domenica 16 luglio 2017

LA MENOPAUSA



L’età media in cui la maggior parte delle donne entra in menopausa è di 51 anni. Ma potrebbe anche iniziare prima o dopo (un riferimento può anche essere l’età della propria madre, solitamente si va in menopausa alla stessa età).

Il campanello d’allarme della menopausa è quello delle cosiddette “vampate” di calore causate dalla improvvisa dilatazione e costrizione dei vasi sanguigni, un sintomo abbastanza fastidioso che appare prima della menopausa e che potrebbe perdurare per i due anni seguenti.

Per molte donne la terapia ormonale a breve termine è la soluzione migliore per alleviare le vampate di calore ma soprattutto per prevenire la perdita della densità ossea associata spesso alla menopausa.

Attenzione però perché la terapia ormonale va altamente individualizzata e basata su esami specifici, sulla vostra anamnesi e la vostra storia di salute familiare. Se i rischi della terapia ormonale superano i benefici si possono valutare alternative per aiutare a gestire i sintomi della menopausa.

Negli ultimi decenni, il rapporto delle donne e della società con la menopausa è cambiato radicalmente, passando da un iniziale e deprimente disinteresse ad un'eccessiva strumentalizzazione a fini mediatici e commerciali. La crescente ondata di sensibilità nei confronti della menopausa e dei suoi problemi è infatti, almeno in parte, frutto del cosiddetto "business menopausale" fatto di farmaci, riviste, supplementi dietetici, istituti di bellezza e via dicendo.
Purtroppo, per certi aspetti, tutta questa affannosa strumentalizzazione dell'argomento finisce con il travolgere molte donne. La semplice rassegnazione, comune nei tempi passati, ha ormai lasciato il posto ad una sindrome ansiosa che mette a dura prova l'emotività femminile.
Sappiamo che la menopausa non è una malattia, abbiamo a disposizione diverse strategie per affrontare con successo eventuali problemi, ma la temiamo e vorremmo che quel giorno non arrivasse mai. E' questo, a grandi linee, l'attuale rapporto delle donne con la menopausa.

La menopausa è l'evento fisiologico che nella donna corrisponde al termine del ciclo mestruale e dell'età fertile. Nella menopausa termina l'attività ovarica: le ovaie non producono più follicoli ed estrogeni (ormoni femminili principali). Nell'uso comune del termine invece si indica soltanto una notevole diminuzione dei fluidi, coincidente con il periodo di climaterio femminile. Tale stato provoca una serie di mutamenti nella donna che riguardano gli aspetti trofici, metabolici, sessuali e psicologici, con una serie di manifestazioni che variano a seconda della persona e possono essere più o meno marcati, ma non tutti sono collegabili alla menopausa in sé, poiché influiscono altri fattori come il contesto familiare e sociale.

Normalmente l'età in cui si riscontra la menopausa, ovvero la fine della secrezione dei flussi mestruali, è fra i 45 e i 50 anni come media mondiale. Tale periodo anagrafico, secondo quanto pervenutoci, non ha subito rilevanti variazioni nel corso dei tempi: infatti anche all'epoca dei Greci e dell'impero romano l'età si aggirava intorno ai 45 anni.



Esistono aggravanti, fattori di rischio che interferiscono solitamente diminuendo l'età anagrafica di tale evento:

fumo della donna, sia attivo sia passivo, tale da indurre nella donna un'anticipazione dell'evento di 1,5-2 anni, la quantità di assunzione (numero di sigarette) e la durata di assunzione sono strettamente correlate alla diminuzione dell'età rispetto all'evento, in pratica più si fuma e da più tempo si fuma e più la menopausa si manifesterà prima del dovuto;
tipo di alimentazione, che può essere ritenuta assolutamente non adatta per colpa delle condizioni economiche del soggetto;
indice di massa corporea, se risulta inferiore a quello ideale;
abuso di alcool;
bassa statura.

La premenopausa è la fase caratterizzata dai primi squilibri ormonali: i livelli plasmatici dell'inibina diminuiscono mentre l'ormone follicolo-stimolante (richiamato in letteratura con l'acronimo inglese FSH) si riscontra maggiormente rispetto alla norma. Altri squilibri non compaiono: il ciclo e la quantità di estrogeni rimangono regolari fino ad un'età inferiore ai 40 anni. Continuando nel tempo si osserva sempre di più un innalzamento del FSH mentre i cicli diventano sempre di più anovulari, negli ultimi 30 mesi prima della menopausa.

