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giovedì 7 gennaio 2016

UTERO IN AFFITTO



La surrogazione di maternità o gestazione per altri o gestazione d'appoggio, talvolta denominata in modo apertamente critico "utero in affitto", è il ruolo che nella fecondazione assistita è proprio della donna (madre portante) che assuma l'obbligo di provvedere alla gestazione ed al parto per conto di una persona o una coppia sterile, alla quale si impegna a consegnare il nascituro. La fecondazione può essere effettuata con seme e ovuli sia della coppia sterile che di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro.

La surrogazione in pratica si ha quando una donna si presta a portare a termine un'intera gravidanza, fino al parto, su commissione di single o coppie sterili.

Esiste, in molti paesi, il concetto legale per cui la donna che partorisce un bambino ne è considerata la madre a tutti gli effetti, e gli accordi prenatali sulla futura nascita sono considerati del tutto nulli (come, ad esempio, in Italia), anche se alcuni (come ad esempio il Canada) ne proibiscono solo la forma commerciale, ammettendone quella "altruista". Altri ancora, invece, permettono entrambe le forme (Belgio, Georgia, Ucraina).

«Vogliamo che l’utero in affitto diventi un reato universale e venga punito con il carcere». A dirlo, in un’intervista ad Avvenire, il leader di Ncd e Ministro dell’Interno Angelino Alfano: «la stepchild adoption (l’istituto che consente l’adozione da parte di un partner del figlio naturale o adottivo dell’altro partner) rischia davvero di portare il Paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia saputo inventare. Se l’Italia avrà una legge che consente la stepchild alle coppie gay il giorno dopo avvieremo una grande raccolta di firme per il referendum abrogativo. E io sarò in prima linea». Parole dure, quelle pronunciate da Alfano che dice: «utero in affitto deve essere punito con il carcere come i reati sessuali».

La legge sulle unioni civili arriverà a Palazzo Madama il prossimo 26 gennaio. E Alfano dice: «Ci sono due settimane di tempo, le utilizzeremo per dialogare e parlarci. Ma la nostra posizione resta scritta a caratteri cubitali: `sì´ a una legge che preveda specifici e precisi diritti patrimoniali, `no´ a qualsiasi assimilazione alla famiglia costituzionale. E soprattutto `no´ all’adozione sotto qualsiasi forma». Poi l’avvertimento al Partito Democratico: «Le unioni civili non fanno parte del programma del Governo - ha sottolineato il ministro dell’Interno in un’intervista al Tg1 - ma c’è il rischio che la palla di neve diventi una slavina. Spero che il Pd trovi un punto di equilibrio»«Vogliamo che l’utero in affitto diventi un reato universale e venga punito con il carcere». A dirlo, in un’intervista ad Avvenire, il leader di Ncd e Ministro dell’Interno Angelino Alfano: «la stepchild adoption (l’istituto che consente l’adozione da parte di un partner del figlio naturale o adottivo dell’altro partner) rischia davvero di portare il Paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia saputo inventare. Se l’Italia avrà una legge che consente la stepchild alle coppie gay il giorno dopo avvieremo una grande raccolta di firme per il referendum abrogativo. E io sarò in prima linea».




Viaggio nella nuova frontiera della maternità. Nell’Est, dove si può trovare una donna che porterà avanti una gravidanza altrui «ospitando» seme e ovulo. Il tutto per 20-40 mila euro. Illegale? In Italia sì, ma solo in teoria

Kiev - Sembra una ragazzina. Capelli neri lisci, sciarpa viola, una maglietta rosa di lana aderente, pancia piattissima. «L’ultimo film che ho visto? Madagascar 2: bellissimo» si illumina.

Ma non va spesso al cinema, questa venticinquenne che chiameremo Mascia, perché nella cittadina della Crimea dove vive ci sono pochissime sale e ancor meno occasioni. Ha un figlio suo di due anni. E un altro, che porterà in grembo per conto di una coppia italiana, nascerà tra un anno, se tutto va bene. E’ una delle madri surrogate che l’Ucraina offre. Un genere di export locale in crescita. Perché sempre più donne occidentali, quando non riescono a portare avanti una gravidanza, esauriti tutti gli altri tentativi, cercano un «utero in affitto».

