venerdì 29 gennaio 2016

ZIKA



Il virus Zika è una vecchia conoscenza. Veicolato dalle zanzare Aedes (stessa famiglia della tigre) fu identificato per la prima volta in Uganda nel 1947, e fino a poco tempo fa si era diffuso principalmente in Africa e Asia. Negli Anni 60 e 70 è stato individuato in alcune scimmie in Nigeria ma dopo un’epidemia in Micronesia nel 2007 potrebbe essere arrivato in Sudamerica fra il 2014 e il 2015. Adesso, secondo l’Oms, i Paesi a rischio in tutto il mondo sono 22.

Dal momento della sua scoperta ha causato piccole e contenute epidemie in alcuni paesi di Africa e Sudest asiatico. In Brasile è arrivato lo scorso maggio e nel giro di sei mesi ha infettato, complice forse la mancanza di naturale immunità al virus nel continente, ben 1,5 milioni di persone.
Soltanto un quinto delle persone infettate si ammala effettivamente, e i sintomi non vanno in genere al di là dei classici dell'influenza: febbre, eruzioni cutanee, dolori alle articolazioni, occhi rossi.

A ottobre le autorità sanitarie brasiliane hanno svelato però un aspetto più preoccupante: la correlazione dell'infezione da virus Zika con un aumento impressionante dei casi di microcefalia - una riduzione nella crescita di cranio e cervello con conseguenti gravi problemi neurologici - nei neonati e di alcune malattie neurologiche e autoimmuni - come la sindrome di Guillain-Barré, una condizione che può portare alla paralisi - negli adulti.
Anche se un legame causa effetto non è ancora stato scientificamente dimostrato, la comparsa di Zika in Brasile è coincisa con l'impennata dei casi di microcefalia tra i neonati: da ottobre ad oggi, quelli registrati sono 3.893 e in continua ascesa. Un incremento del 2500% rispetto al 2014, quando i casi di microcefalia sono stati 150.

L'allarme è stato dato a ottobre dai medici di Pernambuco, nel nordest del Brasile e nessuna delle cause ad oggi note per lo sviluppo ridotto di cranio nel feto - l'uso di alcol e droghe in gravidanza, la rosolia, anomalie genetiche o l'esposizione ad alcune sostanze chimiche - basta a spiegare l'accaduto.

Zika è il principale indiziato anche dopo che gli esperti dei Centres for Disease Control and Prevention (CDC) americani hanno annunciato di aver trovato tracce del virus in feti con microcefalia morti nell'utero o poco dopo la nascita. La prova che il virus si trasmette da madre a figlio e passa attraverso il liquido amniotico.

Ecco perché, mentre le autorità sanitarie sconsigliano alle donne incinte di recarsi in viaggio nei paesi colpiti, quelle di Brasile, Ecuador, El Salvador e Jamaica si sono spinte oltre e hanno chiesto alle donne che progettano una gravidanza di rimandare i loro piani fino a quando l'emergenza non sarà contenuta.
Le autorità sanitarie nazionali raccomandano alle donne incinte o alle donne che stanno pensando di iniziare una gravidanza di riconsiderare eventuali decisioni su viaggi nei paesi in cui l'epidemia è più diffusa, in particolare in Brasile (che sarà meta di turismo di massa durante le Olimpiadi) e Colombia, El Salvador, Guiana francese, Guatemala, Haiti, Honduras, Martinica, Messico, Panama, Paraguay, Portorico, Suriname e Venezuela.



In gravidanza, il virus Zika rappresenta un pericolo in qualunque trimestre, ma soprattutto nel primo e all'inizio del secondo trimestre, per la fase di sviluppo neurologico in cui si trova il feto e perché nelle prime settimane è più facile che una donna non sappia ancora di essere incinta e sia meno prudente nella profilassi anti-zanzare.

Alle donne incinte di ritorno da un viaggio nei paesi colpiti si raccomanda di recarsi dal proprio medico curante se sono state nelle aree interessate dal virus o se si presentano sintomi riconducibili a quelli descritti, e in generale una particolare attenzione agli esami ecografici.
Ricercatori di Stati Uniti, Brasile e altre nazioni stanno già lavorando a un vaccino.

In questo momento, la lotta a Zika si gioca tutta sull'eradicazione delle zanzare vettore, le uniche responsabili della trasmissione del virus (che non si trasmette da uomo a uomo). Questi insetti pungono in genere di giorno - le zanzariere intorno ai letti non sono quindi così efficaci - e si moltiplicano attorno alle acque stagnanti. Sbarazzarsi dei focolai in cui si annidano è il primo passo per contenere l'epidemia.

Il virus Zika che sta flagellando l’America del Sud e che ha fatto registrare casi anche in Messico, Stati Uniti ed Europa «può essere trasmesso attraverso il sangue, ma questo è un meccanismo di trasmissione non frequente». È l’allerta dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e della Pan American Health Organization in una dichiarazione emessa oggi. Per questo, afferma l’Oms, «precauzioni standard, che sono già in essere per assicurare donazioni e trasfusioni di sangue sicure, dovrebbero essere seguite».

Il virus è alla base di malformazioni nei feti, come la microcefalia, a causa della probabile trasmissione della patologia dalla madre durante la gravidanza. Per questo le autorità del Centro e Centro e Sud America potrebbero far rimettere in discussione le leggi anti-aborto presenti in diversi Paesi. Molti Paesi già colpiti, come il Brasile, El Salvador, Haiti, Honduras e Suriname, hanno norme restrittive sull’aborto o lo vietano in toto. L’epidemia di virus Zika sta dimostrando però come queste leggi potrebbe far pagare un prezzo davvero elevato in termini di vite umane. Perciò movimenti e associazioni stanno chiedendo di rivederle. Il tasso di bambini colpiti da microcefalia in Brasile, dove si sono registrati migliaia di casi di virus Zika, è aumentato di 20 volte da quando si è scoperto il primo paziente. In questo paese l’aborto è illegale tranne che nei casi di stupro, pericolo di vita della madre o del feto per la deformazione del cervello. Ma per dimostrare di rientrare in quest’ultimo caso occorre un’ecografia accurata che spesso non è accessibile a tutte le donne.



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giovedì 28 gennaio 2016

IL MONDO INVISIBILE DEI DISOCCUPATI



"L'Italia non viene a chiedere l'elemosina a nessuno".
Con queste parole il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha concluso l'audizione presso la Commissione Lavoro e Affari sociali del Parlamento europeo, rispondendo all'europarlamentare britannica Jane Collins (Ukip/Efdd).
Il titolare del Tesoro ha presentato la proposta per un meccanismo di contrasto alla disoccupazione, un fondo da usare in quei Paesi dell'Ue dove la situazione è più critica, ma nel suo intervento in commissione Collins ha criticato l'Italia per gli aiuti dati all'Ilva di Taranto, che il nostro Paese a suo giudizio avrebbe potuto usare per aiutare i disoccupati italiani invece di chiedere soldi in Europa con un meccanismo.
"Collins, l'Italia non viene a chiedere l'elemosina a nessuno", la replica di Padoan. Per far arrivare il messaggio in modo più diretto, il ministro si è rivolto alla platea dei parlamentari europei direttamente in inglese, mentre tutta l'audizione è stata in italiano.
L’allarme sociale continua ad essere elevato, non solo in Italia ma nell’intera Europa. Ogni settimana qualche titolo dei quotidiani ci ricorda la gravità del fenomeno: operai che vanno sui tetti delle loro strutture, dipendenti che occupano le fabbriche, cortei che sfilano nella maggiori città del nostro paese mobilitati per chiedere cambiamenti alle istituzioni latitanti.  Accanto a queste “reazioni collettive” emergono segnali meno eclatanti, ma non meno importanti, legati al disagio individuale.  Episodi di aggressività e violenza verso i dirigenti e persino suicidi di lavoratori ed imprenditori sono la “clamorosa” punta del’iceberg, che trova la sua base in un malcontento diffuso. Sono in aumento tra i disoccupati, sintomi ansiosi, depressione, disturbi psicosomatici, oltre che un abbassamento dell’autostima, scoraggiamento ed apatia..

Fortunatamente non è rintracciabile una sindrome psicopatologica, in senso, stretto collegabile alla disoccupazione, anche se la mancanza di lavoro è un fattore di rischio rilevante per l’insorgere di un disturbo psicologico. I fattori che incidono positivamente su tale rischio sono molteplici e connessi sia ad elementi individuali che contestuali.

Risultano più “corrazzati” di fronte allo stress prodotto dall’inattività persone che dispongono di efficaci strategie per affrontare problemi, che vantano una buona flessibilità e senso di autoefficacia. A queste risorse personali si associano altre componenti connesse all’ambiente di vita dei senza lavoro, come la presenza/assenza di sostegno familiare e amicale, le risorse economiche di “base”, la ricchezza di opportunità offerta dal territorio.