Esistono numerose ipotesi per quanto riguarda la causa della menopausa, alcuni studi si sono concentrati sull'evoluzione del FSH e sulle gonadotropine cercando un coinvolgimento dell'asse ipotalamo-ipofisario ma attualmente l'ipotesi più accreditata è quella che la causa risieda nell'ovaio stesso. Infatti secondo tale teoria i follicoli, soggetti a deterioramento, vengono scelti dall'organismo stesso: utilizza dapprima i più resistenti, che nel corso degli anni devono essere sostituiti perché vengono consumati, ma all'atto della sostituzione i nuovi follicoli partono già danneggiati: questo comporterebbe la deplezione-atresia follicolare.

Oltre all'ovvia alterazione del quadro mestruale, (polimenorrea, oligomenorrea, ipomenorrea e ipermenorrea) in questa fase vengono espressi i primi disturbi di tipo psicologico, ansia, irritabilità, nervosismo e disforia.

Neurologicamente si assiste a un invecchiamento della persona, con conseguente diminuzione delle capacità di concentrazione e di memoria. Inoltre si nota un aumento del peso della persona. Fra le manifestazioni minori si può mostrare anche orticaria.

Fra le manifestazioni a livello vasomotorio le vampate di calore sono le più frequenti. Vi sono episodi di improvvisi sbalzi di temperatura, la donna comincia a sudare improvvisamente e sente vampate di calore, tali episodi si riscontrano in 65-75% dei casi e non a caso è uno dei sintomi principali. La percentuale cambia a seconda della zona, per via delle abitudini anche alimentari del luogo, nell'Indonesia ad esempio le donne che hanno tale disturbo si riducono dal 20 fino al 10%, in Cina invece la percentuale si ferma al 25%. Studi clinici hanno anche calcolato la durata del fenomeno che raramente supera i 6 minuti. Generalmente si manifesta anche nel 20% delle donne in premenopausa anche in condizioni ormonali nella norma. L'arrossamento coinvolge la testa e le parti limitrofe (viso, collo e nuca), mentre successivamente vi è un calo di temperatura fino a una sensazione di freddo. Per quanto riguarda la durata, sia della singola manifestazione sia della frequenza con cui si mostra, sono considerate molto variabili. Alcuni studi hanno studiato una correlazione della frequenza con la temperatura esterna: a basse temperature esse sono meno frequenti, mentre al contrario con alte temperature gli episodi aumentano. Un'altra correlazione è stata riscontrata durante la notte, dove contribuiscono ad avere un sonno disturbato. Infine per quanto riguarda la durata del sintomo spesso persistono anche per cinque anni dalla menopausa (anche se generalmente dura 1-2 anni). È ben documentata l'azione favorevole degli isoflavoni e derivati della soia sulle vampate.

Fra i fattori psicologici il più importante resta la depressione (la media calcolata è del 50% delle donne), ma l'espressione di tale disturbo cambia a seconda dell'etnia; ad esempio è stato mostrato come, rispetto alle donne bianche, le afroamericane risentano maggiormente di questa condizione psicologica.

La causa che comporta tale correlazione non è ben compresa, ma si pensa sia anch'essa un effetto della diminuzione degli ormoni, più precisamente della diminuzione dell'estradiolo, un ormone che viene prodotto dalle ovaie durante il ciclo mestruale. Fra l'altro è stato notato come persista soprattutto all'inizio, quando una donna entra nello stato di menopausa, spesso si hanno anche ricadute in tale evento.

Questa correlazione è discussa anche nel caso di donne che hanno subito isterectomia; alcuni studi statunitensi mostrano non esserci associazione, mentre altri studi canadesi invece mostrano peggioramenti dello stato depressivo delle donne.

Fra i disturbi legati all'attività di riposo notturna i più frequenti sono la difficoltà nell'addormentarsi, nelle donne più frequentemente si assiste a un sonno agitato, capita sovente che si sveglino durante la notte, e questo stato peggiora inizialmente, il disturbo più grave per quanto riguarda il sonno è la privazione di esso, l'insonnia, anomalia che può essere una complicanza della perimenopausa, diffusa soprattutto nelle donne ispaniche.

