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venerdì 6 maggio 2016

SALUTE ......IN FUMO



Il 90% circa dei fumatori conosce le conseguenze fatali del fumo, altri vedono nel consumo di sigarette un fattore di rischio per la salute e altri minimizzano l'entità dei danni evitando un'informazione corretta per il timore di doversi privare di un piacere. La vera pericolosità del fumo è comunque ignorata da molti , anche perché i rischi reali spesso sono velati dalla falsa verità che la pericolosità effettiva del fumo non sia ancora scientificamente dimostrata. Questo non è vero, infatti alcune statistiche affermano che muoiono per fumo più persone di quante ne muoiano ogni anno per incidenti stradali, per eroina, AIDS, omicidi e suicidi. 

Gli effetti del fumo sono stati sottovalutati fino agli anni 90, ma oggi dopo lunghi studi si può affermare che è il maggior pericolo per la nostra vita e che uccide più vite umane di qualunque altra malattia . Ogni anno nel mondo muoiono 3 milioni di persone per le conseguenze del tabagismo, specialmente nelle nazioni industrializzate. Il 50% dei fumatori muore a causa dei danni procurati dal fumo, 1/4 nella fascia d'età compresa tra i 35 e 65 anni e un altro quarto del totale in età più avanzata. Migliaia di morti per cancro sono dovute al fumo di tabacco: infatti nel tabagista il carcinoma polmonare ha una frequenza di 20 volte superiore che non tra i non fumatori e circa il 90% di tutte le patologie cancerose polmonari riguarda i fumatori di sigarette.

Il fumo di tabacco contiene sostanze chimiche dannose sia per i fumatori che per i non fumatori. Respirare anche una modesta quantità di fumo può essere pericoloso per la salute.

Tra le oltre 7000 sostanze chimiche presenti nel fumo di tabacco, almeno 250 sono note per essere pericolose; tra di esse ci sono l’acido cianidrico, il monossido di carbonio e l’ammoniaca.

Il fumo danneggia praticamente tutti gli organi e ha quindi un impatto sensibilmente negativo sulla salute. Milioni di persone nel mondo soffrono di problemi di salute causati dal fumo.

Il fumo è una delle cause principali dei tumori e delle morti per tumore. Causa il tumore ai polmoni, all’esofago, alla laringe, alla bocca, alla gola, ai reni, alla vescica, al pancreas, allo stomaco e al collo dell’utero, nonché la leucemia mieloide acuta.

Fumare, inoltre, causa anche cardiopatie, l’infarto, l’aneurisma aortico, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO, con bronchite cronica ed enfisema), l’asma, le fratture del bacino e la cataratta. Chi fuma corre rischi maggiori di soffrire di polmonite e di altre infezioni alle vie aeree.

Numerosi studi scientifici hanno cercato, nel tempo, di individuare gli effetti del tabagismo sulla salute, muovendo inizialmente da osservazioni epidemiologiche che evidenziavano, fin dai primissimi lavori, alte incidenze, statisticamente significative, di problemi sanitari gravi tra i fumatori.

Gli effetti sulla salute del fumo si applicano in gran parte anche ai non tabagisti, in qualche modo soggetti direttamente o indirettamente al fumo di tabacco. Il fumo è considerato fattore favorente l'insorgere di alcune patologie, principalmente a carico dell'apparato respiratorio e dell'apparato cardio-vascolare, e nei paesi sviluppati viene considerato causa prima nella mortalità evitabile.

Il fumo attivo e il fumo passivo, in tutto, sono classificati come cancerogeni certi per l'uomo (gruppo 1) dall'organizzazione mondiale della sanità tramite lo IARC. Sono cancerogeni certi anche alcuni dei suoi componenti, primi tra tutti benzene e benzoapirene. Si descrive quindi il tabagismo come sicuramente collegato all'insorgenza di patologie neoplastiche di varia natura, in primis il cancro polmonare per incidenza e mortalità.

Gli studi sono maggiormente incentrati sugli effetti della respirazione del fumo, attivo e passivo, di sigaretta. Secondo alcune stime, il fumo causa ogni anno più di 440 000 morti negli Stati Uniti, e circa 80.000 in Italia.

Il fumo inalato attivamente o passivamente da una sigaretta contiene oltre 4.000 molecole, alcune delle quali sicuramente dannose per l'organismo umano. Diversi composti sono bioattivi secondo differenti modalità, essendo cancerogeni certi, cancerogeni sospetti, irritanti o diversamente interagenti con i nutrienti assunti.

