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domenica 11 dicembre 2016

ATTACCHI DI PANICO



La parola “panico” nasce dalla mitologia greca in cui si narra del “dio Pan”, metà uomo e metà caprone, abituato a comparire all’improvviso sul cammino altrui, suscitando un terrore interiore e scomparendo poi velocemente, lasciando le proprie vittime nell’incapacità di spiegarsi quanto è accaduto e ciò che hanno provato.

Similmente a quanto si racconta in tale leggenda, un attacco di panico è un episodio breve ed intenso in cui si sperimenta ansia acuta, che insorge in modo improvviso e che comporta sintomi fisici e vissuti psicologici di terrore.

L’esperienza dell’attacco di panico è una delle più stressanti fisicamente e mentalmente, perché la reazione è simile a quella di attacco-fuga che una persona sperimenta di fronte ad un pericolo reale. Di conseguenza gli effetti psicofisici sono debilitanti e la sensazione dopo un attacco di panico è di essere molto deboli, persino esausti e sicuramente scoraggiati e confusi.
Talvolta la prima e più comune convinzione è che si sia colpiti da un problema fisico, da una malattia, il più delle volte di natura circolatoria, e cardiaca in particolare.
All’attacco di panico spesso seguono accertamenti medici più o meno ripetuti per ricercare la causa del malessere vissuto: la valutazione ostinata dello stato di salute di ogni funzione fisica è legata alla tendenza comune ad accettare più facilmente di avere un problema corporeo che ha generato questo “inferno fisico ed emotivo” piuttosto che essere disposti a pensare che sia qualcosa di interiore, di intangibile, di psicologico.
Il diffuso interessamento fisico durante l’episodio di panico fornisce un supporto alla ipotesi di avere un problema di tipo medico e, d’altro canto, è importante escludere che ci sia un malfunzionamento fisico all’origine del malessere. Generalmente l’esclusione di una problematica fisica genera stati emotivi di imbarazzo, vergogna, rifiuto della natura del problema e una certa incredulità, soprattutto se non si viene informati che esistono dei fattori fisiologici funzionali che spiegano e mediano questo disagio. È estremamente importante che il problema venga affrontato con l’aiuto professionale giusto al più presto, rielaborandolo e cambiando lo stile di vita, affinché non si cristallizzi e non si ripresenti, diventando uno sgradevole “compagno di vita”. L’esperienza mostra infatti che, senza opportuni trattamenti, l’attacco di panico può ripresentarsi e acquisire una frequenza media plurisettimanale o, in casi peggiori, presentarsi anche più volte al giorno.

Tuttavia ciò che spesso si innesca dopo il primo attacco di panico è una paura persistente di avere un nuovo attacco di panico, una trappola che può finire per incatenare una persona nell’esperienza di attacchi ripetuti, che viene definita disturbo di panico.
La paura di nuovi attacchi di panico è irrazionale e comporta una crescita della resistenza ad ogni sintomo d’ansia, con un notevole aumento dell’automonitoraggio di ogni segnale fisico.



Gli attacchi di panico sono episodi di improvvisa ed intensa paura o di una rapida escalation dell’ansia normalmente presente. Sono accompagnati da sintomi somatici e cognitivi, quali palpitazioni, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, vertigini, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore.
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di attacchi di panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco di panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli attacchi d’ansia e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta “a ciel sereno”, per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi possono diventare più prevedibili.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due attacchi di panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli attacchi di panico. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia.
Di solito gli attacchi di panico sono più frequenti in periodi stressanti. Alcuni eventi di vita possono infatti fungere da fattori precipitanti, anche se non indicono necessariamente un attacco di panico. Tra gli eventi di vita precipitanti riferiti più comunemente troviamo il matrimonio o la convivenza, la separazione, la perdita o la malattia di una persona significativa, l’essere vittima di una qualche forma di violenza, problemi finanziari e lavorativi.
I primi attacchi si verificano di solito in situazioni agorafobiche (come guidare da soli o viaggiare su un autobus in città) e comunque spesso in qualche contesto stressante.
Gli eventi stressanti, le situazioni agorafobiche, il caldo e le condizioni climatiche umide, le droghe psicoattive possono infatti far insorgere sensazioni corporee che possono essere interpretate in maniera catastrofica, aumentando il rischio di sviluppare attacchi di panico.

L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito entro 10 minuti o meno) e dura circa 20 minuti (ma a volte molto meno o di più).
I sintomi degli attacchi di panico tipici sono:
– Palpitazioni/tachicardia (battiti irregolari, pesanti, agitazione nel petto, sentirsi il battito in gola)
– Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma)
– Sensazioni di sbandamento, instabilità (capogiri e vertigini)
– Tremori fini o a grandi scosse
– Sudorazione
– Sensazione di soffocamento
– Dolore o fastidio al petto
– Sensazioni di derealizzazione (percezione del mondo esterno come strano e irreale, sensazioni di stordimento e distacco) e depersonalizzazione (alterata percezione di sé caratterizzata da sensazione di distacco o estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo)
– Brividi
– Vampate di calore
– Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)
– Nausea o disturbi addominali
– Sensazione di asfissia (stretta o nodo alla gola)

Non tutti i sintomi sono necessari perché si tratti di un attacco di panico. Vi sono molti attacchi caratterizzati solo o in particolare da alcuni di questi sintomi. La frequenza e la gravità dei sintomi degli attacchi di panico varia ampiamente nel corso del tempo e delle circostanze. Ad esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti, che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti, magari con sintomi dell’attacco di panico meno intensi, intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti  per molti anni.
Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco. La maggior parte degli individui con sintomi di attacco di panico paucisintomatico, tuttavia, hanno avuto attacchi di panico completi, con tutti i sintomi classici, in qualche momento nel corso del disturbo.
Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona, che ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita. Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione, possono rimanere impauriti e convinti di essere fisicamente vulnerabili. Altri temono che i sintomi dell’attacco di panico indichino che stanno “impazzendo” o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli e instabili.



I sintomi devono raggiungere il culmine in 10 minuti e di solito scompaiono nell'arco di alcuni minuti, lasciando scarsi elementi all'osservazione del medico, tranne la paura del soggetto di avere un altro terrificante attacco di panico. Sebbene spiacevoli (a volte in grado estremo), gli attacchi di panico non sono pericolosi. Gli attacchi di panico e il disturbo da attacchi di panico possono essere talmente gravi e dirompenti da provocare depressione. In altri casi, questi disturbi d'ansia e la depressione possono coesistere (comorbilità), oppure la depressione può insorgere per prima e i segni e sintomi dei disturbi d'ansia possono manifestarsi successivamente. Stabilire se questi attacchi siano talmente gravi da configurarsi come disturbo è una decisione che dipende da numerose variabili e i medici divergono nel porre la diagnosi. Se causano molta sofferenza, interferiscono con il funzionamento e non cessano spontaneamente entro pochi giorni, è presente un disturbo d'ansia che merita una terapia.

I disturbi d'ansia vanno distinti dall'ansia vera e propria che si manifesta in molti altri disturbi psichiatrici, poiché essi rispondono a trattamenti specifici differenti.

Nella cura degli attacchi di panico con o senza agorafobia e dei disturbi d’ansia in generale, la forma di psicoterapia che la ricerca scientifica ha dimostrato essere più efficace, nei più brevi tempi possibile, è quella “cognitivo-comportamentale“. Si tratta di una psicoterapia breve, a cadenza solitamente settimanale, in cui il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali alla cura degli attacchi di panico, nell’intento di spezzare i circoli viziosi del disturbo.
Per panico e agorafobia, una cura a base di terapia cognitivo comportamentale è altamente raccomandabile e di prima scelta. Sostanzialmente è controindicato affidarsi ai farmaci o ad altre forme di psicoterapia senza intraprendere quella forma di trattamento che l’intera comunità scientifica ha dimostrato essere la più efficace per la cura degli attacchi di panico.

La cura farmacologica degli attacchi di panico e dell’agorafobia, per quanto spesso sconsigliabile (almeno come unico trattamento), si basa fondamentalmente su due classi di farmaci: benzodiazepine e antidepressivi, spesso impiegati in associazione.
Nelle forme lievi la prescrizione di sole benzodiazepine può essere sufficiente come cura degli attacchi di panico temporanea, ma difficilmente risolutiva. Le molecole più adoperate sono l’alprazolam, l’etizolam, il clonazepam, il lorazepam. Tali farmaci, però, nel caso di attacchi di panico e agorafobia, rischiano di dare forte dipendenza e mantenere il disturbo, soprattutto se non si effettua parallelamente una psicoterapia cognitivo comportamentale.
Degli antidepressivi si sono mostrati efficaci nella cura degli attacchi di panico e dell’agorafobia i triciclici – TCA – (es clorimipramina, imipramina, desimipramina), gli inibitori delle mono amino ossidasi (IMAO) e sopratutto gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina – SSRI – (es citalopram, escitalopram, paroxetina, fluoxetina, fluvoxamina, sertralina), oggigiorno largamente impiegati.
Quest’ultima classe di farmaci presenta infatti, rispetto alle precedenti, una maggiore maneggevolezza e minori effetti collaterali.
Nei casi di attacchi di panico e agorafobia che non rispondono alla cura con SSRI, possono essere impiegati i TCA, anche se molti clinici utilizzano tali molecole come terapia di primo impiego.
Gli IMAO, pur essendo farmaci molto efficaci, sono quasi del tutto caduti in disuso come strumento di cura degli attacchi di panico per i gravi effetti collaterali che possono presentarsi qualora vi fosse l’associazione di alcune molecole o non venissero rispettate le restrizioni alimentari prescritte.

