venerdì 26 febbraio 2016

LA BANCA DEL LATTE



Le Banche del Latte sono strutture sanitarie presenti in vari ospedali pubblici che hanno la funzione di assicurare una costante ed adeguata disponibilità di latte umano donato per i lattanti con specifici problemi clinici, in particolar modo i neonati pretermine, per i quali rappresenta parte integrante della terapia.

Le BLUD sono strutture sanitarie presenti in vari ospedali pubblici, correlate ai reparti di terapia intensiva e di patologia neonatale, che promuovono l'allattamento materno e la donazione del latte negli ospedali e sul territorio. A questo scopo raccolgono, conservano, controllano, trattano e distribuiscono gratuitamente il latte ai bambini che ne hanno bisogno, su motivata indicazione medica.“L’allattamento materno è lo standard di riferimento per la nutrizione dei nostri piccoli” premette Claudio Profeti: “il latte fresco della propria mamma è l’alimento migliore in assoluto per la salute e lo sviluppo di tutti i bambini, in particolare di quelli nati prematuri o con malattie. Se però per vari motivi il latte materno non è disponibile o non è sufficiente, per i bambini più fragili il latte di banca rappresenta il sostituto migliore e più sicuro”.

Il latte umano donato è utile soprattutto per i neonati pretermine e con problemi di salute.

I neonati pretermine, non avendo potuto completare in utero il loro sviluppo, alla nascita possono presentare vari problemi, come l'intolleranza alimentare ed una maggior suscettibilità alle infezioni. Il latte materno per loro sarebbe ideale. Purtroppo le mamme con il figlio ricoverato in terapia intensiva subiscono spesso un distacco prolungato dal neonato e sono soggette ad uno stress elevatissimo: due condizioni che possono provocare una riduzione notevole della lattazione fino farla cessare. In questi casi la disponibilità di latte di banca è strategica, per due motivi: pur essendo latte di un’altra mamma, è da preferire a quello artificiale perché è specie-specifico ed è evidentemente più sicuro; nonostante i trattamenti di sanificazione che lo rendono più povero rispetto al latte fresco, contiene molte sostanze preziose per la funzione dei vari organi e apparati e per la protezione da varie malattie. Oltre ai pretermine, possono trarre benefici dal latte umano donato altre categorie di lattanti, ad esempio i bambini con malattie gastrointestinali, metaboliche, cardiache, renali. Spesso infatti questi pazienti presentano ridotta tolleranza alimentare e necessitano di un alimento che sia il più equilibrato e digeribile possibile.

Le mamme donatrici sono mamme che hanno una produzione di latte superiore al fabbisogno del proprio figlio. Il più delle volte vengono a conoscenza della possibilità della donazione grazie a campagne informative e soprattutto al “passa parola” e, spinte dal desiderio di compiere responsabilmente questo generoso atto di solidarietà, si mettono in contatto con la banca. In una minoranza di casi, sono mamme che hanno il bambino ricoverato e, alla dimissione, lasciano alla banca il latte estratto in eccesso e non utilizzato.

Il latte umano donato è un alimento prezioso, ma può essere veicolo di agenti dannosi per i piccoli riceventi. Per questo le banche, seguendo specifiche linee guida, sottopongono le aspiranti donatrici ad un semplice ma accurato controllo medico. La donazione può avvenire se: la donna è in buona salute e non riferisce comportamenti o condizioni che rischino di trasmettere, con il latte, sostanze tossiche (droghe, farmaci, fumo di sigaretta ecc) o agenti infettivi, gli screening infettivologici (per HIV, epatite B e C, sifilide), effettuati con prelievo di sangue prima della donazione, sono negativi.
 
Una volta “arruolate”, le donatrici ricevono tiralatte e raccoglitori e vengono informate sulle corrette modalità di estrazione e conservazione del latte, in modo da preservarne più possibile le qualità biologiche e ridurre il rischio di inquinamento. La maggior parte delle banche effettua la raccolta programmata del latte a domicilio. Una volta giunto presso le banche, il latte viene sottoposto a test batteriologici, in più, per garantire il miglior compromesso tra sicurezza e qualità biologica, viene sempre pastorizzato e conservato a una temperatura di - 20°C. Solo a questo punto è ‘pronto all’uso’.

Ogni donna può donare per il tempo desiderato, anche se le donatrici ideali sono quelle che garantiscono una certa continuità di rapporto e una produzione complessiva accettabile, visti i costi sostenuti per le procedure di arruolamento, raccolta domiciliare, ecc. La quantità di latte fornita varia molto da donna a donna, poiché dipende dalla produzione e dal tempo che può essere dedicato all'estrazione. “Ma ogni goccia è importante, specialmente se è di madre che ha partorito prima del termine o da poche settimane” sottolinea il neonatologo: “il latte, in questi casi, ha caratteristiche ottimali per le esigenze dei neonati più fragili. In ogni caso, per soddisfare il più possibile i fabbisogni nutrizionali dei bambini molto piccoli o con problemi, il latte viene generalmente addizionato con integratori e per questo anche il latte donato da donne che hanno partorito da vari mesi, se “fortificato” in modo personalizzato, risulta adeguato ed è sempre da preferire al latte artificiale”.
 
Un concetto da chiarire è che il latte donato non è una “comoda alternativa” al latte materno per tutti, ma va dato solo a chi ne ha effettivo bisogno. “Considerati i costi elevati e la ridotta disponibilità, il latte donato viene destinato attualmente solo a neonati pretermine o patologici ricoverati in ospedale e a pazienti dimessi, ma in casi selezionati" puntualizza il pediatra. Per questo viene distribuito dalle banche in base a una scala di priorità, per il periodo strettamente necessario e in modo assolutamente gratuito. Se le donatrici aumentassero, potremmo usarlo per un numero maggiore di neonati, ad esempio per quelli fisiologici in attesa della montata lattea materna”.

 Un altro concetto fondamentale è che la gestione del latte umano in Italia segue criteri di solidarietà e gratuità e quindi non è fatto oggetto di commercializzazione. Come invece sta succedendo con alcuni siti internet che, soprattutto negli Stati Uniti, promuovono scambi e vendite di latte materno: oltre ad essere una pratica discutibile da un punto di vista etico, è anche rischiosa per il ricevente, poiché in genere si tratta di latte non controllato e quindi non sicuro.



Molto frequentemente le mamme preferiscono avere una piccola scorta per eventuali emergenze, diciamo pure per scaramanzia, nel caso in cui ad esempio si debbano improvvisamente separare dal bambino.
In altri casi invece il latte viene conservato in vista di un precoce rientro al lavoro, in modo da poter continuare a nutrire il proprio bambino con il latte materno nonostante la mamma non sia presente, oppure la mamma si tira il latte proprio mentre è al lavoro, e poi lo porta a casa da somministrare al bambino il giorno successivo mentre lei sarà assente.
Più raramente, per fortuna, altre mamme devono tirarsi il latte e conservarlo perché il loro bambino è malato o è ricoverato in ospedale e non è in grado di alimentarsi da solo direttamente al seno.
La conservazione e il suo successivo uso del latte materno è semplice, specialmente rispetto alla preparazione corretta del latte artificiale.
Bisogna scegliere dei contenitori in plastica o in vetro, che sia possibile chiudere e che siano semplici da lavare.
Sono stati fatti degli studi per capire se sia meglio usare contenitori in plastica o in vetro: in realtà entrambe i materiali hanno pregi e difetti che si compensano, quindi potete utilizzare quello che vi è più comodo. Non è necessario sterilizzarli, basta lavarli con cura con acqua calda e sapone e poi risciacquare con abbondante acqua calda.
In commercio esistono diversi tipi di contenitori adatti allo scopo, si trovano in farmacia o nei negozi di articoli per bambini. Se ne trovano sia fatti a sacchetto (tipo i sacchetti per il freezer) sia dei barattoli che si avvitano direttamente al tiralatte, in modo da non dover fare travasi. Se vi spremete il seno con le mani potete spremere il latte direttamente nel contenitore.
La capienza dei recipienti dipenderà anche dall’uso che fate del latte tirato. Se è solo per “emergenze” è conveniente utilizzare contenitori piccoli, diciamo intorno ai 50 ml, per evitare sprechi. Se invece è per alimentare regolarmente un bambino, ad esempio nel caso della mamma al lavoro, sarà meglio utilizzare contenitori più grandi, ad esempio da 100 ml 0 200 ml, in base all’appetito del vostro bambino, perché l’eventuale residuo potrà comunque essere utilizzato alla poppata successiva.
A meno che usiate il latte tirato nell’arco di breve tempo, il latte dovrà essere congelato. Sul contenitore andrà messa un’etichetta che riporta la data del tiraggio. Quando sarà necessario usare il latte, si prenderà il contenitore con la data più vecchia.
Nello stesso contenitore si potrà mettere il latte di più sessioni di tiraggio e/o spremitura a patto che avvengano nell’arco di 24 ore. Ad esempio se si estraggono 20 ml al mattino, 40 ml al pomeriggio, 30 ml la sera e magari altri 30 ml la notte, si possono mettere questi 120 ml totali in un unico contenitore.
L’unica accortezza da seguire è quella di raffreddare il nuovo latte appena tirato prima di aggiungerlo a quello già presente nel contenitore.
A casa, il latte si può conservare anche a temperatura ambiente (massimo 25°C) fino a 8 ore.
In frigorifero il latte dura molto di più, se la temperatura è costante (massimo 4°C) può durare fino a 96 ore (cioè 4 giorni).
Il problema è che il frigorifero di casa non ha una temperatura sempre costante, a causa delle aperture e chiusure della porta. Per questa ragione è buona norma mettere il latte conservato lontano dalla porta del frigo e nel punto più in basso, dove la temperatura dovrebbe subire minori sbalzi.
Se non siete sicure di questo aspetto o se il frigo viene aperto molto spesso, potete ridurre il tempo di conservazione in frigorifero.
In congelatore il latte dura ovviamente ancor di più, ma dipenderà dal tipo di congelatore. Nella celletta del congelatore interna al frigorifero, il latte si conserva per due settimane.
In un congelatore separato dal frigo che raggiunga la temperatura di -15°C il latte si conserva 3 mesi.
In un congelatore più potente, di quelli che arrivano almeno a -19°C, il latte si conserva per 6 mesi.
Anche in questi casi è bene tenere il latte nel punto più lontano dalla porta del congelatore per limitare gli sbalzi termici.
Per sapere a che temperatura arriva il vostro congelatore, oltre che consultando la scheda tecnica o il libretto di istruzioni, potete comprare un termometro da frigorifero che costa pochi euro e vi permette di essere certe della capacità di raffreddamento del vostro congelatore..
L’aspetto su cui tutti concordano è che non bisogna esporre il latte a temperature eccessive, per non “rovinarlo” e per scongiurare il rischio di scottature. Quindi niente acqua caldissima del rubinetto o pentolini di acqua bollente.
Se si prevede con un giorno di anticipo di utilizzare il latte congelato, si può semplicemente trasferire in frigorifero e nell’arco di una giornata si scongelerà.
Nei casi di emergenza si potrà scongelare sotto un getto di acqua calda (non bollente!) del rubinetto o a bagnomaria (sempre facendo attenzione alla temperatura dell’acqua che non deve mai scottare).
L’uso del microonde per scongelare o riscaldare il latte è controverso. Indubbiamente è pratico e veloce, ma se usato in maniera inappropriata (potenza troppo alta o tempi troppo lunghi) farà letteralmente bollire il latte con il risultato che scotterà (e ci si metterà del tempo prima di portarlo a una temperatura adatta al consumo) e che si perdono molte delle sue proprietà. Se dopo aver fatto varie prove (con potenze basse del microonde per limitare i rischi sopraesposti) trovate la combinazione giusta per scongelare il latte con il microonde, ricordatevi sempre di agitare molto bene il contenitore del latte, perché il microonde riscalda gli alimenti in maniera non omogenea per cui è facile che il latte al centro del contenitore sia molto più caldo di quello più esterno.
Il latte scongelato a volte ha un colore un po’ strano, giallino, oppure si vede in superficie uno strato più denso e di colore diverso. Nessun problema, il latte non è andato a male! Si sono semplicemente separati i grassi del latte (in pratica è venuta su la “panna”). Basterà agitare il contenitore per rimescolare il tutto.
Ovviamente il latte, una volta scongelato, dovrà avere una temperatura di circa 36°C-37°C prima di essere dato al bambino.
Il latte scongelato si può conservare in frigorifero per 24 ore al massimo e non può essere ricongelato.