Altri fattori che mediano lo stress generato dalla disoccupazione sono il gruppo sociale di appartenenza (i gruppi etnici minoritari, in quanto spesso scarsamente integrati, tendono a risentire maggiormente dell’assenza di lavoro) e la posizione all’interno della famiglia. Dato che culturalmente (purtroppo) sono ancora gli uomini a provvedere in misura maggiore all’economia familiare, sono anche quelli che, psicologicamente, ne risentono di più nel momento in cui non riescono ad adempiere al loro ruolo. Quando più aspetti di rischio, personali ed ambientali, si incrociano otteniamo quelle che vengono definite fasce deboli (lavoratori precari, giovani con modeste competenze professionali, famiglie a basso reddito, stranieri, persone sole, ecc.) per le quali non solo i confini tra disoccupazione e stato di povertà sono assai flebili, ma anche il rischio di psicopatologia diviene concreto, di fatto innescando una spirale che facilmente porta all’emarginazione sociale.



La ricerca ha dimostrato che i disoccupati soffrono di maggiori problemi di salute rispetto a persone del tutto simili a loro, ma che hanno un lavoro. La salute viene compromessa dal punto di vista psicologico, fisico e psicosomatico. I problemi psicologici riguardano soprattutto l’ansia e la depressione, quelli fisici una serie di sintomi percepiti sul corpo, soprattutto di origine psicosomatica, come mal di testa, mal di stomaco e disturbi del sonno.

Lo stress vissuto dal disoccupato riguarda anzitutto i problemi finanziari anche a seguito della perdita del reddito, ma ciò che produce maggiori difficoltà è la privazione delle funzioni legate all’occupazione: organizzazione del tempo, contatto sociale, sensazione di essere utili alla collettività, status sociale, attività svolta, ecc.

La disoccupazione è dunque un evento stressante di per sé, ma ad esso si deve aggiungere l’effetto dello stigma sociale, che grava pesantemente sulle persone disoccupate. Lo stigma sociale potrebbe essere altrimenti definito come la svalutazione sociale di una persona, sulla base di alcune caratteristiche: in questo caso, lo stato di disoccupazione. Ci si sente percepiti come diversi e discriminati, perché la propria persona viene associata con uno stereotipo negativo.

Tutti gli individui costruiscono il concetto di sé sommando le loro diverse identità sociali: queste identità dipendono in gran parte da scelte volontarie (ad esempio, la scelta di fare il ricercatore, l’operaio, la sarta, ecc.), mentre altre sono involontarie e derivano dalle condizioni di nascita (ad esempio, essere nati donne o uomini). A tutte queste identità sociali, la perdita del lavoro impone di aggiungere anche quella di “disoccupato”. Si tratta di una identità sociale assolutamente indesiderata, ma che si è costretti ad aggiungere alle varie caratteristiche che definiscono il proprio sé, il che può essere motivo di grande sofferenza e di crisi di identità.

Vi sono inoltre evidenze scientifiche che mostrano come i datori di lavoro evitino di assumere persone disoccupate, a causa dell’ ‘effetto stigma’: questa tendenza è dovuta al fatto che si è facilmente portati a pensare che lo stato di disoccupazione possa essere dovuto non solo, ma anche a carenze personali.

Lo stigma sociale dunque è un fattore di stress che ha un notevole impatto sullo stato di benessere generale, in particolare per quanto riguarda l’ansia e la depressione, il disturbo post-traumatico da stress, la ridotta qualità della vita, la ridotta autostima, lo stato dell’umore negativo la cattiva salute fisica, con aumento dei sintomi di malattia, come dolori al petto, nausea, tosse.

Il problema dunque è che nella disoccupazione si sommano vari stress. Posto che lo stato di disoccupazione è già, di per sé, un elemento di stress, lo stigma sociale percepito su di sé aumenta le sensazioni di malessere. In particolare, sapere che gli altri si facciano un’idea sbagliata sul proprio conto o che giudichino la propria condizione di disoccupazione come espressione di problemi personali porta al ritiro sociale e all’isolamento, il che è, naturalmente, un ulteriore fattore di stress.





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mercoledì 27 gennaio 2016

PAURA DEL PARTO



La gravidanza sta per terminare e si avvicina il momento più temuto, quello del parto. Soprattutto per le donne che affrontano per la prima volta quest’esperienza è facile lasciarsi prendere dall’ansia e dalla paura, in primo luogo del dolore, ma anche di altri aspetti, come quelli riguardanti l’anestesia o la salute del bambino.

Ma pensare alla paura serve solo ad aumentarla, fino a creare una spirale che si autoalimenta e che porta inevitabilmente nel panico.

Anzitutto ogni esperienza è assolutamente soggettiva ed ogni donna è diversa dalle altre. La percezione stessa del dolore ha una soglia che presenta un ampio range di variabilità individuale.
Inoltre i progressi nel campo dell’anestesia hanno consentito di affrontare questo momento in maniera molto più accettabile rispetto al passato e quelli della medicina di rendere il parto assolutamente più sicuro sia per la salute del bambino che per quella della madre.

La paura del parto è in realtà una paura normale, perché è normale che tutte ce l’abbiano: “Se si tratta del primo parto, c’è l’incognita di non sapere a che cosa si va incontro” commenta una psicologa e psicoterapeuta “Se invece di parti ce ne sono già stati e l’esperienza non è stata delle migliori, a spaventare è il ricordo del passato. In entrambi i casi, il parto viene percepito intimamente come un ostacolo da superare, qualcosa di pericoloso. Una paura che persiste nonostante i progressi della medicina e che viene clinicamente denominata tocofobia”.

Uno dei principali timori delle partorienti è quello che il dolore sia talmente intenso e duri così tanto che non si riesca a sopportare. “È vero, il dolore del parto è intenso e poco prevedibile: non si sa come sarà né quanto durerà, anche perché ogni parto è un’esperienza a sé” osserva una ginecologa.
Ad alimentare questa paura ci si mettono spesso i racconti terrorizzanti di chi ha già partorito, che pare ci prenda gusto ad accentuare i toni. “Si sente di travagli durati giorni, poi magari si scopre che per buona parte si trattava di contrazioni preparatorie, non così insopportabili” prosegue la ginecologa. “Si tenga presente che il limite massimo di un travaglio di parto è 8-10 ore, ma si tratta di un limite massimo, non della durata media”
Per accettare l’idea del dolore, si potrebbe dire teoricamente che fa parte dell’esperienza ancestrale di tutte le donne e ripetersi che se ce l’hanno fatta tutte, ce la faremo anche noi. Ma per essere più concrete, è meglio sapere che ci sono varie tecniche per alleviare il dolore: quelle naturali, che vanno dalla possibilità di cambiare a piacimento le posizioni del travaglio al parto in acqua, e quelle farmacologiche di analgesia, come l’epidurale o il protossido d’azoto. Fondamentale quindi informarsi sulle opportunità offerte dalla struttura dove si intende partorire e scegliere quella che si sente più congeniale.

Nel gestire le proprie paure gioca un ruolo fondamentale la fiducia nelle persone che ci assisteranno. Se ci dà sicurezza partorire nel luogo in cui lavora il ginecologo o l’ostetrica che ci hanno seguite per nove mesi, valutiamo la possibilità di partorire lì, perché durante il parto potrebbe essere di grande conforto vedere un volto amico e che conosce bene i nostri timori e le nostre ansie. Così come scegliamo accuratamente la persona che vorremo accanto a noi durante il travaglio: il partner, la mamma, la sorella o l’amica del cuore. In quel momento abbiamo bisogno di persone positive, in grado di sostenerci, di farci sentire a nostro agio e darci fiducia che possiamo farcela.
“Spesso per esempio i primi a chiedere il cesareo sono i papà, che mal gestiscono l’attesa e l’impotenza di vedere la propria donna soffrire senza poter fare nulla per alleviarle il dolore. Chiedendo il cesareo, pensano di risolvere subito il problema” sottolinea un medico.

Spesso dietro la paura del parto c’è l'idea che, se non siamo ‘brave’ a condurre il travaglio e a spingere nel modo giusto, possiamo arrecare danni al bambino. “E’ una paura infondata” spiega la ginecologa, “perché non è certo la donna che può arrecare danni a suo figlio e, se insorgono problemi, sono causati da fattori indipendenti dal suo maggiore o minore impegno. In ogni caso, oggi abbiamo gli strumenti idonei per accorgerci tempestivamente di una sofferenza fetale e di intervenire di conseguenza”.