Da noi non si può: si rischia la galera. In Ucraina è lecito (come in Russia, Israele, Usa, Gran Bretagna) e con 10 mila euro magari alla «prestatrice» cambia la vita perché, in campagna, ci si compra una casetta. «I soldi? Non ho ancora pensato a come spenderli» giura la nostra futura mamma per procura. Per spiegare la sua decisione questa neolaureata in filosofia va indietro di oltre duemila anni: «Nell’antico Egitto prima di morire gli dei valutavano la tua vita in base a due domande. Sei stato felice? Hai aiutato qualcuno ad esserlo? Ecco, io volevo sentirmi a posto su entrambi i fronti. E ho deciso di fare questa cosa». «Questa cosa» è accettare che un ovulo di una donna italiana fecondato dal seme del marito cresca dentro di lei e diventi un bambino che darà alla luce per consegnarlo subito ai genitori genetici. Senza niente pretendere, se non quel compenso che il contratto prevede. Siamo al confine estremo dell’outsoureing umano.

Le donne del mondo industrializzato vogliono un figlio che possono permettersi economicamente, ma non fisicamente. Le «donatrici» indiane, brasiliane, dell’Est Europa hanno lombi fecondi e non un euro in tasca. Che domanda e offerta finissero per incontrarsi secondo logiche globalizzate era fatale. Ci si può chiedere se il prezzo sia giusto. Discutere sulle implicazioni etiche. Senza illudersi di arginare il bisogno più di quanto si possa con i container cinesi. Non sono gli stessi numeri, certo. Ma anche qui le stime non potrebbero essere più discordanti. Per Olga Zakharova, presidentessa dei Centro studi italo ucraino di Kiev (l’altra sede è Milano), il viaggio della speranza lo compirebbero 60-100 coppie nostrane all’anno, con una percentuale di successi intorno al trenta per cento. È lei che le assiste per risolvere i problemi pratici durante il soggiorno. Se si propone questa cifra al consolato italiano a Kiev; fonti diplomatiche trasaliscono: «In tutto il 2008 abbiamo registrato solo due bebè nati qui a coppie italiane.

E se pensassimo che siano "surrogati" dovremmo avvertire la magistratura». Qualcuno sbaglia, per eccesso o per difetto. Alla richiesta di un’expertise Federica Casadei, fondatrice di Cercounbimbo.net che raccoglie un’infinità di testimonianze su ogni aspetto della procreazione assistita, concede che «una sessantina all’anno sono credibili tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, con la prima destinazione largamente maggioritaria. In base alle mie conoscenze direi che in questo momento a Kiev ci sono 5-6 coppie in trattamento». Le cifre sono opache perché nessun protagonista vuole illuminarle. Il rischio è che in Italia qualcuno impugni la maternità. O contesti l’alterazione di stato, ovvero la falsa dichiarazione su un documento. Da 5 a 15 anni per aver forzato le maglie di una delle leggi più restrittive del mondo in materia riproduttiva. Perché se è chiara la trafila, lo stesso non può dirsi della conseguenze giuridiche una volta tornati in patria. In breve funziona così.

Per la legge ucraina, la coppia «committente» dev’essere sposata, contribuire con almeno metà del patrimonio genetico e dimostrare di non poter portare a termine la gravidanza (sembra pleonastico ma serve a scoraggiare che donne provino a subappaltare il travaglio, per non perdere la linea). La madre surrogata, invece, deve avere già un figlio suo, essere tra i 20 e i 30 anni e risultare sana a tutte le analisi prescritte. A reclutarla ci pensano di solito avvocati specializzati che poi la presentano a una delle venti cliniche riproduttive del Paese. Nel contratto c’è scritto che la giovane si impegna a disconoscere il figlio biologico appena partorito e che sul certificato saranno indicati solo i nomi del padre genetico e della moglie. Con questo foglio debitamente tradotto e «apostillato» i neo-genitori si presentano al consolato e fanno registrare il bimbo sul loro passaporto, per riportarlo a casa. «Ma, per il nostro codice, madre è solo chi partorisce» spiega l’avvocato Giuseppe Cassano «e la legge 40, completamente sconclusionata, complica ulteriormente specificando che la partoriente non può chiedere di non essere menzionata». Non solo: «Per le nostre norme non basta essere la moglie del padre per diventare madre del bimbo, servirebbe un’adozione speciale».