LEGGI ANCHE : http://salutepiu.blogspot.it/2016/02/tutti-i-benefici-del-latte-materno.html


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giovedì 25 febbraio 2016

TUTTI I BENEFICI DEL LATTE MATERNO



Allattare al seno è una delle azioni più naturali e utili che una mamma possa fare per il suo bambino. Non esiste alcuna altra azione tramite la quale una mamma possa condizionare la salute presente e futura del proprio bambino.

Nessun alimento in polvere riesce a replicare le proprietà uniche dell'allattamento al seno, non importa quante vitamine, minerali o integratori vengano aggiunti a quella che, in fin dei conti, resta sempre una formula chimica.

L'allattamento al seno è l'unico nutrimento totalmente naturale e completo per i neonati. Esso, inoltre, favorisce quel legame eccezionale che solo una mamma può stabilire con il suo bambino.

Il latte materno contiene tutto ciò di cui il bambino ha bisogno: proteine, grassi, lattosio, vitamine, ferro, minerali, acqua ed enzimi nelle esatte quantità necessarie per una crescita e uno sviluppo ottimali.
I bambini allattati al seno sono più sani. Il latte materno contiene tutte le sostanze che prevengono la formazione di batteri nocivi nell'intestino, che potrebbero provocare infezioni gastrointestinali e diarrea.
I bambini allattati al seno contraggono meno infezioni alle orecchie, meno infezioni respiratorie e hanno un minor rischio di sviluppare allergie, tumori, diabete infantile e obesità.
In questi bambini, inoltre, il rischio di sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS) è estremamente ridotto.
Allattare al seno un bambino prematuro riduce il rischio di sviluppare l'enterocolite necrotizzante (NEC).
Il latte materno è puro e privo di batteri e ha proprietà anti-infettive.
Il latte materno ha una giusta temperatura e non ha bisogno di alcuna preparazione. È direttamente disponibile per le necessità del tuo bambino.
Nel corso della loro vita, i bambini allattati al seno sono meno soggetti a sviluppare diabete, malattie cardiache, eczema, asma e altri problemi allergici.
Allattare un bambino al seno ne consente un migliore sviluppo cerebrale. Le ricerche dimostrano che nei bambini allattati al seno sono riscontrabili un migliore sviluppo della vista e una migliore acuità visiva.
Allattare al seno significa qualcosa in più che nutrire. Significa migliorare il legame emotivo tra il bambino e la mamma e donare calore, amore e affetto.

L'allattamento al seno riduce il sanguinamento post-parto e il rischio di anemia.
Allattare il bambino aiuta la mamma a recuperare il suo peso forma.
L'allattamento al seno ha un effetto protettivo contro diversi tipi di cancro, quali il cancro al seno e quello alle ovaie, e aiuta a prevenire l'osteoporosi.
Le madri che allattano al seno sperimentano di frequente il rafforzamento della propria autostima e creano relazioni migliori con il proprio bambino.
Il latte materno è immediatamente disponibile e permette di risparmiare energia, tempo e denaro.
I bambini allattati al seno sono più sani, quindi le loro mamme dovranno assentarsi più raramente dal lavoro.

Nella donna, così come nella mucca, possiamo distinguere tre diversi momenti della lattazione. Dal primo giorno dopo il parto fino al quinto - sesto giorno, viene prodotto il cosiddetto colostro, un latte particolarmente ricco di proteine e sali minerali; questo perché il bambino, subito dopo il parto, accusa un calo fisiologico dovuto soprattutto alla perdita di liquidi, dal momento che negli ultimi nove mesi aveva vissuto in un ambiente acquoso. La nascita, inoltre, rappresenta un evento traumatico e come tale porta ad un aumento del dispendio energetico. Il bambino ha quindi bisogno di recuperare energia velocemente, tramite un latte, il colostro, ricco di proteine, sali minerali ma anche e soprattutto di anticorpi, come immunoglobuline, lattoferrina, globuli bianchi e lisozima.
Dal momento che il suo sistema immunitario non è ancora abbastanza efficace per fronteggiarli da solo, gli anticorpi aiutano il giovane organismo a combattere i patogeni ambientali con i quali viene a contatto. Il latte materno rappresenta dunque un alimento importantissimo ed insostituibile che, oltre alla già citata azione immunitaria, stimola positivamente la funzionalità degli organi digestivi del bambino.
Dopo i primi cinque o sei giorni dal parto, il latte materno comincia a cambiare la sua composizione. Per questo motivo non si parla più di colostro ma di latte di transizione; si riduce la quantità di proteine e sali minerali, mentre la percentuale di zuccheri e lipidi si fa più generosa. Tali variazioni sono molto importanti perché le necessità energetiche del neonato, intese come calorie per kg di peso corporeo, sono massime nel primo mese di vita.
Quindici giorni dopo il parto, il latte ha raggiunto una composizione standard, che verrà mantenuta fino allo svezzamento. Questo latte, definito maturo, è piuttosto ricco di lipidi e di glucidi, ma con una percentuale inferiore di proteine e sali minerali.
 


Il latte materno è estremamente prezioso per il neonato. La pensa nella stessa maniera anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), la quale sostiene l'importanza dell'allattamento esclusivo o predominante dato dalla mamma per i primi sei mesi di vita almeno, e ne incoraggia la diffusione di impiego.

Per quanto riguarda i benefici fisici, si intendono sia per il neonato che per la mamma. Mentre il primo riesce attraverso il latte materno a costruire il proprio sistema immunitario, la madre sarà in grado di rendere più stabile la produzione di ormoni. Questo scambio positivo che ha luogo fra donna e bambino, è considerato tanto naturale quanto essenziale: il riequilibrio che avviene infatti nella fase post-parto, oltre a garantire un senso di maggior benessere e stabilità, fa sì che la donna produca (attraverso il latte) una quantità di difese che ottimizzano la salute del bambino. Proprio per questo, molte ricerche scientifiche ritengono che il latte materno sia un'eccellente barriera contro innumerevoli problematiche tra le quali meritano di essere citate allergie ed infezioni intestinali.

Tra le tante virtù del latte materno, non si possono di certo trascurare i benefici prodotti sulla psiche. Oltre ad appagare il bisogno di contatto fra i due, l'allattamento rinforza il legame tra mamma e figlio. Nonostante non si quantificabile, il fatto che il bimbo tragga vantaggio dall'allattamento è assolutamente comprovato: attaccarsi al seno, per lui non significa soltanto nutrirsi, bensì è una pratica che gli offre conforto, cura e protezione. Inoltre, una mamma che allatta è una mamma più tranquilla e soprattutto meno soggetta a depressione e crisi post-parto.

Notizie positive sui tumori arrivano proprio dall'allattamento al seno. Sono infatti innumerevoli gli studi che sostengono l'importanza dell'allattamento come pratica antitumorale. I motivi per i quali diminuiscono i rischi di tumore a mammella e ovaie vanno ricercati (in maniera semplificata) nuovamente nelle potenzialità dell'allattamento. Quest'ultimo è infatti capace di portare le cellule ad uno stadio più maturo e far sì che le stesse resistano di più (diventando meno vulnerabili) a fronte di cambiamenti e trasformazioni. L'informazione e la conoscenza ci permettono, nell'ambito della cura dei tumori, di esaltare i vantaggi del latte materno, non solo come nutriente ma anche come alleato della salute delle donne.




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mercoledì 24 febbraio 2016

TRATTENERE LA PIPI'



La capacità media della vescica è di circa 450 ml di liquido; raggiunto questo livello, avvertiamo lo stimolo a urinare. Tuttavia, essendo elastica e se si bevono otto bicchieri di acqua al giorno, che corrispondono a quasi 2 litri, la vescica potrebbe immagazzinare in eccesso un quarto dei bicchieri d’acqua. Quindi, non serve a nulla essere costanti e bere i liquidi necessari a mantenere il nostro corpo ben idratato, se poi non andiamo al bagno nel momento in cui avvertiamo lo stimolo.

Uno dei motivi principali per cui si consiglia di bere liquidi a sufficienza è quello di mantenere puliti i reni e questo si verifica solamente eliminando attraverso l’urina l’acqua che beviamo e, insieme con l’acqua, le scorie residue che non servono più al nostro corpo e che, invece, potrebbero causargli un’infinità di problemi.

A volte siamo seduti alla scrivania con una gran mole di lavoro da sbrigare oppure siamo schifati dai bagni pubblici e decidiamo di trattenere l'urina.

La maggior parte delle donne riescono a trattenerla per un lasso di tempo che va da 3 a 6 ore, ma questo varia. Dipende dalla quantità di urina che uno produce, che è determinata da quanto uno è idratato, da quanti liquidi sono stati ingeriti e dalla capacità funzionale della vescica. Il consiglio dei medici è di trovare una via di mezzo: non urinare ogni volta che sentiamo lo stimolo, ma neanche farlo solo quando si sente dolore.



Non ci sono particolari complicanze che possono insorgere se trattenete l'urina, sebbene questo possa metterti più a rischio di sviluppare infezioni al tratto urinario, che devono essere trattate con antibiotici. Il professor Francesco Pagano, direttore della Clinica Urologica dell' Universita' di Padova, invece, consiglia di urinare almeno ogni due o tre ore: "Durante la giornata, oltre a bere in maniera sufficiente, bisogna abituarsi, uomini e donne, a urinare periodicamente ogni due ore e mezzo tre ore. Una vescica sovradistesa per una "pipì" rimandata finisce per svuotarsi male e trattenere (soprattutto nelle donne) anche mezzo litro di urina, con il pericolo che il ristagno provochi una rapida moltiplicazione delle colonie batteriche che in essa sono normalmente contenute, creando i presupposti per lo sviluppo di un'infezione". E avverte dei pericoli del rimandare il momento in cui si urina: "fare di routine, come spesso accade, lo sforzo per rimandare l'operazione, con il tempo può anche favorire l'instaurarsi di un'incontinenza urinaria.

Le persone che sono maggiormente predisposte a sviluppare i calcoli renali e che per diverse ragioni ignorano lo stimolo a urinare, devono fare molta attenzione perché possono andare incontro a conseguenze ben più gravi dei calcoli renali. I calcoli sono dei piccoli sassolini che si formano nei reni a causa del sodio e del calcio e, se non si elimina l’urina regolarmente, arriverà il momento in cui questi sassolini dovranno uscire attraverso il tratto urinario, provocando un dolore insopportabile.

Ignorare lo stimolo a urinare può avere degli effetti negativi, ad esempio:

Dolore intenso e costante durante la minzione
Febbre provocata dai batteri contenuti nell’urina non espulsa dall’organismo
Brividi
Mal di stomaco
Crampi
Ansia
Difficoltà a concentrare la propria attenzione su altro che non sia l’atto stesso di urinare.




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domenica 21 febbraio 2016

LA BANCA DEL SEME



La banca del seme è una azienda dove viene acquistato lo sperma di donatori (anonimi in alcuni Stati) in cambio di denaro. Quello stesso sperma, crioconservato, viene poi utilizzato per la fecondazione assistita.

In alcuni casi la banca del seme conserva anche ovociti di donatrici.

Alle banche del seme si possono rivolgere coppie eterosessuali in caso di infertilità o di malattie genetiche, ma i clienti possono essere, ove le leggi lo consentano, anche single o coppie omosessuali che desiderino avere dei figli.

In altri casi, l'acquirente cerca un figlio con determinate caratteristiche, e ciò pone un problema etico legato ad un uso eugenetico delle banche del seme.