Successivamente cominciano le modificazioni a livello cutaneo, l'epidermide e il derma si assottigliano, in quest'ultimo caso si nota una diminuzione del collagene nella donna. Tali variazioni provocano le varie atrofie, che non riguardano soltanto l'apparato genito-urinario ma anche la cute in genere, diventando meno elastica e disidradata, ciò causa un aumento delle rughe e sensazioni di prurito, inoltre si manifestano artralgie a livello delle articolazioni distali (ginocchia, anca, colonna vertebrale), l'incidenza è del 50%.

Molti studi hanno dimostrato che con i cambiamenti ormonali della menopausa il desiderio sessuale nelle donne diminuisce, anche se studi e interviste effettuate confermano che le donne rimangono ancora soddisfatte del loro rapporto con il partner anche successivamente lo stato di menopausa. Inoltre vi è anche un aumento nella difficoltà nel praticare l'attività sessuale (si mostra la dispareunia, il dolore vaginale quando si tenta una penetrazione), disorgasmia e bruciore dopo il rapporto sessuale.

Per quanto riguarda l'atrofia vaginale, spesso tale evento si accompagna con cistiti e uretriti, essa porta spesso a quella che viene definita come la sindrome urologica della menopausa.

Nella fase finale si assistono a sintomi di carattere fisico caratteristici, fra i quali ci sono dolori muscolari, diminuzione della massa ossea all'origine dell'osteoporosi, calo di energia fisica, disturbi urinari. Recenti studi hanno anche rilevato un aumento della pressione arteriosa rispetto a quella delle donne fertili.

Una volta raggiunta la menopausa è stato registrato un aumento delle malattie cardiologiche però la mortalità dovuta a tale complicanza non è superiore rispetto a quella del cancro alla mammella. Il rapporto donna-uomo cambia dopo l'evento: prima si mostra un rapporto di 1:5, successivamente la differenza diminuisce notevolmente e superati i 70 anni l'incidenza risulta identica in entrambi i sessi. Tralasciando le conseguenze del solo fattore età, la diminuzione degli estrogeni comporta ipertriglicemia, diabete, ipertensione, dislipidemia oltre all'obesità, sono tutti fattori pericolosi per il lavoro del cuore e la loro manifestazione cumulativa porta a elevati rischi cardiologici. Studi recenti hanno dimostrato che nella fase della menopausa si riducono i livelli di HDL e aumentano i valori dell'apolipoproteina B.

Per una corretta diagnosi bisogna attendere 12 mesi dall'ultima mestruazione, ma dai 6 mesi in poi la probabilità è molto alta. Raramente, perché solitamente non è ritenuto necessario, si può effettuare il dosaggio di FSH.

Altro esame è lo screening per l'osteoporosi, complicanza comune, da effettuare soprattutto in persone dalla sesta decade.

Esistono diverse condizioni patologiche che possono comportare a manifestazioni simili alla menopausa:

Disfunzione della tiroide ( Ipotiroidismo e Ipertiroidismo )
Sindrome dell'ovaio policistico
Carcinoma dell'utero
Disturbi collegati alla ghiandola pituitaria ( ipopituitarismo e iperpituitarismo )

Per diversi anni è stato sperimentato, in Germania, un questionario basato su una scala di valori, denominata MRS, composta di 10 domande dirette alle donne nello stato di post-menopausa. I soggetti dovevano esprimere, tramite un punteggio graduato da 0 a 4, l'intensità dei sintomi, delle complicanze e delle valutazioni sul loro stato di salute, prima e dopo il trattamento che esse ricevevano. La validità del questionario è però messa in discussione da diversi anni e queste perplessità sono state tradotte in diverse lingue, dal messicano all'inglese.