E’ importante non nascondere le proprie paure ma esternarle: con i nostri cari, con altre future mamme, ma soprattutto con l’ostetrica o il ginecologo che ci stanno seguendo: sentirsi capite, ricevere la parola giusta al momento giusto possono smontare in un colpo solo tante paure.
“L’ansia non deve essere censurata o bloccata ma è importante farla fluire aprendosi ed esprimendo le paure più recondite” evidenzia un'ostretica. “Bisogna superare il muro delle resistenze, non si deve esitare a parlarne al proprio medico curante o al ginecologo. In presenza di problematiche o blocchi particolari, poi, non rifiutare un supporto psicologico al fine di stemperare ansia e preoccupazioni, combattere i pensieri ossessivi e rimuginativi e vivere una gravidanza e un parto armoniosi”.

Il corso preparto aiuta tantissimo ad attenuare le paure, chiarire dubbi, chiedere consigli. E per questo bisognerebbe scegliere un corso che non si limiti a dare informazioni teoriche, ma lasci spazio al dialogo ed al confronto. Non solo: il corso offre l’opportunità di visitare il reparto, prendere confidenza con gli ambienti e le persone che ci circonderanno e quindi riconoscerli come familiari al momento di andare a partorire.



E’ una paura inconscia, non riconosciuta razionalmente, ma spesso dietro la paura del parto si cela la paura del cambiamento che ci attende. “Con il parto cambia la propria identità in relazione alla società, alla famiglia d’origine e alla coppia: da donna, figlia, compagna, si passa ‘all’altra sponda’, diventando mamma” fa notare una psicologa.
“La consapevolezza di doversi assumere di colpo la responsabilità di diventare genitori è qualcosa che spaventa ed è un aspetto che, al momento del parto, può bloccare più di quanto non si creda. Ad alcune donne poi capita che la dilatazione non proceda perché inconsciamente hanno paura di lasciar andare il bambino che per nove mesi hanno protetto dentro di loro. E’ importante affrontare questi blocchi mentali e prepararsi al cambiamento già a fine gravidanza, magari scegliendo corsi preparto che prevedano anche incontri tenuti da psicologi”.

Durante uno studio inglese state scelte un gruppo di donne, indirizzate da ostetriche, psichiatre e baby sitters .

Tra le donne oggetto dell’indagine (26), 24 erano sposate, 24 di loro avevano fatto figli sempre con lo stesso compagno e avevano tutte più o meno la stessa età (circa 33).

Prima sorpresa ci viene dal fatto che sono state evidenziate due varianti della fobia: primaria e secondaria.

La tocofobia primaria:
tutte, terrorizzate dalla gravidanza o dal parto, ma desiderose di maternità, hanno pianificato tutto. Quindi grande paura ma anche grande desiderio. Il taglio cesareo è stata la modalità maggiormente richiesta; 3 di loro hanno partorito naturalmente ma contro la loro volontà e in seguito hanno avuto una depressione post partum; 4 hanno partorito come desideravano; 2 sono rimaste traumatizzate e le altre hanno avuto problemi a legare con il figlio.

La tocofobia secondaria:
se il parto è stato doloroso o traumatico abbiamo tutta una serie di ‘risvolti’ che ricadono sotto la variabile ‘secondaria’. Sono più a rischio le donne che hanno avuto un precedente parto negativo (travaglio lungo; taglio cesareo in emergenza; manovre ginecologiche invasive; etc); Ovviamente la casistica è molto più ampia, comprende infatti anche donne che hanno avuto un parto regolare ma che è stato vissuto molto male dalla donna e che in alcuni casi, porta ad un disturbo importante che prende il nome di D. post traumatico da stress la cui conseguenza è quella della depressione post partum.

Tornando ai dati dello studio, delle 26 donne, ben 14 di loro hanno sviluppato questa secondarietà.

Dieci di loro hanno subito operazioni come conseguenza di una sofferenza fetale; due di loro hanno avuto una lacerazione importante, 12 pensavano di morire oppure che a morire fosse stato il piccolo. Un’altra ha preferito abortire piuttosto che portare avanti la gravidanza. Però, nonostante tutto, alcune donne ci hano riprovato, infatti 13 di loro sono rimaste nuovamente incinte; 8 di loro hanno pianificato un nuovo bimbo, una ha avuto una gravidanza extrauterina, 2 un aborto spontaneo (tutte e tre erano contente di aver perso il bimbo).

Quattro donne sono diventate tocofobe come conseguenza di una depressione prenatale.
Cinque donne hanno subito abusi sessuali infantili oppure stupri (cosa c’è di più traumatico?).
Due donne pensavano di non farcela, anche se volevano un figlio però hanno interrotto la gravidanza.
Il parto può avere come conseguenza un disturbo post traumatico e divenire quindi una causa per questa fobia.

La depressione invece può essere vista come conseguenza ma anche come causa. Famosa la depressione post partum legata al tipo di parto che l’equipe ha scelto per lei e ovviamente diversa da quella preferita e che ha generato molto dolore e traumi.

Una donna può diventare tocofoba, sempre secondo lo studio di cui sopra, in seguito a pratiche per una contraccezione efficace per loro (sterilizzazione) oppure per i loro partner. Dieci donne del campione, erano  in lista proprio per questo motivo.

Da questo (e altri) studio si evince che la fobia è una cosa molto seria e andrebbe gestita in modo opportuno e le strutture sanitarie dovrebbero occuparsene seriamente.

Secondo uno studio svedese del 2002, le donne con tocofobia tendono a preferire un parto con il taglio cesareo e i dolori del parto sono vissuti più intensamente delle altre partorienti.

Il necessario sostegno viene spesso negato sia dalle strutture sanitarie che dalle famiglie.

Dal punto di vista psicologico, è necessario ridurre l’ansia con una psicoterapia di tipo analitico (per scoprire le vere cause di questa fobia) e laddove necessario (se necessario) si può far ricorso anche ad una terapia di sostegno farmacologica.




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martedì 26 gennaio 2016

LA GESTOSI


La pressione sanguigna è una misura della forza esercitata dal sangue contro le pareti delle arterie. La pressione del sangue di una persona è considerata alta indicativamente quando i valori sono superiori a 140 mm Hg per la “massima” (pressione sistolica, il numero in alto nella lettura della pressione del sangue) e/o 90 mm Hg di “minima” (pressione diastolica, il numero in basso). In generale, la pressione alta, o ipertensione, contribuisce allo sviluppo della malattia coronarica, ictus, insufficienza cardiaca ed insufficienza renale.

Anche se molte donne con pressione sanguigna alta in gravidanza hanno bambini sani senza gravi problemi, la pressione alta può essere pericolosa sia per la madre sia per il feto. Le donne con ipertensione preesistente o cronica hanno più probabilità di avere delle complicazioni durante la gravidanza rispetto a quelle con pressione sanguigna normale. Tuttavia alcune donne manifestano pressione alta solo mentre sono in stato di gravidanza (spesso chiamata ipertensione gestazionale).

L'eziopatogenesi di questa sindrome non è ancora nota, tuttavia sin dal 1972 Page formulò alcune ipotesi, basate su osservazioni sperimentali, che hanno permesso di comprendere meglio l'evoluzione della malattia. Tali osservazioni furono poi ampliate da Zeeman, Dekker et al. negli anni '90, ottenendo un quadro più completo della fisiopatologia di questa sindrome. Secondo questi autori, alcuni fattori come ipertensione essenziale preesistente, patologie renali preesistenti, eccessivo incremento ponderale durante la gravidanza, diabete e fattori immunologici innescherebbero un circolo vizioso che porterebbe alla evoluzione del quadro tipico della preeclampsia.

Ricerche più recenti hanno dimostrato che un elemento fondamentale nel determinismo della preeclampsia è rappresentato da alterazioni a carico della placenta.

La presenza del feto non è necessaria, è sufficiente la presenza del trofoblasto in condizioni di vitalità, come dimostra l'osservazione di casi di preeclampsia in donne portatrici di mola vescicolare non tempestivamente riconosciuta. Nelle donne sane si hanno modificazioni del numero e del calibro delle arterie spirali che portano il flusso ematico uterino da 50 ml/min intorno alla 9ª-10ª settimana di gestazione, a 500 ml/min a termine di gravidanza. Nelle pazienti preeclamptiche il flusso placentare risulta sensibilmente ridotto. Il motivo di questa ipoperfusione sembrerebbe risiedere nell'inadeguata invasione delle arterie spirali della decidua e del miometrio da parte del citotrofoblasto durante la fase di placentazione. Questo fenomeno provocherebbe, inoltre, una diminuita reattività alle catecolamine endogene causando una marcata riduzione del calibro delle arterie utero-placentari. Tutto ciò impedisce la formazione di un distretto circolatorio a bassa resistenza e ad alta capacità che irrora lo strato intervilloso.