Le sostanze nocive del fumo che possono danneggiare direttamente l'apparato respiratorio, irritare e predisporre a danni ulteriori, ma anche indirettamente il resto dell'organismo, sono essenzialmente prodotti della combustione incompleta di tabacco e carta, e sostanze volatilizzate per la relativamente elevata temperatura che ne consegue:

catrame, prodotto da combustione incompleta e condensazione di sostanze altobollenti;
composti organici volatili (VOC) tra cui il cancerogeno benzene;
idrocarburi policiclici aromatici (IPA), provenienti dalla combustione sia della carta sia del tabacco, comprendenti i cancerogeni benzopireni;
particolato o polveri fini, principalmente il particolato carbonioso, anch'essi derivanti dalla combustione incompleta, fonte diretta di problemi cardiovascolari e substrato su cui si adsorbono alcuni IPA;
nicotina, contenuta nelle foglie della pianta del tabacco e volatilizzata col calore;
monossido di carbonio, prodotto dalla combustione incompleta;
sostanze irritanti:
in primo luogo le aldeidi (acroleina, acetaldeide), conseguenti ad una combustione incompleta ma a maggior livello d'ossidazione e irritanti le mucose; la formaldeide è un cancerogeno;
e a seguire acidi organici carbossilici (acido formico), fenoli (fenolo, cresoli);
ammine e ammoniaca;
idrocarburi non aromatici di varie tipologie (principalmente alcani C12-C15) che contribuiscono a intaccare lo strato lipidico protettivo di organi e cellule, predisponendo all'aggressione di altri composti;
altre sostanze ossidanti.

La nicotina ha effetti neurologici ed è la principale responsabile della dipendenza in quanto aumenta il livello di dopamina nei circuiti cerebrali del piacere. Il fumo di tabacco inibisce le monoammina ossidasi, responsabili della degradazione, nel cervello, dei neurotrasmettitori monoamminergici, tra cui la dopamina.
Questo genera una sensazione di piacere con meccanismi analoghi a quelli innescati da alcaloidi contenuti in alcune droghe. La dipendenza da nicotina è quindi legata anche alla necessità biochimica di mantenere elevati livelli di dopamina. È altresì possibile che altre sostanze presenti nel fumo di tabacco concorrano sinergicamente a creare questo effetto.

I sintomi dell'astinenza comprendono una sensazione di vuoto e ansia. Il loro picco è raggiunto in genere tra le 48 e le 72 ore. I principali sintomi di astinenza sono: rabbia, ansia, depressione, difficoltà di concentrazione, impazienza, insonnia e irrequietezza che si manifestano tra la prima settimana e le ultime 2-4 settimane. In genere il corpo umano impiega 3 settimane per eliminare completamente la nicotina presente dall'organismo.

La nicotina è inoltre un potente tossico anche se, per le modalità e le dosi di assunzione, gli effetti tossici da avvelenamento nicotinico non sono tra i principali imputati nei danni del fumo. La dose letale di nicotina è 0,5-1 mg/kg. L'assorbimento per via respiratoria è ovviamente parziale.

Ha effetti sulla pressione sanguigna e provoca vasocostrizione arteriosa periferica che, riducendo il flusso ematico distale, limita l'afflusso di sangue alla pelle contribuendo all'invecchiamento precoce della stessa.

Il monossido di carbonio si ottiene con la combustione, in ogni caso incompleta. Oltre a ridurre la capacità respiratoria, deossigena il sangue legandosi più stabilmente dell'ossigeno con l'emoglobina. È reputato anche responsabile dell'invecchiamento precoce, caduta dei capelli e ingiallimento della pelle, conseguenze della minore ossigenazione.

Acroleina, acetaldeide, acido cianidrico, formaldeide, ammoniaca e le altre sostanze irritanti contenute nelle sigarette provocano danni irritativi diretti alle mucose respiratorie come le mucose di rivestimento dei bronchi, in particolare le cellule ciliate che si oppongono all'entrata di polveri, germi e sostanze tossiche nel polmone. Questa continua azione irritante può provocare tosse e una maggiore produzione di muco. Sono possibili conseguenti enfisemi e bronchite cronica. Tosse e catarro, nel fumatore, sono il primo sintomo di questi effetti.

Alcuni benzopireni, ottenuti con la combustione incompleta della sigaretta, sono composti classificati come cancerogeni certi. Aumentano dunque il rischio di contrarre il tumore al polmone, in quanto, secondo articolate ricerche (di cui è nota quella del 1996) questo è il principale responsabile di una proliferazione cellulare incontrollata.

Le polveri fini, dette genericamente particolato, costituenti principali del fumo, divengono cancerogene anche perché assorbono sulla loro superficie benzoapirene e altri policiclici e li veicolano direttamente negli alveoli polmonari.

Il corpo umano impiega complessivamente 15 anni per eliminare dall'organismo gli effetti del fumo, eliminando tutte le sostanze assunte fumando abitualmente.

Partendo dal momento in cui si smette di fumare l'ultima sigaretta:
dopo 8 ore il livello di monossido di carbonio del sangue ritorna nella normalità.
dopo 24 ore l'organismo elimina il monossido di carbonio; i polmoni cominciano ad espellere il muco e il catrame.
dopo 2 giorni la nicotina viene completamente eliminata dal sangue. Si acuiscono il senso dell'olfatto e del gusto.
dopo una settimana aumenta la capacità polmonare.
dopo due settimane il colorito della pelle e dei capelli ritorna naturale.
dai 3 ai 7 mesi la capacità respiratoria aumenta con la diminuzione della tosse. Aumenta la capacità dei polmoni durante lo sforzo fisico.
dopo un anno il rischio di contrarre malattie cardiache è dimezzato.
dopo 5 anni si dimezza il rischio di ictus, cancro ai polmoni, al cervello, ai reni, all'esofago, alla bocca, al pancreas e alla vescica.
dopo 10 anni il rischio di contrarre un tumore al polmone è sovrapponibile a quello di una persona che non ha mai fumato.
dopo 15 anni il rischio di contrarre malattie cardiache è sovrapponibile a quello di una persona che non ha mai fumato.
I danni e le patologie per cui la comunità scientifica ritiene il tabagismo concorrente sono molteplici.

