giovedì 4 febbraio 2016

Che NOIA Che Barba Che Barba Che NOIA



«La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia... Il godimento è solo un punto di trapasso impercettibile nel lento oscillare del pendolo».

La noia è uno stato di insoddisfazione, temporanea o duratura, nata dall'assenza di azione, dall'ozio o dall'essere impegnato in un'attività sostenuta da stimoli che si recepiscono come ripetitivi o monotoni o, comunque, contrari a quelli che si reputano più confacenti alle proprie inclinazioni e capacità. Quando la noia assume le proporzioni di una sensazione più accentuata e dolorosa si parla di tedio (dal latino taedium derivato da taedere, sentire noia).

La noia può essere considerata la corrispondente dell'acedia, l'accidia del medioevo, un peccato capitale di cui si macchiavano coloro che, dediti alla vita contemplativa finivano per cadere nell'inerzia non operando il male ma neppure compiendo il bene.

Nel Rinascimento il sentimento della noia si nobiliterà, per gli animi tormentati dei geni e degli artisti, in quello della malinconia, alla quale la cultura occidentale, specie nel Romanticismo, assegnerà il valore di ripiegamento meditativo dell'animo su sé stesso.

Nella filosofia il termine si trova usato genericamente nel significato di un sentimento doloroso insito nella stessa vacuità della vita e percepito, dai più riflessivi, sempre presente come taedium vitae (tedio, noia della vita).

Nella Roma del I secolo a.C. i dibattiti sulla religione e la morale derivati dalla cultura greca cominciano a incrinare i valori tradizionali di un'aristocrazia ricca ed oziosa che diviene preda della noia.

Lucrezio, l'erede romano della visione sofferente ed angosciosa della filosofia epicurea, è testimone della fatica di vivere in un'età caratterizzata dalle guerre civili e dall'afflusso di ricchezze provenienti dalle conquiste che sviluppano l'ozio e la dissolutezza.

La volontà di vivere produce incessantemente nell'uomo bisogni che richiedono soddisfazione: desideri, che sono dunque reazione ad un senso di mancanza, di sofferenza e che quindi originano dal dolore e, insoddisfatti pienamente, causano sofferenza o noia: difficilmente infatti tutti i desideri si realizzano, e la mancata realizzazione di alcuni di essi causa un'ulteriore, più acuta sofferenza. Ma, anche quando un desiderio viene soddisfatto, il piacere che ne deriva risulta essere solo di natura negativa, soltanto, cioè, un alleviamento della sofferenza provocata da quel prepotente bisogno iniziale; bisogno che subito riappare in altra forma, pronto a pungolare con nuovi desideri l'affannata coscienza umana.

E quando pure l'uomo non viva nel bisogno fisico e nella miseria, quando nessun effimero desiderio (invidia, vanità, onore, vendetta) gli riempia i giorni e le ore, subito la noia, la più angosciosa di tutte le sofferenze, si abbatte su di lui: «Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno.»
La vita è quindi un alternarsi di dolore e di noia, passando per la momentanea sensazione, meramente negativa, del piacere, del non dolore.

Esistono per Schopenhauer due tipi di noia: quella superficiale per cui «L'annoiato lungi dal non volere, vuole» e rimpiange la vita intensamente vissuta nella tensione. La noia infatti è la volontà che vuole se stessa com'era. Una volontà più sofisticata ma non meno tenace e sfibrante.

Ma esiste anche una noia profonda che caratterizza colui che è arrivato al termine del percorso disperato della volontà di vivere: è la noia dell'asceta e del contemplativo che non sfuggono più la noia anzi si sprofondano in essa poiché questa condizione è il primo passo del raggiungimento della «morte in vita», del rovesciamento della voluntas in noluntas.

Per Søren Kierkegaard il rifiuto della scelta, l'indifferenza verso i valori morali, sostituiti da quelli della bellezza e del piacere, porta l'uomo che considera il mondo come uno spettacolo da godere, a condurre la propria vita nel soddisfacimento di sempre nuovi desideri. L'esteta dunque non sceglie, ma si lascia vivere momento per momento. Si abbandona al presente fuggendo legami con il passato (rinunciando al ricordo) e con il futuro (non nutrendo alcuna speranza).

Egli vive nell'istante, cioè vive per cogliere tutto ciò che vi è d'interessante nella vita, trascurando tutto ciò che è banale, ripetitivo e meschino.

Il tipo dell'esteta è per Kierkegaard il "seduttore", rappresentato dal personaggio di Don Giovanni, il cavaliere spagnolo prototipo del libertino che non si lega a nessuna donna particolare perché vuole non scegliere: il seduttore è sciolto da ogni impegno o legame e vive nell'attimo, cercando unicamente la novità del piacere.

