, a rinunciare a molte trasferte, e la cosa diventa imbarazzante se è necessario spostarsi per lavoro. Chi ha paura degli aghi e delle siringhe può rinunciare a controlli medici necessari o privarsi dell’esperienza di una gravidanza. Chi ha paura dei piccioni non attraversa le piazze e non può godersi un caffè seduto ai tavolini di un bar all’aperto e così via.



Quando si parla di fobie ci si riferisce in genere a: fobia dei cani, fobia dei gatti, fobia dei ragni, fobia degli spazi chiusi, fobia degli insetti, fobia dell’aereo, fobia del sangue, fobia delle iniezioni, ecc.
Più precisamente, esistono le fobie generalizzate (agorafobia e fobia sociale), fortemente invalidanti, e le comuni fobie specifiche, generalmente ben gestite dai soggetti evitando gli stimoli temuti, che si classificano così:

Tipo animali. Fobia dei ragni (aracnofobia), fobia degli uccelli o fobia dei piccioni (ornitofobia), fobia degli insetti, fobia dei cani (cinofobia), fobia dei gatti (ailurofobia), fobia dei topi, ecc..
Tipo ambiente naturale. Fobia dei temporali (brontofobia), fobia delle altezze (acrofobia), fobia del buio (scotofobia), fobia dell’acqua (idrofobia), ecc..
Tipo sangue-iniezioni-ferite. Fobia del sangue (emofobia), fobia degli aghi, fobia delle siringhe, ecc.. In generale, se la paura viene provocata dalla vista di sangue o di una ferita o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive.
Tipo situazionale. Nei casi in cui la paura è provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare (aviofobia), guidare, oppure luoghi chiusi (claustrofobia o agorafobia).
Altro tipo. Nel caso in cui la paura è scatenata da altri stimoli come: il timore o l’evitamento di situazioni che potrebbero portare a soffocare o contrarre una malattia, ecc. Una forma particolare di fobia riguarda il proprio corpo o una parte di esso, che la persona vede come orrende, inguardabili, ripugnanti (dismorfofobia).
E’ importante chiarire che il tipo di fobia da cui si è affetti non ha alcun significato simbolico inconscio, come invece viene suggerito da alcuni psicoanalisti, e la paura specifica è legata unicamente ad esperienze di apprendimento errato involontario (non necessariamente ricordate dal soggetto), per cui l’organismo associa involontariamente pericolosità ad un oggetto o situazione oggettivamente non pericolosa. Si tratta, in sostanza, di un processo di cosiddetto “condizionamento classico”. Tale condizionamento si mantiene inalterato nel tempo a causa dello spontaneo evitamento sistematico che i soggetti fobici mettono in atto rispetto alla situazione temuta.

Il trattamento delle fobie è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale di breve durata (spesso entro i 3-4 mesi).
La cura delle fobie, dopo un periodo di valutazione del caso che si esaurisce in genere nell’arco del primo mese, passa necessariamente attraverso l’utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall’oggetto o situazione centrale (es. l’immagine di una siringa nuova per un fobico degli aghi o una scatoletta di mangime per un fobico dei cani). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l’abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all’esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori. In questo modo, nell’arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato “neutro”.
Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una fobia, poiché implica affrontare vis a vis l’oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l’aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nel 90-95% dei casi nella cura della fobia.
In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e lo si invita ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l’organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.
Nel caso di fobie invalidanti è molto diffuso l’uso di farmaci ansiolitici “al bisogno”, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute (es. prima di prendere l’aereo). Tale strategia consente di sopravvivere all’evento, ma non ottiene altro che l’effetto di rafforzare la fobia. Più utili, eventualmente, anche se non paragonabili e indubbiamente meno efficaci delle tecniche cognitivo comportamentali, possono essere delle adeguate e prolungate terapie a base di antidepressivi SSRI, sotto attenta valutazione medica.



Immaginate di incrociare per strada una ragazza stupenda: tacchi a spillo, curve al posto giusto, labbra carnose… insomma, uno schianto. Se però invece che voltarvi a guardarla, iniziate a tremare e a sudare freddo, mentre un senso di nausea e oppressione vi attanaglia, allora probabilmente soffrite di caligynefobia, un terrore smisurato per le belle donne. Magari "condito" con un tocco di philematofobia, una fifa matta dei baci. Se invece a spaventarvi sono solo i baci di vostra suocera, forse siete affetti da penterafobia (un’avversione ingiustificata per la madre di vostra moglie).
Elenco senza fine
E l’elenco delle fobie più insolite potrebbe continuare all’infinito, c’è chi non sopporta la vista delle ginocchia - neanche delle proprie - (genufobia), chi trema, e non solo di freddo, quando nevica (quionofobia) e chi ha talmente paura delle ombre da ridursi a vivere nel buio più assoluto. Altri temono gli angoli di case e palazzi (gonofobia), vanno in panico davanti a un minestrone di verdure (lachanofobia) o alla sola vista di un pc (i ciberfobici, che difficilmente leggeranno queste righe). Disturbi un po’ insoliti, certo, ma seri e invalidanti, che possono colpire un po’ tutti, indistintamente.

