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lunedì 11 aprile 2016

LA PITIRIASI



La pitiriasi rosea di Gibert è una nota dermatosi benigna piuttosto frequente, a risoluzione generalmente spontanea e di presunta natura infettiva; si tratta di una condizione morbosa eruttiva di tipo acuto, la cui eziologia risulta tuttora incerta.
Nella maggior parte dei soggetti affetti, la diagnosi si rivela pressoché semplice e consta del semplice esame obiettivo. Ad ogni modo, in alcuni casi, il semplice esame obiettivo potrebbe risultare più complicato, di conseguenza è necessaria la diagnosi differenziale; a tal proposito, è doverosa un'attenta classificazione delle varie forme di pitiriasi rosea di Gibert.  Solo dopo aver individuato il tipo di pitiriasi rosea che affligge il paziente, è possibile redigere un'attenta diagnosi, quindi indirizzare il soggetto verso la terapia più adatta.

Colpisce soprattutto soggetti giovani (10-35 anni, negli ultimi anni però si sono verificati casi anche in età più avanzata), per lo più nei mesi primaverili e autunnali.

La malattia compare senza nessun prodromo e senza altri sintomi ad esclusione delle caratteristiche manifestazioni cutanee. Il periodo di osservazione dell'insorgenza si nota maggiormente durante i cambi stagionali, esposizione prolungata ad agenti in ambito lavorativo (polveri, particelle varie, ecc...) che vanno a determinare una secchezza particolare della cute.

Colpisce il busto, gli arti superiori e il cuoio capelluto; raramente il volto, gli arti inferiori, e i genitali. Si determina la formazione della prima "macchia" dapprima rosea detta "madre", dove le lesioni definite "a medaglione" sono di forma ovalare con eritema e desquamazione, i limiti sono netti e i bordi della lesione sono appena rilevati. C'è una risoluzione centrale. In seguito, dopo qualche settimana, vi è un ispessimento e secchezza con la "maturazione" del punto interessato. Il colore si intensifica per poi regredire rimanendo tuttavia la particolare mancanza di elasticità e idratazione del sito. La "macchia madre" assume un decorso "pulsante" e col passare del tempo altre macchie si susseguono a dislocazione casuale, le quali una volta "maturate" scompaiono, pur rimanendo quella madre.

Le manifestazioni cutanee si riscontrano nel tronco, collo e terzo superiore degli arti superiori. Esistono inoltre manifestazioni cliniche riguardanti morfologia e topografia delle lesioni atipiche.
I sintomi che questa malattia può presentare sono i seguenti:
Un’infezione del tratto respiratorio superiore può precedere tutti gli altri sintomi in circa il 69% dei pazienti.
Una singola macchia ovale, da 2 a 10 cm di diametro, appare di solito sull’addome. Di tanto in tanto, la macchia può apparire in una posizione “nascosta” (sotto l’ascella, per esempio) e non essere notata immediatamente. Questa macchia “madre” può alle volte apparire come un insieme di piccole macchie ovali, ed essere scambiata per acne. In alcuni casi (rari) non si presenta affatto.
7-14 giorni dopo la manifestazione della macchia principale, tante macchie di colore rosa o rosso e di forma ovale appaiono sul torso. Le macchie ovali più numerose in generale si diffondono sull’addome, seguendo le arcate costali in una caratteristica distribuzione ad “albero di Natale”. Alcuni giorni dopo alcune macchie circolari possono apparire sulla schiena e sul collo. E’ raro che le lesioni si formino sul viso, ma possono comparire sulle guance o all’attaccatura dei capelli.
Circa un quarto delle persone affette da pitiriasi rosea soffrono di prurito sintomatico che può andare da lieve a grave intensità. (Un prurito moderato dovuto alla eccessiva secchezza della pelle è molto più comune, soprattutto se viene utilizzato del sapone per pulire le zone colpite). Il prurito è spesso non localizzato in un unico punto, e la situazione peggiora se si “gratta” le zone pruriginose. Questo prurito tende a svanire con lo sviluppo di questa dermatosi e di solito non dura per l’intero corso della malattia.
L’eruzione cutanea può essere accompagnato da una febbricola, mal di testa, nausea e stanchezza. In questi casi i normali farmaci da banco possono aiutare a gestire questi imprevisti.

Le cause che scatenano l’insorgere della pitiriasi rosa non sono certe, ma i test clinici e le reazioni immunologiche suggeriscono un’infezione virale come possibile causa principale.



Inoltre, l’HHV-7 (Herpesvirus umano 7) potrebbe avere un fattore determinante nell’evolvere della malattia, trovandosi frequentemente in individui sani, per cui il suo ruolo eziologico è tuttora controverso. Questo virus è molto diffuso dato che quasi tutti gli individui lo contraggono nella prima infanzia e come tutti gli herpes virus, può rimanere latente per anni e riattivarsi eventualmente in seguito alla depressione del sistema immunitario.

Tende all'autorisoluzione e non esiste una vera e propria terapia. Si consigliano l'uso di detergenti a pH leggermente acido, e con elevata idratazione. Regredisce in pochi mesi, per poi a volte ritornare. Sono da utilizzare delle semplici precauzioni per evitare che la pitiriasi rosea possa condurre a ulteriori problematiche collaterali. È assolutamente da evitare grattare la pelle per il prurito ma piuttosto utilizzare delle creme emollienti.

È necessaria la differenziazione diagnostica della pitiriasi rosea: questa non dev'essere confusa con Pityriasis versicolor, pitiriasi lichenoide cronica, lichen planus, psoriasi guttata, tassidermie (dermatiti allergiche iatrogene), Tinea Corporis (micosi delle pelle), dermatite seborroica e sifilide secondaria.
Quando la - presunta - pitiriasi rosea di Gibert interessa anche la pianta dei piedi ed il palmo delle mani, è indispensabile un esame sierologico approfondito per escludere la sifilide e, quando necessaria, l'indagine microscopica per l'isolamento dei miceti. La diagnosi dev'essere ancor più scrupolosa quando la chiazza madre non s'identifica: molto spesso, in simili frangenti, la diagnosi di pitiriasi rosea di Gibert può risultare erronea, poiché la macchia madre tende a presentarsi quasi sempre nelle forme classiche di pitiriasi. Ad ogni modo, le eccezioni non mancano, poiché talvolta nei pazienti la macchia madre potrebbe essere assente oppure, in altri, essere presente in più copie.

