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venerdì 26 agosto 2016

PAURA DEI TEMPORALI



In autunno piogge e temporali tornano a presentarsi con maggiore frequenza. Si tratta di fenomeni naturali in grado di suscitare intense reazioni emotive, sia negli uomini che negli animali. Sono soprattutto i lampi di luce ed i forti rumori prodotti dai fulmini ad attrarre l’attenzione: molte persone apprezzano un tale spettacolo della natura, tanto che spesso si soffermano accanto ad una finestra a guardare di fuori, come ipnotizzati.

All’estremo opposto, c’è chi sviluppa delle vere e proprie fobie legate ai temporali. Brontofobia, astrafobia, tonitrofobia, ceraunofobia, cheimofobia sono termini che indicano una paura dei tuoni e dei lampi, percepita come eccessiva ed incontrollabile.

La ceraunofobia è una fobia specifica di tuoni e fulmini, comune nell'essere umano, specialmente tra i bambini e presente anche nei cani e nei gatti.

Altri termini utilizzati per indicare questa fobia sono la brontofobia, dal greco brontee (tuono) e la tonitrofobia, dal latino tonitrus (tuono), specifici dei tuoni, e la astrafobia, dal latino astrum (astro), relativo più genericamente a tuoni e fulmini.

I sintomi, come per le altre fobie, includono attacchi di panico, difficoltà respiratorie, tachicardia, sudorazione e nausea.

Molti di coloro che soffrono di ceraunofobia cercano di sfuggire alla causa della paura: durante un temporale i bambini si nascondono solitamente in luoghi senza finestre, come il sottoscala, l'armadio o sotto il letto. Analogamente, adulti e adolescenti adottano lo stesso meccanismo e cercano riparo in ogni luogo in cui non si vede né si sente il temporale.

Il trattamento, al pari delle altre fobie, consiste nell'esporre gradualmente il paziente alla fobia stessa, facendolo respirare lentamente.

Un altro sintomo piuttosto comune è l’ossessione per le previsioni del tempo. Chi soffre di questo tipo di fobie può restare incollato ai canali televisivi o ai siti internet che forniscono informazioni meteorologiche, durante tutto il periodo invernale. Si può arrivare a non uscire di casa, senza aver prima controllato le previsioni, poiché si vive con l’angoscia che il temporale possa scoppiare in qualsiasi momento.

I temporali hanno il potere di risvegliare paure ancestrali, legate alla nostra vita preistorica in un ambiente fondamentalmente ostile, con scarse protezioni. L’uomo ha imparato a temere tutto ciò che costituiva un pericolo reale per la sopravvivenza, compresi i fenomeni atmosferici capaci di provocare danni o morte.

Oggi, tuttavia, nella maggior parte dei casi, il temporale per noi non è veramente pericoloso. L’insorgenza di una fobia legata a questo evento, dovrebbe quindi indurci ad ulteriori riflessioni. Se, a causa del timore di tuoni e lampi, cominciamo ad evitare trasferte di lavoro o luoghi di villeggiatura, se in macchina ci blocchiamo al solo pensiero che tra poco pioverà, se continuiamo ad essere terrorizzati anche in casa nostra, allora dovremmo ricorrere alla consulenza dello specialista.

Le fobie specifiche, come quelle per i fenomeni atmosferici, sono legate ad esperienze di apprendimento disfunzionali, a volte talmente precoci da non essere ricordate, per cui il soggetto associa involontariamente la caratteristica della pericolosità ad una situazione innocua, imparando a temerla e ad evitarla. Così il disturbo può mantenersi inalterato anche per anni.



«In parte è un timore realistico che risale alla notte dei tempi, quando gli uomini si rifugiavano nelle caverne per ripararsi dalle intemperie», spiega uno psichiatra. «E proiettavano questa paura nella religione: era proprio la saetta l’arma principale di Zeus, il padre degli dei, per punire chi trasgrediva le regole».
Tutti i bambini chiamano la mamma nelle notti di tempesta, per farsi rassicurare. Ma ci sono adulti che continuano a sentirsi indifesi davanti a tuoni e lampi. Come se avessero ancora bisogno di essere protetti dai genitori. «Sono persone che di solito non hanno risolto l’ansia da separazione, cosa che di norma avviene all’età dell’ingresso alla scuola materna o elementare, quando si scopre il mondo esterno alla famiglia», continua l'esperto. «Oppure individui che hanno bisogno di controllare tutto: spesso esigono da se stessi e dagli altri un ordine ossessivo e non tollerano, perciò, eventi atmosferici che non padroneggiano».

«Se la crisi accade una decina di volte l’anno, basta distrarsi ascoltando musica (lo stereo e non la radio, durante un temporale è meglio spegnere gli apparecchi dotati di antenne)», consiglia lo psichiatra. Le note permettono di non concentrarsi sui rumori dei tuoni e di rilassarsi.
Il ricorso allo specialista è indicato quando la brontofobia interferisce troppo con la vita quotidiana. Per esempio, se la persona che ne soffre inizia a evitare trasferte di lavoro «per paura che là piova troppo», boicottando opportunità di carriera. O se elimina vacanze in località particolarmente soggette a piovaschi. O se vive nella costante preoccupazione che il temporale possa scoppiare in qualsiasi momento e tende a tapparsi in casa e a chiudere le tapparelle alla prima nuvola. Allora è indicata una psicoterapia cognitiva, che dura un anno circa. Possono essere prescritti anche farmaci ansiolitici, come le benzodiazepine.



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mercoledì 27 gennaio 2016

PAURA DEL PARTO



La gravidanza sta per terminare e si avvicina il momento più temuto, quello del parto. Soprattutto per le donne che affrontano per la prima volta quest’esperienza è facile lasciarsi prendere dall’ansia e dalla paura, in primo luogo del dolore, ma anche di altri aspetti, come quelli riguardanti l’anestesia o la salute del bambino.

Ma pensare alla paura serve solo ad aumentarla, fino a creare una spirale che si autoalimenta e che porta inevitabilmente nel panico.

Anzitutto ogni esperienza è assolutamente soggettiva ed ogni donna è diversa dalle altre. La percezione stessa del dolore ha una soglia che presenta un ampio range di variabilità individuale.
Inoltre i progressi nel campo dell’anestesia hanno consentito di affrontare questo momento in maniera molto più accettabile rispetto al passato e quelli della medicina di rendere il parto assolutamente più sicuro sia per la salute del bambino che per quella della madre.

La paura del parto è in realtà una paura normale, perché è normale che tutte ce l’abbiano: “Se si tratta del primo parto, c’è l’incognita di non sapere a che cosa si va incontro” commenta una psicologa e psicoterapeuta “Se invece di parti ce ne sono già stati e l’esperienza non è stata delle migliori, a spaventare è il ricordo del passato. In entrambi i casi, il parto viene percepito intimamente come un ostacolo da superare, qualcosa di pericoloso. Una paura che persiste nonostante i progressi della medicina e che viene clinicamente denominata tocofobia”.

Uno dei principali timori delle partorienti è quello che il dolore sia talmente intenso e duri così tanto che non si riesca a sopportare. “È vero, il dolore del parto è intenso e poco prevedibile: non si sa come sarà né quanto durerà, anche perché ogni parto è un’esperienza a sé” osserva una ginecologa.
Ad alimentare questa paura ci si mettono spesso i racconti terrorizzanti di chi ha già partorito, che pare ci prenda gusto ad accentuare i toni. “Si sente di travagli durati giorni, poi magari si scopre che per buona parte si trattava di contrazioni preparatorie, non così insopportabili” prosegue la ginecologa. “Si tenga presente che il limite massimo di un travaglio di parto è 8-10 ore, ma si tratta di un limite massimo, non della durata media”
Per accettare l’idea del dolore, si potrebbe dire teoricamente che fa parte dell’esperienza ancestrale di tutte le donne e ripetersi che se ce l’hanno fatta tutte, ce la faremo anche noi. Ma per essere più concrete, è meglio sapere che ci sono varie tecniche per alleviare il dolore: quelle naturali, che vanno dalla possibilità di cambiare a piacimento le posizioni del travaglio al parto in acqua, e quelle farmacologiche di analgesia, come l’epidurale o il protossido d’azoto. Fondamentale quindi informarsi sulle opportunità offerte dalla struttura dove si intende partorire e scegliere quella che si sente più congeniale.