Durante lo stato della menopausa è stata riscontrata una maggiore pericolosità per quanto riguarda le operazioni cardiache in genere e in particolare quelle che coinvolgono la valvola mitrale, ciò è sempre dovuto allo sbalzo degli ormoni nell'individuo; è stato calcolato che le donne di un'età racchiusa nel periodo 40-59 anni dimostra una mortalità più che doppia rispetto agli uomini della stessa età, tale rapporto diminuisce notevolmente sia prima sia dopo tale periodo.
Il periodo in cui la donna vive nello stato di menopausa comprende una buona parte della sua vita complessiva: infatti se da un lato l'aspettativa di vita media diventa sempre maggiore, dall'altro l'inizio della menopausa continua a collocarsi alla medesima età. Questo comporta un ampliamento sempre maggiore negli ultimi anni ma anche nel futuro del tempo in cui la donna vive la sua vita nello stato di menopausa. Le donne che vivendo in tale stato cercano un sollievo, una possibile cura sono soltanto una piccolissima parte, stimata, da studi effettuati intorno al 10%. Esiste una terapia sostitutiva con somministrazioni di estrogeni. Il trattamento normale varia e mira alla cura dei sintomi soprattutto quando essi sono troppo invadenti.



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domenica 9 luglio 2017

LA GRELINA



La scoperta della grelina è stata riportata da Masayasu Kojima et al nel 1999. Il nome  è basato sulla sua funzione di "peptide di rilascio dell'ormone della crescita" (Growth Hormon Releasing Peptide), con riferimenti alla radice proto-indo-europeo "ghre" che significa crescere (to grow).

La grelina aumenta la ricerca e l'assunzione di cibo (proprietà oressizzanti) e diminuisce il consumo di energia (riducendo l'attività fisica). Alti livelli di grelina risultano pertanto correlati ad un aumento del peso corporeo soprattutto per quanto riguarda la massa grassa. Tutto ciò nonostante sia nota da tempo la sua capacità di stimolare il rilascio di GH attraverso l'attivazione del recettore dei GH-segretagoghi (GH-segretagogue receptor type 1 = GHS-R).
Considerato il ruolo biologico oressizzante della grelina, è ovvio che i livelli plasmatici di quest'ormone sono normalmente massimi nel digiuno, mentre raggiungono valori minimi dopo assunzione di cibo ed iperalimentazione. In uno studio, i livelli plasmatici di grelina si sono dimostrati significativamente superiori alla norma in un gruppo di ragazze bulimiche; tale riscontro potrebbe spiegare, almeno in parte, le crisi di iperfagia a cui è soggetto chi soffre di questo disturbo alimentare. Le concentrazioni di grelina nel sangue di persone obese appaiono invece inferiori a quelle di individui normopeso.
La produzione di grelina gastrica copre circa il 50-70% dei livelli circolanti, ma tale percentuale è soggetta a produzioni compensatorie da parte di pancreas, intestino, rene, polmone ed ipotalamo.
La soppressione del rilascio di grelina non sembra correlata alla semplice distensione delle pareti gastriche, quanto piuttosto all'arrivo nello stomaco di nutrienti specifici. La restrizione di sonno è associata ad una significativa riduzione della leptina (ormone della sazietà prodotto dal tessuto adiposo) e ad un aumento della grelina (ormone dell'appetito). Bloccare o neutralizzare l'azione della grelina sembrerebbe un approccio ragionevole per affrontare stati di obesità cronica (in tal senso si è pensato ad un possibile vaccino antiobesità); la somministrazione di un analogo sintetico della graelina risulterebbe invece utile per stimolare l'appetito in presenza di disturbi alimentari come l'anoressia. Ricordiamo comunque che la grelina è soltanto una delle tante sostanze implicate nell'intrecciata rete di mediatori chimici e nervosi, che presiede al controllo dell'appetito. Tra queste sostanze ricordiamo:
leptina, insulina, Peptide YY (PYY), CCK (Colecistochinina), CART (cocaine -anphetamine-regulated-transcript), Urocortina, Pro-opiomelacortina (POMC), a-MSH (Melanocyte Stimulating Hormone) (diminuiscono l'appetito, anoressizzanti).



I suoi livelli aumentano durante una dieta ipocalorica e intensificano la fame, il che rende difficile la perdita di peso.

Inoltre, essa colpisce il ciclo sonno / veglia, il comportamento di ricompensa-cerca, la sensazione del gusto e il metabolismo dei carboidrati. Questo ormone è prodotto nello stomaco e secreto quando lo stomaco è vuoto. Esso entra nel flusso sanguigno e colpisce la parte del cervello nota come ipotalamo, che regola gli ormoni e l'appetito.