Tra le forme atipiche della pitiriasi di Gibert, chiaramente più rare rispetto alla forma classica della dermatosi, si ricordano:
Pitiriasi rosea gigante: dermatosi che colpisce il cuoio capelluto, i genitali, la mucosa orale e le unghie (tipico aspetto a ditale da cucito). Il quadro sintomatologico è pressoché lo stesso della pitiriasi rosea di Gibert.
Pitiriasi rosea invertita o inversa: pur essendo una dermatosi inconsueta, è tipica delle persone con pelle scura-olivastra. Le macule si diffondono in aree anatomiche insolite quali, ad esempio, arti inferiori e superiori, e volto; le zone tipiche della pitiriasi (tronco, in particolare) rimangono indenni.
Pitiriasi rosea circinata e marginata di Vidal: questa forma atipica di dermatosi tende a perdurare per alcuni mesi, malgrado i trattamenti mirati alla sua guarigione. Generalmente, le macchie rosee sono isolate le une dalle altre, ma le dimensioni risultano più ampie.
Pitiriasi rosea vescicolare: dermatosi pitiriasica molto frequente tra la razza nera, in particolare tra i giovani ed i giovanissimi.
Pitiriasi rosea urticata: come preannuncia il termine stesso, tale forma di pitiriasi è accompagnata anche da orticaria.
Tra le altre forme meno conosciute e più infrequenti si ricordano anche la pitiriasi purpurico- emorragica, la pitiriasi lichenoide e la pitiriasi pustolosa. 
Quando l'ipotetica pitiriasi rosea di Gibert non si risolve entro le 10 settimane è necessario un ulteriore controllo medico allo scopo di escludere la parapsoriasi a placche, talvolta precorritrice di linfoma cutaneo.
La probabilità d'insorgenza della pitiriasi rosea nelle donne in gravidanza è lievemente più alta rispetto alle altre donne.
Quando si tratta di pitiriasi rosea di Gibert, non si verificano danni al feto: ad ogni modo, è necessario escludere l'assenza di sifilide secondaria (i cui sintomi potrebbero essere confusi con la pitiriasi), assai più pericolosa per il nascituro.
La pitiriasi rosea di Gibert nei lattanti e negli infanti tende ad essere più aggressiva ed a degenerare in orticaria
Dopo aver curato la pitiriasi rosea in soggetti con carnagione scura, è molto probabile la comparsa di macule ipocromiche (macchie bianche sulla pelle o chiare) o ipercromiche (chiazze scure). Il fenomeno risulta transitorio nella maggior parte dei casi.





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sabato 26 marzo 2016

INFEZIONI MASCHILE



Malattie, pruriti, rotture, eiaculazione precoce e ritardata, fratture. La parte del corpo a cui gli uomini tengono di più, il pene, non porta solo gioie e soddisfazioni.

I disturbi del pene possono influire negativamente sulla funzionalità sessuale e sulla fertilità.

Il priapismo è un’erezione continua, spesso dolorosa, che può continuare per alcune ore o alcuni giorni. L’erezione causata dal priapismo non è connessa all’attività sessuale e non cessa dopo l’orgasmo: il sangue affluisce al pene, ma non defluisce correttamente. Tra le cause più frequenti del priapismo:
Abuso di alcool o droghe (soprattutto cocaina),
Uso di determinati farmaci, tra cui alcuni antidepressivi e farmaci per il controllo della pressione,
Problemi al midollo spinale,
Lesioni ai genitali,
Anestesia,
Terapia iniettiva contro l’impotenza,
Malattie del sangue, come la leucemia e l’anemia falciforme.
Il priapismo deve essere curato, perché un’erezione prolungata potrebbe danneggiare il pene: lo scopo della terapia è quello di attenuare l’erezione e mantenere intatta la funzionalità dell’organo. Nella maggior parte dei casi si procede ad un drenaggio del sangue mediante una siringa che lo aspira dall’asta. Possono anche essere usati farmaci vasocostrittori che fanno diminuire l’afflusso di sangue. Raramente si rivela necessario l’intervento chirurgico per evitare lesioni permanenti. Se il disturbo è causato dall’anemia falciforme, probabilmente si dovrà ricorrere a una trasfusione di sangue.

Nei pazienti affetti dalla sindrome di La Peyronie si forma una placca od un rigonfiamento duro sul pene. La placca si sviluppa quasi sempre sulla parte superiore del pene oppure, più raramente, nella parte inferiore, negli strati che contengono il tessuto erettile. La placca di solito compare come un’area di irritazione e infiammazione localizzata e può trasformarsi in una lesione più dura. La lesione fa diminuire l’elasticità del pene nella zona colpita.
La sindrome di La Peyronie è per lo più un disturbo lieve che guarisce spontaneamente nel giro di 6-15 mesi. In questi casi il problema non si aggrava ed è limitato a una semplice infiammazione. Nei casi più gravi, invece, il disturbo può durare per anni. La placca indurita fa diminuire la flessibilità, causando dolore e costringendo il pene a piegarsi o arcuarsi durante l’erezione.
Oltre ad arcuare il pene, la sindrome di La Peyronie può causare dolore in condizioni normali, ma anche durante l’erezione. Può anche causare stress emotivo e avere ricadute negative sul desiderio e sulla funzionalità sessuale.
La causa esatta della sindrome di La Peyronie non è nota con esattezza: i casi che si sviluppano in fretta, che durano per poco tempo e scompaiono senza terapie, sono quasi sempre dovuti a un trauma (ferite o curvature) che causa un sanguinamento interno del pene. Alcuni casi di sindrome di La Peyronie, tuttavia, hanno un decorso più lento e sono abbastanza gravi da richiedere un intervento chirurgico. Tra le altre possibili cause della sindrome di La Peyronie:
Vasculite. È un’infiammazione del sangue o dei vasi linfatici che può portare alla formazione di lesioni.
Malattie del tessuto connettivo. Secondo il National Institute of Health americano, il 30 per cento circa dei pazienti colpiti dalla sindrome di La Peyronie si ammala anche di disturbi che colpiscono il tessuto connettivo in altre parti dell’organismo. Questi disturbi di solito causano l’ispessimento o l’indurimento del tessuto connettivo, un tessuto specializzato che serve da supporto ad altri tessuti dell’organismo e si trova ad esempio nelle cartilagini, nelle ossa e nella pelle.
Ereditarietà. Alcune ricerche ipotizzano che i pazienti che hanno un parente affetto dalla sindrome di La Peyronie corrono un rischio maggiore di ammalarsi della stessa sindrome.
La placca sintomo della sindrome spesso regredisce o scompare senza alcuna terapia, quindi la maggior parte dei medici consiglia di aspettare 1-2 anni o più prima di tentare di correggerla chirurgicamente. In molti casi l’intervento chirurgico produce risultati positivi, ma si possono verificare delle complicazioni e molti dei problemi connessi alla sindrome (ad esempio l’accorciamento del pene) non vengono corretti dall’intervento, quindi la maggior parte dei medici preferisce intervenire chirurgicamente solo negli uomini con curvature talmente pronunciate da rendere impossibili i rapporti.
Per curare la sindrome di La Peyronie esistono due tecniche chirurgiche.
Nella prima viene rimossa la placca e poi la zona viene coperta con un pezzo di pelle o di materiale artificiale (trapianto di pelle).
Nella seconda il chirurgo rimuove o pizzica il tessuto dalla parte del pene opposta alla placca, impedendo così al pene di arcuarsi.
Con il primo metodo si può perdere parzialmente la funzionalità erettile e soprattutto la rigidità. Con il secondo metodo, noto come intervento di Nesbit, il pene eretto sarà più corto.
La terapia non chirurgica per la sindrome di Peyronie comporta l’iniezione di farmaci direttamente nella placca, per cercare di ammorbidire il tessuto colpito, diminuire il dolore e correggere la curvature del pene. È possibile usare le protesi peniene nei casi in cui il disturbo impedisce al paziente di raggiungere o mantenere l’erezione.