Nel gestire le proprie paure gioca un ruolo fondamentale la fiducia nelle persone che ci assisteranno. Se ci dà sicurezza partorire nel luogo in cui lavora il ginecologo o l’ostetrica che ci hanno seguite per nove mesi, valutiamo la possibilità di partorire lì, perché durante il parto potrebbe essere di grande conforto vedere un volto amico e che conosce bene i nostri timori e le nostre ansie. Così come scegliamo accuratamente la persona che vorremo accanto a noi durante il travaglio: il partner, la mamma, la sorella o l’amica del cuore. In quel momento abbiamo bisogno di persone positive, in grado di sostenerci, di farci sentire a nostro agio e darci fiducia che possiamo farcela.
“Spesso per esempio i primi a chiedere il cesareo sono i papà, che mal gestiscono l’attesa e l’impotenza di vedere la propria donna soffrire senza poter fare nulla per alleviarle il dolore. Chiedendo il cesareo, pensano di risolvere subito il problema” sottolinea un medico.

Spesso dietro la paura del parto c’è l'idea che, se non siamo ‘brave’ a condurre il travaglio e a spingere nel modo giusto, possiamo arrecare danni al bambino. “E’ una paura infondata” spiega la ginecologa, “perché non è certo la donna che può arrecare danni a suo figlio e, se insorgono problemi, sono causati da fattori indipendenti dal suo maggiore o minore impegno. In ogni caso, oggi abbiamo gli strumenti idonei per accorgerci tempestivamente di una sofferenza fetale e di intervenire di conseguenza”.

E’ importante non nascondere le proprie paure ma esternarle: con i nostri cari, con altre future mamme, ma soprattutto con l’ostetrica o il ginecologo che ci stanno seguendo: sentirsi capite, ricevere la parola giusta al momento giusto possono smontare in un colpo solo tante paure.
“L’ansia non deve essere censurata o bloccata ma è importante farla fluire aprendosi ed esprimendo le paure più recondite” evidenzia un'ostretica. “Bisogna superare il muro delle resistenze, non si deve esitare a parlarne al proprio medico curante o al ginecologo. In presenza di problematiche o blocchi particolari, poi, non rifiutare un supporto psicologico al fine di stemperare ansia e preoccupazioni, combattere i pensieri ossessivi e rimuginativi e vivere una gravidanza e un parto armoniosi”.

Il corso preparto aiuta tantissimo ad attenuare le paure, chiarire dubbi, chiedere consigli. E per questo bisognerebbe scegliere un corso che non si limiti a dare informazioni teoriche, ma lasci spazio al dialogo ed al confronto. Non solo: il corso offre l’opportunità di visitare il reparto, prendere confidenza con gli ambienti e le persone che ci circonderanno e quindi riconoscerli come familiari al momento di andare a partorire.



E’ una paura inconscia, non riconosciuta razionalmente, ma spesso dietro la paura del parto si cela la paura del cambiamento che ci attende. “Con il parto cambia la propria identità in relazione alla società, alla famiglia d’origine e alla coppia: da donna, figlia, compagna, si passa ‘all’altra sponda’, diventando mamma” fa notare una psicologa.
“La consapevolezza di doversi assumere di colpo la responsabilità di diventare genitori è qualcosa che spaventa ed è un aspetto che, al momento del parto, può bloccare più di quanto non si creda. Ad alcune donne poi capita che la dilatazione non proceda perché inconsciamente hanno paura di lasciar andare il bambino che per nove mesi hanno protetto dentro di loro. E’ importante affrontare questi blocchi mentali e prepararsi al cambiamento già a fine gravidanza, magari scegliendo corsi preparto che prevedano anche incontri tenuti da psicologi”.

Durante uno studio inglese state scelte un gruppo di donne, indirizzate da ostetriche, psichiatre e baby sitters .

Tra le donne oggetto dell’indagine (26), 24 erano sposate, 24 di loro avevano fatto figli sempre con lo stesso compagno e avevano tutte più o meno la stessa età (circa 33).

Prima sorpresa ci viene dal fatto che sono state evidenziate due varianti della fobia: primaria e secondaria.

La tocofobia primaria:
tutte, terrorizzate dalla gravidanza o dal parto, ma desiderose di maternità, hanno pianificato tutto. Quindi grande paura ma anche grande desiderio. Il taglio cesareo è stata la modalità maggiormente richiesta; 3 di loro hanno partorito naturalmente ma contro la loro volontà e in seguito hanno avuto una depressione post partum; 4 hanno partorito come desideravano; 2 sono rimaste traumatizzate e le altre hanno avuto problemi a legare con il figlio.

La tocofobia secondaria:
se il parto è stato doloroso o traumatico abbiamo tutta una serie di ‘risvolti’ che ricadono sotto la variabile ‘secondaria’. Sono più a rischio le donne che hanno avuto un precedente parto negativo (travaglio lungo; taglio cesareo in emergenza; manovre ginecologiche invasive; etc); Ovviamente la casistica è molto più ampia, comprende infatti anche donne che hanno avuto un parto regolare ma che è stato vissuto molto male dalla donna e che in alcuni casi, porta ad un disturbo importante che prende il nome di D. post traumatico da stress la cui conseguenza è quella della depressione post partum.

Tornando ai dati dello studio, delle 26 donne, ben 14 di loro hanno sviluppato questa secondarietà.

Dieci di loro hanno subito operazioni come conseguenza di una sofferenza fetale; due di loro hanno avuto una lacerazione importante, 12 pensavano di morire oppure che a morire fosse stato il piccolo. Un’altra ha preferito abortire piuttosto che portare avanti la gravidanza. Però, nonostante tutto, alcune donne ci hano riprovato, infatti 13 di loro sono rimaste nuovamente incinte; 8 di loro hanno pianificato un nuovo bimbo, una ha avuto una gravidanza extrauterina, 2 un aborto spontaneo (tutte e tre erano contente di aver perso il bimbo).

Quattro donne sono diventate tocofobe come conseguenza di una depressione prenatale.
Cinque donne hanno subito abusi sessuali infantili oppure stupri (cosa c’è di più traumatico?).
Due donne pensavano di non farcela, anche se volevano un figlio però hanno interrotto la gravidanza.
Il parto può avere come conseguenza un disturbo post traumatico e divenire quindi una causa per questa fobia.

La depressione invece può essere vista come conseguenza ma anche come causa. Famosa la depressione post partum legata al tipo di parto che l’equipe ha scelto per lei e ovviamente diversa da quella preferita e che ha generato molto dolore e traumi.

Una donna può diventare tocofoba, sempre secondo lo studio di cui sopra, in seguito a pratiche per una contraccezione efficace per loro (sterilizzazione) oppure per i loro partner. Dieci donne del campione, erano  in lista proprio per questo motivo.

Da questo (e altri) studio si evince che la fobia è una cosa molto seria e andrebbe gestita in modo opportuno e le strutture sanitarie dovrebbero occuparsene seriamente.

Secondo uno studio svedese del 2002, le donne con tocofobia tendono a preferire un parto con il taglio cesareo e i dolori del parto sono vissuti più intensamente delle altre partorienti.

Il necessario sostegno viene spesso negato sia dalle strutture sanitarie che dalle famiglie.

Dal punto di vista psicologico, è necessario ridurre l’ansia con una psicoterapia di tipo analitico (per scoprire le vere cause di questa fobia) e laddove necessario (se necessario) si può far ricorso anche ad una terapia di sostegno farmacologica.