Il fumo di sigaretta è considerato concausa di varie patologie. In particolare è considerato agente eziologico nello sviluppo del carcinoma del polmone. Secondo uno studio elaborato servendosi di proiezioni statistiche, è responsabile di circa il 90% dei tumori polmonari mortali nei paesi sviluppati. In particolare, sempre secondo uno studio, nel caso degli USA il fumo di sigaretta è responsabile dello sviluppo dell'89% dei casi di neoplasia polmonare (90% negli individui di sesso maschile e 85% nelle donne), con un'incidenza che aumenta considerevolmente se le prime esposizioni avvengono tra i 18 e 25 anni di età.

Il fumo di sigaretta contiene circa 60 cancerogeni certi, inclusi i radioisotopi provenienti dal decadimento del radon, il benzopirene e alcune nitrosamine. Inoltre la nicotina presente è in grado di deprimere la risposta immunitaria, diminuendo la capacità di sorveglianza e di killing delle cellule neoplastiche da parte dei linfociti T e dei linfociti NK. Il rischio percentuale di sviluppo di cancro mortale aumenta con l'aumentare del tempo di esposizione e del numero di sigarette fumate, con graduale diminuzione temporale del rischio in seguito a cessazione totale dell'esposizione.

Il fumo di sigaretta non rappresenta solo un fattore di rischio, ma anche un importante elemento in grado di influenzare la prognosi, dimostrato dal fatto che soggetti non fumatori ma con carcinoma del polmone hanno una maggiore percentuale di sopravvivenza a 5 anni rispetto ai fumatori. Inoltre è stato ampiamente documentato che la cessazione del fumo in seguito alla diagnosi di tumore migliora notevolmente il profilo prognostico.


Del fumo di sigaretta si deve considerare una componente mainstream e una sidestream; la prima, ad alte temperature, è quella generata da processi di inspirazione attiva. La seconda, a basse temperature, è il risultato della combustione spontanea tra le dita o nel posacenere. Ultimamente questa distinzione ha assunto un notevole peso epidemiologico, poiché recenti studi hanno dimostrato come la componente sidestream, che rappresenta per larga parte il fumo passivo (85%), sia potenzialmente più nociva rispetto alla componente mainstream (fumo attivo).

Naturalmente all'atto pratico, data la notevole diluizione nell'aria che il fumo passivo subisce prima di essere eventualmente inalato, l'aumento percentuale di rischio di contrarre patologie a cui è esposto chi lo assume resta notevolmente inferiore rispetto a quello del fumatore attivo.

La connessione tra esposizione passiva e aumento del rischio è stata ulteriormente dimostrata da studi condotti negli USA, in Europa, in Gran Bretagna e in Australia che hanno documentato un aumento del rischio relativo nei soggetti esposti al fumo passivo (soggetti che vivono o che lavorano con un fumatore attivo).

Il fumo passivo è frutto della combinazione del fumo indiretto (quello rilasciato dalla combustione di tabacco) e del fumo diretto (quello espirato dal fumatore). Diversi organismi negli Stati Uniti hanno classificato il fumo passivo tra gli agenti cancerogeni. Respirare fumo passivo può causare il tumore ai polmoni negli adulti non fumatori. Il cancro ai polmoni uccide circa 3000 adulti non fumatori ogni anno negli Stati Uniti a causa del fumo passivo. Secondo alcune stime vivere con un fumatore aumenta le probabilità di contrarre il tumore ai polmoni del 20-30%, anche per chi non fuma.

Il fumo passivo può causare malattie gravi e la morte prematura tra gli adulti e i bambini non fumatori. Si stima che l’esposizione al fumo passivo possa aumentare il rischio di cardiopatia del 25/30%. Si calcola che negli Stati Uniti i morti per cardiopatia causata dal fumo passivo siano circa 46.000 ogni anno. Le donne incinte esposte al fumo passivo corrono il rischio di dare alla luce neonati con un basso peso alla nascita. I bambini esposti al fumo passivo corrono un maggior rischio di morte improvvisa in culla e di contrarre infezioni alle orecchie, raffreddori, polmonite, bronchite e gravi forme d’asma. Nei bambini l’esposizione al fumo passivo rallenta la crescita dei polmoni e può causare tosse, respiro affannoso e dispnea.

L'inalazione del fumo causa numerosi effetti sul cuore e sul sistema circolatorio. Dopo un minuto di fumo, la frequenza cardiaca inizia a salire, aumentando fino al 30% nei primi 10 minuti di fumo.

Il monossido di carbonio esercita effetti negativi sul sangue, riducendone la capacità di trasportare ossigeno.

Il fumo aumenta la possibilità di malattie cardiache, ictus, arteriosclerosi e malattie vascolari periferiche.

L'infarto può essere causato dai piombi presenti nel tabacco, che restringono i vasi sanguigni, aumentando la possibilità di avere un attacco di cuore.

I livelli di colesterolo tendono ad aumentare nei fumatori. Inoltre, il rapporto tra le lipoproteine ad alta densità (il colesterolo "buono") di lipoproteine a bassa densità (il colesterolo "cattivo") tende ad essere più basso nei fumatori rispetto ai non-fumatori.