La balanite è un’infiammazione della pelle che copre la sommità del pene. Un disturbo simile è la balanopostite, cioè l’infiammazione del glande e del frenulo. Tra i sintomi della balanite:
rossore,
dolore,
prurito,
eruzione cutanea,
perdite maleodoranti.
La balanite colpisce soprattutto gli uomini e i ragazzi non circoncisi e che non prestano sufficiente attenzione all’igiene. L’infiammazione si può verificare se la pelle sotto al prepuzio, che è più sensibile, non viene lavata regolarmente, permettendo così al sudore, alla pelle morta e ai batteri di raccogliersi sotto al prepuzio e causare l’irritazione. Se il prepuzio è stretto, può essere più difficile tenere pulita la zona: l’irritazione è causata da una sostanza maleodorante (smegma) che si può accumulare sotto al prepuzio.
Tra le altre cause possiamo avere:
Dermatite/allergia. La dermatite è un’infiammazione della pelle, causata in molti casi da una sostanza irritante o da un’allergia da contatto. La sensibilità alle sostanze chimiche presenti in certi prodotti, ad esempio nei saponi, nei detergenti, nei profumi e nelle creme spermicide, può causare una reazione allergica, con irritazione, prurito ed eruzione cutanea.
Infezione. L’infezione dovuta al lievito Candida albicans (la candida) può provocare un’eruzione cutanea con prurito e macchioline. Alcune malattie sessualmente trasmissibili, come la gonorrea, l’herpes genitale e la sifilide, possono causare i sintomi della balanite.
Inoltre i pazienti diabetici hanno maggiori probabilità di soffrire di balanite, perchè il glucosio (lo zucchero) presente nelle urine che rimane sotto il prepuzio è un ottimo terreno di coltura per i batteri.



L’infiammazione cronica del glande e del prepuzio può causare lesioni che a loro volta provocano il restringimento del prepuzio (fimosi) e dell’uretra (il tubicino che permette all’urina di fuoriuscire dalla vescica). L’infiammazione può anche far gonfiare il frenulo e provocare quindi lesioni al pene.
Nei pazienti che soffrono di fimosi il prepuzio è talmente stretto che non è possibile ritrarlo per scoprire la sommità del pene. La parafimosi, invece, si verifica se il prepuzio, una volta ritratto, non riesce a ritornare nella posizione originaria.
La fimosi, che è molto comune tra i bambini, può essere congenita, cioè presente fin dalla nascita. Può anche essere provocata da un’infezione o da una lesione causata da un trauma o da un’infiammazione cronica. Un’altra causa della fimosi è la balanite, che provoca lesioni e restringimento del frenulo. È necessario un intervento medico tempestivo se il disturbo impedisce o ostacola la minzione.

La parafimosi è una situazione di emergenza che può causare gravi complicazioni se non viene curata; può comparire dopo un’erezione o dopo un rapporto, oppure può essere causata da un trauma al glande. Chi soffre di parafimosi non riesce a ricoprire il glande. Se si lascia trascorrere troppo tempo, il pene comincia a far male e a gonfiarsi e iniziano i problemi circolatori. Nei casi più gravi, infine, il mancato afflusso di sangue può causare la morte dei tessuti (cancrena) e può rendere necessaria l’amputazione del pene.

Il tumore del pene è una forma di cancro molto rara che si verifica quando cellule anomale presenti nel pene iniziano a dividersi e a proliferare in modo incontrollato.
La causa del tumore al pene non è nota con esattezza, ma si sa che la probabilità di ammalarsi può aumentare in presenza di determinati fattori di rischio. Un fattore di rischio è un’abitudine o una condizione che fa aumentare il rischio di ammalarsi.
Chi non è circonciso corre un maggior rischio di ammalarsi.
Il papillomavirus è in realtà un gruppo costituito da più di 70 tipi di virus in grado di provocare verruche genitali (papillomi). Alcuni tipi di HPV possono infettare gli organi genitali e la zona anale e vengono trasmessi mediante contatto sessuale.
Il fumo espone tutto l’organismo, e non solo i polmoni, a diverse sostanze cancerogene.
Le secrezioni oleose della pelle si possono accumulare sotto il prepuzio. Il risultato è una sostanza densa e maleodorante, detta smegma. Se il pene non viene pulito adeguatamente, lo smegma può causare irritazione e infiammazioni.
La maggior parte dei casi di tumore al pene si verifica in persone di età superiore ai 50 anni.

La cosiddetta sindrome del chiodo rotto, un raro trauma consiste nella rottura improvvisa della tonaca albuginea. Spesso accade durante il sesso, e si sentirà un forte e doloroso scoppio seguito da una perdita immediata dell’erezione. Il pene diventa nero o blu, ed è meglio andare subito in ospedale.

L’alcol agisce come sedativo sulle strutture cerebrali, e berne troppo può rendere difficile, o addirittura impossibile, l’erezione e l’eiaculazione.

L’emospermia, un’infiammazione o un trauma nella prostata o in altre ghiandole, rende il liquido seminale di un colore rosso.

Le palle blu esistono realmente e si chiamano “congestione prostatica”, quando i testicoli sono sottoposti a una prolungata stimolazione sessuale senza arrivare all’eiaculazione. Il fenomeno è molto doloroso e può aiutare una doccia fredda e soprattutto portare a termine il rapporto.

Se non riesci a controllare il tuo prurito al pene le cause possono essere molteplici: infezioni, funghi, scabbia, pedivulosi, batteri, ma anche virus. La scarsa igiene è la causa prima del prurito e del rossore al pene.

La disfunzione erettile può accadere a qualsiasi età e in qualsiasi momento. La causa più comune è psicologica, ma possono esservi anche motivi fisiologici, come problemi vascolari, neurologici o ormonali.

Non c'è pillola dell'amore che tenga, l'organo sessuale maschile starebbe vivendo un periodo di "crisi" dovuto alla riduzione negli anni delle sue dimensioni: frutto dell'età media che si allunga ma che porta con se malattie croniche - ad esempio il diabete - che incidono negativamente sullo stato di salute del "sesso".

«Oggi la lunghezza media è di circa 13 centimetri, ma non abbiamo molti dati sulle dimensioni del sesso del maschio adulto di 60 anni fa - si legge su un quotidiano online - Tuttavia ciò che sappiamo è che gli uomini contemporanei vivono molto più a lungo, ma spesso sono più grassi o soffrono di malattie croniche come il diabete che influiscono sulla frequenza e sulla mascolinità delle erezioni».
Il quotidiano inglese non è particolarmente scientifico nella sua analisi, ma a supportare la teoria di un accorciamento dell'organo sessuale maschile, cita il libro The Feminization of Nature, firmato dalla scrittrice e gionalista scientifica britannica Deborah Cadbury.

Il volume è molto vecchio (risale al 1999) e analizza gli effetti sul sistema endocrino delle sostanze chimiche sempre più presenti negli ultimi decenni nell'alimentazione e nella vita quotidiana. Si punta il dito su sostanze e composti come i bifenili o il bisfenolo, presenti nelle plastiche di molti oggetti, e soprattutto sulle conseguenze negative a lungo termine sull'equilibrio ormonale.