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lunedì 18 gennaio 2016

TANATOFOBIA



La paura della morte è comune alla maggior parte delle culture. Il carattere spaventoso e terrorizzante della morte è legato al fatto che ne conosciamo l’ineluttabilità: essa infatti porrà drammaticamente fine alla possibilità di essere felici, non potremo più soddisfare i nostri desideri, raggiungere i nostri obiettivi, oppure semplicemente provare piacere.
Una prima distinzione riguarda il fatto che alcuni di noi potrebbero avere paura per la propria morte, mentre altre persone possono temere maggiormente la morte di una persona cara.
Una seconda distinzione è legata al rapporto opposto tra le due date importanti della nostra vita:

La data di nascita è caratterizzata da una grande attesa dell’evento, soprattutto nei giorni prima del parto. Nel momento della nascita iniziano gli abbondanti festeggiamenti al neonato. Ci sarà poi una grande festa in occasione del primo compleanno, un anno dopo.

Per la data di morte non c’è attesa, anzi si spera avvenga il più tardi possibile. Quando muore una persona cara proviamo un’enorme tristezza, e di quel giorno ricorderemo solo la sofferenza. Poiché l’essere umano è abituato ad organizzare la propria vita scandendo le fasi annuali, un anno dopo la data di morte della persona cara diventa un anniversario estremamente triste.

Una terza distinzione necessaria per comprendere la paura della morte andrebbe poi fatta tra quelle persone che temono eccessivamente la fine (propria o altrui) e chi invece non teme quasi per nulla la morte e quindi adotta una serie di comportamenti decisamente pericolosi (sport estremi, utilizzo di sostanze, ecc.). Diverse persone possono vivere contemporaneamente queste due posizioni: molti di noi ad esempio possono sentirsi da un lato estremamente terrorizzati all’idea della propria morte, ma paradossalmente dall’altro lato continuiamo a correre con l’automobile oppure a fumare inconsci del rischio legato a questi comportamenti.

Un altro argomento interessante è il rapporto che lega la paura della morte alla paura di venire in contatto con il cadavere. Il corpo dopo la morte può suscitare diverse paure. In molte culture sono stati creati tabù e riti che impediscono alle persone di entrare troppo in contatto con il corpo senza vita. Una prima spiegazione è legata al fatto che da sempre si è pensato al cadavere come portatore di spiriti maligni. Inoltre molte ansie possono ricondursi alle alterazioni cui il corpo va incontro in fase di decomposizione: queste modificazioni minacciano la credenza che vi sia un’altra vita oltre a quella terrena, e per questo probabilmente un corpo senza vita ci mette molto a disagio. Se ci pensiamo, da sempre i riti religiosi attorno ai defunti si sono specializzati nel tentativo di preservare il più possibile la forma (e quindi l’esistenza) del corpo attraverso:

La costruzione di un riparo al defunto (tomba)
Imbalsamazione
Seppellire anche cibo, oggetti di valore nella tomba
Ibernazione
Conservazione del DNA

L’obiettivo di tutte queste procedure riporta al tentativo di allontanare il più possibile l’idea di fine definitiva che tanto ci spaventa.



La tanatofobia è la paura della morte, delle cose morte o di qualsiasi altra cosa ad essa associata. Questo disturbo è spesso associato con altre problematiche quali l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione e l’ipocondria. Tutte le paure originano da una fondamentale che è la paura della morte, dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l’elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Se pensiamo a cosa ci spaventa effettivamente della morte, probabilmente vedremo che è il nulla, l’ignoto, il vuoto, l’idea che di noi non resti niente, la fine di tutto, la perdita degli affetti, dell’amore, delle emozioni che la vita ci regala, ma soprattutto la sua ineluttabilità e il fatto che sfugge ad ogni controllo razionale. Pur essendo naturale, proprio per queste sue caratteristiche, può diventare una patologia nel momento in cui il pensiero della morte è così intenso e invadente da condizionare la vita del soggetto impedendo a chi la vive di agire, di scegliere, di cambiare, di vivere.La paura della morte sopraggiunge, spesso, prima di andare a dormire, perché legata a quella “morte temporanea”, intesa come assenza di sé, che è il sonno.La paura della morte può manifestarsi come paura della propria morte o come paura di perdere una persona cara, pur trattandosi dello stesso disturbo può cambiare il modo in cui si manifesta. La paura della morte è comune alla maggior parte delle culture e varia a seconda dell’età di un individuo, i bambini pensano di non morire, che muoiano gli altri e parlano della morte praticamente senza timore, anzi spesso la esorcizzano nel gioco, la paura subentra con la crescita quando il ragazzo prende consapevolezza dei propri limiti e sente di perdere la, rassicurante, protezione dei genitori;  nella pre-adolescenza iniziano i primi timori legati alla morte…si prende consapevolezza che la morte è inevitabile per tutti. Queste paure aumentano sempre più finché nell’età adulta si arriva a considerare la morte un vero e proprio tabù, la si esorcizza al punto di evitare di parlarne può però diventare una fobia in seguito ad trauma. Si può avere paura della morte provocata dalle malattie più comuni come l’infarto, il cancro e che la morte li colga all’improvviso senza che ricevano soccorso.Ci sono condizioni particolari durante le quali si può sviluppare la tanatofobia come ad esempio durante la gravidanze la gestante può essere colpita da attacchi d’ansia associati alla paura di morire durante il parto o alla paura di perdere il bambino.In vecchiaia, quando l’individuo diventa cosciente del proprio decadimento fisico, la paura della morte, può diventare patologica e spesso si presenta associata ad ipocondria.

I bambini ed i ragazzi, in assenza di condizioni familiari difficili e di fobie patologiche, superano la paura della morte senza difficoltà.

Se la tanatofobia si sviluppa all’inizio della gravidanza spesso si risolve spontaneamente con il parto, se invece, si sviluppa verso la fine della gravidanza può protrarsi anche dopo la nascita del bambino.

Nell’anziano lo svilupparsi della tanatofobia è dovuto ad un reale avvicinarsi della fine, alla consapevolezza del fatto che la nostra vita ha una durata e che gran parte di essa l’abbia già vissuta, in questo caso ha bisogno, più di prima, di attenzioni ed affetto.

Per quanto riguarda la tanatofobia in età adulta la psicoterapia è la cura più efficace. Scopo della terapia psicologica è comprendere quali siano le cause dell’insorgenza della fobia innanzitutto cercando di capire se quella del soggetto è una paura localizzata e superficiale, legata a un trauma specifico, oppure se è una paura di tipo esistenziale, più profonda. In quest’ultimo caso dietro a quella paura c’è un’insicurezza di fondo, una mancanza di autostima e dunque la terapia psicologica consisterà nel risalire all’origine di questo stato di crisi. La psicoterapia può essere affiancata, in alcuni casi, dalla terapia farmacologica che aiuta a controllare i sintomi.




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lunedì 4 gennaio 2016

LA PAURA DI VIVERE



Sempre più persone hanno paura di vivere.

L’insicurezza e la fragilità sono figlie della confusione, cioè della incapacità di tradurre tutte le esperienze apprese (i vissuti psicologici, le percezioni e tutto il materiale che ci circonda) in qualcosa di utilizzabile nel mondo reale.

La paura di vivere si riconosce dal vivere in mezzo ai fantasmi, dal crescere delle dipendenze, come quella da Internet, gioco d'azzardo o shopping compulsivo, per esempio. In quest'ultimo caso, ciò che si compra non viene utilizzato, perché non serve come oggetto, ma è considerato nella sua effettiva importanza, in quanto placa lì per lì il bisogno urgente, ed ecco che le persone affette da shopping compulsivo non sanno riconoscere i loro autentici desideri verso la vita, e il vivere. Ecco quindi che si chiude il cerchio con la paura di vivere.
La paura di vivere si esprime per esempio anche attraverso i graffiti e scarabocchi che imbrattano i muri delle città: i giovanissimi diventano passivi e masochisti, poichè hanno perso la bussola di orientamento e non sanno né cosa fare, né dove andare e si vuol comunicare la paura di staccarsi dall’illusione che nel frattempo si è ricreata nell'ambiente protettivo familiare. Chi ha paura di vivere ha paura di staccarsi dal guscio, è una forma di difesa che nasconde la speranza che qualcuno indichi una via più sicura.