Il fumo aumenta anche i livelli di fibrinogeno e la produzione delle piastrine (entrambi coinvolti in coagulazione del sangue). Ciò rende il sangue più viscoso.

Quando il monossido di carbonio si lega all'emoglobina (la componente di trasporto di ossigeno nei globuli rossi), risultando in un complesso molto più stabile dell'emoglobina legata con l'ossigeno o anidride carbonica, si può avere la perdita permanente della funzionalità delle cellule del sangue. Le cellule ematiche sono naturalmente riciclate dopo un certo periodo di tempo, permettendo la creazione di nuovi eritrociti. Tuttavia, se l'esposizione di monossido di carbonio raggiunge un certo livello, si può verificare l'ipossia (e più tardi la morte). Tutti questi fattori rendono i fumatori più a rischio di sviluppare varie forme di arteriosclerosi. Più l'arteriosclerosi avanza, meno facilmente il sangue scorre attraverso i vasi sanguigni, rigido e ridotto, rendendo il sangue più incline a formare una trombosi, oppure un blocco improvviso di un vaso sanguigno, che può portare a un ictus.

Tuttavia, è giusto sottolineare che gli effetti del fumo sul cuore possono essere più sottili. Queste condizioni si possono sviluppare a poco a poco dato il fumo ciclo di guarigione (il corpo umano “guarisce se stesso” tra i periodi di fumo a mano a mano che smaltisce le sostanze della sigaretta), e, pertanto, un fumatore può sviluppare disturbi meno significativi, come il peggioramento o il mantenimento di condizioni dermatologiche, ad esempio, eczema, a causa di ridotto afflusso di sangue.

Nel 1865 fu per la prima volta proposta la relazione tra alcune patologie della cute e il fumo. Nel 1965 si analizzò statisticamente tale correlazione, scoprendo che nel 79% dei fumatori erano presenti delle modificazioni cutanee presenti nel solo 19% dei non-fumatori.

Secondo i dati del Ministero della Salute italiano, il fumo di sigaretta accelererebbe l'invecchiamento della pelle, provocando un aumento dell'irsutismo della cute del viso e della raucedine, con un rischio relativo per i fumatori "forti" (più di 10 sigarette al giorno) del 5,6% per l'irsutismo del volto e di 14,2% per la raucedine.

Recentemente uno studio del 2013, presentato dall'American Society of Plastic Surgeons, ha confermato l'accelerazione dell'invecchiamento della pelle nei fumatori.

Numerose ricerche, inoltre, confermano che il fumo favorisce lo sviluppo della psoriasi e ne aggrava l'andamento.

Fumare durante la gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro e di basso peso alla nascita del bambino. Se una donna fuma durante la gravidanza o dopo il parto, aumenta il rischio che il bambino muoia a causa della sindrome della morte improvvisa. Negli uomini che fumano aumenta il rischio di disfunzione erettile.

Studi dell'Università di Copenaghen e altri hanno rilevato che il fumo riduce notevolmente la probabilità della donna di rimanere incinta e nelle donne le cui madri erano fumatrici prima dei tentativi di concepimento; fumare, da parte di entrambi i membri della coppia, riduce di oltre il 30% le probabilità di concepire. Le sostanze tossiche inalate nel fumare pregiudicano il controllo ormonale e influenzano la maturazione ovulare della donna e la produzione di sperma dell'uomo. Il concepimento della fumatrice risulta più difficile perché l'endometrio alterato ostacola la risalita degli spermatozoi, da altra parte perché le caratteristiche del seme maschile vengono alterate, e vi sono evidenze sull'induzione di infertilità nel nascituro.

La nicotina provoca una diminuzione dell'irrorazione sanguigna dell'utero e della placenta e quindi anche un minore apporto di sostanze vitali al nascituro. Il monossido di carbonio (CO) assunto con il fumo riduce inoltre l'apporto d'ossigeno nella circolazione nella madre e del bambino. Questa sostanza rimuove inoltre già in deboli concentrazioni l'ossigeno dal suo vettore di trasporto, ovvero i globuli rossi.

Secondo uno studio del 1997 condotto su 56 000 donne canadesi, il fumo sarebbe responsabile dell'11% degli aborti spontanei. In modo particolare, l'odds ratio di aborto spontaneo tra le donne fumatrici di 20 sigarette o più è pari a 1,68 (con un intervallo di confidenza del 95%: l'odds ratio risulta compreso tra 1,57-1,79).

Fumare durante la gravidanza è inoltre ritenuto elemento di rischio per l'insorgenza della malattia di Legg-Perthes sul nascituro. È stato inoltre evidenziato che il fumo di sigaretta è legato ad un aumentato rischio di carcinoma endometriale, soprattutto nelle donne in stato di post-menopausa.

Per gli uomini il fumo viene considerato fattore di rischio per disfunzioni erettili e impotenza sessuale. Secondo alcuni studi, nel 44% degli uomini fumatori si è riscontrato una riduzione della velocità del flusso ematico nelle arterie che irrorano i corpi cavernosi del pene.

Secondo alcuni studi, persino il fumo passivo può incidere sull'aumento della caduta dei capelli.