Più alto è il livello, maggiore è la vostra sensazione di fame. Più basso è il livello, più completi ci si sente e più facile sarà mangiare meno calorie.
La grelina può suonare come un terribile, ormone ''distruggi dieta''. Tuttavia, in passato, questo ormone ha svolto un ruolo nella sopravvivenza, aiutando le persone a mantenere un livello di grasso corporeo sano.

Di norma, i livelli di grelina aumentano prima di un pasto, quando lo stomaco è vuoto. Poi diminuiscono poco dopo, quando lo stomaco è pieno. Mentre si potrebbe supporre che le persone obese hanno solo livelli più elevati, essi possono essere anche più sensibili ai suoi effetti. Alcune ricerche mostrano che i livelli in realtà sono inferiori nelle persone magre.

Altra ricerca suggerisce che le persone obese possono avere il recettore della grelina eccessivamente attivo, noto come GHS-R, che porta ad una maggiore assunzione di calorie.

Eppure, indipendentemente dalla quantità di grasso corporeo che si ha, i livelli di grelina aumentano e ci fanno sentire affamati quando si inizia una dieta ipocalorica. Questa è una risposta naturale per il corpo, che cerca di proteggere l'utente dalla fame.

Durante una dieta, aumenta l'appetito ed i livelli dell'ormone della sazietà, la leptina, scendono. Il tasso metabolico tende a diminuire in modo significativo, soprattutto quando si limitano le calorie per lunghi periodi di tempo. Per ovvie ragioni, questi adattamenti possono rendere significativamente più difficile perdere peso e tenerlo sotto controllo.

Gli ormoni e il metabolismo si regolano per cercare di riguadagnare tutto il peso perso.

Nel giro di un giorno che si inizia una dieta, i livelli di grelina inizieranno a salire. Questo cambiamento continua nel corso di settimane.

Uno studio sull'uomo ha riscontrato un aumento del 24% dei livelli di grelina dopo una dieta ipocalorica di 6 mesi.

In un altro studio, in coloro che seguivano una dieta per la perdita di peso da 3 mesi, i ricercatori hanno trovato i livelli quasi raddoppiati da 770 a 1.322 pmol / litro.

Durante una dieta di bodybuilding di 6 mesi, che raggiungono un livello estremamente basso di grasso corporeo attraverso restrizioni dietetiche severe, la grelina è aumentata del 40%.

Queste tendenze suggeriscono che più a lungo si è a dieta – e più grasso corporeo e massa muscolare si perde – più i livelli aumenteranno.

Questo comporta un aumento della fame, e quindi diventa molto più difficile mantenere il nuovo peso.

La grelina sembra essere un ormone che non può essere controllato direttamente con farmaci, diete o integratori. Tuttavia, ci sono alcune cose che si possono fare per aiutare a mantenere sani i livelli:

Evitare gli estremi di peso: Sia l'obesità che l'anoressia alterano i livelli di grelina;
Controllo dell'apporto calorico: Entrambi i pasti ad alto contenuto di carboidrati o ad alto contenuto di grassi riducono i livelli. Pertanto, il totale delle calorie conta più che la composizione della dieta;
Dare priorità al sonno: Poco sonno aumenta i livelli, ed è stato collegato ad un aumento della fame e aumento di peso;
Aumentare la massa muscolare: Una maggiore quantità di massa muscolare o minore massa grassa sono associati a livelli più bassi di grelina;
Mangiare più proteine: Una dieta ricca di proteine aumenta la pienezza e riduce la fame. Uno dei meccanismi alla base di questo è una riduzione dei livelli di grelina;
Mantenere un peso stabile: I cambiamenti di peso drastici e l'effetto ''yo-yo'' disturbano gli ormoni chiave, tra cui la grelina;
Ciclizzare le calorie: I periodi di maggiore assunzione di calorie sono in grado di ridurre gli ormoni della fame e aumentare la leptina. Uno studio ha osservato che 2 settimane con il 29-45% in più di calorie ha diminuito i livelli di grelina del 18%.




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sabato 8 luglio 2017

SARCOPENIA



Il termine sarcopenia riguarda l'insorgenza di una perdita di massa muscolare.