Gli psicoanalisti John Bowlby e Peter Fonagy, psicoanalisti inglesi che hanno studiato la teoria dell’attaccamento, i giovani non avendo avuto messaggi chiari, ma anzi pieni di contraddizioni camminano in un terreno del quale poco si fidano. Il punto è che oggi questa paura sta intaccando anche i meno giovani che hanno sempre più paura di non farcela.

L’ansia o il così detto disturbo d’ansia generalizzato, è uno stato di sofferenza che non si riesce a controllare, e dove è presente una eccessiva preoccupazione per una grande quantità di situazioni, tipo andare al lavoro o uscire di casa, essere in costante agitazione per la salute dei familiari, avere paura di piccoli contrattempi, temere disgrazie per sé e per i propri figli ecc.



L’ansia, di per sé non è un sentimento nocivo, perché ci aiuta ad essere attivi e pronti in caso di un reale pericolo o minaccia.

Quando però l’ansia e la preoccupazione, si attivano in maniera eccessiva, arrecando anche irritabilità, difficoltà di concentrazione, tensione muscolare, sonno disturbato ecc., e soprattutto si manifestano nei confronti di normali “circostanze quotidiane”, allora questo tipo di ansia diventa “nemica” per noi stessi e per gli altri.

Altre volte proviamo ansia soltanto per specifiche situazioni, che comunque compromettono il nostro vivere quotidiano. E’ il caso dell’ansia di esame che blocca per esempio ad un passo dalla laurea; oppure l’ansia da prestazione, che interferisce con la possibilità di vivere la sessualità come un luogo del piacere piuttosto che del “dispiacere”; o anche l’ansia sociale ossia la paura di essere giudicati in maniera negativa quando si è o si fa qualcosa davanti agli altri ecc.
In tutte queste situazioni, vivere e compiere normali azioni della vita quotidiana diventa difficile e faticoso, poiché percepiamo appunto una costante minaccia esterna, come se incontrassimo un “nemico esterno” da distruggere.
E’ proprio però continuando a non riappropriarci di questo nemico, cercando di eliminare e combattere l’ansia, che la guerra non smette di cessare. Il poter invece comprendere da quale minaccia ci stiamo davvero difendendo e il riuscire ad accettare che “la vita non è sempre sotto il nostro controllo”, significa comprendere che noi, in certi momenti, diventiamo i nostri peggiori nemici.

Per esempio, nel caso dell’ansia generalizzata, il poter comprendere quanto davvero affaticano le responsabilità lavorative o la gestione degli imprevisti, o quanto addolora vedere soffrire le persone care; può aiutare a contattare il nostro bisogno di dover essere sempre efficienti, di dover controllare tutto, e di non voler che la sofferenza faccia mai capolino nella nostra vita.

Allo stesso modo, nel caso in cui l’ansia si attiva per situazioni specifiche come per esempio l’ansia sociale, il poter comprendere che la maggior paura e preoccupazione non è tanto o solo quella del giudizio negativo dell’altro su di noi, ma che spesso siamo noi “i giudici più severi di noi stessi”, aiuta a contattare il bisogno di essere sempre bravi, efficienti ed efficaci.