La formula all-inclusive costa 40 mila euro. Ce la si può cavare anche a meno, con un conto suddiviso più o meno cosi:10 mila euro alla madre surrogata, 10 alla clinica, 5 agli avvocati che fanno anche da reclutatori, 3 all’interprete-factotum e altrettanti per l’appartamento che dovrà ospitare la coppia a Kiev, durante ì due soggiorni. Tanti soldi comunque, da versare in 5-6 rate. «Mai pagare in anticipo» si raccomanda Raimondo Terzaghi, marito della Zakharova e altra metà del Centro studi che ha assistito negli anni varie coppie truffate da intermediari trovati su internet e poi dileguatisi dopo aver intascato un bell’acconto. Ci racconta anche di quando un tipaccio l’ha minacciato sotto l’ufficio ucraino: «Se ci tieni alla vita non provare mai più a parlare male di rispettabili avvocati». Quelli, per intenderci, spariti sul più bello con la refurtiva. Sgherri, sensali, professionisti dal sorriso professionalmente insincero. Si ha la spiacevole sensazione di non potersi fidare di nessuno in questa città. Dove, in un bell’albergo del centro, propongono sesso in camera al visitatore straniero come fosse toast e succo d’arancia. Mai visti tanti suv scuri, con vetri anneriti, parcheggiati in doppia fila in centro. Nonostante i marciapiedi ghiacciati è la capitale mondiale dei tacchi a spillo, montati su stivali di vernice ai piedi di donne che sembrano appena uscite da un set di Helmut Newton.

E però è anche il Paese stretto tra l’incudine dell’Occidente e il martello della Russia che le chiude le forniture di gas per spingerla a fare la cosa giusta nella scelta del lato verso cui pendere. I ragazzi, il termometro sotto lo zero, si preparano all’austerità in happy hour autarchici con bottiglie tracannate sulle scale della metropolitana, per sfruttare il caldo che emana. Ecco, dicevamo, diecimila euro possono aiutare quando un operaio ne prende 150 al mese. La dottoressa Galina Strelko, direttrice sanitaria della clinica Viktoria, ci racconta di una donna resa cieca da un incidente sul lavoro che non aveva altro modo di trovare i soldi per l’operazione che le avrebbe restituito parzialmente la vista. O di una mamma sola che doveva tirar su la somma per far operare la figlia. «Altrimenti» dice questo medico formato in Francia «sono studentesse o neo-madri che, approfittando del congedo di tre anni dal lavoro, decidono di ottimizzarlo facendo un figlio per altri».

Coppie italiane? Lei ne ha trattate sette nell’ultimo anno e mezzo: «Due bimbi sono nati, altri due stanno per nascere». Con una di quelle che ce l’ha fatta ci fanno parlare al telefono. Sono rientrati in Italia e ancora non si capacitano. Due operai dei Nord, 42 e 40 anni, provavano da dieci anni ad avere un bambino ma lei rimaneva incinta e poi lo perdeva. «Siamo contentissimi. Abbiamo trovato il contatto su internet, conosciuto la madre e adesso ho in braccio questi due meravigliosi gemellini». Non sono mai stati così contenti di aver speso 20 mila euro. Altre coppie seguiranno il loro esempio perché, nonostante i rischi legali che una giurisprudenza ragionevole ha sin qui relegato nel dominio della teoria, la voglia di avere un bambino è più forte. Mascia, la futura mamma per procura, non è preoccupata dei mesi che la aspettano. Il suo primo parto è andato benissimo. «Ha un utero perfetto» si erano complimentati in ospedale. Una frase che le ha ronzato in testa da allora. E a suo figlio che racconterà di quella grande pancia da cui non uscirà un fratellino? «Niente. Negli ultimi mesi lo manderò a vivere dai nonni». Lei è pronta, lui potrebbe non esserlo.