Anche se l'ischemia placentare sembra avere un ruolo preponderante, numerosi altri fattori concorrono nella patogenesi della malattia. Dai dati provenienti dal Reproductive genetics Program dell'Università dello Utah si evince una predisposizione familiare a sviluppare la preeclampsia. Il gene AGT235 sembra essere responsabile dell'invio di un segnale anomalo alla placenta durante la formazione del letto vascolare. Kevin H., O' Shaughnessy et al. hanno dimostrato che una mutazione del gene che codifica per il Fattore V di Leiden, oltre a predisporre la paziente a gravi complicanze ostetriche come infarti placentari, distacco intempestivo di placenta, trombosi venosa profonda ed embolia polmonare, predispone anche alla preeclampsia. Le placente di pazienti preeclamptiche si presentano ridotte di volume; il loro quadro anatomopatologico è caratterizzato da microtrombosi diffuse con zone infartuate, più o meno estese, e da calcificazioni. Questa osservazione ha portato i ricercatori ad indagare sui fenomeni apoptotici a carico del trofoblasto conseguenti all'ischemia placentare.




Gli effetti della pressione arteriosa alta possono essere lievi o gravi. L’ipertensione può danneggiare i reni della madre ed altri organi e può causare basso peso alla nascita o parto prematuro. Nei casi più gravi la madre sviluppa preeclampsia,  anche chiamata gestosi, che può mettere a repentaglio la vita sia della madre sia del feto.

La gestosi è una condizione che inizia a svilupparsi in genere dopo la 20a settimana di gravidanza ed è correlata all’aumento della pressione sanguigna e delle proteine nelle urine della madre (come risultato di problemi renali). La preeclampsia colpisce la placenta e può colpire i reni della madre, fegato e cervello. Quando la gestosi provoca crisi epilettiche, la condizione è nota come eclampsia, la seconda causa di morte materna negli Usa. La preeclampsia negli Stati Uniti è anche una delle principali cause di complicanze fetali, tra cui basso peso alla nascita, parto prematuro e morte del feto.

Non esiste alcun modo dimostrato di prevenire la gestosi, la maggior parte delle donne che sviluppano segni di preeclampsia, comunque, sono strettamente monitorate per attenuare o evitare i problemi connessi. L’unico modo per risolvere la preeclampsia è quello di far nascere il bambino.

I problemi di pressione sanguigna si verificano in percentuale variabile tra il 6% e l’8% di tutte le gravidanze negli Stati Uniti, circa il 70 per cento dei quali per le prime gravidanze.

Anche se la percentuale di gravidanze con ipertensione gestazionale ed eclampsia è rimasto circa lo stesso negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni, il tasso di preeclampsia è aumentato di quasi un terzo. Questo aumento è dovuto in parte ad un aumento del numero di madri anziane e di nascite gemellari, in cui la gestosi si verifica più frequentemente. Ad esempio, secondo il Centro Nazionale di Statistica della Salute americano, nel 1998 i tassi di natalità tra le donne di età 30-44 anni e il numero di nascite da donne di età di 45 anni e oltre sono stati ai massimi livelli rispetto ai precedenti 3 decenni.

I soggetti a maggior rischio di sviluppo della gestosi sono:
Donne con ipertensione cronica (ipertensione prima della gravidanza).
Donne che hanno sviluppato ipertensione o preeclampsia durante una precedente gravidanza, soprattutto se queste condizioni si sono verificate all’inizio della gravidanza.
Donne che prima della gravidanza sono obese.
Donne in gravidanza di età inferiore a 20 anni o di età superiore ai 40.
Donne in attesa di un parto gemellare.
Donne con diabete, malattie renali, artrite reumatoide, lupus o sclerodermia.

Purtroppo, non esiste un test unico per prevedere o diagnosticare la gestosi. I sintomi fondamentali sono:
aumento della pressione del sangue,
aumento delle proteine nelle urine (proteinuria).
Altri sintomi che sembrano verificarsi spesso in caso di gestosi sono:
mal di testa persistente,
visione offuscata o sensibilità alla luce,
dolore addominale.
Tutte queste sensazioni possono essere causate anche da altri disturbi, ma possono verificarsi anche in gravidanze sane. Regolari visite aiutano il ginecologo a monitorare la pressione sanguigna ed il livello di proteine nelle urine, per ordinare e analizzare gli esami del sangue che rilevano i segni di gestosi e a monitorare lo sviluppo del feto più da vicino.

Gli effetti della pressione sanguigna alta durante la gravidanza variano a seconda di diversi fattori. La gestosi non aumenta in genere nella donna il rischio di sviluppo di ipertensione cronica o altri problemi cardiaci correlati ed in genere nelle donne con pressione arteriosa normale che sviluppano preeclampsia dopo la 20a settimana della prima gravidanza, le complicanze a breve termine, tra cui l’aumento della pressione sanguigna, di solito scompaiono nel giro di circa 6 settimane dopo il parto.

Alcune donne, tuttavia, possono avere più probabilità di sviluppare la pressione alta o altre malattie cardiache più avanti nella vita. Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare gli effetti a lungo termine sulla salute dei disturbi ipertensivi in gravidanza e per meglio sviluppare metodi per individuare, diagnosticare e trattare le donne a rischio per queste condizioni.

Anche se la pressione alta e i disturbi correlati durante la gravidanza possono essere seri, la maggior parte delle donne con pressione alta e coloro che sviluppano gestosi hanno gravidanze di successo.

Poiché numerosissime casistiche raccolte nel corso degli anni dimostrarono l'aspecificità degli edemi (appannaggio di numerosissime gravidanze fisiologiche e perfino assenti in alcune forme severe di gestosi), si è deciso di modificare la denominazione della sindrome e di darne una definizione ed una classificazione più aderente alla realtà clinica, comprendendola nel più grande ambito dei fenomeni ipertensivi che possono interessare la paziente gravida.

La preeclampsia-eclampsia deve essere distinta da molte altre patologie, quali l'ipertensione cronica, la malattia renale cronica, le neuropatie associate a convulsioni, la porpora trombotica trombocitopenica, la sindrome da anticorpi antifosfolipidi e la sindrome emolitico-uremica. Deve essere sempre presa in considerazione nelle donne gravide dopo la ventesima settimana di gestazione. La diagnosi risulta difficile in presenza di una patologia preesistente come l'ipertensione.

La complicanza più grave della preeclampsia è l'eclampsia. Studi effettuati nel Regno Unito riportano un'incidenza di 1 caso su 2000 gravidanze, con associata mortalità materna dell'1,8%. La sindrome HELLP è più comune (circa 1 su 500 gravidanze), ma anch'essa è rischiosa per la vita e rappresenta un'emergenza medica che richiede la pronta interruzione della gravidanza. L'emorragia cerebrale che può verificarsi in caso di eclampsia è potenzialmente letale.

L'espletamento del parto sembra essere l'unica terapia realmente efficace nel ridurre l'ipertensione materna e questo conferma ulteriormente il ruolo della placenta nel determinismo di questa patologia.

In alcuni casi, il solfato di magnesio può essere utilizzato per via endovenosa nelle donne con preeclampsia-eclampsia per prevenire le convulsioni, stabilizzandone temporaneamente le condizioni cliniche; nel contempo si usano corticosteroidi per promuovere la maturazione polmonare del feto. L'uso del solfato di magnesio è stato proposto fin dal 1955 L'evidenza clinica che ha supportato l'uso del solfato di magnesio è giunta dallo studio MAPGIE. Quando il parto deve essere indotto prima della trentasettesima settimana di gestazione, è opinione condivisa che vi siano per il neonato dei rischi aggiuntivi legati alla prematurità, che richiedono particolare attenzione.

Dagli studi effettuati è emerso che né i supplementi proteico-calorici, né la riduzione delle proteine nella dieta hanno effetti sull'incidenza della preeclampsia. Altri studi riguardanti la supplementazione dietetica con antiossidanti, come le vitamine C ed E, non hanno dimostrato effetti protettivi sull'incidenza di preeclampsia. Secondo i ricercatori Padayatty and Levine del National Institute of Health statunitense, tuttavia, nello studio precedentemente citato era stato sottovalutato l'effetto di sostanze come l'acido ascorbico, le cui concentrazioni plasmatiche non erano state riportate dagli autori e potevano quindi essere simili tra il gruppo di trattamento e quello di controllo. Inoltre le dosi somministrate, pari a un grammo al giorno, sempre secondo i due ricercatori sarebbero state insufficienti ad aumentare adeguatamente i livelli plasmatici e intracellulari di ascorbato e gli studi avrebbero dovuto prevedere dosaggi più alti di vitamina C per mostrarne gli effetti benefici. Anche bassi livelli di vitamina D potrebbero costituire un fattore di rischio per la preeclampsia. La supplementazione di calcio in donne con basse concentrazioni di questo elemento nella dieta non riduce l'incidenza di preeclampsia, ma diminuisce la frequenza di complicanze gravi. Bassi livelli di selenio nel sangue sono associati con una maggiore incidenza di preeclampsia rispetto ai controlli. Anche per altre vitamine è stato dimostrato un ruolo nell'incidenza delle malattia.