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venerdì 1 gennaio 2016

LA PAURA DELLA COCAINA



“Notte. Lampi contini, flash improvvisi e rivelatori. Se non ci fossero questi fulmini sarei avvolto dalle tenebre. Sotto di me avverto una roccia umida che tuttavia mi tiene ben saldo alla realtà. Senza di essa potrei cadere e chissà dove. Dal basso sento venire verso di me una raffica di vento che tenta di trascinarmi giù. I flash lasciano intravedere, a centinaia di metri di profondità, uno squarcio nell’inferno più profondo e oscuro: una città, con altissimi edifici, discontinui, come collocati in epoche differenti. Riconosco la cima di una gigantesca piramide, un castello cinto da mura, con torri altissime, una cattedrale gotica, ma non riesco a scorgere i confini di questa spaventosa città avvolta nelle tenebre.”
“Ernst, cerca di essere più preciso, se puoi! Cosa stai vedendo? Cosa provi in questo momento?”
“Paura, la sensazione di precipitare. Come se improvvisamente una gelida presa di morte mi spingesse giù. Ho ancora i brividi lungo la schiena ma sto cadendo e intorno a me iniziano a comparire edifici e forme architettoniche che non riconosco, forse risultato di tecnologie ancora ignote. Ho il timore di restare solo, come se non ci fosse nessun altro uomo a parte me… Sono di nuovo avvolto dall’oscurità… Dio mio, forse sono morto… Tuttavia non provo dolore, intorno a me c’è il nulla!”
Dopo un attimo di riposo Ernst si riprese e continuò: “Riesco finalmente a vedere ma ho mani e piedi bloccati. Sono disteso e immobilizzato sul freddo tavolo di una sala operatoria. Ma perché? C’è qualcuno che parla, ma non sono completamente sveglio… Dalle voci sembra che io sia in una stanza ampia e piena di gente. Non riconosco nessuno. Le ombre mi stanno esaminando: sono la cavia di scienziati senza volto che studiano la mia mente e i miei ricordi. ”
“Dove pensi di essere? Chi riconosci tra loro? Ci sono voci familiari?”
“Ho paura di scoprirlo! Ho una strana sensazione: come di trovarmi fuori dal tempo. Le strane figure stanno operando su di me e parlano di noi come se non fossimo come loro.”
“Loro chi? Chi sono? Cosa vogliono?”
“Solo due cose sono certe: non sono di questo mondo e vogliono te. L’ho udito chiaramente!”
“Vogliono me? Cosa possono volere da me i tuoi sogni?”
“Loro non sono sogni… sono reali. Sono stanco, così stanco che non riesco a vedere più nulla.”
“No, Ernst… Chi sono? Cerca di darmi qualche dettaglio in più.”
“Sta tornando il buio… Non c’è più niente…Posso solo sentire la tua voce in lontananza….Portami via, ti prego!”
A seduta terminata, il dottor Freud attese che il paziente si svegliasse, ancora sconvolto dalle allucinazioni indotte dalla cocaina. Ernst era ormai dipendente dal farmaco e, per quanto cercasse di essere preciso nelle sue visioni, non si poteva essere totalmente sicuri che esse avessero un fondamento sensato. Ernst era davvero stato in un luogo al di sopra della nostra coscienza? Esisteva davvero? Era indispensabile superare le barriere della percezione e spingersi oltre, ma questa volta, il dottore doveva farlo personalmente: il povero Ernst stava rischiando troppo. Prese una decisione: doveva tentare di giungere da solo, con l’aiuto del più potente degli allucinogeni, nell’oscuro luogo descritto dall’amico.
Immaginando di acuire al massimo tutti i suoi sensi, Sigmund riuscì a creare, per sé, lo stato ipnotico che aveva portato Ernst a vedere le misteriose creature, assumendo una dose di cocaina al limite del consentito, rischiando la sua stessa salute mentale.  Ciò nonostante era indispensabile che iniziasse a vedere, capire lui stesso. Socchiuse le palpebre per un istante, si rilassò e si lasciò andare… Questa volta era lui stesso il paziente di una “sua” seduta di analisi. E fu proprio così che iniziò il suo sogno: era su un lettino, poco distante da lui, uno psichiatra avvolto dall’oscurità si celava nell’ombra…
“Dottore, lei può arrivare ad interpretare qualunque cosa: come interpreterebbe noi?”
“Nella mia carriera non ho mai incontrato due pazienti che avessero avuto allucinazioni o visioni comuni. Eppure c’è qualcosa di persistente nei miei sogni, in quelli di Ernst e di chiunque altro avesse preso dosi corpose di allucinogeni non comuni. Ma, mi dica, lei si ricorda di Ernst Fleisch?”
“Le domande, questa volta, non le farà lei, dottore!”
“Va bene, ma sono sicuro che tutti voi siate a conoscenza del fatto che entrambi, sotto effetto di cocaina, ci siamo sicuramente spinti oltre il confine del mondo cosciente: e poi, varcata tale soglia, ci siete sempre voi! Siete voi a dover rispondere alle mie domande, a dovermi spiegare… Cosa volete da me?”
“Dottore, lei sa di voler arrivare a noi… Ha sempre intuito che, qualcosa, oltre la sua percezione e oltre quella dei suoi pazienti, le sarebbe sempre sfuggita. Così ha sentito il bisogno di spingersi troppo oltre, ha voluto eccedere, ha perseverato nei suoi esperimenti… Lei ha persino usato come cavia uno dei suoi più cari amici, con il fine ultimo di arrivare qui, a noi! Lei sa, dottor Freud, ma a quale prezzo! I suoi studi hanno aperto troppe porte e così, ora, non ci sarà più protezione, né per voi, né per la nostra stirpe. Noi siamo i custodi di una dimensione senza tempo, siamo vostri guardiani, guide, siamo i vostri dèi, malattia o cura, a seconda dei punti di vista. Se lei non si fermasse, nel tentativo di amplificare la percezione umana in questa direzione, verrebbero a mancare quegli equilibri che lentamente si sono creati tra di noi, verrebbero a mancare le basi di quella convivenza che, faticosamente, abbiamo visto crescere attraverso i secoli.”
“Ma nessuno di noi è mai stato a conoscenza di questa convivenza di cui lei parla! Se siete i nostri dèi, perché vi nascondete a noi? Rivelatevi, affinché tutti possano adorarvi! Perché all’uomo deve essere preclusa tale saggezza?”
“No! Voi non siete pronti! I mortali sono fragili, aggrappati alla vita come foglie d’autunno. La vostra bellezza e la vostra delicata esistenza dipendono dalla capacità di fare tesoro dei vostri errori e di evolvervi per evitare di incappare nuovamente in essi. Se tutti voi sapeste di noi, non riuscireste mai più a crescere. Noi siamo sempre stati qui, al vostro fianco, senza che voi poteste accorgervi della nostra presenza. Siamo sempre stati immobili ad osservare tutti i vostri continui mutamenti, anche i più impercettibili e siamo riusciti, almeno finora, ad intervenire il meno possibile. Io stesso sono arrivato a scontrarmi con i miei simili per difendere il vostro libero arbitrio. Lei non può pensare di cambiare ciò che noi tutti abbiamo costruito per voi!”
“Io sono un uomo di scienza e per me conoscere, capire ed interpretare è sempre stato alla base di ogni mio studio, della mia stessa esistenza. Quello che mi chiede non è nella mia natura.”
“Lei nemmeno immagina quale sia invece la “mia” natura! Cosa ho dovuto fare, nei millenni, per sopprimere i miei istinti e per imparare a sottomettere quello che sono per raggiungere scopi più nobili nella mia esistenza! Le sto chiedendo di essere forte, di esserlo per tutelare tutta la sua specie! “
Ecco che, improvvisamente, al dottore, comparve, pallidamente illuminato dalla luce fioca della luna che filtrava dai vetri della finestra, il suo mentore, Josef Breuer, colui che lo aveva guidato attraverso l’utilizzo del metodo catartico per curare Anna, la loro paziente affetta da isteria. Gli parlò, quella volta, come un padre: “Sigmund, siamo stati i pionieri di una nuova era nella cura dei disturbi mentali, ma ora è giunto il tempo di arrestare questa sfrenata ambizione. Abbiamo creato un metodo per proteggere i nostri pazienti da loro stessi, ma aprendo questa porta, adesso, corriamo il rischio di vanificare ogni cosa. Non tocca a noi decidere le sorti dell’umanità. Ascoltami e, quando sarai di nuovo cosciente, interrompi la sperimentazione con questo allucinogeno. Prosegui per la tua strada dimenticando tutto.”
“Dottor Breuer, lei non può essere qui… è solo la mia immaginazione… ma perché mi sta dicendo questo?”
“Sono io invece, credo che tu possa intuire il perché io sono qui: sono uno di loro adesso… Netzah mi ha implorato di intervenire, affinché tu possa fidarti di loro. Credimi, almeno di me puoi fidarti… Non spetta a te aprire porte che non potranno mai più essere richiuse!”
Stordito e confuso, in preda al panico, il dottore perse conoscenza per qualche minuto. Quando si risvegliò tutto era immutato nella sua casa: era lui ad essere cambiato, per sempre. Nulla sarebbe stato più come prima dopo quella visione, tutte le sue basi, tutte le sue certezze, si erano sgretolate come se fossero state costruite con la sabbia e una folata di vento le avesse spazzate via per sempre.
In ogni caso decise, in quel momento, di farla finita con la sua dipendenza dalla cocaina, iniziava ad avere crisi d’astinenza sempre più frequenti e questa sua malattia iniziò ben presto a costituire una macchia nella sua brillante carriera scientifica. Tutto rischiava di essere condizionato da un suo vizio, dalla sua curiosità smodata.
Inoltre, in quegli anni, un altro ricercatore iniziò sperimentazioni con la cocaina come analgesico oftalmico e l’interesse della comunità scientifica si spostò in quella direzione. Forse per il dottor Freud questo fu una benedizione, forse qualche entità al di sopra delle nostre conoscenze aveva deciso di intervenire per dargli un silente aiuto in questa difficile situazione.
Implicitamente, in quella visione, Sigmund aveva promesso di mantenere un segreto, di controllare la sua natura e di tutelare i suoi simili a discapito della conoscenza della dimensione inconscia. Probabilmente pensò che, se avesse rivelato ciò che sapeva, avrebbe vissuto il resto della sua vita con il tormento di essere stato l’ artefice del lento declino della sua specie e della degradazione di un equilibrio di cui non poteva concepire nemmeno lontanamente l’importanza. 
I suoi studi sulla cocaina si limitarono a quello che descrisse nelle “Osservazioni sulla dipendenza e paura da cocaina” e la sua stessa sottomissione alla dama bianca rimase una porta che ben presto chiuse per sempre per dedicarsi a studi ben più proficui per l’umanità.
La cocaina restò un oscuro segreto che fu sempre visto come una sorta di droga e di latrice di distruzione, sia fisica che mentale.
Naturalmente gli Anziani decisero, quando venne il momento, di rendere il dottore partecipe della loro nobile grandezza e di ricompensarlo come meritava per rendere immortale la sua opera e per aiutarlo ancora una volta nella più profonda comprensione dei meandri della mente umana.