Una giornalista dei «New York Times» racconta la sua felice esperienza di maternità insieme con la sua «prestatrice» di utero ma in America è tutta un’altra cosa...
Tutta un’altra storia. Quella della giornalista statunitense che racconta la sua esperienza di «maternità surrogata» sul Magazine del New York Times è insieme identica e opposta a quelle che a Kiev riguardano coppie italiane. Identici il bisogno e le tecniche riproduttive. Opposto tutto il resto. Negli Stati Uniti le protagoniste si fanno fotografare sorridenti in copertina, in Ucraina non vogliono neppure essere citate con i loro veri nomi.



La differenza la fa una legge, la nostra, che rende illegale la procedura e perseguibile chi la pratica. Invece a New York, dopo cinque anni di tentativi, vari aborti spontanei e 12 cicli di fecondazione assistita, Alex Kuczynski si è rivolta a un’agenzia che le ha trovato Cathy, un’insegnante della Pennsylvania. Hanno firmato un contratto e dopo nove mesi è nato un bimbo. Dal ‘76 a oggi, calcola l’Organization of Parents Through Surrogacy, sono venuti al mondo così circa 28 mila bambini negli Stati Uniti. I costi variano dai 30 ai 60 mila dollari, tutto compreso. Più che in Ucraina, senza considerare la maggiore distanza e il viaggio. Il motivo per cui solo i ricchi europei si avventurano a varcare l’oceano. Gli altri prendono un biglietto per Kiev...

Stop agli "uteri in affitto", che riducono la donna, il suo grembo e i bambini a una merce, con lo sfruttamento soprattutto delle donne vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo. Questo importante messaggio è emerso in assemblea plenaria al Parlamento europeo, all’interno del Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo – riferito al 2014 – e la politica dell’Unione Europea in materia, preparato dal popolare rumeno Cristian Dan Preda.
I vertici del gruppo socialista avevano chiesto di votare contro l'emendamento, ma il gruppo si è poi spaccato e buona parte degli italiani del Pd hanno votato a favore, consentendo a popolari e conservatori di raggiungere il risultato dell'approvazione.

Il Rapporto sui diritti umani, per molti versi controverso, ha visto assorbire un emendamento dell’eurodeputato popolare slovacco Miroslav Mikolasik che segna un punto assolutamente importante, soprattutto a fronte della rapida diffusione della pratica della maternità surrogata, che sempre più attira critiche – ora anche di parte laica e femminista – nonché di vari esponenti omosessuali.

Il paragrafo in questione (il 114) afferma che il Parlamento europeo «condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce; considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare il caso delle donne vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, debba esser vietato e trattato come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani» a disposizione dell’Ue nel dialogo con i Paesi terzi.

Il testo così emendato, prima ancora di essere approvato al Parlamento, aveva già ottenuto amplissima maggioranza in ben tre commissioni parlamentari. Anzitutto in quella che ha l’ultima parola in materia, e cioè gli Affari esteri, con 47 sì, 4 no e 4 astenuti. E così anche nelle altre due commissioni consultate: Sviluppo (22 sì, un no e un astenuto), e Diritti della donna e parità di genere (23 sì, 6 no e nessun astenuto).

Alcuni gruppi (soprattutto Liberali e Sinistra) hanno votato sì al documento nel suo complesso pur non condividendo l’emendamento sulle madri in affitto. Peraltro è stato invece bocciato in sede di commissione parlamentare un altro emendamento (firmato sempre da Mikolasik) che pure sembrava la logica conseguenza (si chiedevano «chiari princìpi e strumenti legali internazionali per l’affrontare le questioni relative alla maternità surrogata allo scopo di prevenire l’abuso di diritti umani come lo sfruttamento delle donne e il traffico di essere umani, e la protezione di diritti, interessi e benessere dei bambini»).