La prevenzione della preeclampsia con acido acetilsalicilico (Aspirina) è ancora oggetto di dibattito per quanto riguarda l'efficacia e la posologia. Generalmente si utilizza nelle donne a rischio, a dosaggi di 60-150 mg/die. Questo approccio è basato sull'osservazione che l'acido acetilsalicilico a bassi dosaggi inibisce l'aggregazione piastrinica e favorisce lo stato vasodilatativo. Gli studi compiuti, però, non danno risultati univoci.

In maniera favorevole, pur con precise indicazioni, si sono espressi l'American college of obstetricians and gynecologists, la World health organization, il National institute for health and clinical excellence, l'American heart association, l'American stroke association e l'American academy of family practice.

Uno studio scientifico del 2000, e studi successivi, hanno suggerito che una maggiore esposizione allo sperma del partner (sia tramite ingestione da fellatio che attraverso altre modalità di rapporto sessuale) da parte delle gestanti può ridurre il rischio della sindrome preeclamptica e quindi dell'eclampsia.

Ciò sembrerebbe legato all'induzione di un fattore di tolleranza per l'HLA (complesso maggiore di istocompatibilità) del feto, che si presenta a tutti gli effetti come un "corpo estraneo" per il sistema immunitario materno, tramite l'ingestione di HLA paterno contenuto nel liquido seminale.




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lunedì 25 gennaio 2016

DIVIETI DI FUMO



Dal 2 febbraio 2016, sarà vietato fumare in auto in presenza di minori e gestanti: entrerà in vigore il decreto legislativo numero 6 del 12 gennaio 2016, che recepisce la direttiva 2014/40/UE sui prodotti del tabacco. Di grande importanza sono le disposizioni contenute nell'articolo 24 del decreto, che prevede la modifica e l'integrazione dell'articolo 51 della legge numero 3 del 16 gennaio 2003 sul divieto di fumo.
Il testo attualmente in vigore vieta di fumare: nei locali chiusi, a eccezione di quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico e di quelli riservati ai fumatori e come tali contrassegnati; e nelle aree all'aperto di pertinenza delle istituzioni del sistema educativo di istruzione e di formazione. Dal 2 febbraio 2016, il decreto estenderà il divieto di fumo nelle seguenti aree o circostanze: nelle pertinenze esterne delle strutture universitarie ospedaliere, presidi ospedalieri e Istituti pediatrici; e nelle pertinenze esterne dei reparti di ginecologia e ostetricia, neonatologia e pediatria delle strutture universitarie ospedaliere e dei presidi ospedalieri e degli Istituti di ricovero. E, appunto, quando a bordo di autoveicoli, in sosta o in movimento, sono presenti minori di 18 anni e donne in stato di gravidanza: in questo caso il divieto vale sia per il conducente sia per i passeggeri. Le aziende ora puntano sul nuovo prodotto: una cartuccia di tabacco lavorato: scaldandosi, il contenuto evapora e per chi lo aspira, non essendoci combustione, dovrebbero diminuire i danni per la salute.

Le sanzioni sono quelle previste dall'articolo 7 della legge 584 dell'11 novembre 1975, con l'aggiornamento disposto nel 2004, ovvero: sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 27,5 a 275 euro (ammesso il pagamento in misura ridotta pari a 55 euro); sanzione raddoppiata, cioè da 55 a 550 euro (ammesso il pagamento in misura ridotta pari a 110 euro) se la violazione è commessa in presenza di una donna in evidente stato di gravidanza o in presenza di lattanti o bambini fino a dodici anni.

Accertare che nell'abitacolo ci sono minori è difficile senza fermare immediatamente il veicolo, salvo esporsi al rischio di aumentare il contenzioso. E le infrazioni che di fatto richiedono l'alt sono quelle che le forze dell'ordine riescono a punire più di rado. Per avere un'idea delle difficoltà, basta ricordare che una prima proposta di questo tipo fu accantonata proprio perché poco applicabile.

In più, non si potranno vendere ai minori sigarette elettroniche e contenitori di liquido di ricarica con presenza di nicotina e prodotti di nuova generazione.



Con la regolamentazione iniziano anche le verifiche di centri di ricerca istituzionali che dovranno confermare se il rischio è ridotto davvero e in quali proporzioni. Le multinazionali stanno investendo in questo settore, considerate le sempre più rigide restrizioni e il progressivo, seppur lento, calo dei clienti. Rispetto all’Europa, in Italia viene allargata la rosa dei luoghi all’aperto dove l’accensione di una sigaretta sarà un atto punibile, con l’aggiunta di strutture universitarie ospedaliere, presidi ospedalieri e istituti di ricovero e cura a carattere scientifico pediatrici, fuori dei reparti di ginecologia e ostetricia, neonatologia e pediatria di università e ospedali. Spazio poi alle immagini shock sui pacchetti che già altri Paesi hanno introdotto. Macabre foto di persone malate e avvertimenti non troppo sibillini. In più, limiti alla vendita del tabacco sfuso: non più di 30 grammi. Le norme verranno applicate progressivamente per consentire alle aziende di adeguarsi.

Lo Stato della California è stato il primo al mondo a porre in essere una legge antifumo sui posti di lavoro nel 1994, e un divieto di fumo totale negli spazi chiusi nel 1998.

L'Irlanda è stata la prima nazione a bandire il fumo in tutti i luoghi di lavoro chiusi, nel marzo 2004.

Nel Regno Unito il divieto è in vigore a partire dal 1º luglio del 2007, quando l'Inghilterra si è unita a quanto avevano già fatto Galles, Scozia e Irlanda del Nord.

La Danimarca ha ufficialmente adottato un divieto di fumo in bar, club e ristoranti a partire dal 15 agosto 2007.

Paesi Bassi e Romania hanno adottato simili divieti a partire dal 1º luglio 2008.

La Francia ha totalmente bandito il fumo dagli spazi chiusi, inclusi i bar, i pub e i club privati. Il divieto è in vigore dal 1º gennaio 2008.

A partire dal 2 gennaio 2011 la legge antifumo è entrata in vigore anche in Spagna.

In Germania, paese federale, non esiste una legge antifumo stringente e omogenea a livello nazionale. Ci sono Stati come ad esempio la Baviera che lo proibiscono completamente in tutti i luoghi pubblici chiusi e non ammettono eccezioni (neanche nei tendoni dell'Oktoberfest), mentre invece altri Land lasciano margini di discrezionalità ai gestori di bar e ristoranti permettendo loro di scegliere come comportarsi in base a logiche commerciali.




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domenica 24 gennaio 2016

IL DISTURBO BORDELINE



Il disturbo borderline di personalità (DBP) è un disturbo di personalità caratterizzato da repentini cambiamenti di umore, instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri, marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri. Questi elementi si rinforzano reciprocamente, generando notevole sofferenza e comportamenti problematici. Ne consegue che le persone con questo disturbo, pur essendo dotate di molte risorse personali e sociali, realizzano con difficoltà e a fatica i propri obiettivi.
Tra i disturbi di personalità, il disturbo borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica. Colpisce il 2% della popolazione, più frequentemente il sesso femminile. L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta.