La Cocaina è una droga stupefacente di tipo naturale, estratta cioè dalla pianta di coca, che cresce principalmente in Sud America, nel Perù, la Bolivia e la Colombia. La cocaina può essere inoltre sintetizzata in laboratorio, dalla sostanza che risponde al nome di ecgonina. A livello farmacologico, la cocaina è considerata un anestetico e vasocostrittore. Esistono naturalmente altri livelli su cui si giudica la sostanza, come quelli a livello del sistema nervoso centrale. La cocaina è in grado di rallentare il recupero della dopamina nel terminale presinaptico una volta che essa è stata rilasciata. La sostanza agisce sulle proteine di trasporto, impedendo il riassorbimento interno della dopamina da parte del neurone. Il risultato è quello di una presenza eccessiva delle quantità di dopamina nelle terminazioni sinaptiche. Lo stesso riassorbimento presinaptico viene bloccato anche per la serotonina e la norepinefrina. Alla fine quello che avviene è un affaticamento sinaptico, che porta varie disfunzioni ed effetti collaterali, soprattutto al sistema nervoso centrale. L’effetto anestetico indotto dalla somministrazione di cocaina, ha decretato il suo uso medico come narcotico durante gli interventi. Tuttavia il suo utilizzo nel campo è molto ridotto, vista la preferenza di molti anestesisti verso la novocaina. Gli effetti della cocaina possono risultare devastanti se l’utilizzo che ne viene fatto risulta improprio e costante. La dipendenza da cocaina è infatti una delle più potenti e pericolose. I fatti di cronaca ci mostrano palesemente il numero di morti causati proprio dalla dipendenza da cocaina, che costringe il tossicodipendente a procurarsene dosi sempre maggiori, con intervalli nell’assunzione sempre più frequenti. La cocaina può essere somministrata per iniezione venosa, inalazione nasale. Si può inoltre masticare la foglia della pianta di coca o fumare. La dipendenza da cocaina rimane in tutti i casi composta da crisi di eguale violenza. Naturalmente la dipendenza da cocaina si manifesta a livello sia fisico che psichico. Essa può provocare stati psicotici, depressione e ansia, paranoia, squilibri emotivi, insonnia, accelerazione del processo arteriosclerotico, infarto, trombosi, dimagrimento, collasso del sistema immunitario, disfunzioni sessuali e impotenza e, purtroppo, altro ancora. Come si vede l’utilizzo della cocaina risulta devastante per il corpo e per la mente. Un eccesso nell’utilizzo di questa droga può portare all’overdose, che si manifesta con spasmi, allucinazioni, convulsioni, tachicardia, paralisi muscolare e su fino all’infarto, l’incapacità respiratoria, il coma e la morte. La dipendenza che questo tipo di droga porta, aggredisce soprattutto la sfera psichica del cocainomane: egli, dopo l’uso, si sente spossato e stanco, e solo una nuova assunzione della sostanza può aiutarlo a ritrovare quell’energia vitale apparentemente perduta. Il legame che si crea allora tra stato di gioia e benessere e sostanza diventa un circolo vizioso pericolosissimo. Il consumatore di coca inoltre, a lungo andare, modifica totalmente la percezione di se e della realtà che gli sta intorno, con una distorsione ed una perdita dell’inibizione, che lo porta a compiere gesti sconsiderati, spesso lontani dal suo abituale comportamento sociale. La china verso comportamenti psicotici diventa sempre più frequenti, mentre le crisi di astinenza impediscono al consumatore abituale qualunque sforzo di volontà che possa aiutarlo ad uscire fuori dal problema e riprendere le “redini“ della sua vita e della sua salute. Iniziano a prevalere nella personalità aspetti quali paranoidi, quali il sospetto, l’irritabilità, fino al vero e proprio delirio paranoide, che si manifesta con crisi di rabbia, paura, ansia, allucinazioni. Il malato si convince di essere spiato, seguito, e reagisce spesso in modo violento. Soprattutto dopo l’assunzione, la sensazione di benessere ed euforia, può portare il consumatore a sfogare questa rabbia e questo senso di ostilità verso il mondo che lo circonda.


La cocaina è in grado di distruggere alcuni elementi del cervello, provocando così danni irreversibili. Inoltre, la consuetudine nello sniffare la sostanza, può provocare un’erosione profonda dei capillari e dei tessuti interni del naso. Uno dei maggiori problemi legati al consumo di cocaina, è anche quello relativo all’impossibilità da parte del consumatore di frenarne l’uso. In molti casi di overdose, i malati non sono stati in grado di accorgersi di aver superato il consumo di una quantità eccessiva. Questa incapacità è naturalmente frutto della sensazione di euforia prodotto dal consumo. Molti ragazzi, sull’onda del benessere effimero, iniziano a consumare dosi eccessive nell’arco magari di una sola serata. L’overdose giunge allora in modo “inaspettato“, a causa della perdita del controllo. Da questo punto di vista possiamo dire che la cocaina è un “demone subdolo”.




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sabato 28 novembre 2015

LE FOBIE



Per la psicoanalisi la fobia è imputabile alla rimozione di contenuti inconsci che manifestano il loro effetto portando l'individuo ad evitare una certa situazione. L'evento traumatico (appartenente al periodo dell'infanzia o della vita adulta) subisce un fenomeno di spostamento su una situazione o su un oggetto specifico.
A livello di pulsioni inconsce, la fobia è causata dalla rimozione di un'idea, di un desiderio o di un impulso inaccettabile. L'interpretazione psicoanalitica freudiana restringe il ventaglio di ipotesi, in quanto definisce la sindrome fobica come una conseguenza del mancato superamento del complesso di Edipo (isteria di angoscia) e dell'angoscia di castrazione. Vi è quindi una negazione del problema interno ed un trasferimento della angoscia dalla situazione psicologica interna verso il mondo esterno che viene caricato simbolicamente di valenze negative e fobiche.

Nel comportamentismo, invece, l'origine della fobia va ricercata nell'associazione con una esperienza spiacevole precedentemente provata, rievocata dall'oggetto della fobia. Anche le relazioni interpersonali del momento possono instaurare un particolare collegamento, rappresentato dalla fobia stessa, tra il malato e l'ambiente.

Attualmente, la psicoterapia cognitivo-comportamentale sostiene che il disturbo derivi da un cattivo apprendimento che può avvenire per condizionamento classico (Preparedness Theory di Seligman) o per apprendimento sociale (Bandura). Il disturbo si viene poi a mantenere per condizionamento operante tramite l'evitamento, dove il rinforzo negativo è rappresentato dalla sensazione di diminuzione dell'ansia per effetto dell'allontanamento dalla situazione fobica.

La fobia è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Chi ne soffre è sopraffatto dal terrore all’idea di venire a contatto magari con un animale innocuo come un ragno o una lucertola, o di fronte alla prospettiva di compiere un’azione che lascia indifferenti la maggior parte delle persone (ad esempio, il claustrofobico non riesce a prendere l’ascensore o la metropolitana). Le persone che soffrono di fobie si rendono perfettamente conto dell’irrazionalità della propria paura, ma non possono controllarla.
L’ansia da fobia, o “fobica”, si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, vertigini, extrasistole, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Con la paura si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire! Scappare, d’altra parte, è una strategia di emergenza. La tendenza ad evitare tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate alla paura, sebbene riduca sul momento gli effetti della fobia, in realtà costituisce una micidiale trappola: ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l’evitamento successivo (in termini tecnici si dice che ogni evitamento rinforza negativamente la paura). Tale spirale di progressivi evitamenti produce l’incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica della persona, al punto da interferire significativamente con la normale routine dell’individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali. Il disagio diviene così sempre più limitante. Chi ha la fobia dell’aereo può trovarsi, ad esempio, a rinunciare a molte trasferte, e la cosa diventa imbarazzante se è necessario spostarsi per lavoro. Chi ha paura degli aghi e delle siringhe può rinunciare a controlli medici necessari o privarsi dell’esperienza di una gravidanza. Chi ha paura dei piccioni non attraversa le piazze e non può godersi un caffè seduto ai tavolini di un bar all’aperto e così via.



Quando si parla di fobie ci si riferisce in genere a: fobia dei cani, fobia dei gatti, fobia dei ragni, fobia degli spazi chiusi, fobia degli insetti, fobia dell’aereo, fobia del sangue, fobia delle iniezioni, ecc.
Più precisamente, esistono le fobie generalizzate (agorafobia e fobia sociale), fortemente invalidanti, e le comuni fobie specifiche, generalmente ben gestite dai soggetti evitando gli stimoli temuti, che si classificano così:

Tipo animali. Fobia dei ragni (aracnofobia), fobia degli uccelli o fobia dei piccioni (ornitofobia), fobia degli insetti, fobia dei cani (cinofobia), fobia dei gatti (ailurofobia), fobia dei topi, ecc..
Tipo ambiente naturale. Fobia dei temporali (brontofobia), fobia delle altezze (acrofobia), fobia del buio (scotofobia), fobia dell’acqua (idrofobia), ecc..
Tipo sangue-iniezioni-ferite. Fobia del sangue (emofobia), fobia degli aghi, fobia delle siringhe, ecc.. In generale, se la paura viene provocata dalla vista di sangue o di una ferita o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive.
Tipo situazionale. Nei casi in cui la paura è provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare (aviofobia), guidare, oppure luoghi chiusi (claustrofobia o agorafobia).
Altro tipo. Nel caso in cui la paura è scatenata da altri stimoli come: il timore o l’evitamento di situazioni che potrebbero portare a soffocare o contrarre una malattia, ecc. Una forma particolare di fobia riguarda il proprio corpo o una parte di esso, che la persona vede come orrende, inguardabili, ripugnanti (dismorfofobia).
E’ importante chiarire che il tipo di fobia da cui si è affetti non ha alcun significato simbolico inconscio, come invece viene suggerito da alcuni psicoanalisti, e la paura specifica è legata unicamente ad esperienze di apprendimento errato involontario (non necessariamente ricordate dal soggetto), per cui l’organismo associa involontariamente pericolosità ad un oggetto o situazione oggettivamente non pericolosa. Si tratta, in sostanza, di un processo di cosiddetto “condizionamento classico”. Tale condizionamento si mantiene inalterato nel tempo a causa dello spontaneo evitamento sistematico che i soggetti fobici mettono in atto rispetto alla situazione temuta.