L'effetto è che in media l'organo sessuale dei nonni era più lungo di due centimetri rispetto a quello dei nipoti. Ma la tesi - secondo i alcuni criteri - non si appoggia su basi scientifiche consolidate.




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martedì 22 marzo 2016

IL GESSO




Il gesso da usare in ortopedia veniva estratto dalla creta del passo della Cisa e lavorato dai gessisti, che riuscivano a modellarlo per qualsiasi parte del corpo da bloccare. Oggi si usa ancora, soprattutto nei bambini, ma spesso è sostituito da gessi sintetici con polimeri plastici già fatti.
Gessi “vecchi” e più recenti, tuttavia, non ottengono i risultati delle nuove tecniche mininvasive, che assicurano la ripresa anche in una settimana, invece dei 3 mesi di un gesso, spiega il professor Calori. «Inoltre, i gessi possono avere effetti collaterali. Come la rigidità delle articolazioni a monte e a valle della frattura, a causa della lunga immobilità. O allergie al cotone che li riveste. Persino infezioni cutanee, se ci si gratta col ferro da calza (la ferita rimane nascosta nel gesso). Infine, se c’è una compressione eccessiva, possono risentirne circolazione e nervi, in modo anche grave».

Esistono due diversi tipi di materiale con cui confezionare una ingessatura comunemente chiamata “gesso”. Gli stessi materiali possono essere usati per confezionare docce gessate (dette mezzo gesso), immobilizzazioni e tutori temporanei.

Oltre che la struttura rigida, portante, per confezionare un gesso serve anche una maglia tubolare di Jersey di cotone per avvolgere la pelle e del cotone idrofobo in fasce (detto di Germania) per evitare che la parte dura del gesso crei sofferenze sulla pelle.

Possono anche essere confezionati gessi in resina che abbiano la caratteristica di potere essere bagnati ma sono piuttosto rari, sia per il costo dei materiali, sia perché non adatti a tutti i casi da trattare.

Ogni ingessatura assolve lo scopo per la quale è stata ideata e confezionata. Esistono anche gessi molto complessi, eseguibili da personale esperto, come le minerve gessate o i busti per la scoliosi. La maggior parte delle persone verrà trattata con gessi per gli arti. Queste ingessature potranno essere anche docce gessate o tutori, più semplici, utilizzati solo come immobilizzazione, anche per ferite o lesioni dei tessuti molli siano essi tendini o muscoli. In alcuni casi le docce gessate vengono utilizzate nel post operatorio e solo temporaneamente.

I gessi dell’arto inferiore possono essere costruiti con caratteristiche tali da consentire il carico del peso corporeo e quindi danno la possibilità di camminare. I gessi di questo tipo vengono confezionati in situazioni particolari, su decisione dell’ortopedico. Non tutti i gessi consentono di camminarci sopra (ricordo a tutti che camminare vuol dire anche muoversi a casa per andare in bagno).

Bisogna mantenerli puliti ed asciutti.
Devono essere integri, senza zone di rammollimento o rotture
I margini devono rimanere arrotondati, per tal motivo non vanno accorciati o allargati se non da persone competenti
La pelle sotto il gesso non deve essere grattata e non si deve infilare niente sotto il gesso.
Non inserire sotto il gesso polveri aspersorie o lozioni di alcun tipo anche se si tratta di prodotti per curare il prurito.
Tenere coperto il gesso se si deve soggiornare in ambienti potenzialmente sporchi.
Se il gesso è lungo sulla coscia, bisogna stare particolarmente attenti nello svolgimento delle proprie funzioni corporee ed agli arti.

Mantenere l’arto in gessato in posizione sollevata, il punto di riferimento è la posizione del cuore. Questo serve a fare sgonfiare l’arto immobilizzato.
Le parti corporee libere dal gesso (dita, articolazioni non bloccate) devono essere mantenute in movimento per favorire la circolazione del sangue.



I ricercatori sono tutti d'accordo: le tecnologie di stampa tridimensionali stanno rivoluzionando l’ortopedia. Già tra pochi anni gli esoscheletri su misura potrebbero prendere il posto del desueto gesso. E per di più molti laboratori stanno lavorando alla fabbricazione di ossa su misura.

Jake Evill, un laureato della Victoria University di Wellington, in Nuova Zelanda, lo ha letteralmente provato sulla sua pelle. Il designer per media e industria è stato ingessato a seguito di una frattura alla mano. Evill è rimasto sorpreso da quanto questa tecnica sia poco “friendly” per il paziente – lo “stucco” pruriginoso dal peso di due chilogrammi sul suo braccio gli è sembrato un po’troppo arcaico. Nei mesi più caldi i pazienti sudano moltissimo e ciò porta rapidamente alla comparsa di un odore sgradevole. Non essendoci alternative Evill si è dato da fare da solo. Il risultato: Cortex, un esoscheletro dalla struttura alveolare dalle ampie aperture. Come materia prima sono stati utilizzati dei poliammidi come il nylon. Il materiale estremamente stabile e duro risulta molto leggero. Ciò è dovuto ai legami d’idrogeno intermolecolari, simili alle proteine.

Anche con Cortex per cominciare è necessaria una radiografia per determinare la posizione esatta della frattura. Poi si passa alla scansione tridimensionale dell’arto interessato. Qui Evill utilizza Kinect, un hardware per il controllo del Xbox 360. Adesso tocca al Computer: dall’elaborazione di questi dati è possibile calcolare la geometria che deve avere l’esoscheletro per adattarsi bene al paziente e fornire sostegno dove è necessario. Per la creazione del modello tridimensionale il nostro inventore è ricorso a ZBrush, un programma di grafica di Pixologic. Alla fine tutti i dati sono stati inviati nei Paesi Bassi. Shapeways, specialista in stampa tridimensionale, ne ha ricavato un esoscheletro dallo spessore di tre millimetri e con un peso inferiore ai 500 grammi.

Volendo essere critici il nuovo artefatto presenta due gravi inconvenienti: in confronto ai calchi in gesso o in resina i costi previsti sono molto più elevati. Sia per quanto riguarda l’hardware e il software, sia per il materiale stesso. Inoltre Evill calcola che sono necessarie circa tre ore per ottenere un calco finito – rispetto ad un massimo di dieci minuti per il metodo classico. Una volta pronto però cortex agisce da subito, mentre il gesso è del tutto asciutto solo dopo un giorno. Altrimenti i medici ne riconoscono i vantaggi: la struttura geometrica esatta, il peso ridotto, la qualità estetica. I pazienti possono fare normalmente la doccia o il bagno, e la pelle è ben ventilata. Camicie a maniche lunghe e pantaloni lunghi? Non c’è problema. Rimane la questione dell’impatto ambientale: il supporto in plastica, normalmente, richiede poco materiale. A guarigione avvenuta tutti i polimeri utilizzati possono essere riciclati tramite fusione.