"La banca del seme è un luogo dove viene conservato lo sperma di pazienti che hanno problemi di grave deterioramento dello sperma, con rischi di scomparsa totale di spermatozoi o un luogo dove si conserva lo sperma di pazienti giovani in previsione di una futura infertilità e che potrebbero andare incontro a patologie o trattamenti che possono danneggiare seriamente la produzione di sperma, come ad esempio tumori” spiega un medico.
Quando si parla di banca del seme, ossia di un centro specializzato all’interno del quale viene conservato il liquido seminale maschile, viene naturale pensare alla fecondazione assistita.
In realtà i fini per i quali si agisce possono essere diversificati.
Nei Paesi nei quali è ammessa la fecondazione eterologa, ad esempio, è abbastanza diffusa la donazione di spermatozoi che a volte può diventare anche un lavoro, come accaduto in Cina, Paese in cui, per agevolare le donazioni si è addirittura pagato i donatori ben 980 dollari che paragonati al salario medio di un operaio formato da solamente poche centinai di dollari è una vera fortuna.
La donazione del liquido seminale richiede un impegno molto prolungato nel tempo. Infatti, in questi Paesi, i donatori firmano un vero e proprio contratto nel quale è richiesto di produrre campioni di sperma per uno o due giorni alla settimana per almeno un anno. La “visita” alla banca del seme deve essere preceduta da due giorni di astinenza sessuale. Le banche del seme hanno delle piccole camere per i donatori fornite di riviste pornografiche, dvd, un lavandino e una poltrona. Una volta prodotto il liquido seminale viene analizzato e, se soddisfacente, crioconservato e poi utilizzato per la fecondazione assistita trascorsi sei mesi dalla donazione e dopo aver effettuato nuovamente tutte le analisi sul donatore. In particolare si effettua uno screening per HIV, epatite B e C e sifilide e indagini specifiche volte a verificare la presenza di anomalie cromosomiche e/o malattie genetiche.
Per essere conservato restando fertile il seme viene congelato in azoto liquido a -196 gradi centigradi con una sostanza crioprotettrice che mantiene la vitalità delle cellule. Il principio fondamentale è quello di interrompere i processi biochimici del metabolismo cellulare.
Trovare donatori di seme non è facile, ragion per cui le banche del seme pubblicizzano le loro richieste attraverso diversi mezzi di comunicazione, anche i giornalini universitari, come spesso accade negli Stati Uniti.
Per contro le agenzie di ovuli ricevono centinaia di “richieste di lavoro” ogni mese. Vi è però una sostanziale differenza nel modo attraverso il quale i professionals dei due tipi di organizzazione rappresentano i rispettivi “fornitori”: mentre nelle banche del seme viene in modo esplicito riconosciuto che i donatori sono più che altro interessati ad una sorta di lavoro, le agenzie di ovuli sono, invece, inclini a considerare le richieste come segni di altruismo, sebbene si faccia notare che le donatrici ricevono qualcosa in cambio.



Negli ultimi vent’anni in Danimarca Ole Shou ha fatto nascere 16.580 bambini. Ole Shou è il fondatore di Cryos, la più grande banca di sperma al mondo, con sede ad Aarhus. Pare che tutto sia nato grazie ad un sogno rivelatore: un fiume impetuoso bluastro che si avvita su se stesso. La particolarità stava nel fatto che l’enorme canale era formato non da acqua ma da spermatozoi. Il sogno colpì Ole Shou che cominciò a documentarsi e, finita l’università, in un ufficio di nove metri quadrati avuto grazie ad un prestito della madre, iniziò la sua attività. “All’inizio – spiega –  offrivamo solo la possibilità di congelare il proprio sperma a chi si sottoponeva a vasectomia o ai malati di cancro che rischiavano la sterilità con la chemioterapia. Nel 1990 però, sollecitati dalle cliniche che ricevevano sempre più richieste di aiuto per casi di infertilità, cominciammo a cercare donatori”. Li cercò nelle università affiggendo dei semplici volantini: “Dopo due settimane avevamo già ottenuto cinque gravidanze”.
Attualmente la Cryos ha ben 414 donatori classificati da Mot 5 a Mot 50+ in base ai milioni di spermatozoi per millilitro in modo da assicurare la motilità ed esporta liquido seminale in 70 Paesi.
Accedendo al sito si può notare come coppie eterosessuali, omosessuali o single possono scegliere l’etnia, i caratteri somatici, il colore degli occhi e dei capelli anche chiedendo una foto del donatore da piccolo.
Tale sistema è tutelato da una forte riservatezza che garantisce l’anonimato del donatore. Intatti, mentre in Svezia e nel Regno Unito i donatori sono diminuiti in misura più che considerevole a seguito dell’abolizione dell’anonimato dei donatori anche a seguito del fatto che negli Stati Uniti qualche donatore è stato condannato a pagare il mantenimento a figli ventenni mai conosciuti, in Danimarca la tutela dell’anonimato dei donatori è una priorità e vale quanto la tutela del diritto alla gravidanza di donne single o di coppie di donne.
Nel nostro Paese è ammessa solo la fecondazione omologa che prevede che i gameti che formeranno l’embrione devono provenire dalla coppia.
La crioconservazione del liquido seminale o degli spermatozoi prelevati a livello epididimario e testicolare rappresenta uno dei più importanti strumenti che abbiamo oggi a disposizione nella gestione di pazienti affetti da patologie neoplastiche, autoimmuni, urologiche, neurologiche, che si sottopongono a trattamenti medici e chirurgici potenzialmente in grado di indurre una sterilità permanente o temporanea nonché nei pazienti affetti da azoospermia secretoria ed escretoria.
Alla luce del fatto che molto spesso tali patologie riguardano pazienti giovani e senza figli è imperativo che gli specialisti coinvolti nel settore consiglino questa opportunità e che almeno un centro in ogni regione si attrezzi per assicurare questa opzione con il più alto grado di professionalità possibile.
È importante rilevare che esistono due diverse modalità di Banca del seme. L’attività di crioconservazione, infatti, può essere inclusa in una tecnica di fecondazione assistita, nell’ambito di un progetto finalizzato a realizzare una gravidanza, in questo caso è considerata soggetta alla legge 40/2004; oppure può perseguire finalità strettamente conservative ed indipendenti dalla fecondazione assistita volte alla prevenzione di soggetti abbastanza giovani che dovranno essere sottoposti a cure particolari.
Esistono situazioni differenti che possono portare alla crioconservazione.
Innanzitutto possiamo distinguere la crioconservazione in soggetti giovani (fino ai 30-35 anni), volta alla prevenzione e alla conservazione del materiale genetico per il futuro e la crioconservazione a cui fa ricorso la coppia con problemi di fertilità (che riguarda una fascia di età più alta).

“Il pazienze giovane che va incontro ad una patologia importante, quale ad esempio un tumore o una leucemia, e che quindi o dovrà essere operato o dovrà fare una radioterapia o una chemioterapia o un trapianto di midollo, potrebbe avere, come conseguenza, una distruzione completa e irreversibile della produzione di spermatozoi. – spiega un medico – A questo punto, se il bambino ha un regolare sviluppo puberale, potrebbe avere i testicoli in grado di produrre spermatozoi e può provare a congelare il suo sperma nel Centro di crioconservazione che lo conserverà anche per lunghi periodo di dieci o quindici anni, in attesa che nel futuro voglia avere prole.
Abbiamo poi un gruppo di pazienti che hanno patologie importanti che progressivamente deteriorano lo sperma come ad esempio un varicocele. (Un soggetto di 20-30 anni che presenta un varicocele non riconosciuto dall’età puberale può andare incontro ad una riduzione fino al completo azzeramento degli spermatozoi).
In queste situazioni, in casi molto severi, si congelerà lo sperma.
Infine vi possono essere casi di pazienti che non hanno spermatozoi nello sperma. In questo caso talvolta è possibile recuperarli dai testicoli tramite un intervento chirurgico. Tale materiale verrà congelato e conservato fin quando un paziente non voglia avere un figlio”.
Successivamente, quando il paziente decide di avere un figlio gli spermatozoi vengono scongelati, riacquistano la loro attività e potranno essere impiegati, di solito nella fecondazione in vitro.
“La prevenzione principale per cui è molto importante una banca del seme – continua – riguarda il tumore. In particolare i bambini tra 13 e 18 anni hanno, con questa nuova tecnologia, una opportunità di conservare la loro capacità fecondante, attualmente sottovalutata. Oggi abbiamo diverse procedure nelle quali il paziente non è stato informato che a seguito della terapia avrà un danno e di questo chiederà conto. Noi abbiamo il ruolo di interfacciarci con tutti i centri nei quali ci potrebbe essere un potenziale danno e che ci mandano il paziente che verrà visitato, si vedrà se ha capacità di produrre uno sperma idoneo che va congelato”.
Si tratta di una forma di prevenzione nel giovane maschio da non sottovalutare.
In questo modo, è possibile non solo salvare la vita al paziente, ma anche dargli la possibilità, una volta guarito, di poter avere figli. Tale funzione è sempre più non è da sottovalutare, tenuto conto lo stress e il dolore fisico e morale a cui è sottoposto sia il giovane paziente affetto da una patologia grave che la sua famiglia.
Si tratta di una forma di prevenzione di fertilità da non sottovalutare: non c’è dubbio che la conservazione, prima del trattamento, del liquido seminale dei pazienti affetti da cancro costituisce un dovere medico importante, tanto più che la prognosi e l’aspettativa di vita degli uomini che hanno, ad esempio, una malattia di Hodgkin o un tumore testicolare sono molto buone.
In questo modo, è possibile non solo salvare la vita al paziente, ma anche dargli la possibilità, una volta guarito, di poter avere figli.

“Per quanto riguarda i pazienti che crioconservano per la procreazione medicalmente assistita (PMA) la legge 40/2004 non prevede alcun limite di età, si fa riferimento al paziente fertile, per cui fino a 50-60 anni” ci spiega una dottoressa.
“Se il materiale – continua – viene prelevato per patologie maschili, come ad esempio una azoosfermia ossia nel caso in cui il paziente non riesce ad avere una gravidanza con la sua compagna, ed effettua tutta una serie di esami richieste dall’andrologo che valuta la causa della mancanza di spermatozoi nel liquido seminale e, se è ipotizzabile un intervento chirurgico, viene fatto un prelievo chirurgico testicolare degli spermatozoi che vengono poi crioconservati e utilizzati poi per la fecondazione in vitro.
Esistono, inoltre, altre problematiche strettamente legate alla PMA come una eiaculazione retrograda o un lento e progressivo peggioramento del liquido seminale: in questi casi viene fatta una conservazione preventiva e cautelativa perché nel tempo questa progressiva riduzione degli spermatozoi potrebbe portare a una incapacità di avere una gravidanza”.
Quando il paziente vuole utilizzare questo materiale biologico si rivolge ad un centro che si occupa di fecondazione assistita che generalmente è lo stesso che ha provveduto alla crioconservazione e chiede lo scongelamento del materiale biologico per trasferirlo nell’utero della compagna.
“Il procedimento – conclude – viene pianificato dal ginecologo che si occupa di fecondazione assistita e viene temporizzato lo scongelamento del materiale crioconservato nel momento in cui o viene fatta una inseminazione o, nella maggior parte dei casi, quando viene fatta una fecondazione in vitro”.



Dal punto di vista strettamente giuridico si viene a perfezionare un vero e proprio contratto di locazione fra il donatore e la banca del seme. Innanzitutto il paziente deve prestare il consenso informato e rilasciare l’autorizzazione a conservare il liquido seminale per un anno. Allo scadere di tale periodo, si farà un controllo, a seguito del quale il donatore può scegliere cosa fare: se rinnovare il contratto, se procedere alla fecondazione assistita o se distruggere il materiale organico.
In ogni caso è il soggetto donatore e lui solo a decidere l’utilizzo del proprio materiale biologico e la sua eventuale distruzione. Anche per l’eventuale ritiro che può avvenire sia per utilizzare tale materiale in tecniche di programmazione medicalmente assistita, sia per trasferirlo in un altro centro di raccolta, è necessaria la richiesta e la presenza fisica del donatore, non potendo operare nessuna delega.
Problemi anche dal punto di vista bioetico si sono posti con riferimento alla morte del donatore. In questo caso il centro è autorizzato a distruggere il materiale biologico. Non è possibile per gli eredi ritirarlo o stabilirne l’uso. Il materiale genetico muore insieme al donatore.