Sarcopenia è un termine coniato da Irwin Rosenberg (Senior Scientist Jean Mayer SDA HNRCA Tufts University Boston, MA) nel 1988, per definire la perdita di massa e funzione muscolare con l’età. Può essere identificata con la situazione metabolica per cui il muscolo, che è uno dei più importanti consumatori di energia dell’organismo (non solo perché rappresenta circa il 40% del peso corporeo ma anche per la capacità metabolica unitaria) perde, a partire da un’età intorno ai 45 anni e con una pendenza mano a mano più alta, la capacità di produrre e consumare energia con lo stesso rate che utilizzava prima: questa situazione è, sicuramente, il più importante fattore di accumulo di grasso corporeo in eccesso. Se poi si considera che la diminuzione della capacità fisica, porta inevitabilmente ad una diminuzione anche dell’attività, allora, in assenza di adeguati ricondizionamenti alimentari, il rapporto massa grassa/massa magra tende inevitabilmente a lievitare in modo esponenziale.

Le motivazioni che inducono tale patologia sono molteplici. La sarcopenia può manifestarsi in soggetti sedentari a seguito di un lungo periodo di inattività fisica oppure può accentuarsi semplicemente con l'incorrere della terza età. Secondo una corrente di studi, la sarcopenia non è una conseguenza inevitabile dell'età, ma si verifica in condizioni di stress ossidativo crescente nel tempo con la formazione di radicali liberi.

Per quanto riguarda la sarcopenia legata alle terza età nel sesso maschile è correlata al calo della produzione di testosterone che ha effetti anabolizzanti, in particolare sul metabolismo proteico.

Nella sarcopenia la perdita di massa muscolare e la conseguente perdita di forza sono accompagnate anche da una minore funzionalità dei muscoli.

Con il trascorrere degli anni di vita di un soggetto standard (considerato in qualità di campione d'esame) la perdita di massa muscolare avanza di pari passo con la perdita di forza muscolare che può essere delle stesse proporzioni se non addirittura maggiore. A 50 anni di età molte persone hanno già perso circa il 10% della loro massa muscolare e a 70 anni ne avranno perso circa il 70%.

La sarcopenia inizia a comparire intorno a 40-50 anni, essa accelera la sua presenza intorno ai 75 anni. Il segno più evidente è rappresentato dalla atrofia delle fibre fast-twitch (FT), quelle che vengono reclutate durante il lavoro anaerobico di alta intensità; per questo motivo non tutti i muscoli presentano lo stesso grado di perdita tessutale. Ovviamente questo stato funzionale trova il suo esordio e uno sviluppo più appariscente presso i sedentari poiché l’attività fisica pregressa costituisce un elemento di protezione, anche se relativa, rallentandone sia l’insorgenza che lo sviluppo. La perdita di massa e la minore efficacia degli enzimi muscolari si traducono in un calo del picco di forza isocinetica, della massima velocità di estensione e del massimo sforzo isometrico che, ancora conservato a 45 anni, decresce del 25% a 65 anni, del 35% a 70 anni, mentre nelle decadi successive la perdita di forza risulta ancora più marcata ed accelerata. Questo porta a far si che il 40% delle donne tra i 55-64, il 45% tra i 65-74 e il 65% tra i 75-84 anni non è più in grado di sollevare un peso di 4.5 kg.

Negli ultimi anni sono state proposte molte ipotesi sulle cause della Sarcopenia che possono essere:

Delezione mitocondriale: Un errore di replicazione del DNA mitocondriale (mtDNA), potrebbe essere la causa di una delezione significativa del genoma del mitocondrio; il genoma più corto si replica più velocemente inducendo la formazione di mitocondri malfunzionanti o del tutto inattivi. A questo stato di cose il nucleo risponde up-regolando la formazione di mitocondri e ciò porta, per i motivi detti sopra, all’accumulo di mitocondri a genoma corto inattivi. Questo provoca un deficit energetico e l’atrofia della fibra. La fibra atrofica necrotizza e viene sostituita da infiltrazioni di tessuto connettivo e adiposo.
Alterazione della sintesi proteica: Qualunque evento che porti ad una diminuzione della massa muscolare con conseguente diminuzione della capacità di generare forza da parte del muscolo scheletrico, rappresenta un condizionamento negativo della capacità funzionale della fibra scheletrica che prende il nome di atrofia: una situazione estrema la cui insorgenza è sempre negativa ed alcune volte rappresenta, per il muscolo ma non solo per esso, una strada senza ritorno. In linea generale lo stato atrofico, pur essendo legato ad una pluralità di fattori, è sempre la conseguenza, se la disponibilità di nutrimenti è adeguata, di uno sbilanciamento tra la capacità delle fibre del tessuto di portare a termine una corretta sintesi delle proteine e la componente degradativa delle stesse.
Perdita della capacità riparativa delle cellule satelliti: La proliferazione e la fusione delle CS è regolata da specifici fattori di crescita proteici (principalmente IGF-1, mIGF-1, HGF) ma è anche influenzata da ormoni quali GH, Testosterone, Estrogeni). La secrezione di GH da parte dell’ipofisi anteriore agisce sul fegato per stimolare sintesi e release di IGF-1 che agisce tramite recettori di superficie posti sulla membrana delle CS, facendole proliferare come miociti e quindi differenziare in miotubi.