Per poter essere utilizzato negli ambulatori e negli ospedali l’esoscheletro deve essere ancora perfezionato, nel frattempo sono già a buon punto altre tecnologie 3D per uso ortopedico. In Belgio il Professor Dr. Jules Poukens ha voluto affrontare la sfida posta dal trattamento di una paziente anziana con processi infiammatori cronici alla mascella inferiore. A causa dell’età era da scartare la possibilità di una ricostruzione della struttura ossea tramite intervento chirurgico di lunga durata. E questa è la sua alternativa: tramite misurazione tridimensionale ha potuto ottenere un dispositivo in titanio. Tramite un potente laser la polvere di titanio è stata messa con precisione millimetrica nella forma determinata. Prima dell’intervento inoltre Poukens ha rivestito la sua creazione con degli strati bio- ceramica. Alcuni medici britannici hanno dovuto affrontare un problema simile. Dovevano rimuovere ampie zone del cranio di un paziente. Sulla base di varie scansioni CT hanno preparato una ricostruzione 3D. Il pezzo di osso era di polietere chetone chetone (PEKK).

Un’altra prospettiva per il futuro consiste nella produzione, per mezzo di stampanti 3D, di protesi da integrare nel corpo. In Germania Cynthia M. Gomes sta lavorando, presso l’Istituto federale per la ricerca e ed i test sui materiali (BAM), ad artefatti in ceramica. La sua visione: durante l’operazione i chirurghi effettuano la scansione dei difetti ossei – e ricevono immediatamente gli impianti adeguati. Questi sarebbero costituiti al 60 per cento da pori per permettere alle cellule di crescere bene. Alla fine del processo il corpo assorbe i componenti inorganici. Gomes è convinta che tra cinque anni i primi impianti potranno essere utilizzati. Presso la Washington State University il professor Amit Bandyopadhyay ha investito molte energie in una stampante tridimensionale. Il suo prototipo produce sostituti ossei in ceramica, talmente fedeli ai modelli biologici da essere confondibili. I primi test condotti su ratti e conigli hanno avuto successo. Stima però che saranno necessari ancora almeno dieci anni prima che gli esseri umani possano servirsi di questa tecnica. Il Professor Kevin Shakesheff dell’Università di Nottingham procede secondo un’altra strategia – e stampa ossa artificiali con una stampante – Bio. Si serve di scansioni TC come base per generare un Template. Poi il Bioprinter si incarica delle cellule staminali. Una volta nell’organismo questa struttura di base viene gradualmente sostituita dal tessuto osseo. Recentemente Shakesheff ha presentato il suo metodo a Londra presso l’annuale Summer Scienza Exhibtion della Royal Society.



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lunedì 21 marzo 2016

I FUNGHI DELLA PELLE



I funghi sono provocati da dei piccolissimi organismi che infettano la pelle, e che si trasmettono molto facilmente. Generalmente si tendono a distinguere due categorie di funghi, ovvero i dermatofiti (responsabili della tinea) e i lieviti (responsabili invece di candidosi e pityriasis versicolor). La crescita delle micosi cutanee è generalmente favorita dalle temperature alte e dall’umidità.

Questo genere di problema non deve essere assolutamente trascurato, poichè non tende a regredire senza se non viene effettuato un apposito trattamento. Normalmente i sintomi dei funghi della pelle consistono nella comparsa di macchie cutanee e di chiazze eritematosquamose, la cui forma è generalmente rotondeggiante. Si segnala inoltre una fastidiosa sensazione di prurito nelle parti interessate.

In base alle caratteristiche specifiche delle macchie, e dopo aver effettuato un esame colturale, sarà possibile stabilire quale tipo di fungo vi ha colpito, e quale sarà dunque il trattamento più adatto in base alla vostra condizione specifica.

I funghi possono essere trasmessi generalmente nei luoghi in cui non vengono rispettate le più essenziali norme igieniche ed in quelli particolarmente affollati come le piscine. Inoltre, la trasmissione può avvenire per contatto diretto, oppure per contatto indiretto, mediante l’uso di asciugamani, spazzole e così via. Oltre che sulla pelle, i funghi possono interessare anche il cuoio capelluto, le unghie e le mucose.

In presenza di funghi della pelle inoltre, sarà utile (specialmente per i bambini) coprire le lesioni con una fasciatura, in modo che toccandole non si rischi di contagiare anche altre parti del corpo. Infine, utilizzate naturalmente degli asciugamani a parte, per evitare di contagiare il resto della famiglia.

Le macchie bianche sono tra i 5 segnali più comuni quando si è in presenza di funghi della pelle. Se improvvisamente vedete delle strane macchioline apparire sulle più disparate parti del corpo, cercate subito di indagare. Potrebbe sì essere una spellatura magari dovuta al sole, ma la macchia bianca può essere anche sintomo evidente di micosi.

Il prurito è un altro dei sintomi più comuni quando siamo in presenza di funghi della pelle. La zona colpita dalla micosi tende infatti a essere irritata e si avverte un certo bisogno di grattarsi per trovare sollievo.

Le macchie bianche sono più facili da individuare, tuttavia anche quelle rosse sono tra i 5 segnali da non sottovalutare per individuare i funghi della pelle. Se notate dei puntini sospetti sul vostro corpo, fatevi vedere da un bravo dermatologo: potreste essere incappati in uno dei tanti funghi esistenti.

La sensazione di fastidio generale è tipica di chi soffre di funghi della pelle e dunque è, anche questo, un campanello di allarme da non sottovalutare.

Si può capire di essere stati colpiti da un fungo della pelle anche quando i segnali sono in rapido aumento. Se non viene trattata per tempo infatti questa infezione tende ad allargarsi a macchia d’olio: nel giro di poco tempo le macchie sul vostro corpo si moltiplicheranno.

Il fungo ha sempre una forma tondeggiante, con una zona più concentrata al centro e più sfumata nel segmento esterno. Un fungo della pelle è dunque “facilmente” riconoscibile, poiché è manifesta un’alterazione e un fastidio nella zona colpita da esso. Esistono diverse tipologie di micosi:
Micosi superficiali: sono le più leggere e generiche, che si manifestano nella zona superficiale dell’epidermide. Sono curabili in maniera semplice perchè sono le meno aggressive.
Micosi cutanee: insistono nella zona superficiale e in quella sottostante a questa. Alterano quindi l’equilibrio sottocutaneo della pelle, perché agiscono all’interno del tessuto cutaneo.
Micosi sottocutanee: colpiscono il derma e spesso anche i muscoli, quindi non le si può curare localmente soltanto; nei casi più gravi occorre una risoluzione chirurgica.
Micosi sistemiche: attaccano gli organi interni: Sono pericolose e colpiscono generalmente soggetti dalle difese immunitarie molto basse, quindi persone ammalate, o con principio di malattie in corso.