Tra le caratteristiche principali di chi presenta il disturbo borderline figura l’instabilità emotiva, che si manifesta con marcati e repentini cambiamenti dell’umore: queste persone possono oscillare rapidamente, ad esempio, tra la serenità e la forte tristezza, tra l’intensa rabbia e il senso di colpa. A volte emozioni contrastanti sono presenti contemporaneamente, tanto da creare caos nel soggetto e nelle persone a lui vicine.
Queste “tempeste emotive” si scatenano soprattutto in risposta ad eventi relazionali spiacevoli, come, ad esempio, un rifiuto, una critica o una semplice disattenzione da parte degli altri. La reazione emotiva di chi ha questo disturbo è molto  più  immediata, marcata e duratura rispetto a quella delle altre persone (vulnerabilità emotiva), per cui gestire le proprie emozioni diventa più difficile (disregolazione emotiva).
Nel tentativo di controllare i propri picchi emotivi, le persone con disturbo borderline di personalità ricorrono all’azione impulsivamente, agiscono senza riflettere. L’impulsività si può esprimere con esplosioni di rabbia, litigi violenti fino alla rissa, abuso di sostanze, abbuffate di cibo, gioco d’azzardo, promiscuità sessuale, spese sconsiderate. Possono anche manifestarsi, a volte anche in modo ricorrente, atti autolesivi (es. procurarsi dei tagli sul corpo con delle lamette o delle bruciature con dei mozziconi di sigaretta, ingerire dosi eccessive di psicofarmaci) o tentativi di suicidio.
Un’altra caratteristica importante di chi ha questo disturbo è la difficoltà a riflettere sulle proprie esperienze, sui propri stati d’animo e sui propri rapporti interpersonali in modo coerente e lineare. Le conversazioni di queste persone appaiono in genere ricche di episodi, scene e personaggi, ma prive di un filo conduttore evidente. In altri casi, invece, sembra che stiano raccontando “tutto ed il contrario di tutto”: il loro punto di vista su sé stessi o sulle altre persone risulta contraddittorio.
I soggetti con disturbo borderline presentano, inoltre, relazioni con gli altri tumultuose, intense e coinvolgenti, ma ancora una volta estremamente instabili e caotiche. Non hanno vie di mezzo, sono per il “tutto o nulla”, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione (es. possono dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”).  I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro, il partner o un amico, sia perfetto, completamente e costantemente protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un errore, una critica o una disattenzione, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto: minaccioso, ingannevole, disonesto, malevolo. In molti casi le due immagini dell’altro, quella “buona” e quella “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline, generando ulteriore caos.
Tutte queste difficoltà incidono drammaticamente sulla stima di sé, per cui i soggetti con questo disturbo si percepiscono, contemporaneamente, sbagliati e fragili. Espressioni come “Non valgo niente!”, “Sono un bluff!”, “Sono inconsistente!”, “Sono orribile!” compaiono frequentemente nei loro pensieri. Trascorrono la maggior parte del tempo a cercare di correggere questi presunti difetti, trattandosi con severità e pretendendo da se stessi cambiamenti impossibili: è una battaglia già persa in partenza, che conferma la loro iniziale percezione di essere sbagliati.
In questo contesto, a volte l’altro è sentito come giudicante e come se fosse un nemico da cui difendersi. In questi momenti queste persone si sentono fragili, facilmente feribili ed esposte, senza possibilità di difesa e di aiuto, ad un mondo potenzialmente minaccioso e pericoloso. Soprattutto in situazioni di stress, questi soggetti possono presentare degli episodi di ideazione paranoide durante i quali pensano che gli altri abbiano intenzioni malevole e ostili verso di loro. In altri casi, invece, rispondono allo stress con delle crisi dissociative durante le quali perdono transitoriamente le capacità critiche ed il senso di sé. In questi casi, l’emozione dominante è la paura, a cui spesso si associa una sensazione di assoluta solitudine e di totale abbandono da parte degli altri.
A volte riescono a sottrarsi alle forti pressioni  cui sono sottoposti distaccandosi da tutto e da tutti:  entrano in uno stato di vuoto nel quale avvertono una penosa mancanza di scopi. Si tratta di una condizione pericolosa, in quanto in questi stati sono frequenti le tendenze all’azione, come le abbuffate di cibo, l’abuso di sostanze stupefacenti, gli atti autolesivi e i tentativi di suicidio.



Il disturbo borderline  è caratterizzato da una disregolazione emotiva pervasiva e da oscillazioni dell’umore dipendenti dal contesto, in particolare dall’andamento delle  relazioni interpersonali. Spesso, però, riuscire a collegare umore, pensieri e fatti accaduti non è immediato e semplice per questi pazienti ed è necessario lavorare molto in terapia per aiutarli a capire come mai stanno male.
Essere emotivamente disregolati vuol dire non riuscire a tollerare e modulare le proprie emozioni. A volte questi pazienti non sono nemmeno in grado di riconoscere le proprie emozioni.  E’ come se i soggetti borderline avessero imparato ad evitare gli stimoli emotivi negativi, sviluppando, per così dire, una sorta di “fobia delle emozioni negative”. Questi pazienti, dunque, nel tentativo di controllare i propri picchi emotivi,  ricorrono all’azione impulsivamente,  agiscono senza riflettere. L’impulsività si può esprimere con esplosioni di rabbia e litigi anche molto violenti.
Per allacciare e mantenere relazioni affettive significative è necessario possedere uno stabile senso della propria identità e la capacità di esprimere spontaneamente le proprie emozioni. I rapporti interpersonali richiedono anche la capacità di autoregolare le proprie risposte emotive in maniera appropriata, di controllare i comportamenti impulsivi e di tollerare, entro certi limiti, le situazioni che generano stati di disagio. In mancanza di queste capacità il paziente borderline manifesta comprensibili difficoltà nei rapporti interpersonali. In particolare, la sua incapacità di contenere la rabbia, nonché di limitarne le espressioni manifeste, gli preclude ogni possibilità di mantenere rapporti affettivi stabili. Capita molto di frequente che le persone più vicine ai pazienti borderline, di fronte alle espressioni emotive esasperate, violente del proprio familiare, oscillino in maniera inconstante tra l’accettazione e il rifiuto. Questo perché, spesso e comprensibilmente, non riescono a “entrare nella mente” del proprio caro e capire quale sia la cosa più opportuna da fare in quel momento.

I pazienti borderline hanno sviluppato nel corso della propria storia un concetto di sé in quanto esseri indegni, cattivi, difettosi e si aspettano che, nel momento in cui gli altri si saranno accorti di questa loro indegnità, inevitabilmente li abbandoneranno. Ai loro occhi ogni allontanamento, ogni assenza, ogni  distacco temporaneo e anche le piccole divergenze quotidiane rappresentano un potenziale pericolo che quello che loro si aspettano, ovvero di essere abbandonati, stia per accadere. L’abbandono confermerebbe la loro credenza di essere indegni e non meritevoli di essere amati. Per questo motivo, i pazienti borderline cercano di evitare con tutte le forze di essere abbandonati e lo fanno adottando comportamenti spesso eccessivi, drammatici, esasperati. L’abbandono li farebbe precipitare nella disperazione, quella disperazione di chi teme che la sua paura più profonda, ovvero quella di non poter essere amato in quanto cattivo, difettoso e indegno, abbia un fondamento.

Il paziente borderline ha spesso la percezione di essere “diverso” , di essere quasi un'altra persona a seconda della situazione e del contesto. Spesso, questa è la stessa percezione che hanno le persone che vivono e sono vicine ad un paziente borderline. A volte hanno la sensazione di avere a che fare con persone differenti a seconda della situazione.

Generalmente le persone acquisiscono il senso della propria identità non solo attraverso l’autosservazione ma anche sulla base delle risposte e delle reazioni degli altri. La coerenza, la continuità e la prevedibilità nel tempo delle nostre risposte emotive è fondamentale per capire chi siamo e per percepirci  come esseri “integri”.

Il senso della nostra identità dipende, tra l’altro, anche dalla possibilità di preferire o amare qualcosa in maniera stabile. Ad esempio, una persona che ami molto disegnare potrà sviluppare nel tempo un’immagine di sé che includa alcuni aspetti di un’ “identità d’artista”. Se, però, io non ho accesso alle mie emozioni e  non sono dunque capace di identificare cosa mi piace, cosa amo, cosa mi fa paura, cosa mi provoca vergogna, come farò a capire chi sono e a percepire me stesso in maniera stabile e continua nel tempo?

I pazienti borderline spesso ci raccontano di “sentirsi vuoti”. E’ qualcosa di apparentemente molti simile alla noia ma, in realtà, si tratta di uno stato mentale tipico durante il quale questi pazienti si sentono come “anestetizzati”, distaccati dalla realtà.

Accade spesso che i pazienti borderline tentino il suicidio, pensino al suicidio o siano convinti che il suicidio sia la migliore soluzione ai propri problemi. Questo accade perché, ai loro occhi, la loro vita è realmente intollerabile.

Questi pazienti attraversano crisi dolorosissime, sono molto più vulnerabili ad esperienze stressanti, vivono relazioni spesso problematiche, sono sottoposti a situazioni  lavorative insopportabili e tutte queste cose insieme sono davvero troppe perché possano trovare un senso alla propria esistenza.  Dunque l’idea di potersi togliere la vita, per queste persone, rappresenta una sorta di “via d’uscita”, un sollievo da stati emotivi negativi molto intensi.

E’ evidente che questa è una delle tante manifestazioni del problema di fondo che, come abbiamo visto, è dato dalla incapacità di tollerare e regolare le emozioni, anche quelle di panico e di tristezza.



Sembra che anche i gesti autolesivi e impulsivi, in generale, assolvano più o meno alla stessa funzione. Servono, cioè, a dare sollievo nei momenti di disperazione. Un’overdose, ad esempio, determina generalmente un’ipersonnia che ha importanti effetti sulla regolazione dell’emotività. Questi pazienti ci raccontano spesso che provano una piacevole sensazione di sollievo e di liberazione dall’ansia e da molti altri stati dolorosi dopo essersi procurati ferite da taglio.