Sembra piuttosto ovvio, comunque, osservare che la sarcopenia non può essere considerata un semplice processo legato da una relazione di causa effetto con uno specifico fattore etiologico; piuttosto è necessario considerarla un evento multifattoriale. Sotto quest’ottica, probabilmente, si percorre un cammino più corretto ma nel quale, però, si rischia di confondere gli effetti (alterazione del sistema di trasporto degli elettroni, alterazioni ormonali e/o dei fattori di crescita che portano ad una alterazione della sintesi proteica, perdita della capacità riparativa delle cellule satelliti, ecc…) con le cause (orologio biologico, accumulo di radicali liberi, rimodellamento anterogrado, ecc.) Il problema è che siamo ben lontani dal definire cause e specificità del processo e che, molto probabilmente, ancora qualche anno dovrà passare perché il problema possa essere in qualche modo avviato a soluzione. Ovviamente, considerando sia il costo umano con la grave situazione che lega gradi consistenti di sarcopenia con stati di parziale o totale inabilità che sociale (costo per le strutture sanitarie), ogni sforzo deve essere compiuto per far sì che, almeno la sintomatologia più allarmante (abbassamento della soglia al dolore, stati preinfiammatori, depressione, ecc…) venga in qualche modo controllata.

La senescenza è associata con molte modificazioni dei livelli ormonali inclusi quella drastica dei livelli plasmatici del GH (soprattutto in rapporto con le variazioni indotte dall’esercizio fisico) e quella seppur meno evidente di Testosterone (T) e IGF-I. Una diminuzione della presenza di questi ormoni può essere collegata allo sviluppo della Sarcopenia per la loro azione diretta sulla regolazione della sintesi delle proteine: GH e T sono richiesti per il mantenimento del bilancio proteico (GH anche per la sintesi epatica di IGF-I) e IGF-I controlla direttamente la sintesi delle proteine con un’azione specifica per quanto riguarda quelle dei filamenti (actina e catena pesante della miosina). Anche se è certo il ruolo giocato dagli ormoni indicati sulla sintesi delle proteine, molti dubbi derivano dai risultati ottenuti utilizzando la loro somministrazione come terapia anti sarcopenica. Un esempio vale per tutti: la somministrazione, anche in dosi massice, di GH non ha prodotto risultati di particolare apprezzamento soprattutto per quel che concerne il ripristino della massa muscolare persa con l’età. Un altro tentativo di tipo terapeutico-educativo è il frutto di una scoperta fatta 70 anni fa: nei ratti sottoposti a restrizione calorica, attraverso una dieta spartana ma bilanciata, si osserva un aumento di circa il 50% della lunghezza della vita media ed una riduzione molto significativa dell'incidenza di sarcopenia e malattie tipicamente geriatriche, come il cancro, le malattie cardiovascolari, l'osteoporosi, ecc. Questi effetti si riscontrano su molti organismi modello per la biologia, ma purtroppo questo regime di restrizione calorica è insostenibile, perché porta quasi alla fame. Ebbene, alcuni studiosi della Harvard Medical School di Boston hanno individuato delle molecole che simulano la restrizione calorica e la più potente di queste molecole è il resveratrolo , contenuto tra l'altro nel vino rosso. Purtroppo però il resveratrolo naturale non è molto stabile: si degrada facilmente in presenza di ossigeno e perde così la sua efficacia. Non è proponibile, perciò, il suo utilizzo come agente terapeutico per combattere la sarcopenia anche se la presenza, in dosi consone (uno-due bicchieri al giorno) di vino rosso nella dieta potrebbe contribuire in maniera significativa a ridurre gli effetti negativi dell’accumulo di radicali liberi nell’organismo. Una dieta ipocalorica è, comunque, indicata e non solo in quei soggetti anziani che presentano tendenza ad aumento di massa grassa e diminuzione di massa magra. D’altro canto in soggetti molto anziani con scorrette abitudini alimentari, inappetenza e/o patologie croniche, che presentano quindi un insufficiente apporto di nutrienti, si deve prendere in considerazione l’opportunità di introdurre supplementazioni dietetiche che includano vitamina B6, B12, Calcio, Vitamina D ed aminoacidi. Migliori risultati, qualche volta così significativi da risultare in un deciso miglioramento sia delle condizioni locali (recupero muscolare) che di quelle generali (inabilità ridotta), si ottengono somministrando programmi di attività fisica come terapia . Il primo intervento terapeutico da considerare, consiste nell’introduzione di un corretto programma di allenamento. Non tutte le forme di esercizio hanno la stessa efficacia nel promuovere un aumento di forza muscolare. Gli esercizi di tipo aerobico sub-massimale, costituiti da numerose contrazioni muscolari protratte nel tempo, contro resistenze relativamente basse, possono contribuire all’aumento della massa e della forza muscolare nei soggetti debilitati e dopo lunga immobilizzazione. Viceversa, in soggetti sani, che praticano una normale attività fisica, l’efficacia di questi esercizi ha effetto soprattutto sulla capacità cardiovascolare e sul metabolismo energetico. Allo scopo di ottenere un sostanziale miglioramento di forza, massa e performance muscolare, si rende necessaria l’introduzione di protocolli che comprendano esercizi anaerobici di potenza, ossia una serie, anche limitata, di contrazioni muscolari contro resistenze elevate.