Le possibilità oggi disponibili per intervenire nell’ambito della riproduzione aprono la questione etica sull’interpretazione della procreazione responsabile.
Si contrappongono principalmente due concezioni: i sostenitori ispirati al “diritto di natura” di ascendenza greco-cristiana, che ritengono intangibili gli equilibri naturali, legati ad un pensiero prettamente religioso-cattolico, da un lato, e i difensori di una concezione della maternità e della paternità che accentua il ruolo dell’interpretazione culturale del fenomeno, senza caricare il dato naturale di particolare significato morale, dall’altro. Questo secondo punto di vista, di derivazione laica, esclude, a differenza del primo, la presenza nella natura di un ordine trascendente. Per i cattolici, invece, l’ordine naturale ha un valore moralmente obbligante per l’uomo in quanto è segno di una legge e di una volontà divina.
L’obiezione fondamentale contro la fecondazione assistita è, infatti, proprio quella che richiama all’ordine della natura che avrebbe collegato in maniera inscindibile il momento procreativo con quello dell’unione sessuale.
Da una prospettiva laica, non è possibile proibire la finalità procreativa quando le vie naturali sono impedite da malattia. Secondo la posizione di principio cattolica  la famiglia è un’associazione naturale e la cultura umana non può apportarne modifiche, ma soltanto agire per salvaguardarla e conservarla.
L’inseminazione artificiale omologa non presenta, in generale, controindicazioni o difficoltà di tipo morale, finché si tratta di aiuto terapeutico e integrativo a far sì che l’atto coniugale, in sé completo in tutte le sue componenti (fisiche, psichiche e spirituali) possa avere effetto procreativo. Anche per il Magistero della Chiesa Cattolica tale prassi non pone problemi etici, purché si attuino tecniche (in particolare per il prelevamento del seme) che siano, esse stesse, morali. Il seme dopo il prelievo può anche essere trattato, lecitamente, per una maggiore “capacitazione”. La valutazione morale dell’inseminazione omologa, comunque, è diversa a seconda che si tratti di vera e propria inseminazione artificiale o di un semplice “aiuto tecnico” all’atto coniugale.
Il Magistero cattolico, già con Pio XII e poi con Paolo IV nell’Humanae Vitae, ha posto nella Istituzione Donum Vitae un punto invalicabile: la salvaguardia dell’unità fisico-spirituale dell’atto coniugale, per cui l’intervento del ginecologo viene dichiarato lecito a patto che aiuti l’efficacia di quest’atto e il suo completamento procreativo, ma non si sostituisca a questo.
Per definire lecito un procedimento procreativo non è sufficiente l’intenzione, sia pure legittima, della coppia di avere un figlio, ma occorre che siano leciti i mezzi e i modi: di conseguenza il concepimento è lecito quando è il termine di “un atto coniugale per se stesso idoneo alla generazione della prole, al quale il matrimonio è ordinato per sua natura e per il quale i coniugi diventano una carne sola” come sancisce il codice di diritto canonico.
Lungi dal voler affrontare in maniera approfondita le questioni bioetiche che stanno alla base di ogni singola scelta, delineare a grandi passi le due posizioni più lontane fra loro era necessario.

All’eterologa possono accedere solo coppie eterosessuali, sposate o conviventi, e solo con sterilità comprovata al 100 per cento. Per poter effettuare l’intervento è necessario disporre di ovociti o spermatozoi di donatori (a seconda che l’infertilità sia maschile o femminile, o di entrambi). Ad agosto il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha stilato il regolamento con le prescrizioni tecniche sulla donazione, una parte rimasta fuori dalle linee guida emanate precedentemente. Primo limite è quello dell’età dei donatori: tra 18 e 40 anni per gli uomini e tra 20 e 35 anni per le donne. Ogni donatore può arrivare a un massimo di dieci figli, per ridurre al minimo il rischio di unioni inconsapevoli fra consanguinei (è prevista solo una deroga per la coppia che desidera dare un fratello biologico a un bambino già nato). Il conteggio dei nati verrà tenuto da un Registro nazionale, previsto con la Legge di stabilità. L’anonimato è garantito per legge: sarà possibile tracciare il donatore di ovuli o spermatozoi solo per motivi di salute del nato. Inoltre è previsto che, per quanto possibile, si mantenga lo stesso fenotipo della coppia in relazione al colore della pelle, dei capelli e anche rispetto al gruppo sanguigno del bambino. Le procedure per la selezione del donatore sono basate su esami infettivologici e genetici, per escludere la trasmissione di patologie.



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venerdì 19 febbraio 2016

PARLARE NEL SONNO



Parlare nel sonno è un fenomeno molto diffuso, soprattutto nei bambini e nei maschi adulti. Infatti, si stima che tra il 50 e l'80% dei bambini e degli adolescenti ha parlato nel sonno almeno in una occasione, un comportamento che tende a regredire nel corso degli anni.

Ci sono diversi modi di parlare nel sonno: c’è chi blatera parole incomprensibili, mentre altri pronunciano frasi perfettamente comprensibili e riescono anche a mettere insieme un discorso abbastanza coerente e completo. Alcuni parlano spontaneamente, senza alcun stimolo, mentre altri sono motivati da un'altra persona, di solito il loro interlocutore nel sogno. La cosa interessante è che spesso la nostra voce può sembrare diversa da quella che abbiamo quando siamo svegli e ciò tende di solito a spaventare la persona che ascolta.

Il contenuto del discorso può essere completamente casuale e talvolta dura solo qualche secondo in modo tale che non si ha nemmeno il tempo di capire quanto viene detto. Altre volte, il contenuto corrisponde a esperienze vissute, passate o recenti.

Molte persone, in particolare le coppie, si sforzano di comprendere il significato del discorso, ma in realtà, questo può essere senza senso o, in ogni caso, essere una manifestazione dell'inconscio, che non è necessariamente un riflesso di ciò che pensa o sente la persona quando è sveglia.

Dobbiamo ricordare che i sogni non sempre sono l'espressione dei nostri desideri o impulsi più profondi, a volte sono solo brani della vita di tutti i giorni intrecciati in modo casuale. Altre volte, si tratta di ricordi che sono stati attivati da un evento vissuto durante il giorno o da un suono esterno percepito dal nostro cervello durante il sonno. Pertanto, non dovremmo sforzarci troppo nel cercare il significato delle parole.

La persona può parlare nel sonno in qualsiasi momento e fase del sonno stesso, anche se è più comune che lo faccia nelle fasi più profonde. Pertanto, le persone tendono a parlare durante le prime ore del sonno quando questo è più leggero.

Durante il sonno REM si verifica ciò che è noto come il “sonno paradosso”, un fenomeno in cui l'attività cerebrale è molto intensa ei sogni sono particolarmente vividi. Durante questa fase si verifica di solito una disconnessione muscolare per evitare che ci facciamo del male. Di norma vengono scollegati anche i muscoli facciali e le corde vocali, ma capita che questo meccanismo non funzioni sempre bene ed ecco che possono sfuggire delle parole a voce alta mentre dormiamo.

Possiamo anche parlare nel sonno durante quelli che si conoscono come "sogni transitori"; cioè, i sogni propri di quella fase in cui non siamo ancora completamente addormentati ma neppure abbastanza svegli. In quei momenti, la disconnessione muscolare non è ancora stata completata e quindi può capitarci di pronunciare alcune frasi durante il sonno.

Parlare nel sonno ha diverse cause. Spesso, quando si scava nella storia familiare della persona si scopre che vi è una componente genetica. Inoltre, questo è collegato anche ad altri disturbi del sonno come il sonnambulismo, gli incubi o l’apnea del sonno.



Si è anche scoperto che alcuni fattori possono fare in modo che questo fenomeno sia più comune, come ad esempio i periodi di forte stress, l’ansia e la depressione, l’alcol e le droghe, l’insonnia e la febbre alta. Inoltre, si è anche riscontrato che quando dormiamo in un ambiente nuovo, come una stanza d’albergo, siamo più propensi a parlare nel sonno.

Normalmente il sonniloquio non è un problema serio e non necessita quasi mai di trattamento, anche se le persone possono sentirsi preoccupate per paura di dire qualcosa di imbarazzante mentre dormono. Quindi non è sorprendente che queste persone preferiscano dormire da sole, e questo può essere una difficoltà per la relazione di coppia. Ad ogni modo, quando questo fenomeno appare all'improvviso in età adulta può essere sintomo di altri problemi, in questo caso è meglio consultare uno psicologo.

Quando parlare nel sonno è sintomo di un problema più serio è necessario approfondire le cause profonde ed eliminarle. Ad esempio, se è il risultato di troppo stress, ansia o depressione, sarà necessario lavorare su questi stati al fine di promuovere un sonno più riposante.

Quando è un problema a se stesso, spesso può essere d’aiuto creare delle abitudini confortanti prima di andare a letto, come ascoltare della musica rilassante o fare un bagno caldo. Ovviamente, si dovrebbe evitare l'uso di sostanze stimolanti alla sera e fare in modo che la camera abbia sempre la stessa temperatura, che sia sufficientemente oscura e tranquilla. Può aiutare anche l’abitudine di andare a letto sempre alla stessa ora.

Non causa alterazioni qualitative o quantitative del sonno e il paziente si sveglia senza averne il ricordo.

In genere il discorso del sonniloquio inizia con un tono pacato, per diventare man mano più concitato fino a gridare, con contenuti di risentimento e ostilità. quasi sempre le parole non sono intellegibili. Il disturbo, non è associato a fattori predisponenti noti; comunemente può presentarsi in associazione ad altre parasonnie.



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giovedì 18 febbraio 2016

IL CORTISONE E LA LINEA



I corticosteroidi sono un gruppo di ormoni naturali e sostanze sintetiche chimicamente omogeneo, simile al cortisolo (ormone umano prodotto dalla ghiandola surrenale), con importanti proprietà antinfiammatorie e immunosoppressive ampiamente sfruttate in medicina.

I farmaci corticosteroidi, tra cui cortisone, idrocortisone e prednisone, hanno un notevole potenziale nel trattamento di una serie di patologie, dalle manifestazioni allergiche al lupus e all’asma. I corticosteroidi, però, comportano anche il rischio di effetti collaterali.

Uno degli effetti collaterali dei farmaci cortisonici è proprio l’aumento di peso. Tutto ciò accade perché il cortisone fa aumentare l’appetito e innesca nel nostro organismo dei meccanismi che determinano il trattenimento dei liquidi. Per questo motivo, quando si prende il cortisone soprattutto per lunghi periodi, è necessario seguire una dieta che dia molto spazio alla carne bianca, al pesce e ad alimenti ricchi di potassio, come fagioli, lenticchie, piselli, pomodoro e patate.

Il cortisone è un farmaco che fa molto parlare di sé, nel bene e nel male. Spesso il suo nome genera preoccupazione – soprattutto per i possibili effetti collaterali derivanti dal suo uso – ma fin dagli anni ’50 del secolo scorso rappresenta uno dei farmaci più efficaci per curare patologie tra cui anche le forme più gravi delle malattie reumatiche.

Può succedere, perché il cortisone aumenta l’appetito e può trattenere liquidi. Per ridurre questi effetti è necessaria una dieta a calorie controllate; raramente, e solo per alcuni pazienti cardiopatici, è necessario un diuretico. Il cortisone tende anche a ridistribuire il grasso corporeo che si accumula su addome, collo e viso, dando al volto un aspetto un po’ a “luna piena”. Gli arti invece tendono ad assottigliarsi anche perché tende a ridursi la massa muscolare.

Il cortisone, come tutti gli immunosoppressori, può alterare la risposta immune, con conseguente rischio di eventi infettivi, virali o microbici. Tale rischio è solitamente modesto, controllabile con antibiotici e/o antivirali, dipende dal dosaggio e dal tempo di assunzione del cortisone, ma anche dalla presenza di altri eventuali fattori di rischio o comorbidità. Va comunque ricordato che il cortisone è usato anche in alcune malattie infettive proprio per ridurre la risposta infiammatoria.



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mercoledì 17 febbraio 2016

IL PARACETAMOLO



Il paracetamolo fu sintetizzato per la prima volta nel 1878 da Harmon Northrop Morse per riduzione di p-nitrofenolo con stagno in acido acetico glaciale, secondo la seguente reazione:

2 HO-C6H4-NO2 + 2 CH3COOH + 3 Sn ? 2 HO-C6H4-NH-COCH3 + 3 SnO2 (insolubile)
dove l'azione riducente di metallo e acido converte il p-nitrofenolo a p-amminofenolo, che viene immediatamente acetilato. Si iniziò a utilizzarlo per fini medici solo a partire dagli anni cinquanta del XX secolo.