Per l’igiene quotidiana è preferibile usare un sapone che non alteri il ph naturale della pelle; è preferibile scegliere un sapone neutro, che non irriti e provochi bruciori insopportabili che peggiorerebbero lo stadio del fungo, allontanando la guarigione. E’ importante usare un’asciugamani personale da non scambiare assolutamente con altre già utilizzate o con qualcun altro. Utilizzare indumenti freschi che permettano alla pelle la normale traspirazione, e non abiti sintetici che risultano particolarmente irritanti. E’ importante inoltre lavare gli indumenti indossati in acqua bollente, affinchè vengano eliminati tutti i batteri causa del fungo. I funghi sono vere e proprie malattie della pelle, dunque non vanno curati arbitrariamente, ma dal dermatologo, che una volta analizzata la parte interessata, potrà stilare la diagnosi, individuare la tipologia di fungo e fornire la cura idonea per eliminarlo. I funghi hanno chiaramente una via d’accesso per la nostra pelle e questa “via” sono i pori. Il fungo, entrando a contatto con questi, attacca la pelle, prolifera e genera infezione.



Gli animali domestici sono tra le cause primarie di contrazione di funghi. Gatti, cani e maialini, sono inclini a infezioni fungine, e attraverso il contatto possono infettare anche gli esseri umani. Le zone esposte sono ovviamente le mani, ma anche il viso, il collo, e le gambe. La massima e peculiare attenzione, consisterebbe nel lavarsi le mani sempre e comunque, dopo essere entrati in contatto con l’animale. C’è un fungo della pelle, che si manifesta con chiazze di color rosa, bianco o rosso, nelle zone dell’addome e della schiena soprattutto. E’ diffuso molto poco negli anziani, a causa della secchezza della pelle, ed è invece comune nei giovani. Questo fungo, è già, nel nostro corpo, nelle ghiandole sebacee e si sviluppa diventando aggressivo a causa degli sbalzi climatici e termici, (calore eccessivo, umidità, sudore) che aiutano il fungo nella sua proliferazione e nella successiva manifestazione. Questo non è un fungo contagioso. Ma la terapia per sconfiggerlo è lunga e spesso lascia tracce del suo passaggio: le macchie comparse sul corpo, fanno fatica, nonostante la cura a sparire completamente, tranne che con l’aiuto del sole che tenderà a schiarirle. Per chi è recidivo e soggetto a questo tipo di malattia della pelle, è consigliabile una terapia di prevenzione, e l’utilizzo di abiti freschi e leggeri.
I funghi possono essere causati anche da un’alimentazione scorretta o basata sui formaggi. Questi ultimi, specialmente se stagionati, come il gorgonzola, tendono a favorire la comparsa di funghi e simili sull’epidermide. Rimedi naturali per la cura di questi sono l’olio di lavanda, estratto di rosmarino e di pompelmo. Consigliabile anche una cura a base di vitamina A. La cura topica dei funghi è sempre una pomata, una crema o uno spray antifungina. Trattandosi di infezioni, la cura sarà certamente a base antibiotica.

I funghi possono colpire anche l’apparato orale e genitale. Si tratta della cosiddetta “Candida”, un batterio presente nel nostro intestino, che attacca in caso di difese immunitarie deboli, queste due zone del corpo. Sono facilmente contraibili al mare, o negli ambienti umidi come piscine e luoghi in cui si pratica sport. I batteri del fungo abbondano sul bagnasciuga, sulla sabbia, nelle docce, a bordo piscina, sui tappeti, sulle moquette. Questi ambienti vanno disinfettati con candeggina o ammoniaca, e gli indumenti umidi utilizzati, come accappatoi, costumi, jeans,tappeti vanno lavati con acqua di temperatura superiore ai 60 gradi. Anche l’acqua del mare, se sporca è causa di dermatiti e funghi di vario genere. Solitamente una terapia, dura tra le due e le tre settimane. Tutto dipende dalla diagnosi del medico e dalla tipologia di fungo. Questo però una volta manifestatosi, può tranquillamente ripresentarsi, soprattutto se si è inclini, e poco attenti a certe dinamiche quotidiane in cui è facile contrarli.


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domenica 20 dicembre 2015

IL PRURITO



Il prurito è un sintomo che può causare un significativo fastidio; se intenso, provoca il riflesso o il desiderio irrefrenabile di grattarsi, che a sua volta predispone ad infiammazioni ed escoriazioni, cui possono sovrapporsi infezioni secondarie dei tessuti lesi.
Esistono numerosi mediatori chimici e diversi meccanismi che concorrono ad indurre, trasmettere e mantenere tale sensazione. L'istamina, ad esempio, è uno dei mediatori più significativi: viene sintetizzata e immagazzinata nei mastociti cutanei ed è liberata in risposta a vari stimoli.
Il prurito può essere scatenato da diversi stimoli: un lieve tocco, una vibrazione o il contatto con fibre di lana. Può inoltre essere localizzato in zone circoscritte o generalizzato.
Molte malattie cutanee primitive causano prurito. Le cause più frequenti comprendono la secchezza della pelle (xerosi), la puntura di un insetto, la dermatite atopica (eczema), la dermatite da contatto (secondaria al contatto con un allergene) e l'orticaria. La pelle può essere pruriginosa anche in caso di lichen simplex cronico, psoriasi, pediculosi, scabbia e infezioni micotiche cutanee (dermatofitosi).
Il prurito può anche essere un sintomo di malattie sistemiche, con o senza manifestazioni cutanee associate. Tra le cause più comuni vi sono reazioni allergiche (a farmaci, alimenti, morsi e punture), colestasi, insufficienza renale ed epatica. Cause sistemiche di prurito meno frequenti comprendono ipertiroidismo, ipotiroidismo, diabete, dermatite erpetiforme, anemia sideropenica, linfoma di Hodgkin e policitemia vera. Durante la gestazione, il prurito può essere dovuto a tre condizioni principali: colestasi gravidica, Herpes gestationis e dermatite polimorfa della gravidanza.
Il prurito può anche essere indotto dall'impiego di certi farmaci, in grado di innescare una reazione allergica o indurre direttamente prurito mediante la liberazione di istamina. A provocare tale sintomo sono più comunemente morfina, aspirina, barbiturici, penicillina, antifungini, agenti chemioterapici e alcuni mezzi di contrasto somministrati per via endovenosa.
Altre cause di prurito sono neuropatiche (connesse a patologie del SNC o del sistema nervoso periferico; es. sclerosi multipla e infezione da Herpes Zoster) e psicogeniche (associate a malattie psichiatriche; es. depressione clinica, ansia e varie forme di psicosi).
Il prurito può essere alleviato da farmaci topici o sistemici, da scegliere in base alla causa. Inoltre, può essere utile limitare la durata e la frequenza dei bagni (da eseguirsi con acqua tiepida e detergenti delicati), evitare potenziali irritanti (es. vestiti stretti o di lana) e utilizzare emollienti/idratanti per ripristinare la funzione barriera della cute.
Dopo la scoperta delle molecole alla base del prurito, è stato ricostruito il circuito nervoso che spinge a grattarsi. La 'centralina' che lo attiva si trova nel midollo spinale e la sua scoperta, pubblicata sulla rivista Science, si deve ai ricercatori coordinati da Steeve Bourane, dell'istituto californiano Salk.

Gli scienziati hanno dimostrato che la sensazione del prurito innescata in modo meccanico, per esempio se una mosca si posa su un braccio, stimola neuroni diversi rispetto a quelli che entrano in funzione dopo una puntura di insetto. Questi ultimi infatti sono messi in azione per via chimica.