È possibile prevenire e curare la sarcopenia a patto che si rispettino alcuni principi. Innanzitutto è molto importante identificare precocemente i soggetti con sarcopenia o a rischio di sarcopenia. Attualmente gli esperti sono in grado di diagnosticare la sarcopenia misurando la massa muscolare e la forza muscolare, mediante apparecchiature specifiche, e la velocità di cammino (in un tratto di 4 metri, è considerata normale una velocità maggiore o uguale a 0,8 metri al secondo). In assenza di strumenti specifici come quelli di cui si è detto, la presenza di sarcopenia può essere sospettata valutando la capacità di un soggetto in età avanzata di percorrere 400 metri in un quarto d’ora senza aiuto di persone o ausili. Laddove ciò non sia possibile è consigliabile rivolgersi ad un geriatra esperto.

In secondo luogo deve essere perseguita una dieta equilibrata e praticata in modo costante un’attività fisica. La dieta deve essere particolarmente ricca di proteine, distribuite equamente durante la giornata. Il muscolo, infatti, necessita di un costante ricambio delle cellule muscolari che si degradano e vanno incontro a morte (per cause naturali e per l’attività fisica) ed è molto importante che il rapporto tra sintesi e degradazione di proteine sia in equilibrio. In un soggetto che sta diventando anziano ciò può avvenire attraverso l’introito di proteine con l’alimentazione. Le raccomandazioni delle società scientifiche che si occupano di sarcopenia consigliano l’assunzione di 0,8-1,2 grammi pro-chilo di proteine al giorno (25/30 grammi di proteine di alta qualità ad ogni pasto, come carni magre, latte e suoi derivati, uova pesce e legumi), in assenza di malattie legate all’insufficienza renale. Qualora ciò non fosse possibile, può essere indicata l’assunzione di un supplemento nutrizionale orale completo e bilanciato. L’assunzione di proteine attraverso la dieta e/o i supplementi deve avvenire non solo al pasto principale ma in modo equilibrato suddividendo il fabbisogno tra colazione, pranzo e cena. Inoltre è importante che alla dieta sia abbinata una regolare attività fisica che svolge una funzione catalizzatrice della sintesi di proteine e favorisce pertanto il mantenimento di un’adeguata massa muscolare. L’esercizio di tipo aerobico (passeggiata, corsa leggera, nuoto, bicicletta) ma anche il sollevamento di piccoli pesi con l’ausilio di macchine e attrezzi in palestra sono consigliati per contrastare la sarcopenia.




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