Inizialmente si usavano acetanilide e fenacetina, derivati dell'anilina, come antipiretici di elezione, ma essi avevano forti conseguenze tossiche sul paziente. In realtà, molti anni dopo si scoprì che i benefici effetti prodotti dall'assunzione di acetanilide o di fenacetina erano determinati dal fatto che l'organismo trasformava entrambe queste molecole in paracetamolo. Era quindi il paracetamolo la sostanza che realmente determinava l'analgesia e il calo della temperatura. Quando una sostanza farmacologicamente attiva si origina, come nel caso del paracetamolo, in seguito all'assunzione di un altro prodotto (l'acetanilide o la fenacetina), questo prodotto viene indicato come precursore, mentre la sostanza che si forma viene detta metabolita attivo. Il paracetamolo era dunque il metabolita attivo sia dell'acetanilide, sia della fenacetina.

Rispetto ai suoi precursori, oggi non più usati in farmacologia, il paracetamolo presentava due vantaggi importanti: 1) non è tossico; 2) è più facile da sintetizzare.

Rispetto ai FANS, inoltre, non presenta gastrolesività e nefrotossicità.

Dal 1949 il paracetamolo ha iniziato ad essere usato come farmaco. Oggi è l'unico analgesico derivato dall'anilina che si continui ad usare in clinica.

Il paracetamolo può essere somministrato attraverso diverse vie e presenta una elevata biodisponibilità, che non subisce importanti cambiamenti, eccezion fatta per i casi di epatopatia cronica. A livello del fegato, infatti, la molecola viene trasformata in un metabolita che si è rivelato tossico per il tessuto epatico. Alle dosi comunemente impiegate, tuttavia, i rischi di epatotossicità sono nulli, tanto che l'utilizzo di paracetamolo non è controindicato in età pediatrica, né in gravidanza.

E' l'analgesico più amato dagli italiani e svetta al primo posto con oltre 2,8 mln di confezioni tra i farmaci di automedicazione più venduti in Italia. Il paracetamolo è stato da sempre considerato un principio attivo economico, sicuro ed efficace. Ma ultimamente diversi studi lo hanno messo sul banco degli imputati, indagando sui rischi correlati al suo utilizzo sopratutto per periodi prolungati e per le donne in gravidanza. Una ricerca dell'Università di Edimburgo, pubblicata di recente su 'Science Translational Medicine reports', ha evidenziato che le donne incinte che assumono il popolare antidolorifico potrebbero mettere a repentaglio la salute del feto, se è maschio, aumentando il rischio che in futuro possa sviluppare malattie come l'infertilità o il cancro.
Purtroppo le persone spesso non leggono le indicazioni sul bugiardino - afferma Andrew Moore, ricercatore dell'Università di Oxford University  - La dose massima infatti nelle 24 ore è di 4 grammi, perché superare i 5 grammi può causare alcune gravi complicazioni al fegato". Il successo del paracetamolo nasce nel 1960, sulla scia dei timori che l'aspirina e altri farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans) potessero causare ulcere e procurare altri gravi effetti collaterali all'intestino.

Mentre il farmaco acquistava sempre più mercato, alcuni scienziati ne indagavano diversi aspetti. Nel 2011, Michael Doherty, un reumatologo all'Università di Nottingham, pubblica uno studio su circa 900 pazienti (over 40) abituali consumatori di paracetamolo, ibuprofene o una combinazione di entrambi per combattere il dolore cronico al ginocchio. Confrontando i dati dei partecipanti dopo 13 settimane, nota che un paziente su cinque che aveva assunto ibuprofene aveva perso una unità di sangue per una emorragia interna. Ma la vera sopresa è scoprire che la stessa cosa era accaduta nei pazienti che assumevano paracetamolo.

"Il paracetamolo può effettivamente essere una farmaco molto pericoloso - spiega John Dickson, ex medico di famiglia in pensione di Northallerton (North Yorkshire) - Può causare problemi ai reni e al fegato, e sanguinamento gastrointestinale, come accade con i Fans". Nel 2013 la Food and drug administration (Fda) ha stabilito che l'assunzione di paracetamolo può, in alcuni rari casi, provocare una malattia della pelle, potenzialmente fatale, chiamata sindrome di Stevens-Johnson.

Vale la pena allora prendere il paracetamolo? Una revisione del 2006 della Cochrane Collaboration su 7 studi che hanno confrontato la molecola con il placebo, ha evidenziato che in due ricerche non c'era nessuna differenza quando veniva somministrato l'uno o l'altro. Mentre gli altri studi hanno provato un miglioramento in media del 5% in chi aveva preso paracetamolo. "Per la maggior parte delle persone è un placebo", osserva Dickson.



Molti medici di base sottovalutano i rischi di effetti collaterali quando prescrivono il paracetamolo. È la conclusione derivante dai risultati di uno studio osservazionale condotto dalla School of Medicine della Università di Leeds, in Inghilterra. “Abbiamo motivo di credere che l’incidenza di effetti indesiderati derivanti dall’uso di paracetamolo sia sottovalutata, in particolare in relazione al rischio gastrointestinale, renale e cardiocircolatorio“, ha dichiarato Philip Coneghan, coordinatore del team che ha eseguito lo studio, pur sottolineando al tempo stesso la necessità di indagini più approfondite e di un monitoraggio costante della efficacia e della tollerabilità del farmaco, proprio in considerazione della sua enorme diffusione.

Considerato meno tossico dei FANS, il paracetamolo trova un ampio utilizzo: è il solo analgesico prescritto alle donne durante la gravidanza e viene somministrato come antipiretico anche ai bambini per l’impatto ridotto dei suoi effetti collaterali. I riscontri più recenti però inducono gli estimatori del paracetamolo a rallentare, se non proprio a frenare bruscamente.

L’analisi è stata realizzata dai ricercatori del Chapleton Hospital, che hanno eseguito una revisione sistematica di otto studi, selezionati tra gli oltre 1800 pubblicati alla data del 1 maggio 2013 sui database Medline e Embase, riguardanti gli effetti a lungo termine del paracetamolo sulla salute generale dei pazienti (più di 600mila quelli esaminati).

Dei due studi che mettevano in rapporto l’assunzione del paracetamolo e la mortalità, uno registrava un aumento medio del tasso relativo di mortalità (da 0.95 a 1.62) fra i consumatori e i non-consumatori. A fornire i dati più allarmanti sono state però le ricerche sulle complicazioni a livello renale, cardiovascolare e gastrointestinale potenzialmente causate dall’uso massivo e prolungato del medicinale.

Tutti e quattro gli studi che prendevano in considerazione l’impatto sull’apparato cardiovascolare mostravano infatti un aumento medio significativo (da 1.19 a 1.68) del tasso di rischio in rapporto alle dosi assunte; uno studio metteva in relazione diretta l’uso di paracetamolo con l’aumento del tasso di rischio di eventi indesiderati e emorragie a livello gastrointestinale (da 1.11 a 1.49); tre dei quattro studi sui reni infine evidenziavano il rischio di complicanze anche severe, in particolare la riduzione (=30%) della filtrazione glomerulare (aumento del tasso di rischio medio da 1.40 a 2.19).

Un quadro del genere fa senz’altro riflettere sulle possibili conseguenze dell’uso di un farmaco da bancone assai diffuso, disponibile in farmacia (e in molti paesi anche nei supermercati) senza bisogno di ricetta medica, che ognuno di noi ha assunto o assume con una certa regolarità.

Va ora precisato che questi dati potrebbero risultare fuiorvianti in mancanza di una interpretazione accurata e di un approfondimento. Come lo stesso professor Coneghan, coordinatore dello studio, non manca di sottolineare, il margine di errore che accomuna gli studi oggetto di analisi, nei quali venivano presi in considerazione pazienti che avevano avuto bisogno di una somministrazione prolungata di dosi elevate di paracetamolo, ossia soggetti spesso anziani e già affetti da altre patologie, il cui stato di salute generale era già compromesso e destinato a peggiorare, con ogni probabilità, indipendentemente dall’assunzione di paracetamolo.
Una considerazione cui fa eco il parere di Francesco Scaglione, docente di farmacologia clinica nella facoltà di Medicina della Università di Milano. “Lo studio è interessante, ma il campione è costituito da persone già affette da patologie di base, sottoposte a trattamenti per lunghi periodi e ad alti dosaggi”. “Il paracetamolo” aggiunge Scaglione “potrebbe agire come concausa dei rischi illustrati, che potrebbero però derivare direttamente dalle patologie concomitanti. Va detto anche che altri farmaci come i FANS comportano sicuramente rischi maggiori di effetti collaterali anche più gravi”.

Quello degli esperti inglesi è solo il più recente di una serie di studi che negli ultimi anni hanno messo in discussione la “reputazione” del paracetamolo, il farmaco da bancone più venduto in Italia, considerato unanimemente uno degli analgesici più efficaci e sicuri ma spesso associato a episodi di tossicità renale e gastrointestinale nei consumatori abituali, soprattutto quelli che utilizzano dosaggi elevati. Già nel 2013 il NICE (National Institute for Health and Care Excellence), ente britannico con compiti di supervisione sulla sanità nazionale, aveva reso pubblico un appello – ribadito di recente – in cui si richiamavano i medici di base a usare maggiore cautela nel prescrivere il paracetamolo.

Il paracetamolo (N-acetil-para-amminofenolo) è un farmaco ad azione analgesica e antipiretica, che trova largo impiego sia da solo che in associazione con altri farmaci nel trattamento di diverse patologie – dolore acuto e cronico di varia natura, affezioni virali e batteriche. Tecnicamente non viene incluso tra i FANS perché non ha dimostrato azione antinfiammatoria; tuttavia con questa categoria di farmaci mantiene numerose analogie. Unisce la rapidità di azione (poco più di 10 minuti) a una emivita breve (massimo 4 ore) ed è quindi spesso somministrato più volte durante il giorno in dosi da 500 o 1000 mg. La dose massima consentita è di norma pari a 4 grammi al giorno. In Italia è commercializzato sia con nomi commerciali molto noti sia sotto forma di farmaco equivalente.

Viene utilizzato per stati febbrili o algici di varia natura, dalla comune cefalea al dolore osteoarticolare o gastrico, è normalmente ben tollerato dall’organismo e presenta perciò poche controindicazioni, fra cui patologie renali o epatiche già esistenti o la concomitante assunzione di alcool. Gli effetti collaterali più noti includono una generale tossicità epatica e renale, comunque minore rispetto a FANS come l’ibuprofene.



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martedì 16 febbraio 2016

LA DANZA



La Danza, attività connaturata alla natura umana, è un fenomeno che investe l’individuo nella sua totalità; l’ascolto della musica, la fusione del ritmo con l’espressione del corpo, la insostituibile funzione socializzante del movimento sincrono dei danzatori, in coppia o in gruppo, fanno del ballo un’occasione unica di stimoli per il corpo e la mente.
Tantissime sono le modalità con cui la danza e il ballo si esprimono, e altrettanto diversificati sono gli effetti sulla fitness del corpo. Sempre maggior successo ottengono negli ultimi anni le attività fisiche connesse con la musica, dall’aerobica al jazzercise, all’acquagym molte discipline si avvalgono della musica per arricchire la mobilizzazione corporea con la gratificazione acustica, incentivando la ricerca della fitness.
La danza può a tutti gli effetti considerarsi un’attività sportiva delle più complete: oltre ad assicurare un buon tono muscolare e un armonico sviluppo dell’apparato locomotore, l’impegno cardiorespiratorio di molte discipline coreutiche ne fa un ottimo mezzo di potenziamento delle doti metaboliche. Difficile immaginare un modo più piacevole di stimolare la frequenza cardiaca, la circolazione periferica, il metabolismo lipidico (bruciare i grassi), divertendosi contemporaneamente con un partner o in un gruppo.
Ad ogni livello il corpo trae giovamento dalla pratica del movimento sulla musica: vi sono tecniche particolarmente impegnative (ad es. la danza classica o la contemporanea) che, specie se praticate fin dall’età giovanile, si accompagnano ad un armonico sviluppo muscolare associato a un notevole incremento della mobilità articolare, conferendo al corpo del ballerino la tonicità e l’elasticità di un atleta completo.