Il disturbo di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta ed ha un'incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Tuttavia, spesso tale disturbo non viene riconosciuto e di conseguenza non viene mai curato. La maggior parte delle persone guarisce, mentre una rilevante minoranza sviluppa invece un disturbo da recidiva di attacchi di panico.

Le cause dei disturbi d'ansia come gli attacchi di panico e il disturbo da attacchi di panico non sono completamente note, ma sono implicati fattori fisiologici e psicologici. Dal punto di vista fisiologico, tutti i pensieri e i sentimenti possono essere concepiti come risultanti da processi elettrochimici cerebrali; tuttavia ciò dice poco sulle complesse interazioni tra i più di 200 neurotrasmettitori e neuromodulatori del cervello, nonché sull'ansia e sullo stato di allarme normale e patologico. Dal punto di vista psicologico, gli attacchi di panico e il disturbo da attacchi di panico sono considerati una risposta ad agenti stressanti ambientali, come l'interruzione di una relazione significativa o l'esposizione a un disastro potenzialmente letale.

Il sistema d'ansia di una persona di solito compie passaggi adeguati e impercettibili dal sonno, attraverso lo stato di allarme, sino all'ansia e alla paura. I disturbi d'ansia si manifestano quando il sistema d'ansia funziona in modo inadeguato oppure, a volte, quando è sopraffatto dagli eventi.

I disturbi d'ansia possono essere dovuti a un disturbo fisico oppure all'uso di una sostanza legale o illecita. Per esempio, l'ipertiroidismo oppure l'uso di corticosteroidi o cannabinoidi possono produrre segni e sintomi identici a quelli di alcuni disturbi d'ansia primari.

Il disturbo deriva da una disfunzione che è al tempo stesso biologica e psicologica; la terapia farmacologica e quella comportamentale di solito aiutano a controllare i sintomi. Oltre alle informazioni circa il disturbo e il relativo trattamento, il medico può fornire una realistica speranza di miglioramento e un sostegno basato su un rapporto di fiducia con il paziente. La psicoterapia di sostegno è parte integrante del trattamento di tutti i disturbi d'ansia. La terapia individuale, di gruppo e familiare può aiutare a risolvere i problemi associati a un disturbo di lunga data.






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domenica 8 maggio 2016

INSONNIA



L'insonnia è un disturbo del sonno caratterizzato dall'incapacità di dormire nonostante l'organismo ne avesse il reale bisogno fisiologico. Il tutto associato a un cattivo funzionamento durante il giorno, con sintomi quali stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, difficoltà di memorizzazione e una marcata perdita di interesse nello svolgimento delle attività quotidiane; con un conseguente impatto psicologico.

Coloro che soffrono di insonnia lamentano di non essere in grado di prendere sonno, o solo per pochi minuti, agitandosi nel letto durante la notte. Se l'insonnia dovesse prolungarsi per più di alcune notti di seguito può divenire "cronica" e causare un debito di sonno che è estremamente nocivo per la salute dell'insonne.

L'insonnia altera il naturale ciclo del sonno, che può risultare difficile da restaurare. Alcuni insonni cercano di dormire nel pomeriggio o durante la sera, con il risultato di ritrovarsi molto vigili all'ora di dormire, aggravando l'insonnia. Spesso, inconsapevolmente, si spinge il corpo fino al limite, al punto tale che la privazione del sonno provochi gravi problemi fisici e mentali.

Sotto il profilo sintomatico, è possibile distinguere tre tipi di insonnia: "insonnia iniziale", "insonnia intermittente o lacunare", "insonnia terminale".

Sotto il profilo diagnostico, l'insonnia può essere classificata come transiente, acuta o cronica.

L'insonnia transiente dura meno di una settimana, e può essere causata da altri disordini, cambi di ambiente, depressione o stress. Le sue conseguenze - sonnolenza e ridotte abilità psicomotorie - sono simili a quella della semplice privazione del sonno;
l'insonnia acuta è l'impossibilità di dormire in modo soddisfacente per meno di un mese;
l'insonnia cronica dura più di un mese, e può essere disordine primario o causato da altre patologie. I suoi effetti dipendono dalle cause che la inducono, e possono includere affaticamento muscolare, allucinazioni, affaticamento mentale e doppia visione.
Con la forma ostruttiva dell'apnea durante il sonno alcuni muscoli dell'apparato respiratorio perdono il loro tono e collassano. I malati di Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS) spesso non ricordano quanto avviene, ma lamentano un'eccessiva sonnolenza diurna. L'apnea centrale avviene quando il sistema nervoso centrale interrompe lo stimolo a respirare, allora l'individuo è costretto a svegliarsi per ricominciare a respirare.

Questa forma di apnea è spesso collegata a condizioni cerebrovascolari, collasso cardio-circolatorio e invecchiamento precoce. L'apnea notturna a lungo andare può danneggiare il cervello che, trovandosi spesso senza ossigeno, si trova a dover affrontare la morte per asfissia delle cellule cerebrali: nonostante non sia una patologia di estremo pericolo, questo disturbo va affrontato con il parere del medico, che deve monitorare tramite appositi strumenti, il livello di ossigenazione del sangue del paziente affetto da questa sindrome, onde scongiurare eventuali peggioramenti.

Sindrome della gamba irrequieta e Movimenti periodici dell'arto - I sintomi di RLS e PLM sono spesso descritti come un formicolìo o un brivido avvertito alle gambe che creano un forte necessità di muoverle. L'individuo si muove continuamente nel letto nel tentativo di alleviare questa sgradita sensazione, causando veglia e di conseguenza mancanza di sonno. Fortunatamente le terapie per questi disordini sono efficaci in oltre il 90% dei casi. È un disturbo psichiatrico che va trattato.

Phase Shift Disorder avviene quando l'orologio biologico di una persona non obbedisce al normale ciclo del sonno notturno e veglia diurna. Spesso avviene in soggetti che effettuano regolarmente viaggi lungo diversi fusi orari, poiché il sorgere e tramontare del sole non coincide più col concetto interiore del soggetto, ed è riscontrabile in soggetti che lavorano essenzialmente di notte.
La parasonnia include un numero di disordini di sveglia improvvisa che includono incubi, sonnambulismo, comportamento violento durante il sonno e disturbi della fase R.E.M., nel quale una persona muove il proprio corpo per assecondare ciò che sta sognando. Queste condizioni, eccetto il sonnambulismo, possono essere curate con successo attraverso interventi medici o di uno specialista del sonno.
Disturbo psicosomatico per eccellenza è la meteoropatia, che si manifesta sia con la depressione che con l'ansia. Pare legato alla concentrazione di ioni negativi e positivi nell'atmosfera, specialmente prima di un temporale. I soggetti che riescono ad avvertire tale cambiamento di concentrazione atmosferica di cariche elettriche si sottostima siano almeno il 20 % della popolazione (1 uomo su 5). Alternativamente potrebbe dipendere da una variazione di pressione atmosferica. Oppure potrebbe essere una combinazione delle cause già citate. Esistono aree dell'ipotalamo, del mesencefalo, dell'ippocampo e del sistema limbico sensibili sia ai campi magnetici, che ai campi elettrici, nonché alla pressione atmosferica. Geneticamente, alcuni soggetti possono aver un numero di questi neuroni maggiore, oppure più ricco di connessioni sinaptiche, tali da rendere l'intero sistema nervoso autonomo maggiormente sensibile alle variazioni atmosferiche.

Il sintomo tipico di chi non sopporta il cambio di stagione autunnale è quello di svegliarsi con un senso di stanchezza e incapacità ad affrontare la giornata. Nel dettaglio, generalmente, i meteoropatici soffrono di una specie di sonnolenza e di torpore dai caratteri simili ad una narcosi improvvise quando il tempo atmosferico volge al peggioramento (bassa pressione). Viceversa, tendono all'ipereccitabilità ed all'insonnia quando il tempo atmosferico volge al miglioramento (alta pressione). L'influenza del tempo atmosferico sulle cellule nervose ed i suoi neurotrasmettitori potrebbe quindi essere intesa come stimolo esterno dato da temperatura, umidità, pressione, luce, ecc; che in un certo modo influenzano il metabolismo dei neurotrasmettitori. Lo sbilanciamento di queste sostanze chimiche è anche alla base dei sintomi legati al momento depressivo, quali mal di testa, fatica ed insonnia, per citare i più comuni.

L'apnea notturna può essere causa di insonnia. Una visita medica aiuterà nella diagnosi o cura dell'apnea notturna, una risposta definitiva si può ottenere da un esame presso i laboratori del sonno.
Allergie latenti, quale quella ai latticini, possono produrre disturbi del sonno. Altri sintomi possono essere molto leggeri come il naso chiuso. Un nutrizionista può creare una dieta adatta insieme ad ulteriori consigli.
Chi soffre di insonnia dovrebbe evitare del tutto il consumo di caffeina. Essa è spesso causa di insonnia, a causa degli effetti eccitanti sul sistema nervoso periferico, nonché di quelli sul sistema cardiocircolatorio. La caffeina è presente in tè, caffè, yerba mate (Ilex paraguariensis), guaranà, cacao, noce di cola (quindi tutte le bevande a base di cola come Pepsi Cola, Coca-Cola, Virgin Cola ecc.) ed infine è presente perlopiù come sostanza aggiunta nei cosiddetti energy-drink, nelle barrette di cioccolato ed altri dolciumi.

Molto spesso l'insonnia è causata semplicemente da rumori notturni che impediscono al soggetto di prendere sonno, e se non si provvede in tempo a rimediare, l'insonnia potrebbe cronicizzarsi, causando tutti gli effetti negativi della privazione di sonno.