Il trattamento delle fobie è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale di breve durata (spesso entro i 3-4 mesi).
La cura delle fobie, dopo un periodo di valutazione del caso che si esaurisce in genere nell’arco del primo mese, passa necessariamente attraverso l’utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall’oggetto o situazione centrale (es. l’immagine di una siringa nuova per un fobico degli aghi o una scatoletta di mangime per un fobico dei cani). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l’abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all’esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori. In questo modo, nell’arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato “neutro”.
Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una fobia, poiché implica affrontare vis a vis l’oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l’aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nel 90-95% dei casi nella cura della fobia.
In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e lo si invita ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l’organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.
Nel caso di fobie invalidanti è molto diffuso l’uso di farmaci ansiolitici “al bisogno”, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute (es. prima di prendere l’aereo). Tale strategia consente di sopravvivere all’evento, ma non ottiene altro che l’effetto di rafforzare la fobia. Più utili, eventualmente, anche se non paragonabili e indubbiamente meno efficaci delle tecniche cognitivo comportamentali, possono essere delle adeguate e prolungate terapie a base di antidepressivi SSRI, sotto attenta valutazione medica.



Immaginate di incrociare per strada una ragazza stupenda: tacchi a spillo, curve al posto giusto, labbra carnose… insomma, uno schianto. Se però invece che voltarvi a guardarla, iniziate a tremare e a sudare freddo, mentre un senso di nausea e oppressione vi attanaglia, allora probabilmente soffrite di caligynefobia, un terrore smisurato per le belle donne. Magari "condito" con un tocco di philematofobia, una fifa matta dei baci. Se invece a spaventarvi sono solo i baci di vostra suocera, forse siete affetti da penterafobia (un’avversione ingiustificata per la madre di vostra moglie).
Elenco senza fine
E l’elenco delle fobie più insolite potrebbe continuare all’infinito, c’è chi non sopporta la vista delle ginocchia - neanche delle proprie - (genufobia), chi trema, e non solo di freddo, quando nevica (quionofobia) e chi ha talmente paura delle ombre da ridursi a vivere nel buio più assoluto. Altri temono gli angoli di case e palazzi (gonofobia), vanno in panico davanti a un minestrone di verdure (lachanofobia) o alla sola vista di un pc (i ciberfobici, che difficilmente leggeranno queste righe). Disturbi un po’ insoliti, certo, ma seri e invalidanti, che possono colpire un po’ tutti, indistintamente.

«La paura è democratica», afferma Giorgio Nardone, psicologo, psicoterapeuta e direttore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo (un istituto di ricerca, training e cura di queste patologie), «in 15 anni di terapia ho incontrato oltre 10 mila pazienti, il 52% dei quali donne, il 48% uomini. Non c’è quindi una differenza significativa tra sessi, né tra ceti sociali. Neppure medici e psicologi, che con le fobie hanno a che fare ogni giorno, ne sono immuni».

Insomma se eravate rimasti alla paura per ragni e serpenti, è ora di aggiornare il glossario. Chi ha provato a catalogare una per una tutte le fobie più strane infatti, è riuscito a contarne oltre un migliaio, accatastate in lunghi dizionari online che spesso più che offrire un valido sostegno terapeutico a chi è affetto da questi disturbi, soddisfano la curiosità degli utenti "sani".

Qualcuno sulle fobie più bizzarre ci specula, altri ci scherzano, quasi tutti ci incuriosiamo. Eppure si tratta di patologie che possono rendere la vita di chi ne soffre particolarmente dura. Sì perché se alcune paure sono più facilmente condivisibili, altre sembrano troppo fuori dalle righe per essere accettate.

Provate a pensare di rimanere bloccati in ascensore, in bilico tra due piani alti. Bè in una simile circostanza, nessuno si stupirebbe più di tanto, se vi venisse un attacco di claustrofobia. Ma che pensereste se un vostro collega vi confessasse di avere una paura tremenda di scale e gradini (batmofobia)? O se ogni giorno dopo inutili tentativi e crisi di panico, vi implorasse di fare quella telefonata al posto suo perché solo a comporre il numero, si sente venir meno?
Difficile confessare ad amici e conoscenti di avere il terrore di oggetti e situazioni apparentemente così "innocui". Si rischierebbe, è il primo pensiero di chi è affetto da disturbi tanto specifici, di venir presi per matti. O di essere considerati dei deboli o dei viziati.
E in effetti, come reagireste se scopriste che a bloccare in casa un vostro parente, è una paura smisurata per le raffiche di vento (anemofobia)? O un timore incontrollabile per le ombre (sciofobia), che lo costringe a rinchiudersi in una stanza buia evitando così ogni contatto con l’esterno?
E che dire dei malati di ciberfobia (paura dei Pc) che non riuscirebbero a compiere un sempre maggior numero di lavori e professioni?

Comune è anche una certa riluttanza a rivolgersi a uno specialista, soprattutto per i fobici colpiti da disturbi più inusuali, che cercano di nascondere il più a lungo possibile le proprie paure. Tanto che patologie di questo tipo sfuggono anche alle statistiche mediche ufficiali.

In cima alla lista delle zoofobie più diffuse, comunque, c’è oggi quella per i piccioni: segno che le paure cambiano nel tempo, proprio come le mode. Molto diffuse anche le patofobie, timori immotivati di essere affetti da un male incurabile. Secondo una recente rilevazione empirica condotta su scala nazionale, questi malati immaginari, che si sottopongono a esami diagnostici continui e invasivi, sono il 6-7% della popolazione italiana. Oltre 2 milioni di persone che oltre a provare un forte disagio personale, aggravano il bilancio del servizio sanitario dello stato.
D’accordo la fobia delle lontre (lutrafobia) per chi abita in città, può non essere particolarmente invalidante: basta evitare fiumi e parchi naturali e il problema non si pone. Ma il punto è che dietro a questa e altre paure così specifiche, si nasconde spesso un disagio personale più serio.




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martedì 17 novembre 2015

NON PROVARE SENTIMENTI



Dolori grandi li abbiamo vissuti tutti prima o poi, ognuno in modo diverso e per periodi più o meno lunghi, ma prima o poi, arriva l’apatia. Quando ci siamo svuotati di noi stessi, o riempiti completamente di tutt’altro, arriva il momento per alcuni più breve per altri molto lungo, in cui ci si sente completamente persi… ti sembra di non sentire nulla, di non riuscire più a provare nulla.. ti sembra di non avere più neanche un’anima, e ti senti una persona orribile… perché non riesci neanche più ad essere la buona amica di una volta, la buona figlia di una volta, o la compagna di una volta.. hai perso tutto e senti che mai più troverai una via di uscita da questa buca dove sei finita, non ci sono scale, non c’è una porta, neppure una botola segreta.. non c’è niente!

"Spesso si sentono neo-genitori raccontare di come siano stati sopraffatti da un senso di gioia e tenerezza nel momento in cui hanno visto per la prima volta i loro figli. Io non ho provato nulla di tutto ciò". Queste potrebbero sembrare le parole di un padre cinico o di un uomo affetto da patologie psichiatriche. In realtà il soggetto in questione non è né l’uno né l’altro; l’uomo infatti soffre di alexitimia (o alessitimia: letteralmente “non avere le parole per le emozioni”), una sindrome il cui sintomo principale si potrebbe sinteticamente descrivere come “cecità emotiva”.