Perché la danza sia sempre e solo di beneficio al corpo deve essere praticata sotto la guida di insegnanti esperti, e previo controllo medico delle condizioni di salute.
I ballerini che praticano le discipline fisicamente più impegnative corrono anche dei rischi, legati in genere a traumatismi acuti: occorre ad esempio molta prudenza e gradualità nell’apprendimento delle gestualità a maggior contenuto acrobatico, dalla classica stessa alla capoeira alla breakdance; ma anche il voler a tutti costi, specie in età molto giovanile, raggiungere determinati obbiettivi di estrema mobilità articolare an dehors o un uso precoce (o con un piede strutturalmente inadatto) delle punte può dar luogo a ripetute sollecitazioni non fisiologiche delle strutture articolari e muscolo tendinee (i cosiddetti microtraumi ripetuti) che possono esitare in patologie infiammatorie e degenerative anche serie.
La prevenzione di tali patologie nel ballerino si giova di un’adeguata preparazione fisica con particolare attenzione agli elementi posturali e alla ginnastica propiocettiva, la pratica regolare del massaggio e di esercizi di riscaldamento e allungamento che precedano gli impegni più gravosi delle strutture osteo-muscolo-tendinee. Insomma, la ricerca della abilità tecnica, specie in verde età, non deve andare a discapito dell’armonico sviluppo della giovane ballerina.
Prima di intraprendere la pratica di una disciplina di danza di tipo fisicamente impegnativo, come la classica, il rock acrobatico, la breakdance, ecc., specialmente se con aspettative di tipo professionale, è indispensabile un’accurata valutazione funzionale dell’apparato locomotore. Vi sono conformazioni o malformazioni che spesso traggono giovamento dalla pratica della danza, come alcune asimmetrie della colonna vertebrale, le scapole alate o altri paramorfismi; altre patologie giovanili viceversa controindicano alcuni esercizi di danza (alcune forme di osteocondrosi, es. malattia di Scheuermann, alluce valgo, la spondilolistesi, ecc.) o limitano alcune gestualità, quali ad esempio il relevé o la danza “sulle punte” (alluce rigido, piede greco).
Nella maggior parte delle situazioni (atteggiamenti scoliotici, limitazioni articolari della spalla, ipermobilità delle ginocchia, varismo tibiale, piede prono, alterazioni dell’articolarita dell’anca, ecc.) la valutazione medica del giovane ballerino deve essere individualizzata, e può essere di utile supporto per un lavoro personalizzato da parte dell’insegnante, che utilizzando esercizi specifici, propedeutici alla tecnica, aiuta a migliorare le caratteristiche morfofunzionali dell’apparato locomotore del ballerino, specie in età evolutiva.


Le ballerine di danza classica, i ballerini in generale e gli insegnanti di ballo dovrebbero seguire un regime alimentare il più sano e completo possibile.

Molto spesso, invece, tornano alla ribalta notizie di cronaca che ci raccontano di ballerine sull’orlo dell’anoressia, alle prese con un regime alimentare scarno ed insufficiente.

Visto che i ballerini bruciano enormi quantità di calorie ballando, è necessario che le reintegrino con un’alimentazione completa.

La loro dieta, quindi, deve contemplare il consumo di proteine, grassi, carboidrati e vitamine nelle giuste quantità e proporzioni.

Perchè l’alimentazione dei ballerini sia completa e sufficiente è importante consumare il 12-15% di proteine, il 20-30% di grassi insaturi, il 50-65% di carboidrati complessi.

I grassi buoni (omega-3 o altri grassi insaturi) sono necessari per mantenere il giusto apporto energetico. Le proteine, invece, sono necessarie per ricostruire i muscoli e riparare i tessuti rapidamente in caso di danni o lesioni.

La carne magra è ricca di proteine e costituisce una parte essenziale dell’alimentazione dei ballerini.

In particolare, per l’alimentazione dei ballerini, sono indicati il petto di pollo e di tacchino che presentano un alto contenuto di proteine e non risultano affatto grassi.

La carne deve essere consumata in forma bollita, al forno o alla griglia. E’ importante, inoltre, limitare il consumo di sughi e piatti piccanti mentre vanno incoraggiati alimenti come il pesce d’acqua dolce (tonno, frutti di mare, salmone, sgombro, aringhe) in quanto costituisce un’ ottima fonte di omega-3.

I latticini sono estremamente ricchi di grassi buoni.
Il latte scremato, il formaggio magro ed il burro senza grassi, infatti, possono essere consumati con moderazione. Ad esempio, un bicchiere di latte scremato con una fetta di pane integrale è consigliata per la prima colazione così come è necessario consumare del formaggio senza grassi e burro due o tre volte alla settimana in modo tale da mantenere le calorie necessarie per l’esecuzione della danza, senza ricorrere a sforzi eccessivi.

Le vitamine ed i minerali sono necessari per rafforzare le ossa ed il sistema immunitario. Tra le verdure più sane che dovrebbero essere incluse nella dieta, ci sono i cavoli, gli spinaci, i broccoli, la zucca,le carote, le barbabietole, i peperoni.

Si tratta di verdure ricche di calcio, fosforo, ferro e zinco, che sono estremamente importanti per il corretto funzionamento del corpo.

Le verdure vanno consumate in forma cruda o bollita con l’aggiunta di una piccola quantità di sale e di olio.

I frutti, ricche fonti di antiossidanti e vitamine svolgono un ruolo importante per la linea, soprattutto le arance, i limoni, l’ uva, le bacche blu, le angurie, le mele, i meloni.

A parte gli alimenti standard (quelli cioè che contengono i nutrienti essenziali) la dieta per i ballerini si compone anche di cereali, frutta secca, legumi, lenticchie, avena, cornflakes, piselli, mandorle e arachidi che costituiscono una ricca fonte di energia.

Il fatto che la vicenda dell’anoressia delle ballerine che ci lavorano e del licenziamento di chi denuncia quest’orrore sia accaduto nel Teatro alla Scala di Milano è un fatto gravissimo prima di tutto per il suo rilievo nazionale e internazionale,  in secondo luogo perché “fa scuola”, e i modelli che propone hanno, dunque, visibilità mondiale, non solo italiana ed europea. Le ballerine, le artiste che calcano il suo palcoscenico sono autentici esempi da seguire per le giovani bambine e ragazze che amano la danza e che vi si accostano, sognando di diventare delle étoiles.
Le ragazze che intendono far carriera nel mondo della danza recepiscono che per farcela il loro corpo va non solo allenato, come è giusto e normale che sia, ma modificato.
L’estetica è una componente essenziale della danza, ma l’eccessiva magrezza che in quell’ambiente viene incoraggiata non ha nulla di artistico.
E’ una mortificazione, una violenza.
E’ ancora una volta la sottomissione dolorosa e patologica del corpo a modelli estetici che di “normale” non hanno nulla.

Il sistema, fomenta la competizione tra le ballerine, inducendole a dimagrire fino alla patologia e, non appena una di esse racconta, denuncia il fatto, la espelle.
Quest’omertà favorisce il silenzio, la rassegnazione, il perpetuarsi del comportamento negativo per paura. Paura di perdere il posto, paura di veder vanificati anni di sacrifici, di sforzi, di carriera.



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domenica 14 febbraio 2016

LA MANO-una macchina perfetta-



La gestualità delle dita e delle mani costituisce un vero linguaggio, in modo proverbiale nella lingua italiana.

Solo alcuni gesti sono universali: generalmente il significato di ogni movimento varia geograficamente. Le mani possono essere usate anche come simbolo religioso.

Secondo Darwin, la mano è l'organo che distingue l'uomo dagli altri primati, e l'uomo non avrebbe mai raggiunto il suo posto predominante nel mondo senza l'uso delle mani. A differenza degli altri primati infatti la mano dell'uomo ha acquistato la capacità di opporre il pollice all'indice ed alle altre dita; in tal modo il movimento delle dita è molto più preciso e consente all'uomo di usare utensili molto piccoli e sottili, tenendoli fra il pollice e l'indice (ad esempio aghi per cucire, penne per scrivere etc).

Il filosofo Engels ha dato a questo aspetto una connotazione politica, nel saggio intitolato Del ruolo della mano nella trasformazione dalla scimmia all'uomo: la mano diventa qui sinonimo di lavoro e di dignità. Nelle società post-industriali, il lavoro e la mano sono valorizzati e spesso sovrapposti: "fatto a mano", "cucito a mano" rappresentano attributi positivi, mentre "tenere le mani in tasca" o "stare con le mani in mano" indicano poca voglia di lavorare. Le mani denotano anche un'appartenenza ad una classe sociale: le mani curate delle professioni intellettuali contrapposte a quelle "callose" degli operai. "Sporcarsi le mani" è inoltre sinonimo di compromettersi.

La mano è un frequente strumento di misura. Può misurare una quantità (una "mano" di farina) o una distanza (il pollice). La mano serve inoltre a contare, ed il sistema decimale deriva probabilmente dal numero di dita delle due mani. Un'altra unità di misura definita dalla mano è il "miro" che è determinata dalla distanza tra la punta del pollice e dell'indice a mano aperta in massima estensione. Il "miro" era sovente utilizzato dai ragazzi nel dopo guerra nei giochi per strada.

Alcune scritture geroglifiche come quella egizia, maya o azteca utilizzano spesso la mano per simboleggiare l'azione. L'etimografia della lingua cinese, svolta soprattutto con lo studio dei caratteri su bronzo, mostra come la mano sia spesso parte di ideogrammi, ad esempio per le parole "finestra" o "pennello/pittura".

La mano invisibile del mercato è un concetto economico sviluppato dall'economista liberale inglese Adam Smith, secondo cui tutto si svolgerebbe come se una "mano invisibile" mettesse a posto le cose affinché la somma degli interessi particolari risulti in un interesse generale.

La mano di Fatima, dal nome della figlia preferita di Maometto, simboleggia nella tradizione dei paesi islamici il posto della donna ed è un talismano costruito per scacciare il male. Nell'islam tradizionalista, non ci devono essere contatti diretti tra le mani di un uomo e di una donna non sposati.

La mano occupa un posto importante anche nel Cristianesimo. Il nuovo Testamento descrive Gesù Cristo risuscitato che prova la sua identità ai suoi discepoli mostrando loro i segni della passione ("guardate le mie mani ed i miei piedi"). Nel rito cattolico l'imposizione delle mani si chiama epiclesi ed è sempre connessa all'invocazione dello Spirito Santo.

La parola greca per indicare la mano è cheìr e nella Bibbia assume diversi significati secondo il gesto a cui è collegata.

La mano di Dio indica la suprema maestà e la somma potenza. Ha creato cielo e terra e con entrambe le mani ne regge il corso. Quando invece si dice che Gesù e i discepoli sono stati dati nelle mani degli uomini significa che sono caduti in loro potere e arbitrio. Ma Gesù stende la sua mano anche per guarire, mentre il lavarsi le mani significa sia adempiere alle prescrizioni della purificazione, oltre che il voler manifestare l'innocenza e la coscienza pura.

La mano destra invece indica soprattutto l'influsso e la forza di una persona, mentre il sedere alla destra  vuol dire partecipare alla stessa potenza e dignità. L'angelo presso la tomba del Salvatore siede alla destra e così gli eletti nel giudizio finale. Gesù siede alla destra di Dio non nel senso di esercizio mondano del potere, ma di esercizio sovrano di colui che ha sacrificato la sua vita e per questo è stato posto al di sopra di tutti gli angeli. Santo Stefano lo vede in piedi alla destra di Dio, ad indicare la sua funzione di testimone a discarico davanti a Dio. Il testimone sta in piedi mentre il giudice rimane seduto.

L’imposizione delle mani infine ci riconduce al mondo greco ellenistico: Zeus, Asclepio e altre divinità o uomini saggi taumaturgi operavano guarigioni mediante l'imposizione delle mani. Nel Vecchio Testamento questo gesto fatto sulla vittima sacrificale era una trasmissione reale dei peccati sul capro espiatorio.

Ma il significato che conosciamo meglio, è quello della benedizione, la trasmissione della dignità e della sapienza. Nel caso di Gesù l'imposizione delle mani simboleggia la grazia della partecipazione al regno di Dio concessa ai piccoli, a coloro che hanno un atteggiamento filiale di fronte a Dio.

Anche l’ordinazione, cioè il conferimento di un ufficio da parte di persone qualificate, avviene tramite l'imposizione delle mani.

Nella chiromanzia, il chiromante studia le linee della mano e sostiene di dedurne il futuro del soggetto. In questa disciplina la mano è considerata composta di linee e monti. La chiromanzia è una disciplina molto antica, cui si sono interessati Aristotele, Ippocrate e Giulio Cesare, nonostante non poggi su alcun fondamento scientifico.



