giovedì 28 gennaio 2016

IL MONDO INVISIBILE DEI DISOCCUPATI



"L'Italia non viene a chiedere l'elemosina a nessuno".
Con queste parole il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha concluso l'audizione presso la Commissione Lavoro e Affari sociali del Parlamento europeo, rispondendo all'europarlamentare britannica Jane Collins (Ukip/Efdd).
Il titolare del Tesoro ha presentato la proposta per un meccanismo di contrasto alla disoccupazione, un fondo da usare in quei Paesi dell'Ue dove la situazione è più critica, ma nel suo intervento in commissione Collins ha criticato l'Italia per gli aiuti dati all'Ilva di Taranto, che il nostro Paese a suo giudizio avrebbe potuto usare per aiutare i disoccupati italiani invece di chiedere soldi in Europa con un meccanismo.
"Collins, l'Italia non viene a chiedere l'elemosina a nessuno", la replica di Padoan. Per far arrivare il messaggio in modo più diretto, il ministro si è rivolto alla platea dei parlamentari europei direttamente in inglese, mentre tutta l'audizione è stata in italiano.
L’allarme sociale continua ad essere elevato, non solo in Italia ma nell’intera Europa. Ogni settimana qualche titolo dei quotidiani ci ricorda la gravità del fenomeno: operai che vanno sui tetti delle loro strutture, dipendenti che occupano le fabbriche, cortei che sfilano nella maggiori città del nostro paese mobilitati per chiedere cambiamenti alle istituzioni latitanti.  Accanto a queste “reazioni collettive” emergono segnali meno eclatanti, ma non meno importanti, legati al disagio individuale.  Episodi di aggressività e violenza verso i dirigenti e persino suicidi di lavoratori ed imprenditori sono la “clamorosa” punta del’iceberg, che trova la sua base in un malcontento diffuso. Sono in aumento tra i disoccupati, sintomi ansiosi, depressione, disturbi psicosomatici, oltre che un abbassamento dell’autostima, scoraggiamento ed apatia..

Fortunatamente non è rintracciabile una sindrome psicopatologica, in senso, stretto collegabile alla disoccupazione, anche se la mancanza di lavoro è un fattore di rischio rilevante per l’insorgere di un disturbo psicologico. I fattori che incidono positivamente su tale rischio sono molteplici e connessi sia ad elementi individuali che contestuali.

Risultano più “corrazzati” di fronte allo stress prodotto dall’inattività persone che dispongono di efficaci strategie per affrontare problemi, che vantano una buona flessibilità e senso di autoefficacia. A queste risorse personali si associano altre componenti connesse all’ambiente di vita dei senza lavoro, come la presenza/assenza di sostegno familiare e amicale, le risorse economiche di “base”, la ricchezza di opportunità offerta dal territorio.

Altri fattori che mediano lo stress generato dalla disoccupazione sono il gruppo sociale di appartenenza (i gruppi etnici minoritari, in quanto spesso scarsamente integrati, tendono a risentire maggiormente dell’assenza di lavoro) e la posizione all’interno della famiglia. Dato che culturalmente (purtroppo) sono ancora gli uomini a provvedere in misura maggiore all’economia familiare, sono anche quelli che, psicologicamente, ne risentono di più nel momento in cui non riescono ad adempiere al loro ruolo. Quando più aspetti di rischio, personali ed ambientali, si incrociano otteniamo quelle che vengono definite fasce deboli (lavoratori precari, giovani con modeste competenze professionali, famiglie a basso reddito, stranieri, persone sole, ecc.) per le quali non solo i confini tra disoccupazione e stato di povertà sono assai flebili, ma anche il rischio di psicopatologia diviene concreto, di fatto innescando una spirale che facilmente porta all’emarginazione sociale.



La ricerca ha dimostrato che i disoccupati soffrono di maggiori problemi di salute rispetto a persone del tutto simili a loro, ma che hanno un lavoro. La salute viene compromessa dal punto di vista psicologico, fisico e psicosomatico. I problemi psicologici riguardano soprattutto l’ansia e la depressione, quelli fisici una serie di sintomi percepiti sul corpo, soprattutto di origine psicosomatica, come mal di testa, mal di stomaco e disturbi del sonno.

Lo stress vissuto dal disoccupato riguarda anzitutto i problemi finanziari anche a seguito della perdita del reddito, ma ciò che produce maggiori difficoltà è la privazione delle funzioni legate all’occupazione: organizzazione del tempo, contatto sociale, sensazione di essere utili alla collettività, status sociale, attività svolta, ecc.

La disoccupazione è dunque un evento stressante di per sé, ma ad esso si deve aggiungere l’effetto dello stigma sociale, che grava pesantemente sulle persone disoccupate. Lo stigma sociale potrebbe essere altrimenti definito come la svalutazione sociale di una persona, sulla base di alcune caratteristiche: in questo caso, lo stato di disoccupazione. Ci si sente percepiti come diversi e discriminati, perché la propria persona viene associata con uno stereotipo negativo.

Tutti gli individui costruiscono il concetto di sé sommando le loro diverse identità sociali: queste identità dipendono in gran parte da scelte volontarie (ad esempio, la scelta di fare il ricercatore, l’operaio, la sarta, ecc.), mentre altre sono involontarie e derivano dalle condizioni di nascita (ad esempio, essere nati donne o uomini). A tutte queste identità sociali, la perdita del lavoro impone di aggiungere anche quella di “disoccupato”. Si tratta di una identità sociale assolutamente indesiderata, ma che si è costretti ad aggiungere alle varie caratteristiche che definiscono il proprio sé, il che può essere motivo di grande sofferenza e di crisi di identità.

Vi sono inoltre evidenze scientifiche che mostrano come i datori di lavoro evitino di assumere persone disoccupate, a causa dell’ ‘effetto stigma’: questa tendenza è dovuta al fatto che si è facilmente portati a pensare che lo stato di disoccupazione possa essere dovuto non solo, ma anche a carenze personali.

Lo stigma sociale dunque è un fattore di stress che ha un notevole impatto sullo stato di benessere generale, in particolare per quanto riguarda l’ansia e la depressione, il disturbo post-traumatico da stress, la ridotta qualità della vita, la ridotta autostima, lo stato dell’umore negativo la cattiva salute fisica, con aumento dei sintomi di malattia, come dolori al petto, nausea, tosse.

Il problema dunque è che nella disoccupazione si sommano vari stress. Posto che lo stato di disoccupazione è già, di per sé, un elemento di stress, lo stigma sociale percepito su di sé aumenta le sensazioni di malessere. In particolare, sapere che gli altri si facciano un’idea sbagliata sul proprio conto o che giudichino la propria condizione di disoccupazione come espressione di problemi personali porta al ritiro sociale e all’isolamento, il che è, naturalmente, un ulteriore fattore di stress.





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