sabato 2 gennaio 2016

MORIRE DI PARTO



In Italia si muore ancora di parto. Si tratta di una possibilità molto rara - anzi, da questo punto di vista il nostro Paese è assolutamente all'avanguardia, con tassi di mortalità molto bassi - ma, come dimostrano alcuni fatti di cronaca degli ultimi giorni, non è un'eventualità che siamo riusciti a cancellare del tutto.

Ma come stanno le cose? Premessa indispensabile: se ogni vita va tutelata e difesa in ogni modo, a maggior ragione deve esserlo quella di una madre e del figlio (o figlia) che porta in grembo. Morire di parto è qualcosa di intollerabile, inaccettabile. E ogni Paese, come impone anche l'Onu, deve impegnarsi per ridurre il più possibile queste tragedie. Ogni anno, nel mondo, 303 mila donne muoiono di parto. Dal 1990 a oggi, il numero è stato quasi dimezzato. Le Nazioni Unite avevano chiesto una riduzione del 75%. Progressi, a livello globale, ne sono stati fatti eccome. Ma non basta.

Lo studio dell'ISS rivela che le cause di morte diretta più frequenti sono emorragie, tromboembolie e disordini ipertensivi. Vengono monitorate anche le cause indirette che possono portare alla morte della madre entro 42 giorni dal parto: tra queste ci sono patologie cardiovascolari, patologie cerebrovascolari e neoplasie.  Il rischio di mortalità raddoppia se la mamma ha più di 35 anni (bisogna leggere i dati senza allarmismi: si tratta comunque di eventualità rarissime anche per le over 35). Le morti materne per taglio cesareo sono tre volte superiori a quelle registrate nei parti naturali (anche qui: non è tanto l'intervento chirurgico in sé ad accrescere il rischio, quanto le possibili patologie che lo hanno reso necessario). Il dato, inoltre, appare superiore alla media per le cittadine straniere e per le donne con un basso livello di istruzione. Il fattore povertà, anche nel nostro Paese, ha una certa incidenza.



Ogni volta che nel nostro paese vengono messi al mondo 100mila bambini, ci sono 10 donne che muoiono per la gravidanza o il parto. Un evento raro, è vero. Ed è in linea con la media dei paesi europei, come Regno Unito e Francia. Ma non per questo più accettabile, specialmente oggi dopo gli straordinari progressi compiuti in medicina. Eppure, in questi due anni in Italia sono morte 39 donne, la maggior parte delle quali a causa di complicanze ostetriche della gravidanza e del parto. E forse potrebbero essercene di più. Poche o molte: questo non lo sappiamo. Perché il progetto pilota di sorveglianza della mortalità materna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (iss), ha coinvolto solo 6 regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia).
     
Il 12 per cento delle morti tardive, avvenute tra 43 e 365 giorni dall’esito della gravidanza, sono causate da un suicidio (più che altro depressione post partum). Avviene in due casi ogni centomila nati vivi delle regioni partecipanti. Due donne su 10 sono morte a seguito di un’emorragia ostetrica che rappresenta la prima causa di mortalità e grave morbosità materna in Italia. La sepsi ha causato 5 dei 39 decessi e altri 5 sono stati causati da malattie infettive, 3 delle quali dovute a influenza H1N1, mentre 6 dei 39 decessi sono avvenuti per complicazioni di gravidanze indotte mediante tecniche di procreazione medicalmente assistita. Delle 29 morti sottoposte a indagini confidenziale 12 sono risultate associate ad assistenza inappropriata ed esito evitabile. Quindi vite che potevano essere salvate.

“Il rischio di mortalità materna - sottolinea Serena Donati, del reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Iss - è quasi tre volte superiore nelle donne sopra i 35 anni rispetto alle più giovani, oltre due volte nelle donne di istruzione bassa e tra quelle che si sono sottoposte a taglio cesareo rispetto al parto spontaneo. Le morti rilevate a seguito di gravidanze indotte mediante procreazione assistita mettono in luce l’importanza di un’appropriata selezione delle donne che possono accedere a tali tecniche per quanto riguarda la variabilità tra le regioni, si registrano esiti migliori al Nord rispetto al Sud del Paese come accade anche per la mortalità neonatale».

L’Italia rimane comunque in linea con la media dei Paesi europei per quanto riguarda la mortalità materna, con un rapporto pari a 10 decessi ogni centomila nati vivi. Lo stesso rapporto rilevato nel Regno Unito e in Francia. È quanto emerge da un progetto pilota di sorveglianza della mortalità materna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in sei regioni presentato lo scorso anno. La mortalità delle donne in gravidanza o per parto è di particolare attualità dopo i vari casi avvenuti nel nostro paese negli ultimi giorni e sui quali si sta indagando. Il progetto è stato condotto in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia utilizzando due metodologie: incrociando i registri di mortalità con le schede di dimissione ospedaliera e attivando una sorveglianza attiva per analizzare i casi di morte materna. Il rapporto più basso (4,6 ogni centomila nati vivi) è stato rilevato in Toscana, il più alto (13,4 ogni centomila nati vivi) in Campania. Il progetto ha permesso di rilevare anche le morti materne avvenute fino ad un anno dal parto, mettendo in evidenza che il 12% è attribuibile al suicidio, che avviene in due casi ogni centomila nati vivi. Grazie alla sorveglianza attiva, una rete di circa 300 presidi sanitari, sono state rilevate 39 morti in due anni, la maggior parte delle quali a seguito di complicanze della gravidanza e del parto, mentre le altre per complicazioni legate a patologie preesistenti.






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