La mano rappresenta la porzione più distale dell'arto superiore. In essa si distinguono il polso, che media la continuità della mano con l'avambraccio, il metacarpo, che ne costituisce la porzione più ampia, e le dita, la cui flessione e opposizione sul metacarpo conferisce alla mano l'abilità prensile, tipica delle scimmie e degli ominidi. La mano dell'uomo comprende cinque dita, comunemente dette:
1.pollice, dal latino pollex-pollicis.
2.indice, il dito utilizzato durante azioni in cui si indica un oggetto, una persona o una direzione.
3.medio, il dito centrale, posto nel mezzo delle altre dita.
4.anulare, il dito sul quale si porta la fede nuziale.
5.mignolo, il dito più piccolo detto in latino digitus minimus.
In ambito scientifico e più prettamente anatomico si preferisce invece numerare le dita, assegnandole così un nome legato alla loro posizione. Si ha così che, in senso latero-mediale, il pollice è considerato primo dito, l'indice secondo dito, il medio terzo dito, l'anulare quarto dito ed il mignolo quinto dito.
La mano, completamente estesa, è detta aperta. La mano aperta permette di distinguere, nella posizione ortostatica, una superficie anteriore detta palmo o palma o superficie palmare della mano ed una superficie posteriore detta dorso della mano. Il palmo della mano si caratterizza per la presenza sul metacarpo di tre linee profonde, incise sulla pelle e presenti dalla nascita, che seguono i margini di due rilievi muscolari detti eminenza tenar, posto alla base del pollice, ed eminenza ipotenar, posto alla base del mignolo. Il dorso della mano invece si caratterizza per la presenza dei rilievi longitudinali, più o meno visibili, dei tendini del muscolo estensore comune delle dita. In particolare, nella porzione laterale del dorso della mano, i muscoli estensori propri del pollice delimitano una fossetta, particolarmente visibile a pollice abdotto ed esteso, che costituisce la tabacchiera anatomica o fossetta radiale.
Il pugno denota invece la mano chiusa, con tutte le dita flesse ed il pollice addotto. In questa posizione non è visibile il palmo della mano mentre sul dorso si rendono evidenti i quattro rilievi delle nocche della mano, corrispondenti ai rilievi delle teste delle ossa metacarpali nascosti dalle basi delle corrispondenti prime falangi nella mano aperta.
La mano dell'uomo contiene almeno 27 ossa:
Il carpo, che compone il polso, comporta 8 ossa disposte in due file, una prossimale ed una distale. La fila prossimale comprende: scafoide, semilunare, piramidale e pisiforme. La fila distale comprende invece: trapezio, trapezoide, capitato e uncinato. Il carpo entra in articolazione diretta con l'epifisi distale del radio, osso dell'avambraccio col quale instaura l'articolazione radio-carpale. L'ulna, atro osso dell'avambraccio, non si articola in modo diretto col carpo ma ne è separato mediante un disco articolare detto legamento triangolare dell'articolazione radio-ulnare distale;
il metacarpo comprende 5 ossa lunghe, cave, ricche di midollo osseo. Si articolano prossimalmente con il carpo e distalmente con le falangi.
le falangi, che compongono le dita e comportano 14 ossa. In particolare, ciascun dito risulta formato da tre falangi, distinte in falange prossimale o prima falange, che si articola col corrispondente osso metacarpale, falange media o seconda falange, che si articola con la precedente e falange distale o terza falange o falange ungueale, che porta l'unghia. Fa eccezione il pollice, nel quale sono presenti due sole falangi distinte in una falange prossimale o prima falange del pollice e falange distale o seconda falange o falange ungueale del pollice.
Si possono aggiungere a queste altre quattro ossa sesamoidi presenti nei tendini del muscolo flessore breve del pollice, del muscolo flessore proprio dell'indice e del muscolo flessore proprio del mignolo.

I complessi movimenti permessi alla mano sono il risultato del succedersi ravvicinato di più articolazioni che si instaurano tra le ossa che la compongono. Si contano nella mano 27 ossa in tutto, divise tra ossa del carpo , del metacarpo e le falangi delle dita . In base al segmento della mano considerato si distinguono:
Articolazioni del polso
Articolazioni del carpo
Articolazioni del metacarpo
Articolazioni delle dita

Le articolazioni del polso e del carpo sono sei distinte cavità articolari che, dal polso al metacarpo, si succedono a breve distanza l'una dall'altra.

L'articolazione radio-ulnare distale è un ginglimo laterale che si instaura tra l'incisura ulnatere del radio ed il capitello dell' ulna e permette i movimenti di pronazione e supinazione sia della mano che dell'avambraccio. La porzione distale della cavità articolare dell'articolazione radio-ulnare distale si dispone parallelamente all'articolazione radio-carpale ed è separata da questa dal solo legamento triangolare.
L'articolazione radio-carpale è una articolazione condiloidea che si stabilisce tra le ossa della fila prossimale del carpo, che riunite assieme ne formano il condilo, e la cavità glenoide costituita dalla superficie articolare carpale del radio ed il legamento triangolare. Anteriormente e posteriormante la capsula articolare origina dal contorno della faccia articolare carpale del radio e dal margine anteriore e posteriore del legamento triangolare per inserirsi al margine anteriore e posteriore delle faccette articolari radiali del navicolare, del semilunare e del piramidale. Lateralmente origina dal processo stiloide del radio e si inserisce al margine laterale della faccetta articolare radiale del navicolare. Medialmente origina dal processo stiloide dell'ulna e si inserisce al margine mediale della faccetta articolare radiale del piramidale. Distalmente la cavità articolare si chiude tramite i legamenti interossei che, tendendosi tra i margini delle faccette articolari radiali delle ossa della fila prossimale del carpo, ne fanno un sol corpo e contribuiscono a separare l'articolazione radio-carpale dall'articolazione mediocarpale.
L'articolazione piso-piramidale è un'articolazione artrodia che si stabilisce tra la faccia articolare piso-piramidale del pisiforme e la faccetta articolare piso-piramidale del piramidale. La capsula articolare si tende, dorsalmente al pisiforme, lungo i margini delle due faccette articolari, entrambe di forma circolare.
L'articolazione mediocarpale sebbene venga definita un'unica articolazione, essa comprende più articolazioni accomunate da un'unica cavità articolare. In particolare distinguiamo:
una articolazione mediocarpale propria, che si stabilisce tra la fila prossimale e quella distale delle ossa carpali, trovandosi quindi nel mezzo del carpo. In questa articolazione possiamo individuare una porzione laterale ed una mediale. La prima forma un'articolazione artrodia, costituita dall'articolazione del navicolare con il trapezio e il trapezoide. La seconda forma un'articolazione condiloidea, dove il condilo è formato dell'articolazione del capitato e dell'uncinato mentre la cavità glenoide è costituita dall'articolazione di navicolare, semilunare e piramidale.
Le articolazioni intercarpali, delle articolazioni artrodie che si stabiliscono tra le ossa adiacenti di ciascuna delle due file del carpo. Se ne contano cinque, delle quali due nella fila prossimale e tre nella fila distale del carpo, che sono: articolazione scafo-semilunare, articolazione lunato-piramidale, articolazione trapezio-trapezoide, articolazione capitato-trapezoide e articolazone capitato-uncinata.
Allo stesso modo, nell'articolazione mediocarpale, possiamo individuare più porzioni della capsula articolare:
una porzione intercarpale prossimale, che si tende tra i margini delle faccette articolari intercarpali di navicolare, semilunare e piramidale.
una porzione mediocarpale, che origina dei margini delle faccette articolari mediocarpali di navicolare, semilunare e piramidale e si inserisce ai margini delle faccette articolari mediocarpali di trapezio, trapezoide, capitato e uncinato.
una porzione intercarpale distale, che si tende tra i margini delle faccette articolari intercarpali di trapezio, trapezoide, capitato e uncinato.
L'articolazione carpo-metacarpale mediale è formata da più articolazioni, tutte artrodie, accomunate da un'unica capsula articolare. In particolare distinguiamo:
le articolazioni carpo-metacarpali proprie, che si stabiliscono tra ciascuna delle ossa metacarpali e le ossa del carpo che con essa si articolano.
Le articolazioni intermetacarpali, che si stabiliscono tra le faccette articolari intermetacarpali della base delle ultime quattro ossa metacarpali.
Allo stesso modo possiamo individuare più porzioni della capsula articolare:
una porzione carpo-metacarpale, che origina dai margini delle faccette articolari matacarpali di trapezio, trapezoide, capitato e uncinato e si inserisce ai margini delle faccette articolari carpali della base delle ultime quattro ossa metacarpali.
Una porzione intermetacarpale, che si tende tra i margini delle faccette articolari intermetacarpali della base delle ultime quattro ossa metacarpali.
L'articolazione carpo-metacarpale laterale è un'articolazione a sella e pertanto possiede una maggiore mobilità. Si instaura tra la faccetta articolare metacarpale laterale del trapezio e la superficie articolare carpale della base del primo osso metacarpale. La capsula si tende tra il margine palmare, dorsale, mediale e laterale delle faccette articolari del trapezio e della base del primo osso metacarpale. Talvolta l'articolazione può essere completata anteriormente dalle due ossa sesamoidee comprese nei tendini del muscolo flessore breve del pollice e del muscolo adduttore del pollice.
I legamenti dell'articolazione del polso e del carpo sono tutta una serie di legamenti intinseci che contribuiscono a rinforzare ciascuna delle capsule articolari che si succedono lungo il polso ed il carpo. Fa eccezione la sola articolazione piso-piramidale che non ne possiede.
I legamenti radio-ulnari sono compresi nell'articolazione radio-ulnare distale. Di rilevanza per l'articolazione del polso è il legamento triangolare, che separa l'ulna dalle ossa del carpo e contribuisce a formare nella porzione mediale la cavità articolare radio-carpale.
Il legamento radio-carpale palmare origina dal processo stiloide del radio e dal margine anteriore della cavità articolare carpale del radio si inserirsce sulla superficie anteriore del semilunare e della testa del capitato.
Il legamento radio-carpale dorsale origina dal processo stiloide del radio e dal margine posteriore della cavità articolare carpale del radio e si inserirsce sulla superficie dorsale del navicolare, del semilunare e della testa del capitato.
Il legamento collaterale radio-carpale origina dall'apice del processo stiloide del radio si inserisce alla superficie laterale del navicolare sul tubercolo del navicolare. Il legamento contribuisce a chiudere lateralmente la cavità articolare radio-carpale.
Il legamento ulno-carpale origina dal margine anteriore della faccetta articolare della testa dell'ulna, si inserisce prima al margine anteriore del legamento triangolare e da qui si porta alla superficie anteriore del semilunare e della testa del capitato.
Il legamento collaterale ulno-carpale origina dall'apice del processo stiloide dell'ulna e si inserisce con due distinti fasci alla superficie mediale del pisiforme e del piramidale. Il legamento contribuisce a chiudere medialmente la cavità articolare radio-carpale.

I legamenti intercarpali prossimali si stabiliscono tra le ossa della fila prossimale del carpo e contribuiscono a rafforzare la porzione prossimle della capsula articolare dell'articolazione mediocarpale. Distinguiamo tre tipi di legamenti intercarpali:

legamenti intercarpali interossei, che si tendono tra il margine prossimale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a separare la cavità articolare radio-carpale dalla cavità articolare mediocarpale. Se ne contano due: il legamento intercarpale interosseo scafo-semilunare ed il legamento intercarpale interosseo lunato-piramidale.
legamenti intercarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano due: il legamento intercarpale palmare scafo-semilunare ed il legamento intercarpale palmare lunato-piramidale.
legamenti intercarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere posteriormante la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano due: il legamento intercarpale dorsale scafo-semilunare ed il legamento intercarpale dorsale lunato-piramidale.