''È il primo studio che rivela la presenza di un percorso nervoso specifico per questa particolare sensazione'', spiega uno degli autori, Martyn Goulding. "Il circuito molto probabilmente si è evoluto per rilevare la presenza delle punture degli insetti sulla pelle e la sua 'iperattivazione' provoca un aumento dell'impulso di grattarsi simile a quello delle persone che soffrono di prurito cronico".

Identificato nei topi, il circuito è formato da cellule chiamate neuroni 'intermediari' che trasmettono le informazioni sensoriali della pelle, grazie a una proteina messaggera chiamata Npy. ''In futuro", dice Bourane, "potremmo modificare l'attività di questi neuroni per aiutare le persone che soffrono di prurito cronico''.

Sappiamo che non possiamo resistere, ma non il perché. Decine di studi hanno cercato di svelare il mistero. Secondo i più recenti, lo stimolo a grattarsi deriva da un’area della colonna vertebrale, il tratto spinotalamico, in cui sono presenti neuroni suscettibili alle sostanze pruriginose. Scienziati americani hanno anche identificato una molecola, chiamata Nppb, che fungerebbe da «messaggera» del prurito, inviando il segnale dalla periferia del corpo al cervello attraverso una sala di comando, chiamata corno dorsale. Al di là delle ipotesi, ci sono due certezze. Il prurito, quando non è un fatto transitorio (e in questo caso non deve destare preoccupazione) è un campanello d’allarme che non va mai sottovalutato, perché segnala che qualcosa, nel fisico o nella psiche, non va. Secondo: si tratta di un sintomo molto generico e talvolta difficile da interpretare.



Il prurito può avere tre tipi di cause: dermatologiche, quando il sintomo origina da una malattia che colpisce la pelle, neurogeniche o neuropatiche, cioè dovute a disturbi dei nervi sensoriali periferici, oppure psicogene, ossia legate ai centri del prurito localizzati nel sistema nervoso centrale. «Nel primo caso, il sintomo può essere associato a malattie molto diffuse, come eczemi, dermatiti, psoriasi, orticaria, allergie, o rare, come il lichen planus, che colpisce l’1% della popolazione», spiega Luigi Naldi, dermatologo dell’azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo e presidente del Centro Studi Gised.
«Altre cause frequenti che riguardano la pelle sono: punture di insetti, eritemi solari, infestazioni da parassiti (come scabbia o pediculosi), secchezza della pelle. Quest’ultima è una condizione chiamata xerosi, tipica soprattutto degli anziani e di chi soffre di dermatite atopica, una malattia infiammatoria cronica che compare in genere da bambini. In pratica la pelle vede ridotta la sua funzione di barriera, la concentrazione d’acqua nello strato corneo si riduce e la cute reagisce desquamandosi e screpolandosi. E più la pelle si secca, più prude». Una delle cause più frequenti del prurito di origine neuropatica, invece, è la cosiddetta nevralgia post-erpetica, che segue la fase acuta dell’Herpes Zoster o fuoco di sant’Antonio (una riattivazione del virus della varicella), caratterizzata da dolore e/o prurito intenso. Anche l’artrosi, l’ernia e la sindrome del tunnel carpale, comprimendo e irritando i nervi periferici, possono dare prurito.

La terza tipologia, quella psicogena, comprende principalmente il prurito definito sine materia, cioè senza causa apparente: la pelle risulta integra e sana, gli esami sono in regola. «In circa quattro casi su dieci il prurito è una somatizzazione, cioè manifesta attraverso la pelle un disagio emotivo che non trova altra via di sfogo», chiarisce Anna Graziella Burroni, specialista in dermatologia e malattie veneree e presidente della Sidep (Società italiana di psicodermatologia). «Tipico delle personalità ansiose o depresse, il prurito psicosomatico coinvolge principalmente l’asse psiconeuroimmuno-endocrino, che collega il sistema nervoso, la produzione di ormoni e la risposta immunitaria dell’organismo. In questi casi, il dermatologo suggerisce delle strategie non solo per alleviare il prurito, ma anche per distrarre la mente dal pensiero del grattamento. Creme e pomate non agiscono solo a livello cutaneo, ma hanno anche una valenza psicologica, perché favoriscono il recupero del contatto fisico con se stessi e/o con le persone care, che possono partecipare alla terapia applicando il prodotto con un rilassante massaggio. Nei casi più seri, può essere consigliata anche una psicoterapia».

Il grattamento è un fenomeno naturale e, in parte, necessario: stimolando la liberazione di istamina da parte di cellule chiamate mastociti, da un lato attiva l’infiammazione locale che aumenta le difese della pelle, dall’altro alimenta il prurito, generando un circolo vizioso difficile da fermare. La conferma di questo meccanismo viene da uno studio condotto su topi alla Washington University School of Medicine di St. Louis (Stati Uniti), secondo cui strofinare vigorosamente la pelle, fino a indurre un lieve indolenzimento, attiva le fibre nervose che trasmettono il dolore. Il cervello reagisce rilasciando serotonina, un neurotrasmettitore utile a controllare il dolore, ma che intensifica il prurito creando una sorta di dipendenza.
C’è poi un grattamento psicologico che non ha nulla a che fare con il prurito, ma rientra nelle cosiddette attività derivate, come sbadigliare, passarsi le mani tra i capelli, accarezzarsi le orecchie. «Movimenti inconsci che segnalano un’emozione: imbarazzo, rabbia, noia, eccitazione sessuale», sottolinea Burroni.



Infine, il grattamento di riflesso: si vede qualcuno grattarsi, oppure si sente parlare di prurito, e le mani partono. Colpa dei neuroni specchio. Ma grattarsi è concesso? «Se l’atto dello strofinare la pelle procura sollievo e piacere oppure appaga un bisogno, nulla di male», risponde Naldi. «Tuttavia, quando intenso e ripetuto, può causare lesioni e ferite che espongono la pelle al rischio di infezioni. Grattarsi peggiora la situazione soprattutto negli atopici e in chi ha la pelle molto secca, perché causa un’ulteriore infiammazione. Se il fastidio è proprio insopportabile, meglio non usare le unghie e ricorrere al “rubbing”, lo sfregamento con i polpastrelli, che è meno traumatizzante».

In attesa di individuare una delle tante cause scatenanti si possono mettere in atto alcuni accorgimenti. La soglia del prurito si riduce abbassando la temperatura corporea. È importante quindi non sostare in ambienti chiusi dove l’aria è molto secca e riscaldata. Utile l’applicazione sulla pelle di compresse di cotone raffreddate (ma non umide, perché l’acqua, evaporando, secca la superficie epidermica peggiorando il problema). Anche una doccia fresca è efficace, avendo però l’accortezza di asciugarsi subito, tamponando delicatamente la pelle con un asciugamano. Se modesto, il prurito può trarre sollievo anche dall’applicazione di polveri aspersorie a base di talco e mentolo. Le creme emollienti e l’olio di mandorle dolci aiutano a lenire il fastidio, soprattutto se il prurito è associato a secchezza, e reidratano la cute. Inoltre, soddisfano un bisogno psicologico, sostituendo il rituale del grattamento con quello del massaggio.