Nel 2007 uno studio dei ricercatori del Far Eastern Memorial Hospital di Taipei ha dimostrato che, soprattutto negli uomini, il fumo può causare la precoce caduta dei capelli, in quanto la nicotina limita l'afflusso di sangue alla pelle e alla cute del cranio, responsabile della caduta dei capelli.

Oltre che nelle classiche sigarette e nei sigari, il tabacco è disponibile anche in altre forme, come il cosiddetto tabacco senza fumo (che comprende il tabacco da masticare, quello da fiuto e il tabacco tipico della Svezia chiamato “snus”), il tabacco da pipa o per l’hookah (la pipa ad acqua), i bidi e le kretek. Anche se la maggior parte delle ricerche si è concentrata sui danni causati dal fumo di sigaretta, in realtà tutti i tipi di tabacco sono pericolosi.

Tutti i prodotti a base di tabacco contengono nicotina e altre sostanze cancerogene. Sia il tabacco da fumo sia quello senza fumo causano i tumori, e possono anche provocare infarti, problemi alla bocca e altre malattie.

Fumare la pipa causa il cancro ai polmoni e aumenta il rischio di contrarre tumori alla bocca, alla gola, alla laringe e all’esofago.
Hookah, o pipa ad acqua (noto anche come bong o narghilè): è un dispositivo usato per fumare tabacco. Il fumo passa attraverso una specie di scodella riempita per metà d’acqua prima di essere inalato. Alcuni pensano che la pipa ad acqua sia meno pericolosa e causi meno assuefazione rispetto alle sigarette, ma fumare tabacco, in qualunque modo, è pericoloso e dà assuefazione. Il fumo di tabacco, anche quello prodotto dalla pipa ad acqua, contiene sostanze chimiche pericolose come il monossido di carbonio e altre sostanza cancerogene.
Le bidi sono le tipiche sigarette indiane, realizzato con tabacco arrotolato dentro una foglia secca di tendu, una pianta originaria dell’India. Il fumo delle bidi è connesso all’infarto e a vari tipi di tumore (bocca, gola, laringe, esofago e polmoni).
I kretek sono sigarette indonesiane composte da una miscela di tabacco e chiodi di garofano. Il fumo dei kretek è connesso al tumore ai polmoni e ad altre malattie polmonari.




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domenica 1 novembre 2015

LA POLMONITE



La polmonite è una malattia comune in tutta la storia umana. I sintomi furono descritti da Ippocrate di Coo (c. 460 a.C. - 370 a.C.).

Maimonide (1135-1204 d.C.) osservava che: "i sintomi di base che si verificano nella polmonite e che non mancano, sono i seguenti: febbre acuta, dolore pleurico nel fianco, brevi respiri rapidi e tosse". Questa descrizione clinica è molto simile a quelle che si trovano nei libri di testo moderni e riflette il grado di conoscenze mediche tra il Medioevo e il XIX secolo.

Edwin Klebs, nel 1875, fu il primo a osservare batteri nelle vie aeree di persone morte di polmonite. I primi studi che permisero di identificare le due più comuni cause batteriche, ovvero lo Streptococcus pneumoniae e la Klebsiella pneumoniae, furono realizzati da Carl Friedländer e Albert Fraenkel, rispettivamente nel 1882 e nel 1884. Lo studio iniziale di Friedländer introdusse la colorazione di Gram, un test di laboratorio fondamentale e ancora oggi utilizzato per identificare e classificare i batteri. Hans Christian Gram descrisse la procedura nel 1884 e permise di differenziare i due batteri, dimostrando che la polmonite poteva essere causata da più di un microrganismo.

William Osler, conosciuto come "il padre della medicina moderna", si rese conto della gravità e della disabilità causata dalla polmonite, descrivendola come il "capitano degli uomini di morte" nel 1918, quando superò la tubercolosi come una delle principali cause di decesso. Questa frase fu originariamente coniata da John Bunyan in riferimento proprio alla tubercolosi. Osler descrisse anche la polmonite come "amica del vecchio", infatti la morte è spesso rapida e indolore.

Gli sviluppi della medicina avvenuti durante il XX secolo, hanno migliorato sensibilmente la prognosi per le persone affette da polmonite. Con l'avvento della penicillina e di altri antibiotici, delle moderne tecniche chirurgiche e della terapia intensiva, la mortalità per polmonite si è avvicinata al 30%, calando precipitosamente nel mondo sviluppato. La vaccinazione dei bambini contro l'Haemophilus influenzae di tipo B è iniziata nel 1988 e ha portato a un drastico calo dei casi. La vaccinazione contro lo Streptococcus pneumoniae negli adulti è iniziata nel 1977 e nei bambini nel 2000, con un conseguente calo simile.