I legamenti intercarpali mediocarpali si stabiliscono tra le ossa della fila prossimale e quelle della fila distale del carpo. Questi legamenti contribuiscono a rafforzare la porzione mediocarpale della capsula articolare dell'articolazione mediocarpale. Distinguiamo due tipi di legamenti mediocarpali:
legamenti mediocarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari mediocarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano cinque: il legamento mediocarpale palmare trapezio-navicolare, il legamento mediocarpale palmare trapezoido-navicolare, il legamento mediocarpale palmare capitato-navicolare, il legamento mediocarpale palmare capitato-semilunare e il legamento mediocarpale palmare uncinato-piramidale. Questi ultimi tre, il legamento mediocarpale palmare capitato-navicolare, il legamento mediocarpale palmare capitato-semilunare e il legamento mediocarpale palmare uncinato-piramidale si fondono coi fasci più profondi del legamento radio-carpale palmare e del legamento ulno-carpale che li ricoprono.
legamenti mediocarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari mediocarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere dorsalmente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano cinque: il legamento mediocarpale dorsale trapezio-navicolare, il legamento mediocarpale dorsale trapezoido-navicolare, il legamento mediocarpale dorsale capitato-navicolare, il legamento mediocarpale dorsale capitato-semilunare e il legamento mediocarpale dorsale uncinato-piramidale.
legamento mediocarpale collaterale mediale, che origina dalla superficie mediale dell'osso piramidale e si inserisce alla superficie mediale dell'osso uncinato. Il legamento contribuisce a chiudere medialmente la cavità articolare mediocarpale.
legamento mediocarpale collaterale laterale, che dal tubercolo del navicolare si porta alla superficie laterale dell'osso trapezio. Il legamento contribuisce a chiudere lateralmente la cavità articolare mediocarpale.

I legamenti intercarpali distali si stabiliscono tra le ossa della fila distale del carpo e contribuiscono a rafforzare la porzione distale della capsula articolare dell'articolazione mediocarpale. Distinguiamo tre tipi di legamenti intercarpali:

legamenti intercarpali interossei, che si tendono tra il margine distale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a separare la cavità articolare carpo-metacarpale dalla cavità articolare mediocarpale. Se ne contano tre: il legamento intercarpale interosseo trapezio-trapezoideo, il legamento intercarpale interosseo capitato-trapezoideo ed il legamento intercarpale interosseo capitato-uncinato.
legamenti intercarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano tre: il legamento intercarpale palmare trapezio-trapezoideo, il legamento intercarpale palmare capitato-trapezoideo ed il legamento intercarpale palmare capitato-uncinato.
legamenti intercarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari intercarpali di due ossa carpali adiacenti e contribuiscono a chiudere posteriormante la cavità articolare mediocarpale. Se ne contano tre: il legamento intercarpale dorsale trapezio-trapezoideo, il legamento intercarpale dorsale capitato-trapezoideo ed il legamento intercarpale dorsale capitato-uncinato.

I legamenti carpo-metacarpali si stabiliscono tra ciascuna delle ossa metacarpali e le ossa del carpo che con essa si articolano. Questi legamenti contribuiscono a rafforzare anteriormente la capsula articolare dell'articolazione carpo-metacarpale. Distinguiamo due tipi di legamenti carpo-metacarpali:

legamenti carpo-metacarpali palmari, che dal margine palmare della faccetta articolare carpale dell'osso metacarpalle si portano alla superficie palmare delle ossa carpali con cui si articola e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare carpo-metacarpale. Se ne contano cinque, uno per ciascun osso metacarpale. Il legamento carpo-metacarpale palmare del primo osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del primo osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso trapezio. Il legamento carpo-metacarpale palmare del secondo osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del secondo osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso trapezio, del trapezoide e del capitato. Il legamento carpo-metacarpale palmare del terzo osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del terzo osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso capitato. Il legamento carpo-metacarpale palmare del quarto osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del quarto osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso capitato e dell'osso uncinato. Il legamento carpo-metacarpale palmare del quinto osso metacarpale origina dalla faccia palmare della base del quinto osso metacarpale e si inserisce alla superficie palmare dell'osso uncinato.
legamenti carpo-metacarpali dorsali, che dal margine dorsale della faccetta articolare carpale dell'osso metacarpale si portano alla superficie dorsale delle ossa carpali con cui si articola e contribuiscono a chiudere dorsalmente la cavità articolare carpo-metacarpale. Se ne contano cinque, uno per ciascun osso metacarpale. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del primo osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del primo osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso trapezio. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del secondo osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del secondo osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso trapezio, del trapezoide e del capitato. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del terzo osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del terzo osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso capitato. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del quarto osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del quarto osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso capitato e dell'osso uncinato. Il legamento carpo-metacarpale dorsale del quinto osso metacarpale origina dalla faccia dorsale della base del quinto osso metacarpale e si inserisce alla superficie dorsale dell'osso uncinato.
legamento carpo-metacarpale collaterale mediale, che originando dalla superficie mediale dell'osso uncinato si inserisce alla superficie mediale della base del quinto osso metacarpale. Il legamento contribuisce a chiudere medialmente l'articolazione carpo-metacarpale.
legamento carpo-metacarpale collaterale laterale, che originando dalla superficie laterale della base del secondo osso metacarpale si inserisce sulla superficie distale dell'osso trapezio. I suoi fasci più prossimali talvolta si fondono con la capsula articolare dell'articolazione carpo-metacarpale laterale. Il legamento contribuisce a chiudere lateralmente l'articolazione carpo-metacarpale.

I legamenti intermetacarpali si stabiliscono tra le basi delle ultime quattro ossa metacarpali e contribuiscono a rafforzare la porzione intermetacarpale della capsula articolare dell'articolazione carpo-metacarpale. Distinguiamo tre tipi di legamenti intermetacarpali:

legamenti intermetacarpali interossei, che si tendono tra il margine distale delle faccette articolari intermetacarpali della base di due ossa metacarpali adiacenti e contribuiscono a chiudere distalmente la cavità articolare carpo-metacarpale.
legamenti intermetacarpali palmari, che si tendono tra il margine palmare delle faccette articolari intermetacarpali della base di due ossa metacarpali adiacenti e contribuiscono a chiudere anteriormente la cavità articolare carpo-metacarpale.
legamenti intermetacarpali dorsali, che si tendono tra il margine dorsale delle faccette articolari intermetacarpali della base di due ossa metacarpali adiacenti e contribuiscono a chiudere posteriormante la cavità articolare carpo-metacarpale.

Dalla superficie distale dell'osso pisiforme originano due legamenti estrinseci:
legamento piso-uncinato, che dal pisiforme si porta all'uncino dell'osso uncinto.
legamento piso-metacarpale, che dal pisiforme si porta alla superficie anteriore della base del quinto osso metacarpale.
I due legamenti rappresentano una espansione distale del tendine del muscolo flessore ulnare del carpo, del quale il pisiforme rappresenta un osso sesamoide.

Le articolazioni del metacarpo sono le articolazioni che le ossa metacarpali stabiliscono prossimalmente tra loro e distalmente con le prime falangi.

Le articolazioni intermetacarpali sono presenti tra le ultime quattro ossa metacarpale e si instaurano tra le faccette articolari intermetacarpali della base di ossa metacarpali adiacenti e sono comprese nell'articolazione carpo-metacarpale.

L'articolazione metacarpo-falangee è un'articolazione condiloidea che si instaura tra il condilo della testa di ciascuna delle ossa metacarpali e la cavità glenoidea della relativa prima falange. La cavità glenoide è completata sul margine palmare da una fibtocartilagine articolare, detta fibrocartilagine glenoidea. La capsula articolare, originando dai margini della cartilagine articolare del condilo della testa dell'osso metacarpale, si inserisce lungo il margine della cartilagine articolare della cavità glenoidea della prima falange e della fibrocartilagine glenoidea.

I legamenti dell'articolazione del metacarpo connettono le ossa metacarpali tra loro e con le prime falangi.
Il legamento trasverso delle teste delle ossa metacarpali è un legamento estrinseco nastriforme che, originando dalla superficie palmare della testa del secondo osso metacarpale si porta medialmente inserendosi sulla superficie palmare delle teste delle ultime tre ossa metacarpali.

I legamenti metacarpo-falangei sono legamenti intrinseci che contribuiscono a rafforzare la capsula articolare dell'articolazione metacarpo-falangea delle ultime quattro ossa metacarpali. Per ognuna di esse distinguiamo tre tipi di legamenti metacarpo-falangei:

legamento metacarpo-falangeo palmare, che dalla superficie palmare della testa dell'osso metacarpale si inserisce alla superficie palmare della base della prima falange. Il legamento si presenta insolcato longitudinalmente dal solco tendineo prodotto dal tendine del muscolo flessore profondo delle dita.
legamento metacarpo-falangeo collaterale laterale, che dalla superficie laterale della testa dell'osso metacarpale si inserisce alla superficie laterale della base della prima falange.
legamento metacarpo-falangeo collaterale mediale, che dalla superficie mediale della testa dell'osso metacarpale si inserisce alla superficie mediale della base della prima falange.

I legamenti metacarpo-falangei del primo dito sono i legamenti intrinseci che contribuiscono a rafforzare la capsula articolare della prima articolazione metacarpo-falangea. Essi sono simili a quelli delle articolazioni metacarpo-falangei delle ultime quattro dita, distinguendosi però per la presenza nella prima articolazione metacarpo falangea di due ossa sesamoidi, dette osso sesamoide mediale o osso sesamoide ulnare ed osso sesamoide laterale o osso sesamoide radiale. Distinguiamo quattro legamenti metacarpo-falangei nel primo dito:

legamento metacarpo-falangeo palmare, che dalla superficie palmare della testa del primo osso metacarpale si inserisce alla superficie palmare della base della prima falange del pollice.
legamento metacarpo-falangeo collaterale laterale, che dalla superficie laterale della testa dell'osso metacarpale si inserisce prima sull'osso sesamoide laterale e poi sulla superficie laterale della base della prima falange.
legamento metacarpo-falangeo collaterale mediale, che dalla superficie mediale della testa dell'osso metacarpale si inserisce prima sull'osso sesamoide mediale e poi sulla superficie mediale della base della prima falange.
legamento intersesamoideo, che dalla superficie palmare dell'osso sesamoide mediale si inserisce alla superficie palmare dell'osso sesamoide laterale.

Le articolazioni delle dita connettono tra loro le falangi delle dita e sono per questo dette interfalangee.
Una articolazione interfalangea è un ginglimo angolare che connette due falangi e si instaura tra la troclea della testa delle falange più prossimale e la cavità glenoidea della base della falange più distale tra le due. La cavità glenoidea della base della falange più distale è completata sul margine palmare da una fibrocartilagine articolare, detta fibrocartilagine glenoidea. La capsula articolare, originando dai margini della troclea della testa della falange più prossimale, si inserisce al margine della cartilagine articolare della cavità glenoide e della fibrocartilagine glenoidea della base della falange più distale. In ciascun dito si individuano due articolazioni interfalangee:

Un'articolazione interfalangea prossiamale o prima articolazione interfalangea, che si instaura tra prima e seconda falange di un dito.
Un'articolazione interfalangea distale o seconda articolazione interfalangea, che si instaura tra seconda e terza falange di un dito.
Fa eccezione il pollice, nel quale l'unica articolazione interfalangea presente si instaura tra la falange prossimale e la falange distale del pollice.
I legamenti delle articolazioni delle dita connettono tra loro le falangi delle dita e sono per questo dette interfalangei.
I legamenti interfalangei sono legamenti intrinseci che contribuiscono a rafforzare le capsule articolari delle articolazioni interfalangee. Per ognuna delle articolazioni interfalangee, distinguiamo tre tipi di legamenti interfalangee:
legamento interfalangeo palmare, che dalla superficie palmare della testa della falange prossimale si inserisce alla superficie palmare della base della falange distale. Il legamento si presenta insolcato longitudinalmente dal solco del tendine del muscolo flessore profondo delle dita.
legamento interfalangeo collaterale laterale, che dalla superficie laterale della testa della falange prossimale si inserisce alla superficie laterale della base della falange distale.
legamento interfalangeo collaterale mediale, che dalla superficie mediale della testa della falange prossimale si inserisce alla superficie mediale della base della falange distale.
Durante la prima infanzia avviene un processo di specializzazione degli emisferi cerebrali, detto di lateralizzazione, che porta al prevalere di un emisferio sull'altro. Ne consegue che la maggior parte degli esseri umani usa prevalentemente e con maggiore abilità una mano rispetto all'altra, quella controllata dall'emisferio prevalente. Chi usa prevalentemente la mano destra è detto destro o destrorso, mentre chi usa la sinistra è detto mancino o sinistrorso. Secondo uno studio condotto nel 1998, il 7-10% della popolazione adulta mondiale è mancina.

In alcuni casi tuttavia la laterizzazione può non verificarsi, cosicché nessun emisfero prevalga sull'altro. In questi casi non si osserva la prevalenza di una mano sull'altra, e si parla quindi di ambidestri. In Italia gli ambidestri rappresentano circa il 4% della popolazione.




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