Altre forme di insonnia possono invece essere legate a patologie psicologiche (l'insonnia è caratteristica nelle persone affette da disturbo bipolare o psiconevrosi depressiva) oppure fisiche. L'insonnia può difatti essere un sintomo di iper-tiroidismo, e colpisce talvolta chi ha nevralgie, chi soffre di dolori artritici, i soggetti asmatici, i sofferenti di cuore, i soggetti con disturbi gastrici. Nei neonati si associa ai disturbi digestivi, nei bambini talvolta ai vermi intestinali e negli anziani ad una iniziale arteriosclerosi cerebrale.

Inoltre una rara condizione genetica causata da un prione conduce ad una forma mortale di insonnia chiamata insonnia familiare fatale. Tale sindrome è simile al morbo di Creutzfeldt-Jakob, cioè alla malattia indotta dall'ingestione di carni di bovini affetti dal morbo della mucca pazza.

Sebbene non esiste una soluzione univoca per l'insonnia, esiste un grande numero di possibili rimedi, alcuni dei quali derivanti da tradizioni popolari antiche, altri frutto delle moderne ricerche farmacologiche o psichiatriche.

Alcuni rimedi tradizionali per l'insonnia includono delle semplici norme di "igiene del sonno" quali:

Dal punto di vista psicologico, è necessario considerare la notte come un periodo di riposo, dove la giornata finisce. In molti insonni questa concezione viene meno, e la notte è vista come un momento negativo, e questo aggrava il problema iniziale, causando l'innescarsi di un circolo vizioso pericoloso per la salute dell' insonne.
Mantenere un orario regolare del ciclo sonno-veglia: svegliarsi presto al mattino, evitando di dormire durante il giorno ed andare a letto in un orario consono e regolare, evitando attività stimolanti nelle ore serali.



Fare esercizio fisico durante il giorno, eccetto nelle ore serali.
Mangiare regolarmente a pranzo ma fare una cena leggera tre ore prima di addormentarsi.
Rilassarsi prima di andare a dormire, per esempio con un bagno caldo.
Assicurarsi che l'ambiente in cui si dorme sia idoneo al riposo. Alcune persone sono molto sensibili alla luce, altre ai rumori. La camera da letto dovrebbe essere al buio e silenziosa, e ben aerata.
Non usare il letto per altre attività oltre al sonno. Ad esempio scrivere o guardare la televisione al letto durante il giorno diminuiscono l'associazione letto-sonno. Paradossalmente leggere un libro la sera appena coricati, prepara la mente al giusto equilibrio che concilia il sonno.
Evitare di guardare le sveglie, eventualmente coprendone il display. Ciò evita calcoli mentali sulla quantità di sonno perduta sino a quel momento e sulla quantità di sonno rimasta prima del suono della sveglia. Accettare che la quantità di sonno può essere ottenuta solo dormendo e non mentre si aspetta di dormire può essere benefico.
Evitare l'utilizzo di dispositivi elettronici nelle ore precedenti al sonno poiché la luce blu da questi emessi inibisce la produzione di melatonina, un fondamentale regolatore del sonno.

In soggetti che soffrono di insonnia non correlabile ad alcun disturbo organico o neurologico specifico, la mancanza di sonno è sintomo di un problema emotivo non trattato: se una persona è infelice del proprio stile di vita, o sta rimandando problemi la cui soluzione è inderogabile, ciò può determinare disturbi del sonno. Alcuni soggetti vedono l'insonnia scomparire grazie a semplici attività sociali, altri trovano un trattamento valido nella psicoterapia, andando ad affrontare quelle cause di stress, ansia o depressione che provocano tale disturbo, anche senza l'ausilio di farmaci ipnotici.

Nella tradizione Buddhista, ai sofferenti di insonnia o di incubi viene suggerita la pratica della meditazione di consapevolezza (Satipatthana) o di gentilezza (Metta). La pratica di essere amorevoli e ben disposti nei confronti di ogni essere può avere un effetto lenitivo e calmante nella mente e nel corpo. Nella Metta Sutta, il Budda afferma che addormentarsi facilmente è uno degli undici benefici di tale forma di meditazione. Nella medicina popolare cinese i medici hanno curato l'insonnia per migliaia di anni. Un approccio tipico può essere l'agopuntura, una dieta e un'analisi dello stile di vita, l'erboristeria o altre tecniche, con lo scopo di ribilanciare le energie del corpo per risolvere il problema in maniera delicata.

Alcuni rimedi tradizionali si dimostrano alcune volte sufficienti ad interrompere il ciclo di insonnia, evitando l'utilizzo di sedativi o sonniferi. Un possibile rimedio naturale per l'insonnia è il latte tiepido, da bere prima di andare a dormire. Il latte contiene alti livelli di triptofano, un sedativo naturale. Molti insonni si servono di sedativi di origine erboristica, quali: valeriana, camomilla, lavanda, luppolo, passiflora, escolzia, biancospino, fiori d'arancio e di tiglio.

Nella medicina popolare cinese i medici hanno curato l'insonnia per migliaia di anni. Un approccio tipico può essere l'agopuntura, una dieta e un'analisi dello stile di vita, l'erboristeria o altre tecniche, con lo scopo di ribilanciare le energie del corpo per risolvere il problema in maniera delicata.

Studi medici recenti hanno confermato l'utilità dell'ormone melatonina nel ripristino di un sonno regolare nelle sue fasi. In Italia esso non è considerato propriamente un farmaco, bensì un integratore, in quanto la sostanza è già prodotta dall'epifisi nel nostro organismo, proprio per regolare il ritmo sonno-veglia. Allo stato attuale degli studi sulla sostanza non sono stati rilevati effetti collaterali o da overdose, presenti in gran parte dei farmaci ansiolitici, anche in seguito a somministrazioni nell'ordine delle migliaia di volte la dose ottimale. In particolare, la melatonina non provoca lo stordimento e il calo di attenzione al risveglio, tipici di altre categorie di farmaci, inoltre alcuni studi hanno dimostrato che il sonno che si ottiene dopo somministrazione di melatonina è molto simile come caratteristiche fisiologiche a quello che si registra in condizioni di normalità.

Infine si deve tenere presente che soggetti psiconevrotici, per i quali l'insonnia è un sintomo, possono invece essere curati mediante tranquillanti, che non sono dei sonniferi e, a differenza di questi, devono essere assunti non solo prima di coricarsi ma nel corso della giornata.

Esistono diverse categorie di psicofarmaci che, a causa del loro forte effetto tranquillante, vengono somministrati per la cura sintomatica dell'insonnia, specialmente nei casi più gravi.

I barbiturici erano largamente usati per insonnia e stati d'ansia fino agli anni settanta, quando furono sostituiti dalle benzoziazepine. Attualmente sono caduti quasi completamente in disuso anche per via dei gravi effetti collaterali e della notevole pericolosità potenziale, come ad esempio l'intossicazione da barbiturici. Essendo forti depressori del sistema nervoso centrale, possono dare luogo a una depressione cardiorespiratoria con coma e morte se assunti in forti dosi (spesso è sufficiente un dosaggio 6-7 volte maggiore rispetto alla dose ipnotica). I suicidi da barbiturico erano (e in parte sono tuttora) assai frequenti.
I farmaci ipnotici più comunemente prescritti per l'insonnia oggigiorno sono le benzodiazepine, degli ansiolitici, che in genere non inducono una depressione respiratoria tale da uccidere, neppure se assunti in dosi massicce. Queste includono farmaci come il Diazepam (presente in Italia sotto diversi nomi, tra i quali Valium e Noan), il Lorazepam (venduto in Italia col nome Tavor), il Bromazepam (Lexotan), l'Alprazolam (Xanax), il Delorazepam (En), il Nitrazepam (Mogadon), il Flunitrazepam (Roipnol) e il Clonazepam (Rivotril), quest'ultimo vendibile senza prescizione medica in quanto è usato anche come antiepilettico oltre che come ansiolitico.

Le benzodiazepine, col tempo inducono tolleranza (cioè la perdita di risposta da parte del corpo nei confronti del farmaco), dipendenza e possono provocare un peggioramento generale dei sintomi in caso di brusca sospensione. Spesso alle benzodiazepine viene associato un antidepressivo, perlopiù SSRI o SNRI.

Spesso si ritiene che i neurolettici, in quanto tranquillanti, possono essere utili per l'insonnia, ma in realtà possono anche peggiorare il disturbo di base in quanto bloccano i recettori della dopamina, e come risaputo, essa è coinvolta nei processi del sonno.

Negli anni novanta sono stati introdotti nel mercato farmaceutico i cosiddetti Farmaci Z, (chiamati anche ipnotici non-benzodiazepinici) tra cui Zolpidem, con il nome commerciale di Stilnox, della classe delle imidazopiridine, e Zopiclone, della classe dei ciclopirroloni. Anche con questi ultimi si sono registrati casi di assuefazione e dipendenza. I farmaci Z, nel caso in cui un paziente ha assunto già benzodiazepine, a causa della saturazione dei recettori gabaergici, posso dare un effetto avverso rispetto a quello desiderato.

Di più recente arrivo sul mercato farmaceutico le pirazolopirimidine che sembra possano essere utilizzate per lunghi periodi di tempo, nella cura di insonnia cronica. Uno studio presentato a Londra durante il recente Congresso Europeo di Neuropsicofarmacologia ha dimostrato che ad esempio lo Zaleplon continua ad essere efficace anche dopo un certo periodo di tempo senza dare sintomi d'astinenza alla sospensione del farmaco. Tuttavia il suo utilizzo è limitato dalla carenza di prove scientifiche a suo favore.