Soluzioni molto utili, indipendentemente dalla causa scatenante, sono la fototerapia (l’esposizione controllata alla luce ultravioletta) e le varie tecniche di rilassamento, come lo yoga e il training autogeno, che distraggono dal grattamento. Per quanto riguarda i farmaci, in linea generale gli antistaminici (come desclorfeniramina, difenidramina, dimetindene, isotipendile, prometazina, tonzilamina) vanno usati quando la responsabile del prurito è l’istamina, quindi nei casi di orticaria e allergie. Negli altri casi non sono indicati, a meno che non si tratti di antistaminici sedativi, con azione calmante sul sistema nervoso centrale.
Creme, gel e pomate a base di cortisone (ormone steroideo secreto dalle ghiandole surrenali, dall’effetto antinfiammatorio) sono utili in tutti i casi di infiammazione accertata. Vanno bene per le dermatiti allergiche da contatto e irritative e, in generale, per gli eczemi e le punture d’insetto.

La capsaicina, un alcaloide derivato dal peperoncino, ha un effetto comprovato sul prurito di tipo neuropatico. Altri medicinali usati a seconda dei casi sono gli anestetici locali (benzocaina, lidocaina, procaina), che bloccano la trasmissione del prurito alle fibre nervose, gli antagonisti degli oppioidi, come naloxone e naltrexone, efficaci nel prurito generalizzato, e i neurolettici.

Il medico verifica la presenza di lesioni e altri sintomi, sia cutanei, come gonfiore, bolle, desquamazione, sia generici, per esempio febbre, sudorazione notturna, disturbi del sonno. Se la visita non è sufficiente a risalire alla causa, possono essere necessari alcuni esami di laboratorio e una biopsia cutanea. Tra gli esami del sangue, possono essere utili il dosaggio del ferro (l’anemia sideropenica è un’altra causa possibile di prurito) e una valutazione della funzione epatica e renale. Infine, vengono controllati i livelli di alcuni marcatori tumorali: certi tumori si manifestano attraverso questo sintomo».

Il prurito può essere anche una reazione al contatto o all’esposizione ad alcune sostanze: metalli come nichel, cobalto e cromo (usati per esempio nella produzione di pentole e bigiotteria), creme, prodotti di make up, tinture per capelli, saponi, vestiti in lana o tessuti sintetici. Alcuni cibi possono scatenare una liberazione di istamina: fragole, cioccolato, frutti di mare, pesce, frutta secca.






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domenica 6 dicembre 2015

TRICHOMONAS



Trichomonas vaginalis è il nome di un protozoo flagellato, tipico del tratto riproduttivo femminile e responsabile di una delle malattie a trasmissione sessuale più diffuse al mondo, la tricomoniasi.

T. vaginalis è un flagellato di forma tondeggiante, ovale o a pera del diametro di 5-20 µm. Si muove grazie ai suoi quattro flagelli nella sua parte frontale che utilizza come una frusta e grazie ad un quinto flagello attaccato ad una membrana ondulante posto sul retro. Il flagellato possiede una coda uncinata, chiamata assostile, sul lato opposto rispetto a quello dei flagelli, che si pensa sia utilizzata per aderire alle cellule bersaglio del parassita, provocando però nell'ospite irritazione o infiammazione. T. vaginalis esiste solo in forma di trofozoite e non presenta forma cistica. Si moltiplica per fissione binaria.

Il trichomonas vaginalis non penetra all'interno dei tessuti, ma espleta la propria azione patogena aderendo intimamente alle cellule epiteliali. In particolare questo PARASSITA ha la capacità di attaccarsi con i suoi flagelli alle pareti della vagina, causando danni diretti ed alterando la flora batterica locale.
Il trichomonas tende infatti ad innalzare il pH vaginale, distruggendo i lattobacilli "buoni" che proteggono l'ambiente interno dalle infezioni. Diminuendo la naturale acidità di questa delicata zona del corpo femminile, il trichomonas permette ad altri microrganismi di attecchire più facilmente.
Il contagio avviene quasi sempre per trasmissione sessuale, anche se negli ultimi anni sono in notevole aumento i casi in cui il trichomonas si trasmette attraverso il contatto con asciugamani o biancheria intima.

L'infezione da trichomonas è diffusa in tutti i continenti ed in tutti i climi. L'incidenza è di circa 170 milioni di casi all'anno e, come molte altre MST, può favorire la trasmissione dell'HIV (causando un accumulo locale di macrofagi e linfociti).
La specie umana è l'unico ospite naturale del trichomonas e la trasmissione, oltre che per contatto sessuale, può avvenire anche durante il passaggio del neonato nel canale del parto. Nell'ambiente esterno il trichomonas vaginalis sopravvive soltanto per alcune ore ed è quindi possibile, anche se rara, la trasmissione attraverso bagni, biancheria intima od asciugamani infetti (il trichomonas sopravvive fino a 30 minuti in acqua tiepida e per circa un giorno sul copri-water).
La malattia è tipica dell'età fertile e molto raramente colpisce prima del menarca o dopo la menopausa.



Segni e sintomi non permettono quasi mai una diagnosi clinica certa della tricomoniasi. Tuttavia nella donna, alcuni segni come il forte prurito locale, la presenza di secrezioni anomale (perdite schiumose, giallastre e maleodoranti), associate o meno a dolore durante la minzione o i rapporti sessuali, possono indirizzare verso una possibile infezione da trichomonas.
E' stata osservata una variabilità della sintomatologia nelle diverse fasi del ciclo mestruale ed un'esacerbarsi dei sintomi durante le mestruazioni.
Nell'uomo la maggioranza delle infezioni sono asintomatiche ed autolimitanti; il trichomonas può comunque causare uretriti e prostatiti, che si manifestano sottoforma di piccole perdite e dolore nell'urinare.

La diagnosi viene effettuata ricercando in laboratorio la presenza del protozoo (trichomonas) su campioni di essudato vaginale nella donna o di essudato uretrale o sperma nell'uomo.
Dato che spesso, se non viene curata tempestivamente, la tricomoniasi si evolve da una forma acuta ad una cronico-recidivante, caratterizzata dall'alternanza di fasi asintomatiche e fasi acute o subacute, è molto importante rivolgersi ad un medico alla comparsa dei sintomi sopraelencati.

Evitare i rapporti sessuali con persone a rischio od utilizzare perlomeno delle precauzioni. Attenzione anche all'utilizzo di asciugamani negli alberghi, soprattutto quando questi vengono a contatto con le parti intime.

I farmaci più attivi nel combattere l'infezione da trichomonas sono i nitroimidazoli che, somministrati per via orale, vengono concentrati a livello urogenitale dove espletano la propria azione. La loro efficacia è molto buona, ma è molto importante una diagnosi certa ed una cura precoce.
E' di fondamentale importanza che il trattamento venga esteso anche al partner, sia in presenza che in assenza di sintomi. Fino al termine della terapia farmacologica occorre astenersi dai rapporti sessuali.




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