«La paura è democratica», afferma Giorgio Nardone, psicologo, psicoterapeuta e direttore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo (un istituto di ricerca, training e cura di queste patologie), «in 15 anni di terapia ho incontrato oltre 10 mila pazienti, il 52% dei quali donne, il 48% uomini. Non c’è quindi una differenza significativa tra sessi, né tra ceti sociali. Neppure medici e psicologi, che con le fobie hanno a che fare ogni giorno, ne sono immuni».

Insomma se eravate rimasti alla paura per ragni e serpenti, è ora di aggiornare il glossario. Chi ha provato a catalogare una per una tutte le fobie più strane infatti, è riuscito a contarne oltre un migliaio, accatastate in lunghi dizionari online che spesso più che offrire un valido sostegno terapeutico a chi è affetto da questi disturbi, soddisfano la curiosità degli utenti "sani".

Qualcuno sulle fobie più bizzarre ci specula, altri ci scherzano, quasi tutti ci incuriosiamo. Eppure si tratta di patologie che possono rendere la vita di chi ne soffre particolarmente dura. Sì perché se alcune paure sono più facilmente condivisibili, altre sembrano troppo fuori dalle righe per essere accettate.

Provate a pensare di rimanere bloccati in ascensore, in bilico tra due piani alti. Bè in una simile circostanza, nessuno si stupirebbe più di tanto, se vi venisse un attacco di claustrofobia. Ma che pensereste se un vostro collega vi confessasse di avere una paura tremenda di scale e gradini (batmofobia)? O se ogni giorno dopo inutili tentativi e crisi di panico, vi implorasse di fare quella telefonata al posto suo perché solo a comporre il numero, si sente venir meno?
Difficile confessare ad amici e conoscenti di avere il terrore di oggetti e situazioni apparentemente così "innocui". Si rischierebbe, è il primo pensiero di chi è affetto da disturbi tanto specifici, di venir presi per matti. O di essere considerati dei deboli o dei viziati.
E in effetti, come reagireste se scopriste che a bloccare in casa un vostro parente, è una paura smisurata per le raffiche di vento (anemofobia)? O un timore incontrollabile per le ombre (sciofobia), che lo costringe a rinchiudersi in una stanza buia evitando così ogni contatto con l’esterno?
E che dire dei malati di ciberfobia (paura dei Pc) che non riuscirebbero a compiere un sempre maggior numero di lavori e professioni?

Comune è anche una certa riluttanza a rivolgersi a uno specialista, soprattutto per i fobici colpiti da disturbi più inusuali, che cercano di nascondere il più a lungo possibile le proprie paure. Tanto che patologie di questo tipo sfuggono anche alle statistiche mediche ufficiali.

In cima alla lista delle zoofobie più diffuse, comunque, c’è oggi quella per i piccioni: segno che le paure cambiano nel tempo, proprio come le mode. Molto diffuse anche le patofobie, timori immotivati di essere affetti da un male incurabile. Secondo una recente rilevazione empirica condotta su scala nazionale, questi malati immaginari, che si sottopongono a esami diagnostici continui e invasivi, sono il 6-7% della popolazione italiana. Oltre 2 milioni di persone che oltre a provare un forte disagio personale, aggravano il bilancio del servizio sanitario dello stato.
D’accordo la fobia delle lontre (lutrafobia) per chi abita in città, può non essere particolarmente invalidante: basta evitare fiumi e parchi naturali e il problema non si pone. Ma il punto è che dietro a questa e altre paure così specifiche, si nasconde spesso un disagio personale più serio.




Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

PER TABLET E PC

LE IMAGO
.

 ANCHE

PER CELLULARE


NON SI SCARICA NIENTE
TUTTO GRATIS


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.

.

Elenco blog Amici

  • DIO ESISTE? - . L’esistenza di Dio non può essere né dimostrata né smentita. La Bibbia dice perfino che noi dobbiamo accettare per fede il fatto che Dio esiste: “Or s...
    8 anni fa
  • CANNA LEGALE - E'in vendita la “cannabis light”: una marijuana con pochissimo principio attivo, che non provoca sostanziali effetti psicotropi ed è legale. Il contenut...
    8 anni fa
  • ABRACADABRA - . Abracadabra viene considerata la parola universalmente più adottata fra quelle pronunciate senza traduzione nelle singole lingue. Ci sono varie ipotesi...
    8 anni fa
  • PANE E FRUTTA - Il pane unito a confettura, miele, ecc. non viene digerito bene; ogni amidaceo infatti male si trasforma qualora sia associato a dello zucchero. La dig...
    8 anni fa
  • LA BAIA DEL SILENZIO - La baia del Silenzio di Sestri Levante è una spiaggia incorniciata da case in tinta pastello e animata dalle barche dei pescatori. Si apprezza al massi...
    8 anni fa
  • LE PETTINATURE - Se si cambia spesso pettinatura e colore vuol dire che si è alla ricerca della propria identità. Se la pettinatura è la stessa da sempre si hanno di...
    8 anni fa

Elenco blog amici