L'insonnia cronica è un disturbo purtroppo molto comune ma che può diventare mortale. Una ricerca durata oltre 40 anni, dimostra che l'insonnia cronica è associata a più alti livelli di infiammazione nel sangue. Quest'ultima è a sua volta responsabile della maggior parte delle malattie croniche (patologie cardiache, diabete, demenza, cancro e depressione).

A rilevare l'associazione tra l'insonnia persistente, le infiammazione e la mortalità è stato il team dell'Arizona Respiratory Center guidato dal dott. Sairam Parthasarathy e dal dott. Stefano Guerra.

Gli scienziati hanno preso in esame gli esiti di uno studio sulla respirazione del Tucson Epidemiological Study of Airway Obstructive Disease, che ha avuto inizio nel 1972 e ha seguito i partecipanti per decenni. I dati hanno mostrato che l'insonnia cronica è associata a livelli più elevati di infiammazione nel sangue e a un aumento del 58 per cento del rischio di morte.

I ricercatori hanno scoperto che, a differenza dell'insonnia intermittente (chi soffre questo tipo di insonnia ha un sonno leggero per tutta la notte), quella cronica e persistente che durava per almeno sei anni era associata alla mortalità. Hanno inoltre scoperto che maggiori livelli di infiammazione (misurati da un biomarker nel sangue chiamato proteina C-reattiva) e un aumento di infiammazione in tali biomarcatori erano associati all'insonnia persistente e alla morte.

“Una maggiore comprensione dell'associazione tra di insonnia persistente e morte dovrebbe aiutare nel trattamento della popolazione a rischio”, ha detto Parthasarathy, autore principale dello studio. “Abbiamo scoperto che i partecipanti con insonnia persistente avevano un aumento del rischio di morire per problemi al cuore e ai polmoni” indipendente da altri fattori come sesso ed età.

La ricerca basata sui biomarcatori potrebbe potenzialmente far progredire la precisione scientifica nel prevedere gli esiti clinici futuri in pazienti con l'insonnia.

Un problema che colpisce un numero molto elevato di persone nel mondo, anche tra i bambini, che ancora non ha una vera e propria cura, anche se piccole accortezze possono aiutare, come l'alimentazione e alcuni rimedi naturali.

Il sonno è stato a lungo un grande mistero per la scienza e ancora oggi sono molti i quesiti in cerca di risposte. Sappiamo che dormire è fondamentale per la nostra salute e, per i più piccoli, per il corretto sviluppo fisico e neurologico. I disturbi del sonno hanno una stretta correlazione con molte patologie e hanno quindi delle conseguenze di natura medico-sanitaria ma anche sociali, come incidenti stradali, sul lavoro, diminuita produttività.

A volte, la mancanza di sonno ci rende più instabili emotivamente e con la tendenza a reagire eccessivamente a situazioni, commenti, frasi che altrimenti avremmo considerato innocue. Uno studio del Tel Aviv Medical Center e dell’Università di Haifa ha scoperto il meccanismo alla base di questa perdita di neutralità, che dipende da un’immediata e accesa risposta dell’amigdala, area cerebrale che generalmente si attiva in condizioni emotivamente coinvolgenti, come se fosse compromessa l’abilità di distinguere cosa è importante da cosa non lo è.

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale fMRI e l’elettroencefalogramma EEG, i ricercatori hanno infatti visto nei soggetti attivazioni cerebrali anche di fronte ad immagini emotivamente neutre, come se il nostro cervello diventasse incapace di ignorare tali stimoli ininfluenti, perdendo il controllo cognitivo sulle emozioni. Sottoposti a così tanti stimoli, gli insonni diventano più instabili emotivamente con le note conseguenze sullo stress e il benessere sul lavoro e nella vita quotidiana.
 
Si sa che i lavoratori su turni sono maggiormente vulnerabili, tra le altre malattie, anche alla depressione e che anche gli insonni sono maggiormente a rischio. Ma in che modo le alterazioni del sonno incidono sul nostro umore?  La scoperta dell’Università di San Francisco del legame biologico tra due fenomeni strettamente connessi, sonno e depressione, in particolare una forma di depressione che colpisce in alcuni periodi dell’anno, la SAD disturbo affettivo stagionale, di cui soffre il 10% delle popolazioni delle alte latitudini. Si tratterebbe di un gene – PER3 - che fungerebbe da intersezione molecolare tra il nostro umore e l’orologio interno, l’orologio circadiano, che stabilisce i ritmi di sonno e veglia. I ricercatori hanno visto che alterazioni del gene erano comuni a soggetti che soffrivano di depressione stagionale e a soggetti con insonnia e che i topi geneticamente modificati con le due mutazioni incriminate sviluppavano SAD e disturbi del sonno.
 
Si chiama «Beauty sleep» (sonno di bellezza) la giusta quantità di sonno che ci rende belli e freschi al risveglio. Eppure non è solo una faccenda estetica. Numerosi studi mostrano che la carenza di sonno è associata a disturbi di memoria ad ogni età. Ma il sonno è un alleato prezioso contro l’invecchiamento. Numerosi studi epidemiologici indicano che il 50% degli anziani può soffrire di disturbi del sonno: quanto dormire possa diventare più difficile con il passare degli anni, il sonno è un fattore di protezione contro il fisiologico decadimento cognitivo dovuto all’età. Lo dimostrano numerosi studi condotti con la risonanza magnetica funzionale dai quali emerge che dormire almeno sette ore per notte riduce l’atrofia cerebrale in aree chiave per il ragionamento e la memoria. Anche se non è ancora del tutto chiaro in che modo ciò avvenga, l’evidenza mostra che il sonno è cruciale per numerosi meccanismi fisiologici, dalla riparazione cellulare al consolidamento delle memorie.



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lunedì 2 maggio 2016

ORTORESSIA



L'ortoressia (dal greco orthos -corretto- e orexis -appetito-) viene definita come una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche. È riconosciuta come patologia, come microcategoria dell'anoressia.
La presenza di una vera e propria problematica di “eccessivo salutismo” manifestata attraverso delle irreprensibili abitudini a consumare i cosiddetti “cibi sani” è stata descritta, intorno alla metà degli anni novanta, dal dietologo americano Steven Bratman che ne aveva osservato la presenza in diversi suoi pazienti e che mostrò a lungo in prima persona una tendenza a scegliere un rigido regime alimentare controllato qualitativamente, vivendo per alcuni anni in una comunità in cui si seguivano abitudini vegetariane limitate al solo consumo di frutta e verdura, alternate anche a parziali digiuni.
La riflessione sull’eccessivo fanatismo per i cibi genuini nacque in seguito alla conversione improvvisa del capo di tale gruppo ad una dieta “normale”, che annoverava tra i piatti prediletti spesso anche la pizza.
Da allora è stato inaugurato un crescente interesse di studio verso questo problema di eccessiva selezione degli alimenti da consumare quotidianamente, che è stato ritenuto in alcune persone causa di un lento processo di deterioramento fisico e talvolta persino di decessi.
La chiave del comportamento ortoressico sembra apparentemente una scelta di cibi che possono aiutare a raggiungere o a mantenere la salute, ma l’analisi più approfondita dei bisogni delle persone con queste tendenze alimentari mostra che essi esibiscono vere e proprie forme di ipocondria, che sono angosciati da fobie di malattie e di contaminazione o ancora assillati dal desiderio di avere un corpo forte e resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo.
L’ortoressia si sviluppa facilmente su un terreno culturale semplice in cui diviene facile accettare poche teorie largamente comprensibili che si imperniano sul principio-chiave che “tutta la salute dipende dal cibo”.
Naturalmente è semplice constatare che questo tipo di problema, con tassi d’incidenza molto alti nei paesi industrializzati, è fortemente influenzato dai messaggi frequentemente lanciati dai mass media relativi a diversi allarmi alimentari: i pericoli incombenti di consumare carni contaminate dal “morbo di mucca pazza”, di entrare in contatto con polli o uova di animali che hanno contratto “l’influenza aviaria” o ancora di consumare vegetali esposti a radiazioni, sono solo alcuni esempi dei periodici stimoli emozionali ricevuti insieme alle corrispondenti notizie mediatiche su infezioni o incidenti naturali.
Il forte impatto delle informazioni preoccupanti relative ai rischi per alcuni cibi alimenta e consolida il problema dell’ortoressia in numerose persone che, pur trovandosi distanti dai luoghi colpiti da contaminazioni, possono finire inghiottiti da paure che nascono dalla lettura della realtà esclusivamente attraverso i parziali filtri mediatici, una prospettiva che mette spesso in difficoltà la capacità di distanziarsi dagli allarmi globali, di percepire emotivamente le distanze, spesso compromessa da una estrema empatia o dallo spirito di appartenenza ad uno stesso paese colpito da un problema.

Bratman correla i certi comportamenti alimentari ad una paura, a volte maniacale, di ingrassare o di non essere in perfetta salute, che possono condurre a un risultato opposto con conseguenze negative sul sistema nervoso, avvertite con difficoltà dal soggetto colpito e in modo evidente da chi lo circonda.

È oggi considerabile come un disturbo dell'alimentazione riconosciuto dal mondo psichiatrico e quindi presente nel manuale diagnostico americano DSM V, come Disturbo Evitante / Restrittivo dell'assunzione di cibo.

Per distinguere l'ortoressia, come disturbo alimentare, da un normale attenzione agli aspetti salutari del cibo, si ricordano le principali manifestazioni elencate dal DSM V:

Significativa perdita di peso (BMI inferiore alla normalità) o, nei bambini, incapacità a raggiungere il peso relativo alla crescita.
Significativa carenza nutrizionale.
In primo luogo l'ortoressia è un problema sociale, che impedisce il soggetto colpito di avere rapporti equilibrati con l'esterno, in particolare con il partner, creando un meccanismo circolare di insoddisfazione che alimenta il problema stesso.