Fa più di novemila morti l’anno, soprattutto tra gli ultra sessantacinquenni, eppure la polmonite non mette paura agli italiani, che la giudicano una malattia lontana, che con loro non ha nulla a che fare. Ma una persona su due sa che di polmonite si può morire. È questo ciò che emerge dall’indagine condotta da AstraRicerche intervistando un migliaio di persone di età compresa tra i 30 e gli 85 anni in merito al rischio polmonite.
La ricerca ha portato alla luce un fenomeno quasi paradossale: gli italiani sanno che la polmonite è una malattia abbastanza diffusa e grave, se non gravissima, ma circa la metà del campione intervistato dichiara di saperne poco o nulla e solo il 18,4% dichiara di sentirsi a rischio. E ancora: un terzo degli intervistati (ma più della metà se si considerano gli ultra settantenni, i soggetti più a rischio) pensa che la polmonite non si possa prevenire e il 59,7% non sa che esiste un vaccino.
Anche tra chi parla di misure preventive – come il rispetto di basilari norme igieniche, quali lavarsi le mani con acqua e sapone e non usare stoviglie in comune – pochi citano il vaccino contro lo pneumococco (Streptococcus Pneumoniae). Si tratta di un batterio generalmente innocuo ma che, sopratutto nei soggetti più deboli (come gli anziani, spesso affetti da malattie croniche e colpiti dall’invecchiamento anche nel sistema immunitario), può causare patologie gravi, quali la polmonite appunto (per la quale è l’agente patogeno più frequente), e tutte le complicazioni derivanti. Il vaccino oltre a essere misconosciuto è anche temuto: il 70% dei non vaccinati non ha intenzione di farlo, e le percentuali si impennano tra gli anziani (sfiorando l’86% nella fascia tra i 70 e i 79 anni).
Tra i motivi per cui si rifugge il vaccino le paure degli effetti collaterali e l’assenza di un reale bisogno sono tra i motivi principali. “Le buone abitudini di igiene quotidiana sono sempre utili ma la vaccinazione è l’unico strumento di prevenzione primaria che abbiamo oggi per evitare l’infezione da pneumococco e prevenire lo sviluppo delle malattie e delle complicanze che questo batterio può portare”, ha commentato in proposito Michele Conversano, Past President della S.It.I. Società Italiana di Igiene e Presidente di HappyAgeing, “Solo con la vaccinazione, nello specifico con il vaccino coniugato, si può in un certo senso ‘allertare’ il sistema immunitario e tenerlo pronto a reagire nel caso di infezione da pneumococco“.

La polmonite è un processo infiammatorio che interessa uno od entrambi i polmoni, generalmente a causa di infezioni batteriche, virali o più raramente fungine. Anche l'inalazione di liquidi o sostanze chimiche, così come l'aspirazione nell'albero tracheobronchiale di residui alimentari e succhi digestivi, determina il quadro infiammatorio tipico della malattia (polmonite ab-ingestis).


In risposta alla flogosi i polmoni si riempiono di un liquido biologico che compromette la normale funzione respiratoria, con comparsa di dispnea.
Le probabilità di ammalarsi dipendono dallo stato di salute dell'ospite e sono generalmente superiori al di sotto dei due anni di età e al di sopra dei 65. Oltre alle  difficoltà respiratorie, i sintomi della polmonite ricalcano quelli di una banale influenza, con tosse, malessere generale e talvolta febbre.
Il trattamento medico dipende dalle cause di origine della malattia; nelle polmoniti batteriche, ad esempio, si utilizzano gli antibiotici, mentre in quelli virali è spesso sufficiente il semplice riposo per qualche giorno.
La diagnosi di polmonite viene posta esaminando le radiografie del torace, i sintomi e talvolta l'espettorato del paziente. Le misure preventive comprendono l'accurato lavaggio delle mani, l'astensione dal fumo e l'impiego di mascherine per evitare il contatto con agenti inquinanti o fortemente irritanti. Sono inoltre disponibili appositi vaccini per prevenire alcune forme di polmonite infettiva, come quella influenzale e quella pneumococcica.

I sintomi della polmonite possono variare, anche in maniera significativa, in relazione allo stato di salute generale del paziente e al microrganismo responsabile dell'infezione. Nei casi più lievi, la polmonite ricalca i sintomi tipici dell'influenza, esordendo con un po' di tosse e febbricola. Altri sintomi tipici di questa malattia sono dispnea (fiato corto), la sudorazione, i brividi, il mal di testa, i dolori muscolari e la spiacevole sensazione di malessere generale. Se il processo infiammatorio si estende alle aree superficiali del polmone, con coinvolgimento della pleura (pleurite), il paziente lamenta dolore toracico, accentuato dall'inspirazione profonda, dalla tosse e dai movimenti del torace. Per l'insufficiente risposta immunitaria, gli individui ad alto rischio di complicazioni tendono a sviluppare sintomi d'esordio più lievi, rendendo questa malattia ancor più subdola e pericolosa. Non a caso, le polmoniti vengono spesso prese come esempio di malattie con sintomatologia atipica nell'età avanzata.