Ma chi non sceglie e si dedica solo al piacere cade ben presto nella noia, cioè nell'indifferenza nei confronti di tutto, perché, non impegnandosi mai, essendo affettivamente e progettualmente demotivato, in effetti non vuole profondamente e sentitamente nulla. Quando l'esteta, colto dalla noia, si ferma, cioè smette di ricercare il piacere e riflette lucidamente su se stesso, allora è assalito dalla disperazione, il frutto della noia, la "malattia mortale" che lo mette di fronte al vuoto della propria esistenza, senza senso e senza saldi riferimenti. La disperazione è il terrore del vuoto, del non essere altro che niente.

Nella sua analisi del tempo Bergson distingue il tempo della scienza, spazializzato, quantitativo e misurabile, costituito da istanti uguali tra loro, da quello definito come "durata reale" che coincide con quello della vita, quello vissuto con istanti sempre qualitativamente diversi con un loro specifico significato. Ed è proprio quando non riusciamo a dare senso al tempo che nasce quella sofferenza che chiamiamo noia che fa sì che il tempo sembri non passare mai e che certi momenti sembrino durare in eterno. La noia è la controprova della vera realtà del tempo come una lunga durata indefinita così come il piacere segna il tempo di breve durata. Su questa distinzione bergsoniana si basa l'analisi di Vladimir Jankélévitch che riporta la noia nell'ambito di quei sentimenti mediatori tra l'"avventura" e la "serietà", tra una vita estetica basata sull'attimo e una vita etica basata sulla durata dell'accettazione di valori regolatori dell'esistenza umana.

« L'avventura, la noia e la serietà sono tre diversi modi di concepire il tempo. Ciò che si vive e si spera appassionatamente nell'avventura è il sorgere dell'avvenire. La noia, al contrario, è piuttosto vissuta nel presente... Quanto alla serietà, essa è un certo modo ragionevole e generale non di vivere il tempo ma di inquadrarlo nel suo insieme, e di prendere in considerazione la maggiore durata possibile. »

Per Heidegger tra gli «stati d'animo fondamentali» va annoverata la noia (Langeweile) che, come l'angoscia (Angst), è in grado di rivelarci l'essere nella sua autenticità.



In una situazione noiosa invece di cercarne le cause la sfuggiamo mettendola da parte e cercando di dimenticare lei e noi stessi: «In questo non cercar altro, che per noi è ovvio, noi stessi in un certo senso ci scivoliamo via»

In tutti e due i casi l'uomo non affronta il problema della noia e cerca di sfuggirle:

finalmente nella terza forma della noia essa ormai pervade tutta la nostra esistenza che si riduce a passività e a vuoto letargo da cui dobbiamo uscire prendendone coscienza:
« Si tratta di essere desti.  È un obiettivo molto strano per noi che di solito cerchiamo di combattere la noia e, in fondo, dovremmo solo essere contenti se "dorme". Se Heidegger vuole ridestarla è perché ritiene che anche noi "dormiamo" nel nostro quotidiano tentativo di passare il tempo e che questo sia un sonno molto dannoso perché ottenebra le nostre autentiche possibilità. »
La noia allora non è più fuga dal nostro vivere ed assume un senso produttivo: accettando il vuoto e vano non senso del mondo ne possiamo uscire prendendone coscienza e dando così un nuovo percorso alla nostra vita.

Nella letteratura italiana ispirata a quella provenzale è presente la produzione di opere molto diffuse che elencavano una serie di cose moleste e noiose indicate talvolta come occasione per dare insegnamenti morali. Noto compositore di "libri di noie" fu il poeta Gherardo Patecchio di Cremona vissuto nella prima metà del XIII secolo.

In ben altro senso la noia è stata lo stimolo ispiratore di alte produzioni letterarie in modo particolare nell'età romantica dove l'aspirazione a cogliere l'infinito si traduce negli spiriti forti in una continua titanica lotta per il suo raggiungimento mentre in altri, più fragili nella loro sensibilità, il fallimento di questo obiettivo li porta un ripiegamento malinconico su se stessi e al riconoscimento della vacuità umana che si vorrebbe rifiutare e di cui la noia è segno:

« La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali. »
In una lettera del 1817 indirizzata al letterato Pietro Giordani Leopardi conferma questo suo sentimento che chiama il "vizio dell'absence" intendendolo come un suo difetto, una sua malattia spirituale che lo porta a non saper accettare il mondo così com'è nella sua mediocrità ma a lamentare invece l'assenza, la mancanza di qualcosa per cui valga la pena vivere.

La noia attraverserà gran parte della letteratura romantica europea con Flaubert e la sua insoddisfatta Madame Bovary, con Goncarov e il suo Oblòmov abbattuto dalla noia in un'inerzia fisica e spirituale che lo condanna all'inazione e alla rinuncia verso ogni forma di impegno, sino al decadentismo delle poesie di Baudelaire che vivrà la noia come spleen, angoscia esistenziale.