In secondo luogo l'ortoressico cambia a poco a poco stile di vita, oppure si isola in un proprio stile standardizzato e dettato esclusivamente da regole precise e imprescindibili, difendendosi da chi non comprenda le sue scelte, non condivida in pieno le sue idee e in genere lo irrida o lo contraddica; vive in uno stato di ansia che supera con la convinzione che le sue scelte siano una spiccata incapacità di trovare piacere, nel cibo in particolare, e spesso anche nella sfera sessuale. L'ortoressia diventa un pericolo ancor più grave laddove venga applicata come regola alimentare e stile di vita per i bambini, causando loro malnutrizione, fiacchezza, frustrazione, impedendo di vivere serenamente il rapporto col cibo e col gusto e con una sana e gioiosa condivisione di momenti comunitari in cui sono presenti cibi non contemplati dall'ortoressico.

La persona può trascorrere più di 3-4 ore al giorno a pensare a quali cibi scegliere, a come prepararli e consumarli, pretendendo solo ciò che fa stare bene, che può non corrispondere a ciò che piace realmente. Vengono solitamente messi in atto comportamenti ossessivi riguardanti la selezione, la ricerca, la preparazione ed il consumo degli alimenti, suddivisibili in varie fasi:
Pianificazione dei pasti con diversi giorni di anticipo, al fine di evitare i cibi ritenuti dannosi (contenenti pesticidi residui o ingredienti geneticamente modificati, oppure ricchi di zucchero o sale);
Impiego di una grande quantità di tempo nella ricerca e nell’acquisto degli alimenti a scapito di altre attività, fino a coltivare in prima persona verdure e ortaggi
Preparazione del cibo secondo procedure particolari ritenute esenti da rischi per la salute (cottura particolare, utilizzo di un certo tipo di stoviglie)
Insoddisfazione affettiva e isolamento sociale causati dalla persistente preoccupazione legata al mantenimento di tali rigide regole alimentari autoimposte (Brytek-Matera, 2012).
Una deviazione anche solo minima da esse provoca una serie di conseguenze emotive a cascata, quali colpa, rabbia e umore depresso, fino a somatizzazioni di disturbi fisici (indigestioni, nausea, vomito). A loro volta, i sensi colpa portano all’ulteriore irrigidimento delle regole alimentari, in un circolo vizioso, segnato da ansia sempre più crescente. Viceversa, dopo aver rispettato le regole alimentari, si provano generalmente sentimenti di soddisfazione e accresciuta autostima, collegati a un senso di controllo sulla propria vita.

Le cause portanti di questa presunta malattia della psiche sono da ricercarsi nei ritmi di vita forzati della società moderna e dai modelli di bellezza e salute sempre più rivolti al consumismo piuttosto che a una reale attenzione per l'individuo. In particolare per i soggetti di sesso femminile, le scale di valutazione del rapporto salute-bellezza-autostima vengono spesso mescolate e stravolte, risultando spesso più importante apparire belle che essere davvero in salute.



Motivazioni alimentari, psicologiche, etiche, supportate spesso da tradizionalismo e/o spinte commerciali, hanno creato un'infinità di modelli sociali differenti e una scelta di norme di vita spesso in totale conflitto con un'esistenza sana ed equilibrata.

Il soggetto ortoressico ricade ripetutamente in una sorta di circolo vizioso nel quale, a fronte di una forte insoddisfazione personale, cerca di ristabilire il proprio ordine e la propria autostima, ricercando e attuando regole eccessivamente rigide, che, se trasgredite, comportano un senso di colpa molto forte che porta di riflesso ad inasprire ulteriormente le regole stesse (soprattutto in ambito alimentare), trovando un'apparente realizzazione proprio in quegli aspetti della vita dove le regole vedono il loro maggiore sviluppo (regime alimentare, lavoro, business, competizioni, studio), e tralasciando quasi totalmente la propria sfera privata, personale e affettiva.

Questo porta il soggetto ad incontrare difficoltà nell'appagare se stesso e i propri sensi, imponendosi talvolta persino di provare disgusto per cibi che in realtà appagherebbero il suo palato, solo perché convinto che quegli stessi cibi possano essere dannosi per la sua salute o portare all'aumento di peso.

Come per l'alimentazione, allo stesso modo i rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati qualora il soggetto sia convinto che i rapporti medesimi non siano più adatti o convenienti, anche qualora non vi sia un rilevante motivo.

Questa condizione porta l'ortoressico a non riuscire a provare un reale appagamento personale (se non a tratti) ed a percepire uno stato d'insofferenza e delusione che lo portano spesso a sentirsi più insicuro e in ogni caso a ricadere nel ciclo di insoddisfazione. Il soggetto tende, in questo modo, ad isolarsi ed a fidarsi tendenzialmente solo delle proprie forze e delle proprie regole.

In ultima analisi il ragionamento compiuto dall'ortoressico si ripercuote in una mera incapacità di vivere il proprio presente, poiché il futuro diviene un'ansia continua di prevenzione per ogni aspetto personale e alimentare, mentre il passato si connota in una raffigurazione costante di occasioni mancate, nostalgie e rimpianti.

L'ortoressia viene quindi proposta come una patologia che si manifesta con evidenza nelle abitudini alimentari, ma che riguarda in realtà l'insieme della sfera personale.

Secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute per i disturbi alimentari, le persone affette da ortoressia sarebbero 300 mila in Italia (a fronte di tre milioni di pazienti con disturbi alimentari), con una prevalenza maggiore tra gli uomini piuttosto che tra le donne (11.3% vs 3.9%) (Donini e coll. 2004).

La maggior diffusione nel sesso maschile può spiegarsi con il proliferare di stereotipi culturali legati alla forma fisica maschile, e trova un interessante parallelismo nella corrispondente diffusione della vigoressia, o preoccupazione cronica di non avere un corpo sufficientemente muscoloso, prevalente tra i maschi.

L’isolamento sociale è spesso l’esito di una scelta di vita che non può essere condivisa da chi non ha le stesse abitudini, il che giustifica l’evitamento dei momenti di socialità, spesso basati sulla condivisione di cibo, come un semplice aperitivo o una pausa caffè (durante i quali limitarsi eventualmente a consumare quasi esclusivamente acqua).

Con il passare del tempo, diventa impossibile andare al ristorante o accettare un invito a cena; l’attenzione alla qualità del cibo prevale sui valori morali e sulle relazioni sociali, lavorative e affettive, minando il funzionamento globale e il benessere dell’individuo (Brytek-Matera, 2012).

Il paradosso dell’ Ortoressia risiede nel fatto che gli stessi comportamenti alimentari che si adottano per controllare la propria vita nella direzione del benessere arrivano a controllare il soggetto stesso, con l’illusione che tutta la salute dipenda dal cibo, mentre viene precluso quel benessere che apportano sane relazioni sociali fondate sulla condivisione delle differenze.

Chi soffre di ortoressia è infatti controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare, un complesso di superiorità basato sul cibo che lo porta a disprezzare chi non mangia sano, fino a trovarlo poco intelligente, e poco degno di essere frequentato.

Si tratta di un fanatismo pericoloso che fonda le sue radici su una conoscenza superficiale e semplicistica delle stesse corrette regole alimentari seguite con tanta scrupolosità.

Il giudizio su cosa sia giusto mangiare o meno, infatti, si basa più che altro su un sentito dire, al punto che manca del tutto la capacità di distanziamento emotivo dai problemi, fino a vivere con problematica e solidaristica partecipazione disastri incombenti a livello planetario (consumare carni contaminate dal morbo di mucca pazza, o vegetali esposti a radiazioni).

A complicare il quadro si aggiunge spesso l’evitamento attivo di un confronto con i veri esperti, al punto da denigrare teorie di eminenti medici e studiosi del campo, alla luce delle proprie personali teorie.

Oltre che sul benessere emotivo e sociale, le conseguenze dell’ Ortoressia si fanno evidenti sul benessere del corpo: squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari, tutti problemi che possono richiedere talvolta interventi di ospedalizzazione o configurarsi come condizioni irreversibili.

L’ossessione nei confronti del cibo non di rado si associa anche ad altre forme maniacali come l’ossessione per l’esercizio fisico, per la pulizia, per massaggi e cure estetiche e spesso anche alla fobia dei farmaci. Non è di raro infatti che dietro l’ Ortoressia si nasconda la fobia delle malattie, delle contaminazioni e dell’invecchiamento, da cui scatta la mania di voler rendere il corpo resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo, proprio attraverso un’alimentazione impeccabile.

Curare l’ ortoressia non è un’impresa semplice: alla luce della ferma convinzione di agire in modo corretto, le persone che soffrono di ortoressia sono estremamente sicure delle loro convinzioni, che diventano veri e propri ideali di purezza interiore. Poiché si sentono superiori a chi non ha un simile autocontrollo, di norma rifiutano di riconoscere il loro problema e di conseguenza impegnarsi attivamente nel trattamento.

Un trattamento efficace deve essere graduale e procedere, da un lato, attraverso un lavoro sulle emozioni (in particolare, sulle paure di contaminazione e di malattia che mantengono l’ossessione) e, dall’altro, una reintroduzione dei componenti alimentari eliminati, puntando anche su eventuali malesseri fisici che possono essere causati dalla dieta squilibrata.

E’ necessario che chi soffre di ortoressia si riappropri di una corretta percezione del proprio corpo, affinché questo non venga privato di nessun principio nutrizionale, soprattutto quelli contenuti in dolci e grassi (può essere utile sottolineare l’importanza della tradizionale piramide degli alimenti per l’equilibrio alimentare).