Quando, nel 1972, per la prima volta venne descritto questo disturbo, i ricercatori pensarono che il problema centrale dell’alexitimia fosse di natura prettamente linguistica. Il concetto base era: queste persone provano le stesse emozioni di chiunque altro, ma non riescono a trasformarle in parole. Si ipotizzava che il disturbo venisse provocato dall’interruzione delle comunicazioni tra i due emisferi cerebrali. Questo blocco impediva di trasferire i segnali provenienti dalle aree del cervello deputate all’elaborazione emotiva (predominanti nell’emisfero destro) con quelle che gestiscono il linguaggio, nell’emisfero sinistro. A riprova di questa teoria venne osservato che i pazienti ai quali veniva curata chirurgicamente l’epilessia (con la resezione fisica dei collegamenti tra i due emisferi) nonostante la diminuzione degli attacchi, mostravano una marcata incapacità di descrivere i propri sentimenti.

Ai giorni nostri è appurato che esistono parecchi di tipi di alexitimia: vi sono casi nei quali il problema è quello di non riuscire a esprimere ciò che si prova e altri nei quali non si ha la consapevolezza di quel che si sente. L’alexitimia appare collegata a molte altre malattie come la schizofrenia, i disordini alimentari e soprattutto l’autismo.
Tra chi soffre di alexitimia sono molto diffusi i disturbi somatici, come il dolore cronico e il colon irritabile. Questa particolare incidenza deriverebbe da una sorta di cortocircuito cerebrale. In buona sostanza, riuscire a percepire consapevolmente le emozioni favorisce una diminuzione della sensazione fisica a essa collegata. Per esempio in una persona che prova rabbia o paura l’averne chiara comprensione andrebbe a rallentare il battito cardiaco o a diminuire la produzione di adrenalina. Ma senza questo procedimento di presa di coscienza dei propri sentimenti, nulla allevierà le sensazioni fisiche che anzi si amplificheranno. Recenti studi hanno per esempio dimostrato che chi soffre di alexitimia ha spesso una percezione eccessiva delle sensazioni corporee.



L' anaffettività  è l'incapacità da parte dell'individuo di provare o produrre affetti. Si tratta in pratica della condizione di assenza di affettività intesa come la totalità dei processi emotivi. Più in generale quindi trattasi di incapacità, più o meno patologica, di provare emozioni o di esprimere le emozioni che si riescono a provare e che quindi restano represse e non espresse.

Gli affetti, in genere, sono sentimenti di singolare intensità i quali si sottraggono al controllo della volontà. Un comportamento è definito come "affettivo" quando è causato da forti emozioni. La persona anaffettiva, invece, non prova né esprime affetti in condizioni e circostanze in cui normalmente questi vengono provati. Questo può rientrare in un quadro psicopatologico particolare e precisato (psicosi) e si esprime attraverso la difficoltà di mostrare sentimenti ed emozioni. In casi molto complessi, si accompagna ad una barriera corporea particolarmente pesante: la persona anaffettiva è anche scarsamente propensa ai contatti corporei, fino a provare imbarazzo o disagio nell’essere abbracciata.

In psicopatologia l’anaffettività non è una sindrome, ma un sintomo. Può essere presente infatti anche nell'anoressia mentale, in alcuni tipi di psicosi e in livello minore nelle nevrosi ossessive e in alcuni disturbi di personalità. Viene anche ritenuto come una lontananza emotiva, una forma di impassibilità emozionale, frequentemente di tipo difensivo che si palesa contestualmente alla presenza di emozioni particolarmente forti o che incutono paura. Anche all'interno di disturbi di personalità, infatti, e in particolar modo nel disturbo bipolare, possiamo avere questa caratteristica di anaffettività sotto forma di fase transitoria. Si può dire con certezza però che se l'amare, per un individuo, nel suo vissuto passato è risultato doloroso e frustrante, più o meno consapevolmente egli possa cominciare a reputarlo un comportamento da evitare e da scansare, creando così quella che viene ad essere una reale difficoltà nel produrre e reggere relazioni e rapporti che comportino in qualche modo l'implicazione di una certa intimità.

Le persone anaffettive hanno difficoltà ad esprimere emozioni più per paura di restare feriti che per effettiva assenza di sentimenti. L'anaffettività può dare impulso a moltiplicare l'investimento nella professione, a dare particolare importanza agli aspetti materiali e narcisistici della vita, a puntare su una regolarità che le persone intorno ritengono apprezzabile, e che sembra garantire un piacere per le 'cose' e per 'l'immagine': un piacere illusorio che può diminuire la capacità di godere di sé stessi, della vita e delle relazioni, nonché la capacità di sviluppare affetti e passioni salutari e gratificanti. A livello inconscio, è una modalità per difendersi da esperienze dolorose vissute durante l'infanzia. Sono infatti particolari situazioni traumatiche, di abbandono, di non amore che generano tale freddezza e, successivamente, quello che viene definito un totale ripiegamento emotivo. L'individuo, affinché non soffra più, si organizza attraverso il distacco emotivo difensivo. Le persone con tale caratteristica infatti, ogni volta che sono in qualche modo sfiorate dall'amore, dagli affetti, da qualsiasi forma sentimentale positiva, sono pervase dall'angoscia dell'abbandono e inconsapevolmente si difendono ibernandosi, raggelandosi negli atteggiamenti, in una sorta di anestetizzazione personale.



Il blocco affettivo è l'incapacità di esprimere affetti ed emozioni e di solito si verifica come conseguenza di motivi, tendenze o emozioni che sono in conflitto. L'anaffettività è sostanzialmente disinteresse, vero o voluto, di sentimenti verso persone che potrebbero coinvolgere emotivamente. È una difesa al proprio io (egocentrismo, istrionismo, narcisismo) che ha stabilito, fin dalla tenera età, che non vuole coinvolgimenti emotivi, perché questi lo fanno soffrire. Il risultato è un ripiegamento su se stessi e i propri bisogni, che sfociano in un uso strumentale degli altri, come se gli altri non fossero altro che oggetti a propria disposizione, per il proprio beneficio, atti a dare soddisfazioni, e da scartare il momento in cui domandassero lo stesso trattamento affettivo in cambio. Ovviamente queste persone, ma non è sempre così, non si rendono conto del loro modo di essere, che ritengono connaturato e molto normale.

L'anaffettività è da legarsi a disturbi delle aree affettivo, cognitivo e comportamentale. La problematica compare in età adulta, quando si iniziano a vivere situazioni che di norma dovrebbero far esprimere un particolare vissuto emozionale e il coinvolgimento di sentimenti, come un fidanzamento, il matrimonio, la maternità, il rapporto con i figli, le relazioni con amici e parenti. Le caratteristiche essenziali di questo disturbo sono una sorta di incapacità a provare o manifestare emozioni. È caratterizzato da tutti o alcuni dei seguenti elementi:

smodata dedizione al lavoro, importanza irragionevole ad aspetti materiali e narcisistici dell'esistenza;
comportamento regolarizzato secondo l'apprezzamento degli altri;
smodato apprezzamento sul piacere per l'estetica, l'immagine di cose e persone;
riduzione della capacità di godere di sé stessi, delle relazioni e della vita;
tentativi di fuggire dai ricordi di esperienze dolorose, del passato, dell'infanzia;
ripiegamento emotivo e freddezza;
organizzazione di un distacco emotivo difensivo;
tendenza a fuggire ogni occasione di relazioni sentimentali;
angoscia dell'abbandono;
tendenza a non credere alle altrui dichiarazioni di sentimento e affetto.
instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente, più di pochi giorni);
sentimenti cronici di vuoto.
Si può parlare di un ciclo di trasmissione intergenerazionale dell'anaffettività e dell'insensibilità, per cui chi ha già subìto il danno delle carenze affettive, a sua volta lo trasmette. Interrompere questa "catena" richiede un lavoro paziente e doloroso su se stessi, sul proprio vissuto passato, sui personali apprendimenti emotivi e sentimentali. Per questo è consigliabile intraprendere un percorso di psicoterapia.

È indispensabile un trattamento psicoterapico, anche se è molto difficile portare a termine tale trattamento a causa della non consapevolezza del paziente alla necessità di un intervento su questo aspetto della propria personalità. Sono di solito abbastanza casuali i fattori della remissione di questo sintomo: a volte basta un incontro importante e la personalità di un soggetto cambia notevolmente.





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