In tempi più recenti la ripresa del tema esistenzialistico della perdita di significato dell'essere assume con Jean Paul Sartre il senso de La nausea che è generata dalla «l'Esistenza che si svela», con Albert Camus la ricerca di un profondo e autentico legame fra gli esseri umani che è reso impossibile dall'assurdo che incombe sull'esistenza umana e che può essere superato, come nell'evento descritto ne La peste, con la solidarietà ed infine con Alberto Moravia che con La noia rappresenterà lo sfacelo del mondo borghese, aggiornato e indagato attraverso il marxismo e l'esistenzialismo, ossessionato dalla noia che tenta di superate con la ricerca ossessiva di sesso e denaro.

Nonostante la grande rilevanza che questo fenomeno ha assunto nella letteratura e nella filosofia, la psicologia lo ha trascurato e la psicopatologia lo ha sottovalutato riportandolo a un caso accidentale dei fenomeni macroscopici della nevrastenia, psicastenia, melanconia, depressione.

La noia può nascere come blocco difensivo dalla realtà per operare una crescita psicologica che renda più adeguato l'individuo con se stesso e il mondo esterno. Questa è la noia "normale" che caratterizza fasi di passaggio della vita come l'adolescenza e la presenilità. Nell'ambito della "normalità" va considerata anche la "noia reattiva" determinata da cause contingenti o la "noia acuta" di breve durata.

Si entra invece nella patologia psichica con la noia non rapportabile a cause note ("noia endogena"), che si caratterizza per una lunga durata ("noia cronica"), che procura danno esistenziale e compromette i rapporti sociali.

Già nel Tardo Medioevo si poteva identificare come noia morbosa quella rappresentata dall'acedia che colpiva eremiti e cenobiti, i delusi della ricerca di una più alta spiritualità. Questo fenomeno indicato da termini diversi (accidia, melancholy, spleen, ennui) e descritto come vizio capitale, male di vivere, disturbo dell'umore, ha contrassegnato l'intera storia dell'Occidente fino ad oggi.

La psicologia distingue infine la noia dall'apatia che è un'immobilità depressiva che a volte colpisce l'organismo quando l'ambiente non viene ad essere adeguatamente assimilato dal sistema nervoso, quando cioè i segnali provenienti dall'esterno sono troppo deboli o troppo conflittuali. Si tratta di una sorta di ritiro della consapevolezza. La noia in effetti è molto più in alto nella scala delle afflizioni di quanto non lo sia l'apatia, ed è probabile che solo un sistema nervoso altamente sviluppato come quello dell'essere umano sia in grado di annoiarsi ed anche all'interno della specie umana, un livello mentale per lo meno "normale" sembra debba essere il requisito essenziale. La persona "meno dotata" può provare apatia, ma non noia.

La noia è una sensazione di vuoto momentaneo, provocato dal fatto che la nostra mente è alla continua ricerca di stimoli.

Più siamo allenati a tenere attiva la nostra mente, più la riempiamo di informazioni e desideri, più siamo propensi all'azione, alla progettazione del nostro presente e futuro, più siamo ricchi di idee, interessi, voglia di emergere o realizzarci e voglia di vivere in tutti i sensi, maggiori saranno le probabilità che una noia momentanea ci faccia precipitare nel senso di vuoto, d'impotenza, di tempo perso.

Sono solo gli ignoranti e i pigri che non si annoiano mai, si potrebbe forse concludere.

Mentre non si annoiano di sicuro le persone che catturano gli infiniti stimoli che la vita e i nostri sensi ci possono procurare.
L'uomo è da sempre vittima potenziale della noia, sin dai tempi delle caverne.

I lunghi tempi di inattività erano probabilmente insopportabili all'uomo pronto all'azione e ricco di curiosità.

Così, in una piovosa giornata d'autunno, anche in una caverna della preistoria ci si poteva annoiare a tal punto da iniziare a fare dei segni sulle pareti, per rievocare nostalgicamente l'ultima caccia, scaricare il blocco obbligato, sublimandolo con graffiti che divennero le prime espressioni dell'arte.

La noia è un sentimento importantissimo per l'umanità. E' per battere la noia che l'uomo ha iniziato a fantasticare con la mente, ad uscire dal proprio guscio di puro istinto.

Così, stimolato proprio dallo sgradevole senso di noia, s'è spinto verso i pensieri astratti, rievocando mentalmente le proprie esperienze, analizzando il mondo che lo circondava, costruendo utensili o monili, pitturandosi il corpo, progettando nuove armi, seguendo quei magnifici processi d'analisi e di sintesi, che lo contraddistinguono dagli animali inferiori.