Riguardo la tipologia di trattamento, esistono evidenze scientifiche di esiti positivi con l’utilizzo di trattamenti combinati di psicoterapia cognitivo-comportamentale e farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) (Bryteck-Matera, 2012).

In generale, il trattamento dell’ ortoressia dovrebbe avvalersi di un’équipe multidisciplinare composta da psicoterapeuti, medici e dietisti, attraverso un’azione integrata tra il paziente e la famiglia.



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sabato 2 aprile 2016

MAL DI PRIMAVERA




La stagione primaverile è decisamente controversa per quanto riguarda l'influenza che ha sul nostro organismo. Se alcune persone durante i mesi primaverili si sentono pervasi da una ritrovata energia anche grazie all'aumento delle ore di luce, viceversa in altri riaffiorano malesseri decisamente soggettivi, ma in qualche modo assai comuni. Prime su tutte le reazioni allergiche. 

Debolezza, irritabilità, ansia, insonnia e a volte persino depressione sono le sintomatologie negative più comuni durante i mesi primaverili e nei soggetti più sensibili, ma spesso si manifestano anche ipertensione, ulcere e cefalee.  Secondo la teoria dei cinque movimenti energetici della Medicina Tradizionale Cinese, il nostro corpo è in sintonia con le energie della Natura quando ci troviamo in uno stato di buona salute. 

Ogni stagione è correlata ad un elemento, il legno per la Primavera: fegato, cistifellea, occhi, tendini e muscoli sono gli organi corrispondenti all’elemento legno. Se dunque non siamo in armonia con le energie della Natura, in Primavera possiamo avvertire dei disturbi a questi organi. Sempre secondo la Medicina Cinese, la Primavera è collegata all'organo Fegato, il suo colore è il verde, il suo sapore acido, la sua emozione la collera e la sua caratteristica atmosferica il vento. Proprio le frequenti situazioni ventose e gli sbalzi termici possono acutizzare i nostri malesseri e/o patologie: ad esempio è statisticamente dimostrato un aumento dei casi di ictus nei giorni ventosi. In questa stagione il fegato è più ricettivo ed è quindi quantomai importantissimo averlo in salute.

Particolarmente esposte ai disturbi primaverili sono le donne, colpite dal disagio circa sei volte più degli uomini.  
A tracciare il quadro è Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria  e direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano. Spiega  Mencacci, "i disturbi di stagione sono legati alla modificazione della quantità di luce, che induce cambiamenti a livello cerebrale". Com'è noto, i passaggi più difficili da sopportare sono quelli legati all'avanzare della stagione fredda: con le temperature in discesa e il numero di ore di luce che si riduce progressivamente, ma anche il passaggio dall'inverno alla primavera non è indolore. Quando si va verso il freddo, i sintomi sono soprattutto stanchezza, sonnolenza, perdita di concentrazione e aumento del consumo di carboidrati, mentre l'arrivo della primavera porta con sé, oltre alla stanchezza e al calo di concentrazione, l'irritabilità, l'irascibilità e un aumento dell'ansia. "Si tratta di disturbi affettivi che, in realtà, ci mostrano come siamo in collegamento con i ritmi della natura più di quanto non crediamo", sottolinea Mencacci. Insomma, come le piante sono in fermento non appena "sentono" la bella stagione, anche a noi capita più o meno la stessa cosa.  Non solo. L'arrivo della primavera e i fastidi tipici di questa stagione pesano in modo particolare "anche su quel 10% della popolazione afflitto da disturbi dell'umore, circa 5-6 milioni di persone, di cui il 40% soffre in modo particolare proprio i passaggi stagionali, con manifestazioni che vengono considerate un peggioramento".
   



Chi soffre d’ansia può risentire di questa aumentata attivazione reagendo molto intensamente e sfavorevolmente e subendo un complessivo peggioramento della sintomatologia, a volte anche in corso di terapia farmacologica.

Oltre a queste cause di natura fisica/organica c’è anche un altro motivo, di ordine psicologico e più complessivo, che fa peggiorare l’ansia nei cambi di stagione: l’ansioso tende a cercare costantemente un equilibrio che gli consenta di restare il più possibile indisturbato e tranquillo, equilibrio che di solito raggiunge evitando il più possibile le novità, i cambiamenti, gli stimoli che richiedano un riadattamento.
In primavera il clima diviene instabile, un giorno c’è il sole e fa caldo e il giorno seguente piove e fa freddo, e questo mette a dura prova l’equilibrio dell’ansioso che deve riadattarsi continuamente a condizioni che mutano e che si trova a fronteggiare stimoli fisici fastidiosi che possono innescare in lui reazioni ansiose soprattutto se tende ad essere molto concentrato sul proprio corpo e alle sensazioni che prova.

Dal punto di vista fisiologico l’aumento delle ore di luce e della sua intensità porta ad una maggiore produzione di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) che l’organismo secerne per far fronte all’aumentato fabbisogno di energia che segue la fine dell’inverno e l'allungamento del periodo di luce giornaliero. Questa variazione può provocare conseguenze negative in tutte le persone, causando nervosismo, insonnia, inappetenza e sbalzi d’umore, ma provoca conseguenze peggiori in chi già soffre di un disturbo ansioso (e/o depressivo).
Oltre al cortisolo aumenta anche la produzione di melatonina e la quantità di serotonina in circolo, proporzionalmente all’esposizione alla luce solare, determinando variazioni biochimiche anche brusche che possono portare all’aumento dell’attivazione fisiologica che provoca maggiore disagio nei soggetti che soffrono di ansia. 
   
Dal punto di vista psicologico ciò che incide è l'interpretazione dell'insieme di fattori fisici che si modificano e dei loro effetti diretti sul corpo: l’aumento della luminosità, le variazioni dell’umidità, il caldo e il freddo che si alternano possono spaventare in particolare chi soffre di attacchi di panico e chi presenta sintomi ansiosi di natura respiratoria (fame d’aria, sensazione di respirare male e di non riuscire a riempire e/o a svuotare del tutto i polmoni) o pseudo-neurologici (vertigini, sensazione di testa gonfia/leggera, paura di svenire per abbassamento della pressione).

I cambiamenti climatici che si verificano con l’inizio della primavera e dell’autunno incidono direttamente sia sulla psicofisiologia sia sulla psiche delle persone e le reazioni che ne derivano sono sia altamente individuali, sia correlate alla presenza di disturbi ansiosi e dell’umore.

In linea generale chi si trova a disagio in questi momenti di passaggio può intervenire per quanto riguarda gli effetti di luce e temperatura:

regolando la propria esposizione alla luce rendendola progressiva e utilizzando occhiali da sole nelle ore in cui l'illuminazione è per lui eccessivamente fastidiosa;

indossando abiti che gli consentano di non accaldarsi eccessivamente e di prevenire l'innesco di quelle sensazioni fisiche che possono portarlo all'attacco di panico, ai giramenti di testa, all'impressione di svenire o di respirare male, che spesso sono direttamente legate all'aumento della temperatura percepita.

E’ importante che chi soffre di un disturbo d’ansia non sottovaluti il fatto che una parte del suo malessere dipende anche da ciò che succede nel suo corpo, oltre che nella sua mente, e che quindi non c’è motivo di spaventarsi o di pensare ad un peggioramento stabile dell’ansia.
Questo vale soprattutto per le persone in terapia con psicofarmaci, che possono cercare di non preoccuparsi eccessivamente affrettandosi a rivolgersi al proprio curante per un aggiustamento della posologia.



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venerdì 11 marzo 2016

LE VERTIGINI



La vertigine è una distorsione della percezione sensoriale dell'individuo. Tale distorsione influisce sul movimento della persona dandogli un'errata percezione dello stesso, caratterizzato da perdita di equilibrio; frequentemente essa è di tipo rotatorio.

Dal punto di vista della statica, il nostro corpo  è una struttura alta con una  base  molto stretta e, inoltre, è dotato di numerosi snodi (ginocchia, bacino, colonna vertebrale), che lo rendono estremamente instabile.
Per  consentire la postura eretta la natura, nell’arco del’evoluzione, ci ha dotato di un complesso sistema che governa l’equilibrio, costituito da una rete di sensori (organi vestibolari, occhi, sensori vertebrali, sensori muscolari) che inviano costantemente segnali ad una “centralina di controllo” (nuclei vestibolari del midollo allungato). Questa, interagendo con il cervelletto,  gestisce la forza dei “tiranti” (i muscoli del lato destro e del lato sinistro del corpo), in modo tale che si possa rimanere in posizione eretta ed inoltre camminare e correre.
Possiamo avere la percezione della dinamicità del nostro equilibrio provando a stare fermi con i piedi uniti: ci accorgeremo che in realtà abbiamo delle costanti oscillazioni, proprio perché i muscoli di destra e di sinistra, aggiustando di continuo la propria tensione, ci tengono in piedi con un costante effetto dinamico.
Se infatti, ad esempio, abbiamo bevuto alcolici, i nostri sbandamenti aumenteranno in funzione della quantità assunta, perché l’alcool interferisce sui centri nervosi di controllo e pregiudica l’equilibrio.
Ecco perchè gli ubriachi non riescono a stare fermi su due piedi e, men che meno su un piede.

Le vertigini periferiche sono dovute ad un danno dei sensori vestibolari.  Insorgono improvvisamente, sono violentissime e costanti, cioè durante l’attacco, pur con variazione d’intensità, sono sempre presenti. La sensazione è di una rotazione intensa, come se ci si trovasse su una giostra che gira vorticosamente. Si accompagnano a forte nausea e vomito. Il paziente non è in grado di stare in piedi senza sostegno e non riesce a camminare diritto.
Le vertigini centrali hanno un esordio sfumato, sono incostanti, mai accompagnate da nausea e vomito . La sensazione avvertita è di un’oscillazione laterale e di un’incertezza a camminare, come se si fosse un po’ sotto l’effetto dell’alcool.