In condizioni normali, svariati meccanismi difensivi proteggono l'organismo dalle infezioni polmonari. E' il caso, ad esempio, dei peli delle narici, della tosse, ma anche delle ciglia e del muco bronchiale. Quando i patogeni riescono a superare queste difese e a raggiungere gli alveoli polmonari, vengono prontamente aggrediti dai globuli bianchi. Il conseguente processo infiammatorio porta all'accumulo di un liquido ricco di proteine, chiamato essudato, che riempie gli alveoli opponendosi al normale scambio di gas respiratori. Questo fluido, inoltre, agisce come terreno di coltura per i batteri e ne facilita la disseminazione agli alveoli vicini.
Le polmoniti possono essere causate non solo dai batteri, ma anche da virus, micoplasmi, funghi e varie sostanze chimiche. I microrganismi patogeni possono raggiungere l'albero tracheobronchiale attraverso quattro vie:
per inalazione (patogeni contenuti in goccioline di aerosol abbastanza piccole da raggiungere gli alveoli);
per aspirazione (entrata di materiali estranei nell'albero bronchiale - solitamente rappresentati da residui di cibo, saliva o secrezioni nasali - che possono fungere da veicolo per i microbi responsabili della polmonite);
per inoculazione diretta da sedi contigue;
per diffusione ematogena o linfatica.
Fattori predisponenti:
Classi di età estreme
Condizioni socioeconomiche disagiate
Malattie croniche debilitanti, diabete
Insufficienza renale e cardiaca
Ospedalizzazione
Etilismo, tabagismo
Inquinamento atmosferico
Infezioni delle prime vie aeree
Immunodepressione
Terapia prolungata con
immunosoppressori come i cortisonici
Chemioterapia
Scarsa igiene orale
Disfagia, alterazioni dello stato di coscienza.

Le POLMONITI BATTERICHE possono colpire chiunque, a qualsiasi età, ma prediligono gli individui debilitati, gli etilisti e le persone che presentano altri fattori di rischio.
Alcuni germi responsabili della polmonite batterica sono di comune riscontro nel cavo orale e nelle prime vie aeree di persone sane. Approfittando di un calo delle difese o di altri fattori predisponenti, questi germi possono discendere l'albero bronchiale fino a raggiungere gli alveoli. In questa sede, la risposta immunitaria determina l'accumulo di liquidi, che impediscono il normale scambio di gas tra il sangue e l'aria inspirata.
L'infezione può rimanere confinata od estendersi all'intero polmone; nei casi più severi, inoltre, i batteri possono entrare nel circolo sanguigno ed interessare l'intero organismo, causando malattie molto gravi o addirittura fatali.
Tra i batteri, lo Streptococcus pneumoniae, responsabile della polmonite pneumococcica, è il più più frequente responsabile di polmonite domiciliare in tutte le classi di età ad eccezione dei bambini. In questo caso la malattia può essere prevenuta sottoponendosi ad una specifica vaccinazione.
Tra gli altri agenti infettivi di origine batterica, Gram positivi, ricordiamo lo Staphylococcus aureus e lo Streptococcus agalactiae (responsabili di polmoniti nell'infanzia), mentre tra i Gram negativi si annoverano Haemophilus influenzae,Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa, Escherichia coli ed altre Enterobacteriaceae.





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venerdì 23 ottobre 2015

Le Macchie sull'Iride




Le macchie, presenti qua e là nell'iride (destra o sinistra o di entrambi gli occhi) possono essere visibili fin dalla nascita, oppure acquisite: in questo caso indicano tossiemia ed accumuli tossici legati ad errori nello stile di vita, con tendenza acquisita a varie patologie.
Come accade nelle eterocromie, indicano predisposizioni generali dell'organismo a seconda del colore. Macchie biancastre: predisposizione a processi infiammatori, rossastre ad emorragie, giallastre problemi renali, giallo-bruno ritenzione di acido urico, color marrone problemi epatici, macchie scure predisposizione a processi degenerativi .

La "trama" dell'iride può essere più o meno compatta: quanto più è fitta tanto maggiore è la robustezza dei tessuti.
Segni a livello dell'iride indicanti mancanza di tessuto irideo, di forma più o meno ovale e di dimensioni molto varie (lacune), o a rombo, ma più profonde (cripte) indicano patologie in atto o debolezze costituzionali.

E' molto raro, per un iridologo, trovare iridi prive di spasmanelli e raggi solari, anche nei bambini (si tratta spesso, comunque, di una base genetica).
Gli occhi "puliti" sono  molto rari e in genere corrispondono, per lo meno negli adulti, a chi sta facendo su se stesso un "lavoro" di correzione di regole alimentari sbagliate, o si sta impegnando in un percorso di "pulizia" spirituale.
Anche determinate operazioni chirurgiche lasciano l'occhio "ripulito", ma, in quest'ultimo caso, ho riscontrato che alcuni segni, "portati via" da una parte, ricompaiono altrove nell'iride.

Inoltre bisogna tenere conto della "memoria" dell'iride.
Come una ferita può essere provocata in un attimo, ma si cicatrizza in tempi lunghi e la cicatrice non scompare, lo stesso accade nell'iride, registro diligentissimo della nostra storia, genetica e acquisita.

Dobbiamo a Siegfried Rizzi una classificazione particolareggiata sui rapporti fra colori delle macchie e il malfunzionamento di determinati organi legati alla depurazione dell’organismo, alla digestione, alle difese immunitarie o alla produzione di sostanze ormonali.



Il fegato è un organo dalle molteplici funzioni e con l’esame iridologico siamo in grado di valutarne alcune, in base a due tonalità.
Il marrone medio è rapportato alla funzione metabolica, endocellulare. Si tratta di una serie d’attività del fegato finalizzate all’inattivazione, alla coniugazione di sostanze tossiche che arrivano dall’intestino o da altri organi e all’eliminazione di ormoni, farmaci e prodotti chimici introdotti con gli alimenti.
Altra funzione svolta dal fegato è quella di metabolizzare gli zuccheri, i grassi e le proteine.
Il marrone Scuro c’informa che il fegato ha difficoltà ad eliminare la bile e di conseguenza le sostanze tossiche che sono state rese inattive dai meccanismi endocellulari. La bile è prodotta dal fegato in maniera continuativa e rappresenta un secreto dalle molte funzioni. Il rilevare tale colore aggiunto al colore di base dell’iride, c’informa che in tale soggetto possono verificarsi accumuli di tossine, di colesterolo, difficoltà a digerire i grassi, alterazioni della normale omeostasi ormonale. In medicina energetica il fegato governa l’iniziativa personale, ha come sentimento associato la rabbia, la collera.