Non dobbiamo tralasciare il fatto che atti autolesivi e minacce di suicidio spesso comprensibilmente generano risposte di sostegno da parte di chi sta vicino al soggetto e questo spesso ha l’effetto di contenere il  suo malessere.

Risposte dissociative. In momenti di estremo stress, i pazienti borderline possono manifestare sintomi di dissociazione durante i quali hanno la sensazione di non essere “presenti a sé stessi” e dei quali, a posteriori, non ricordano nulla.

Anche i sintomi dissociativi, come i gesti automutilanti e impulsivi, rappresentano un tentativo di “regolare” un’emozione troppo intensa che non può essere gestita altrimenti. E’ come se il soggetto borderline, in maniera del tutto automatica e inconsapevole, “staccasse la spina” nel momento in cui le emozioni  che prova sono troppo intense per essere esperite.

Gli aspetti sintomatici più salienti e tipici del disturbo borderline di personalità non sono altro, in definitiva, che tentativi disfunzionali di “regolare”  emozioni troppo intense (ad esempio, ingurgito notevoli quantità di cibo o assumo droghe perché questo è l’unico modo che conosco e che ho imparato di gestire un’emozione di tristezza, di rabbia o di paura molto intensa).

E’ molto importante, dunque, per chi vive a contatto con pazienti borderline comprendere che anche comportamenti eccessivi, autodistruttivi  e apparentemente senza senso, in realtà, un senso e una funzione per questi soggetti ce l’hanno eccome, ed è appunto quella di regolare nel breve termine le emozioni.

Per prima cosa è necessario validare gli stati d’animo di questi pazienti. Validare significa comunicare ad una persona che le sue emozioni e le sue reazioni hanno un senso anche se questo senso non lo condividiamo, anche se al loro posto probabilmente ci sentiremmo in una maniera diversa, anche se le loro reazioni ci sembrano spropositate. Validare vuol dire “capisco che tu stia male, il tuo stare male ha una sua legittimità”.

Un ambiente validante permette di:
riconoscere le proprie emozioni come legittime e  appropriate e, di conseguenza, gestibili.
percepire come condivisa la propria rappresentazione di sé e del mondo
trovare modalità di comportamento adeguate a migliorare lo stato emotivo di sofferenza.
Cosa, al contrario, non è validante?
Attribuire all’individuo sentimenti e sensazioni che afferma di non provare (“sei arrabbiato ma certamente non vuoi ammetterlo!”)
Ricondurre l’espressione di stati interni dolorosi a una presunta iperattività o ipersensibilità, a una sua tendenza a distorcere il significato delle situazioni (“fai così perché sei ipersensibile, è colpa tua!”)
Ricondurre a presunte intenzioni ostili o manipolative comportamenti che hanno involontarie conseguenze negative sugli altri. Accade spesso che i familiari (e anche i terapeuti) di pazienti borderline si sentano manipolati dai pazienti e di conseguenza arrabbiati con essi e gli attribuiscano intenzioni manipolatorie, aggressive o vendicative. Ebbene, spesso non è così. Spesso, nonostante l’effetto sugli altri sia quello di farli sentire manipolati e arrabbiati, l’intenzione del paziente era di tutt’altra natura. A volte l’intenzione nascosta dietro un gesto aggressivo o minaccioso è quella di chiedere semplicemente un po’ di attenzione.
Interpretare i fallimenti come le naturali conseguenze della scarsa motivazione dell’individuo, della sua mancanza di disciplina e di volontà di affermarsi.

Lo sforzo di comprendere che le reazioni dell’individuo sono valide consente di affrontare gli aspetti disfunzionali che devono essere modificati. In altri termini, se il paziente borderline non “valida” e dunque accetta il proprio mondo interno, difficilmente riuscirà a modificare parti di esso.

A volte accade che i familiari di pazienti borderline in trattamento manifestino rispetto alla terapia aspettative di cambiamento veloce e “guarigione” quasi immediata. E’ molto importante ricordare che qualsiasi cambiamento, specie se così radicale e importante, è carico di paure e proprio per questo è necessario procedere con molta cautela.

Lo sforzo più doloroso e difficile che un familiare di un paziente borderline deve compiere è quello di accettare di essere ferito.  E’ fondamentale, a questo proposito, ricordare sempre che l’esplosione di rabbia e di aggressività rivolta verso i familiari non significa una reale e autentica messa in discussione del legame affettivo ma, a volte, anche se non sempre, può rappresentare al contrario una richiesta disfunzionale di accudimento.

Quando si ha a che fare con i problemi di un membro della famiglia, in tutti i casi è importante:
Coinvolgere la persona nell’individuazione di quanto si deve fare
Chiedere se la persona è in grado di fare ciò che è necessario per la soluzione
Chiedere se vuole che facciamo quanto è necessario
In altri termini, è quasi sempre sconsigliabile “sostituirci” al nostro familiare nella risoluzione dei suoi problemi.  In questo modo, infatti, gli veicoleremmo il messaggio che lui o lei da solo non ce la fa e non ce la può fare. Comunichiamogli invece che siamo pronti ad aiutarlo se lui ha bisogno e che gli siamo vicini. In questo modo gli rimanderemo un immagine di sé come competente ed efficace.

I familiari dei pazienti borderline spesso compiono sforzi immani per tentare di individuare la modalità di interazione più corretta con il proprio caro, per trovare le parole più appropriate, nella speranza che questo sia sufficiente a “cambiare le cose”. Ebbene, non è così.
L’ambiente familiare è certamente un elemento importantissimo per favorire il cambiamento ma, da solo, non può determinarlo.

Il paziente borderline è un paziente che necessità di un trattamento mirato effettuato secondo protocolli specifici che, in molti casi, prevedono l’abbinamento di una psicoterapia individuale ad una psicoterapia di gruppo ad un costante monitoraggio farmacologico effettuato da professionisti che abbiano ricevuto un training specifico.

Per i familiari di questi pazienti, accettare i propri limiti vuol dire, inoltre, accettare di poter sbagliare e capire che a volte dire qualcosa di sbagliato e  innescare spirali di violenza e aggressività nonostante si sia  animati dalle migliori intenzioni è parte del gioco e non lo si può evitare.

La letteratura è concorde nell’indicare come fattori di rischio del disturbo borderline di personalità due aspetti che interagirebbero tra loro potenziandosi reciprocamente:
un’infanzia trascorsa in un ambiente invalidante, cioè un contesto in cui il soggetto può essere stato esposto a svalutazione dei propri stati mentali (pensieri, emozioni e sensazioni fisiche), interazioni caotiche ed inappropriate, espressioni emotive intense, carenze di cure, maltrattamenti e abusi sessuali;
fattori genetico-temperamentali, che predisporrebbero il soggetto allo sviluppo della  disregolazione emotiva.

È indispensabile un trattamento psicoterapico, anche se è molto difficile portare a termine tale trattamento a causa dei frequenti abbandoni da parte del paziente. Tali trattamenti possono durare anni. Il livello dell'assistenza va dal trattamento ospedaliero al trattamento ambulatoriale. Possono essere adottate psicoterapie individuali, terapie cognitivo-comportamentali, terapie di gruppo interpersonale, terapie familiari.

È consigliabile un approccio integrato tra psicoterapia e farmacoterapia, quest'ultima a base di stabilizzatori dell'umore (al litio si preferisce il valproato) ad ansiolitici, se necessari, ed antidepressivi, i quali andranno sospesi al minimo sospetto dell'inizio di un periodo di mania. Sono stati dimostrati dei benefici anche con la schema therapy.

Gli SSRI si sono dimostrati efficaci nell'alleviare l'ansia e la depressione, come la rabbia e l'ostilità, associati in alcuni pazienti affetti da questa patologia. È necessario un periodo maggiore affinché gli effetti benefici dei medicinali appaiano, piuttosto che nella depressione.

I nuovi antipsicotici atipici sono noti per avere degli effetti migliori di quelli tipici. Gli antipsicotici sono anche usati per trattare distorsioni del pensiero o false percezioni. L'uso degli antipsicotici è generalmente di breve termine. Quattro test non-controllati e otto casi, suggeriscono che parecchi antipsicotici atipici come la clozapina, l'olanzapina, la quetiapina e il risperidone, possono aiutare i pazienti affetti dal DBP con sintomi para-psicotici, impulsivi e intenti suicidari. Tuttavia, ci sono molti effetti collaterali attribuibili agli antipsicotici atipici, quali la discinesia tardiva, il forte aumento di peso corporeo e tutto ciò che ne consegue.