Un disturbo dell’equilibrio determina una sensazione di instabilità o capogiro. Se si è in piedi, seduti o sdraiati ma fermi, può sembrare di essere in movimento, di girare o di fluttuare. Se si sta camminando, improvvisamente può sembrare di rovesciarsi.

Un breve capogiro occasionale capita a tutti, ma la parola vertigine può avere significati diversi per soggetti diversi. Per alcuni individui, vertigine potrà significare una fugace sensazione di svenimento, mentre per altri magari consisterà in un’intensa sensazione di rotazione (la vera e propria vertigine) perdurante nel tempo.

Una sensazione di stordimento viene avvertita quando non arriva abbastanza sangue al cervello. Occasionalmente è successo praticamente a tutti quando ci si alza rapidamente da una posizione sdraiata, tuttavia alcuni individui hanno questa sensazione di frequente o cronicamente per una cattiva circolazione. Ciò potrebbe dipendere da arteriosclerosi o indurimento delle arterie ed è osservato comunemente in pazienti con ipertensione arteriosa, diabete o alti livelli di grassi (colesterolo) nel sangue, talvolta, si riscontra in pazienti con funzione cardiaca insufficiente, ipoglicemia (bassi livelli di zuccheri nel sangue) o anemia (poco ferro).

Alcuni farmaci diminuiscono l’afflusso di sangue al cervello, specialmente sostanze stimolanti come la nicotina e la caffeina. Anche un eccesso di sale nella dieta porta a una cattiva circolazione. La circolazione può anche essere ostacolata da spasmi delle arterie dovuti a stress emozionali, ansia e tensione.

Se non arriva abbastanza sangue all’orecchio interno si verifica la sintomatologia più specifica, la vera e propria vertigine. L’orecchio interno è molto sensibile ad alterazioni minori del flusso di sangue; peraltro, tutte le cause citate di cattiva circolazione al cervello sono valide anche per l’orecchio interno.

Varie malattie neurologiche, quali la la sclerosi multipla, la sifilide, tumori, ecc., possono avere effetti sull’equilibrio. Sono cause non frequenti, ma il medico curante può voler eseguire alcuni esami per indagarle.

L’ansia può essere una causa di vertigini e senso di stordimento. Una respirazione inconsciamente troppo frequente (iperventilazione) può essere percepita come panico conclamato o come un lieve capogiro con formicolii alle mani, ai piedi o al viso. Può essere necessario istruire il soggetto sul corretto modo di respirare.



La vertigine posizionale benigna viene avvertita dopo un cambio di posizione della testa (sdraiarsi, girarsi nel letto, guardare in su, chinarsi). Dura circa 30 secondi e smette quando la testa è ferma. È dovuta a un cristallo di otoliti spostato che entra in uno dei canali semicircolari dell’equilibrio. Può durare giorni, settimane o mesi. Il trattamento di “riposizionamento” (manovra di Epley), eseguito da un otorinolaringoiatra, è generalmente curativo. La VPB è la più frequente causa dopo il trauma cranico (anche modesto).

La sindrome di Menière è un disturbo con attacchi di vertigine (che durano per ore), nausea o vomito, e tinnito (rumore forte) nell’orecchio, che spesso dà la sensazione di essere chiuso o pieno. Di solito, coesiste anche una riduzione dell’udito.

Alcuni individui con una storia pregressa di emicrania classica possono avere attacchi di vertigine simili alla sindrome di Menière. Di solito, ma non sempre, c’è anche mal di testa.

I virus possono infettare l’orecchio interno, ma di solito colpiscono le sue connessioni nervose al cervello, causando vertigine acuta (che si protrae per giorni) senza perdita dell’udito (neuronite vestibolare). Un’infezione batterica, come una mastoidite, che si estenda all’orecchio interno può distruggere completamente sia l’udito che la funzione di equilibrio dell’orecchio colpito (labirintite).

Una frattura del cranio con danni dell’orecchio interno produce una vertigine intensa e invalidante, con nausea e perdita dell’udito. La sintomatologia vertiginosa può durare parecchie settimane e migliorare lentamente, via via che prende il sopravvento l’altro orecchio (quello normale). La VPB è un postumo comune del trauma cranico.

Alcuni individui soffrono di capogiri o attacchi di capogiri quando vengono esposti ad alimenti o particelle aeree (polveri, pollini, peli di animali, ecc.) a cui sono allergici.

I fattori che possono aumentare il rischio di soffrire di vertigini sono:

Età: i soggetti anziani hanno con maggiori probabilità condizioni che causano attacchi, soprattutto percepite come perdite di equilibrio. Hanno anche maggiori probabilità di assumere farmaci che possono causare episodi vertiginosi.
Pregresso episodio: se se ne ha già sofferto in passato, aumenta la probabilità di nuovi attacchi.

Un disturbo dell’equilibrio può causare un’andatura barcollante, oppure fare vacillare o cadere il soggetto al momento di alzarsi. Sono possibili altri sintomi, quali:

Una sensazione di rotazione, cioè la vertigine propriamente detta,
Cadute o la sensazione di cadere,
Stordimento, senso di vaghezza, sensazione di fluttuare,
Visione confusa,
Confusione o disorientamento.
Ci possono essere nausea e vomito, diarrea, modifiche della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, nonché paura, ansietà o senso di panico. I sintomi possono andare e venire per brevi periodi o durare a lungo, e possono causare stanchezza e depressione.

Le vertigini possono aumentare il rischio di cadere e farsi male.

Un attacco mentre si sta guidando un’automobile o azionando un macchinario pesante può aumentare le probabilità di incidenti. Ci possono essere anche conseguenze a lungo termine se non viene trattata la condizione di salute alla base del disturbo.

La diagnosi dei disturbi dell’equilibrio è difficile.

Per scoprirne l’esistenza, il medico curante può suggerire una visita otorinolaringoiatrica. L’otorinolaringoiatria è una specializzazione medico-chirurgica delle malattie e dei disturbi di orecchi, naso e gola.

L’otorinolaringoiatra può richiedere un esame dell’udito, esami del sangue, un’elettronistagmografia (un esame che misura i movimenti dell’occhio e dei suoi muscoli) o esami diagnostici per immagini della testa e del cervello. Altro esame possibile è la posturografia. In questo esame, si sta in piedi su una speciale piattaforma mobile davanti a uno schermo con dei motivi. Il medico misura la risposta del corpo al movimento della piattaforma, ai motivi dello schermo o ad ambedue.



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venerdì 19 febbraio 2016

PARLARE NEL SONNO



Parlare nel sonno è un fenomeno molto diffuso, soprattutto nei bambini e nei maschi adulti. Infatti, si stima che tra il 50 e l'80% dei bambini e degli adolescenti ha parlato nel sonno almeno in una occasione, un comportamento che tende a regredire nel corso degli anni.

Ci sono diversi modi di parlare nel sonno: c’è chi blatera parole incomprensibili, mentre altri pronunciano frasi perfettamente comprensibili e riescono anche a mettere insieme un discorso abbastanza coerente e completo. Alcuni parlano spontaneamente, senza alcun stimolo, mentre altri sono motivati da un'altra persona, di solito il loro interlocutore nel sogno. La cosa interessante è che spesso la nostra voce può sembrare diversa da quella che abbiamo quando siamo svegli e ciò tende di solito a spaventare la persona che ascolta.

Il contenuto del discorso può essere completamente casuale e talvolta dura solo qualche secondo in modo tale che non si ha nemmeno il tempo di capire quanto viene detto. Altre volte, il contenuto corrisponde a esperienze vissute, passate o recenti.

Molte persone, in particolare le coppie, si sforzano di comprendere il significato del discorso, ma in realtà, questo può essere senza senso o, in ogni caso, essere una manifestazione dell'inconscio, che non è necessariamente un riflesso di ciò che pensa o sente la persona quando è sveglia.

Dobbiamo ricordare che i sogni non sempre sono l'espressione dei nostri desideri o impulsi più profondi, a volte sono solo brani della vita di tutti i giorni intrecciati in modo casuale. Altre volte, si tratta di ricordi che sono stati attivati da un evento vissuto durante il giorno o da un suono esterno percepito dal nostro cervello durante il sonno. Pertanto, non dovremmo sforzarci troppo nel cercare il significato delle parole.

La persona può parlare nel sonno in qualsiasi momento e fase del sonno stesso, anche se è più comune che lo faccia nelle fasi più profonde. Pertanto, le persone tendono a parlare durante le prime ore del sonno quando questo è più leggero.

Durante il sonno REM si verifica ciò che è noto come il “sonno paradosso”, un fenomeno in cui l'attività cerebrale è molto intensa ei sogni sono particolarmente vividi. Durante questa fase si verifica di solito una disconnessione muscolare per evitare che ci facciamo del male. Di norma vengono scollegati anche i muscoli facciali e le corde vocali, ma capita che questo meccanismo non funzioni sempre bene ed ecco che possono sfuggire delle parole a voce alta mentre dormiamo.

Possiamo anche parlare nel sonno durante quelli che si conoscono come "sogni transitori"; cioè, i sogni propri di quella fase in cui non siamo ancora completamente addormentati ma neppure abbastanza svegli. In quei momenti, la disconnessione muscolare non è ancora stata completata e quindi può capitarci di pronunciare alcune frasi durante il sonno.

Parlare nel sonno ha diverse cause. Spesso, quando si scava nella storia familiare della persona si scopre che vi è una componente genetica. Inoltre, questo è collegato anche ad altri disturbi del sonno come il sonnambulismo, gli incubi o l’apnea del sonno.