Il colore beige è in relazione con le funzioni del pancreas.
Il pancreas è un organo situato profondamente e trasversalmente nella parte superiore della cavità addominale. Le sue funzioni si estrinsecano a livello di digestione e di regolazione della quantità di glucosio circolante con il sangue. Il rilevare pigmentazioni beige nell’iride ci informa pertanto che in tale soggetto possono verificarsi difficoltà di digestione o di metabolismo degli zuccheri.

Il colore giallo paglierino porta la nostra attenzione verso l’apparato urinario.
Una funzione dell’apparato urinario è quella di regolare l’equilibrio dell’acqua e dei sali minerali presenti nel nostro organismo. L’altro compito affidato ai reni è di eliminare sostanze tossiche idrosolubili, quali l’urea e gli acidi urici. La presenza di colorazione giallo chiaro nell’iride ci indica quindi la possibilità che in tale soggetto eventuali problemi legati ai liquidi organici dipendono da un mal funzionamento dei reni.

Il giallo, arancio brillante che può comparire nell’iride, richiama all’attenzione dell’osservatore la funzione della ghiandola surrenale.
E’ questo un organo, posto sulla superficie superiore dei reni, che produce diverse sostanze a funzione ormonale. Funzione principale del surrene è comunque quella di adattare le variazioni dell’organismo indispensabili per adattarsi ad uno stress, sia acuto (con adrenalina) che prolungato nel tempo (cortisolo). Rilevare pigmenti giallo brillante, con sfumature arancio, può quindi testimoniare un’attivazione dell’asse dello stress con attività surrenalica in eccesso.

Il colore giallo, che in fase d’illuminazione dell’iride, si manifesta opaco, in contrasto con l’abituale lucentezza dell’occhio, è messo in relazione ad alterazioni della funzionalità della ghiandola tiroide.
Ci troviamo di fronte ad alterazioni relative, molto spesso gli esami sono nella norma, però possono manifestarsi dei disturbi del sonno, del peso, dell’umore, della sensazione personale di forza, di energia nell’affrontare le difficoltà della vita.

Il nero secondo Rizzi è da mettere in relazione con la funzione del polmone.
Si parla di polmone per intendere l’intera funzione respiratoria. Sul piano fisico può trattarsi di problemi legati ad una situazione polmonare compromessa da malattie importanti, come la TBC, o da esposizioni prolungate a fattori ambientali lesivi delle strutture respiratorie come il fumo di tabacco, polveri irritanti, idrocarburi ecc.

Un bel colore arancio porta la nostra attenzione sul funzionamento delle ghiandole genitali.
A livello fisico il colore arancione potrà indicare problemi della funzione ovulatoria o mestruale nella donna, mentre nel maschio potrà essere indice di alterazione dell’erezione o della produzione di spermatozoi.
A livello psico-emotivo, invece, potremo avere informazioni sulle problematiche di relazione sessuale legati alle affinità di carattere, di emozioni, di condivisione del significato della vita.

Con il rosso brillante, possiamo avere informazioni sul sistema endocrino centrale, formato dall’ipotalamo e dall’ipofisi, che governa il funzionamento di tutte le strutture endocrine. Pertanto il colore rosso brillante, eventualmente presente sull’iride potrebbe indicarci anche uno stress interiore legato ad emozioni non espresse o disarmoniche presenti nel nucleo profondo della personalità dell’esaminato.

Il rosso ruggine è sempre stato messo in relazione con tendenza alle emorragie.

Il colore viola è messo in relazione con il sistema immunitario e precisamente con le funzioni dei linfociti timo-dipendenti. Sono queste delle cellule che hanno il compito di difendere il nostro organismo dall’invasione da parte di sostanze estranee al nostro organismo.

Il colore bianco che compare localizzato in una determinata zona dell’iride, può avere diversi significati. Innanzitutto è segno d’infiammazione con aumentato afflusso di sangue, oppure d’iperfunzione dell’organo che si proietta nella zona corrispondente. La ricerca delle zone più bianche è uno dei primi passi dell’esame iridologico, proprio perché ci dà informazioni su quali potrebbero essere le strutture interessate da processi infiammatori e quindi in fase acuta.

Il grigio, come spesso accade anche per altre indicazioni, ci segnala una diminuzione delle capacità fisiologiche della zona interessata, una passività, una diminuzione dell’afflusso di sangue.
Pertanto il rilevare tale colore in un’iride, ci segnala la necessità di stimolare la liberazione di energia in quel soggetto, stimolando la circolazione del sangue in modo tale che maggior ossigeno e sostanze nutrienti siano a disposizione dei tessuti. Inoltre, favorendo la circolazione, si facilita l’eliminazione di tossine.



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lunedì 17 gennaio 2011

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