La noia è anche molto legata alla sensazione dello scorrere del tempo.

Pensate, tanto per fare un banale esempio, quanto è lunga per noi l'attesa di un paio di minuti davanti ad un semaforo rosso, rispetto alla durata di un film avvincente. La noia ferma il tempo soggettivo e questa condizione, (se non siamo stati addestrati a sviluppare la capacità della pura contemplazione, cioè della vita spirituale), provoca, al nostro corpo ed alla nostra mente, un profondo disagio e insofferenza.
A volte vincere la noia dipende esclusivamente da noi, basta inventarsi una cosa qualsiasi per saltarne fuori.
Altre volte, invece, la dobbiamo subire in modo passivo e non abbiamo alcun elemento per combatterla.

Pensiamo alla noia di una reclusione in carcere: da soli, in una cella di due metri per due, senza nessuno con cui parlare, senza libri, senza una finestra. Solo noi e quattro pareti bianche. Come vincere la noia in queste condizioni estreme? Bisogna ricorrere al pensiero spirituale, essere capaci di ragionare a lungo, rievocando fatti e sensazioni lontane, operare con la fantasia. Non è facile e raramente può durare a lungo, per cui nel giro di breve tempo, non potendo trasformare in azione nessuno dei nostri pensieri, saremmo nuovamente in preda alla noia.

Si possono annoiare i giovani, per carenza di idee e di stimoli e si possono annoiare gli anziani, ai quali tutto può sembrare un film già visto. In realtà la vita offre a qualsiasi età un numero enorme di stimoli e di occasioni d'interesse. Sta solo a noi saperli cogliere per superare brillantemente i brevi o lunghi periodi in cui siamo costretti a lasciar scorrere il tempo inutilmente.

Anche i momenti più stupidi di noia li possiamo combattere con piccoli accorgimenti. Siamo in una lunga fila all'ufficio postale? Bene, proviamo a trasformare una tediosa attesa spingendo la nostra osservazione sulle varie persone che ci circondano. Esaminiamole e cerchiamo d'immaginare la loro vita, il mestiere che fanno, quali problemi potrebbero avere, e via dicendo.

Osserviamo come si vestono e come si muovono. Scoviamone eventuali lati comici. Se ci sono degli stranieri cerchiamo di capire da quale parte del mondo possono provenire, ecc. ecc. Così come in una cella possiamo cercare di costruirci un nostro romanzo, magari raccontando ad alta voce la trama man mano che la inventiamo, così da tenerci compagnia almeno con la nostra voce e fissare meglio il ricordo dei vari eventi che ci siamo costruiti.

Ognuno di noi può inventarsi un modo per combattere la noia e già la ricerca di un espediente è un buon passatempo! Ci sono infiniti hobby che possono stimolare il nostro interesse e distrarci dalla noia. Ci sono gli sport, sia come spettatori che come soggetti attivi.

Ci sono le passeggiate. Camminare fa bene alla salute e distrae la mente, costretta a valutare un sacco di cose mentre ci si sposta. Ciò che sicuramente non combatte la noia sono solamente l'alcool e le droghe. Quegli espedienti ci fanno semplicemente fuggire (a caro prezzo!) dalla realtà, che invece, con un briciolo d'attenzione, può essere interessante, qualsiasi sia l'ambiente e la situazione in cui ci troviamo.

Per allontanare la noia può bastare osservare i movimenti di una formica.

Greenson – che, per chi ama gli aneddoti, fu lo psicoanalista di Marylin Monroe – chiama questa sensazione “vuoto attivo”, proprio per sottolineare la presenza dentro la persona che si annoia di un rimescolio che non si placa. La noia è un vuoto che facciamo fatica a riempire, perché, quando ci annoiamo, siamo incapaci di coinvolgerci in quello che stiamo facendo: una persona annoiata non riesce a nutrirsi, ad arricchirsi, a trarre piacere da ciò che fa. Come se, pur mangiando, il cibo non saziasse mai.

E non è un caso che una persona tenti di distrarsi dalla noia mangiando o bevendo, entrambe strategie di gestione della noia abbastanza mediocri che aiutano ad ammazzare il tempo e non costruiscono nulla. Un modo più funzionale di superare la noia sarebbe forse smettere di cercare soluzioni all’esterno e guardare dentro di noi, sforzandoci di dirigere attenzione ed energie su obiettivi soddisfacenti e personali, su ciò che desideriamo su di un piano più profondo, sforzandoci di guardare con occhi nuovi le cose intorno a noi.

Diversamente, la noia continuerà a bloccarci nel presente e a renderci sterili, privi di immaginazione e creatività, tesi, “desiderosi che le cose vadano diversamente”, come diceva Minkowski, eppure in fuga dal cambiamento e da noi stessi.




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