Si è anche scoperto che alcuni fattori possono fare in modo che questo fenomeno sia più comune, come ad esempio i periodi di forte stress, l’ansia e la depressione, l’alcol e le droghe, l’insonnia e la febbre alta. Inoltre, si è anche riscontrato che quando dormiamo in un ambiente nuovo, come una stanza d’albergo, siamo più propensi a parlare nel sonno.

Normalmente il sonniloquio non è un problema serio e non necessita quasi mai di trattamento, anche se le persone possono sentirsi preoccupate per paura di dire qualcosa di imbarazzante mentre dormono. Quindi non è sorprendente che queste persone preferiscano dormire da sole, e questo può essere una difficoltà per la relazione di coppia. Ad ogni modo, quando questo fenomeno appare all'improvviso in età adulta può essere sintomo di altri problemi, in questo caso è meglio consultare uno psicologo.

Quando parlare nel sonno è sintomo di un problema più serio è necessario approfondire le cause profonde ed eliminarle. Ad esempio, se è il risultato di troppo stress, ansia o depressione, sarà necessario lavorare su questi stati al fine di promuovere un sonno più riposante.

Quando è un problema a se stesso, spesso può essere d’aiuto creare delle abitudini confortanti prima di andare a letto, come ascoltare della musica rilassante o fare un bagno caldo. Ovviamente, si dovrebbe evitare l'uso di sostanze stimolanti alla sera e fare in modo che la camera abbia sempre la stessa temperatura, che sia sufficientemente oscura e tranquilla. Può aiutare anche l’abitudine di andare a letto sempre alla stessa ora.

Non causa alterazioni qualitative o quantitative del sonno e il paziente si sveglia senza averne il ricordo.

In genere il discorso del sonniloquio inizia con un tono pacato, per diventare man mano più concitato fino a gridare, con contenuti di risentimento e ostilità. quasi sempre le parole non sono intellegibili. Il disturbo, non è associato a fattori predisponenti noti; comunemente può presentarsi in associazione ad altre parasonnie.



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sabato 6 febbraio 2016

SEX ADDICTION



L'ipersessualità o dipendenza sessuale o, in lingua inglese, sex addiction, è un disturbo psicologico e comportamentale nel quale il soggetto sperimenta una necessità patologica ossessiva di avere rapporti sessuali o comunque di pensare al sesso, e ha quindi una dipendenza dall'attività sessuale (analoga a quella che si può avere per un qualsiasi tipo di droga).

La ninfomania e la satiriasi non sono elencate come malattie nel DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali) pubblicato negli Stati Uniti d'America, tuttavia rimangono parte dell'International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems ICD-10, ognuna elencata come sottotipo della ipersessualità. Nella comunità medica, scientifica e specialistica della sessuologia non si è raggiunto il consenso sul fatto che la dipendenza sessuale esista effettivamente e su come descrivere il fenomeno. Gli esperti che ne sostengono l'esistenza la descrivono come un'effettiva dipendenza, al pari di altre come l'alcolismo e la tossicodipendenza. L'atto, in questo caso quello sessuale, verrebbe utilizzato per gestire lo stress o i disturbi della personalità e dell'umore.

Alcuni studiosi ritengono che la dipendenza sessuale sia, allo stato attuale, una forma di disturbo ossessivo-compulsivo e si riferiscono ad essa come sexual compulsivity, ovvero compulsione sessuale. Altri ancora credono che la dipendenza sessuale sia un mito in sé, un sottoprodotto di influenze culturali e di altro tipo.

L'ipersessualità comporta un'attitudine dell'uomo o della donna a essere pronti, in qualsiasi luogo e con qualsiasi persona, a copulare oppure a praticare atti di masturbazione (a volte anche compulsiva), esibizionismo e voyeurismo. Per colui che ne soffre, potrebbero prima o poi deteriorarsi i rapporti affettivi e relazionali (anche gradualmente), compromettendo di conseguenza altre attività quotidiane e sociali dell'individuo. Il soggetto affetto da dipendenza sessuale può avere livelli più alti, rispetto alla media della popolazione, di disturbi della personalità e dell'umore quali ansia, depressione, aggressività, ossessività e compulsività.

Le conseguenze di una dipendenza sessuale possono essere molteplici, ma non necessariamente si presentano contemporaneamente in tutti i soggetti, inoltre possono essere più o meno accentuate a seconda del livello, della gravità e del tipo di dipendenza.

Per testare i criteri dell'ipersessualità, alcuni ricercatori hanno esaminato 207 pazienti di varie cliniche di salute mentale che stavano cercando aiuto per combattere questo disturbo o altre forme di dipendenza. Al termine è emerso che l'88% dei pazienti era affetto da questa patologia e che il comportamento di dipendenza sessuale era collegato a disturbi emozionali, impulsività e incapacità a gestire lo stress.
Un altro importante aspetto emerso dallo studio è che i pazienti affetti da sex addiction hanno subito maggiori conseguenze rispetto a chi soffriva di altri tipi di dipendenza o disturbi psichici. Dei 207 pazienti esaminati, il 17% ha perso il lavoro almeno una volta, il 39% ha dovuto chiudere una relazione, il 28% ha contratto una malattia sessualmente trasmissibile e il 78% ha avuto dei problemi di interferenza nella vita sessuale.
Secondo la ricerca, il 54% dei pazienti ipersessuali si è reso conto di soffrire di questo disturbo prima dei 18 anni, mentre per il 30% l'età della scoperta è più ampia e va dai 19 ai 25 anni.



La dipendenza patologica è in taluni casi progressiva, aumentando di intensità col presentarsi concomitante di una forma di saturazione sessuale. Per poter soddisfare la propria pulsione può verificarsi nel soggetto la ricerca sempre più intensa di rapporti sessuali tendenti all'osceno o al perverso. Tali aspetti dovrebbero essere contestualizzati in un ambito di disagio psicologico-psichiatrico. D'altra parte, ancora oggi, l'interesse della psichiatria verso la sessualità e i problemi sessuali dei pazienti affetti da disturbi mentali è tiepido: da ciò consegue una possibile impreparazione del clinico nell'affrontare e nel gestire la dimensione sessuale del suo assistito.

Il clinico potrebbe trovarsi quindi nella disagevole condizione di utilizzare la propria esperienza come unico metro di misura del comportamento sessuale. L'evento sessuale rischia paradossalmente di essere "accettato" o "rifiutato" a seconda del fatto che sia in accordo con ciò che il clinico ritiene possa appartenere alle categorie del "buono" o del "cattivo"; in questo caso verrebbe meno una capacità di comprensione che trascenda i luoghi comuni, e che quindi possa fornire paradigmi esplicativi utili ad una gestione scientificamente corretta della domanda e del disagio sessuale del paziente disfunzionale. Il soggetto portatore di un disturbo è innanzi tutto una persona con una propria identità, orientamento, preferenze e conflittualità inerenti alla sessualità, elementi che si articolano con le strutture psicopatologiche dei disturbi mentali e si declinano in “neosessualità”, la cui complessità deve essere "interpretata" più che etichettata.

L'avvento di Internet e la conseguente facilità di accesso alla pornografia, sembrerebbero avere influenza sull'aumento dei casi di dipendenza sessuale.

La causa, secondo alcuni clinici, può essere dovuta a traumi o disturbi di tipo psichico  ma, più in generale, è sconosciuta come del resto lo è l'eziologia di molti altri comportamenti sessuali che differiscono dalla norma.

Per distinguere il disturbo dell'ipersessualità (o dipendenza dal sesso) da una normale attività sessuale intensa, sono stati elaborati esami e test sessuali specifici come il SAST (americano) e il SESAMO (italiano). È importante dunque conoscere questo disturbo al fine di poter identificare prima possibile i sintomi che lo caratterizzano ed evitare che si manifestino e prendano corpo le più gravi conseguenze della patologia che, a volte, possono intersecarsi con la devianza ed arrivare ad interessare, a causa dei loro acting-out, l'aspetto criminologico.

I criteri diagnostici sono simili a quelli suggeriti dal DSM per altre dipendenze. La diagnosi clinica è resa più complessa e difficile nel caso di soggetto egosintonico, a meno che non sia egli stesso ad accusare la disfunzione (soggetto egodistonico) o un suo parente/conoscente che lo indirizzi verso un consulto specialistico.

Secondo Patrick Carnes il ciclo della Dipendenza Sessuale inizia con i "Core Beliefs" ("Convinzioni di base", generalmente inconsce) che il dipendente dal sesso ritiene di avere:

"Io sono principalmente una persona cattiva e immeritevole".
"Nessuno mi amerebbe per quello che sono".
"I miei bisogni non saranno mai soddisfatti se devo dipendere dagli altri".
"Il Sesso è il mio bisogno più importante".

Il disturbo, investendo naturalmente il campo psicologico, viene di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, all'interno della quale viene applicato un metodo leggermente diverso da quello usato nell'astinenza (utilizzato ad es. nelle dipendenze da alcol e droghe), un procedimento che si prefigge l'obiettivo di spingere il soggetto a superare l'ossessiva percezione del bisogno e ritornare ad avere un sano rapporto con la sessualità. Nei casi più ostinati, accanto alla psicoterapia, possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche in grado di attenuare la libido.

L'uso del metodo dei gruppi di sostegno è ampiamente consigliato da vari terapeuti e autori internazionali. In alcune nazioni i soggetti vengono indirizzati al gruppo direttamente dai servizi sociali. In particolare negli Stati Uniti ci sono casi che vengono inviati al gruppo, con frequenza obbligatoria, dai Giudici del Tribunale a seguito di avvenimenti con rilevanza giuridica.




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