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sabato 23 gennaio 2016

LA GERONTOFILIA



La gerontofilia deriva dal greco geron che significa anziano e philia cioè amore, affinità e indica l'attrazione sessuale specifica, tendenzialmente esclusiva, verso persone anziane da parte di persone molto più giovani. È considerata una perversione sessuale, una parafilia in quanto il soggetto è sessualmente attratto solo ed esclusivamente da persone anziane. Tale forma di attrazione può assumere un carattere aggravante nel caso in cui il soggetto anziano sia incapace di intendere o volere oppure costretto a subire forme di sessualità rispetto alle quali esso non sia consenziente. È interpretata come equivalente edipico.

Nel linguaggio comune il termine gerontofilia assume un significato diverso e definisce quel tipo di relazione che lega una persona particolarmente giovane, più frequentemente una donna, a un'altra di età molto più avanzata.

Le cause possono essere rintracciate nel mancato superamento del complesso di Edipo (complesso che porta il bambino a rivaleggiare con il genitore dello stesso sesso per ottenere l’amore esclusivo del genitore del sesso opposto) o del complesso di Elettra (complesso che evidenzia l’attrazione della figlia verso il padre).Si tratta certamente di una manifestazione della sessualità insolita che non deve essere necessariamente etichettata come “sbagliata” o “anormale” ma che diventa tale nel momento in cui l’oggetto di attrazione è una persona non consenziente o comunque soggetta ad umiliazione e sofferenza.

Anche questo tipo di perversione per sua natura non può essere considerata causa scatenante di violenze e il gerontofilo può condurre una normale vita ed intrattenere relazioni consenzienti, durature o meno, con persone anziane. Uno dei più recenti casi che ha conquistato le cronache di tutto il mondo è quello di Key Jones, 31enne americano che da ormai qualche anno frequenta un’arzilla signora di 91 anni. La coppia si frequenta felicemente e tiene a far sapere che la loro vita sessuale è più che attiva.

Uscendo dall’ambito della consensualità, la gerontofilia è stata talvolta legata ad alcuni casi di violenza, anche seriale, sebbene risulti estremamente rara anche in tema criminale. Una delle vicende più macabre ha visto protagonista il serial killer russo
Sergej Rjachovskij, il quale diede inizio alla sua “carriera” assalendo e stuprando almeno dieci donne anziane.

Caso ancor più interessante è quello dello spagnolo José Ignacio. Nato nel 1953 a Valladolid e in seguito trasferitosi a Barcellona, scenario della sua lunga lista di aggressioni, già in tenera età mostrava una strana ossessione nei confronti di sua nonna e talvolta veniva beccato a spiarla mentre era nuda. Un’abitudine che non ha perso con il tempo e, quando in età adulta fu arrestato, confessò le violenze carnali e gli omicidi di almeno undici donne anziane. Condannato a trascorrere il resto della sua esistenza dietro le sbarre, riesce ad uscire dal carcere in seguito ad una riforma del codice penale spagnolo. José tuttavia tornerà presto al fresco dato che – come egli stesso aveva riferito esplicitamente alle autorità prima del suo rilascio – non ha mai smesso di provare pulsazioni sessuali e violente nei confronti delle donne anziane.




L’attenzione sessuale verso soggetti (in particolare donne) appartenenti alla terza età alimenta anche il fiorente mercato della pornografia e dei video hard amatoriali e professionali, in particolare con diffusione via internet. Le foto e i video che coinvolgono donne mature sono classificate come “mature” o “granny” (se le donne sono di età particolarmente avanzata). Esiste poi un filone definito con l’acronimo MILF (deriva dal linguaggio gergale anglo-americano) che riguarda donne di età non più giovanissima, ma neppure troppo avanzata con evidente riferimento all'età media in cui una donna è già diventata madre di uno o più figli, ma tuttavia mantiene un aspetto fisico considerato ancora sessualmente appetibile.

Molto spesso questo tipo di pornografia gioca sull'insoddisfazione e sull'irrequietezza sessuale delle donne non più giovani.

E qui ritroviamo uno stereotipo sessuale ancora molto diffuso che vuole la donna matura costantemente insoddisfatta sessualmente perché non più desiderabile.

Tale pensiero appare assolutamente da contrastare perché può alimentare atteggiamenti di arroganza e prepotenza che possono in casi limite fornire l’illusione che la donna non più giovane possa “godere” di un violento agito sessuale.

E c’è chi per questo pensiero arriva a sorridere, ironizzare e/o banalizzare questo tipo di violenza.



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venerdì 22 gennaio 2016

IL PARTO IN ACQUA



L'uso di una vasca di acqua tiepida per il travaglio e il parto è un fenomeno relativamente recente in occidente. Nel 1960 il ricercatore russo Igor' Čarkovskij condusse studi riguardo alla sicurezza e ai benefici del parto in acqua. Nel 1960 l'ostetrico francese Frédérick Leboyer sviluppò la pratica di immergere i neonati nell'acqua calda per aiutarli nel passaggio tra l'utero e il mondo esterno e per attenuare gli effetti di un possibile trauma psicologico legato alla nascita.

I proponenti ritengono che questo metodo porti benefici alla salute e al benessere psicofisico sia della madre che del neonato e che sia un'alternativa sicura alle modalità più consuete del partorire.

Studi internazionali concordano: l’acqua esercita un effetto rilassante sul corpo della donna e aiuta a distrarre la mente dal dolore. “Gli studi ha evidenziato anche una riduzione degli ormoni legati allo stress e un aumento di quelli legati al piacere,” sottolinea la capo ostetrica di un ospedale.

Diminuisce il dolore; può diminuire la prima fase del travaglio, riducendo i tempi per la dilatazione; diminuisce il rischio di lacerazioni al momento del parto perché l’acqua aiuta la distensione dei tessuti; si riduce l’uso dei farmaci; risultano in calo i parti operativi.

E' adatto a tutte le donne purché la gravidanza e il travaglio siano considerati fisiologici, cioè a basso rischio. Per questo si fa una selezione, sulla base dei seguenti criteri:la gravidanza deve essere fisiologica (cioè non a rischio); non deve essere gemellare; deve essere a termine (37-41 settimane); giusta presentazione cefalica del bimbo; i test sierologici (come hiv) devono essere risultati negativi (hiv) per la salvaguardia degli operatori; non ci devono essere infezioni cutanee e febbre; il travaglio deve essere ben avviato.

La donna entra nella vasca, in genere alta 70 centimetri circa, che è colma di acqua calda. E’ libera di muoversi, di stare accovacciata, di alzarsi, di uscire, di rientrare. Insomma, ha piena libertà di movimento, un aspetto considerato fondamentale dai fautori del ‘parto dolce’. La temperatura dell’acqua in travaglio è di 36° C, quando ci si avvicina all’espulsione aumenta a circa 37° C.

Un importante studio britannico, ha messo a confronto 25mila parti in acqua con 25mila parti normali e ha concluso che non ci sono rischi di infezioni. Lo stesso vale per le emorragie e la mortalità del feto. Per quest’ultimo aspetto si raccomanda di tenere la temperatura non oltre i 37° C per periodi di tempo prolungati.
I papà sono anche più partecipi e poi se vogliono possono entrare in acqua. Che questo succeda o meno dipende dall’intimità della coppia. A volte è capitato che la donna non volesse nessuno in acqua con lei, la vasca diventava un po’ come una tana. In generale, comunque il partner è più tranquillo nei parti in acqua perché la donna è più tranquilla e serena. Spesso l’uomo non prova quel senso di impotenza che può sentire invece in un parto dove prevale, alcune volte anche in modo violento, la sofferenza e il dolore della donna.



L'ostetrica o il ginecologo saranno con voi per tutto il parto, controllando sempre il battito cardiaco del bambino e la temperatura dell'acqua. Durante il parto vi sarà chiesto di lasciare la piscina, per diversi motivi: per dei normali controlli; se la piscina diventa molto sporca; se il travaglio è troppo lento. In quest'ultimo caso, se dopo due ore il travaglio non va avanti il medico vi esorterà a lasciare la piscina, per poi ritornare dentro più tardi.

Potete anche lasciare la piscina di vostra spontanea volontà: il fatto che abbiate scelto di partorire in questo modo non vi vieta di cambiare idea o semplicemente non vi forza a dover passare tutto il travaglio in acqua.

Molte mamme si preoccupano che i loro bambini, nel tentativo di respirare, possano ingoiare dell'acqua, ma il riflesso del neonato di respirare non c'è fino a quando non esce fuori dal liquido, quindi niente paura.

I residui nell'acqua potrebbero impressionarvi; questo non è un parto per le mamme e i papà schizzinosi.
In un parto in acqua non si può avere l' epidurale.




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