Il gruppo dei Liberali aveva chiesto un voto separato specificamente su questo paragrafo. E i Conservatori, che pure sono favorevoli, avevano chiesto di spezzare in due tronconi il paragrafo – uno relativo alla condanna generale, l’altro alla questione specifica delle donne nei Paesi poveri – e i relativi voti.

Già nel 2011 i Popolari erano riusciti a far passare un emendamento sulla maternità surrogata sempre nell’ambito del rapporto annuale sui diritti umani nel mondo, ma in tutt’altro clima culturale (pareva che la questione non toccasse così da vicino anche l’Europa) e senza che nel testo si facesse menzione di condanne, limitandosi a parlare di «grave problema della maternità surrogata » e affermando che donne e bambini non possono essere «considerati merci sul mercato internazionale della riproduzione».

Da allora il fenomeno non ha fatto che estendersi. Oltre alla condanna della surrogazione di maternità, il documento approvato oggi ribadisce alcuni concetti assai controversi che però erano già entrati nel rapporto annuale dello scorso anno (relatore Pier Antonio Panzeri, Pd) suscitando grande clamore dopo il contestato varo del documento nel suo insieme. Tra questi, l’ampio uso del concetto di «identità di genere», l’incoraggiamento agli Stati membri perché garantiscano alle persone omosessuali «l’accesso a istituti legali, possibilmente attraverso unioni registrate o matrimoni », e la richiesta di assicurare il «facile acceso all’aborto sicuro» nel quadro della pianificazione familiare.

Le trascrizioni nei registri dei bambini nati attraverso la surrogazione di maternità sono regolamentate dal Codice della Famiglia (articoli 51 e 52) e dalla Legge degli Atti dello Stato Civile (articolo 16). La madre surrogata deve dare il suo consenso affinché il nascituro venga registrato. Per questo processo non è necessaria né una risoluzione giuridica, né un processo di adozione. Il nome della madre surrogata, comunque, non compare mai nel certificato di nascita. Non è obbligatorio che il bambino abbia un vincolo genetico con almeno uno dei genitori richiedenti. I bambini nati dalla surrogazione di maternità per richiesta di persone single o coppie di fatto eterosessuali vengono iscritti per analogia della legge (articolo 5 del Codice della Famiglia), anche se potrebbe essere necessaria una risoluzione giuridica.

La legislazione liberale, in questo modo, ha convertito la Russia in una destinazione attraente per i "turisti riproduttivi", che viaggiano all'estero alla ricerca di tecniche non disponibili nei propri paesi d'origine. In Russia, gli stranieri godono degli stessi diritti sulla riproduzione assistita dei russi. Entro i tre giorni successivi al parto, la coppia committente riceve il certificato di nascita russo, nel quale i due risultano come padre e madre.




Seguendo la tradizione romanistica, il diritto italiano ha sempre ammesso il concepito tra i soggetti capaci di succedere. L'attuale articolo 462 del codice civile lo stabilisce a favore di tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell'apertura della successione. Stabilisce poi la possibilità di ricevere per testamento i figli di una determinata persona vivente al tempo della morte del testatore, benché non ancora concepiti. L'articolo detta secondo la tradizione del curator ventris le disposizioni di amministrazione in caso di eredi nascituri. L'articolo 715 del codice civile fissa, poi, le opportune cautele in caso di chiamata all'eredità di nascituri. L'articolo 784 del codice civile, infine, disciplina il diritto di donazione a favore dei nascituri.

Nell'ordinamento non è presente una definizione giuridica del termine "concepito".

Come di consueto, la nozione tecnica di concepito si ricava attraverso l'interpretazione delle norme esistenti. Per ricavare la nozione di concepito si fa riferimento in primo luogo alla lettera della legge di cui all'art.1 c.c. e alla Costituzione. Del pari sono integrate nel concetto di concepito anche le indicazioni di cui alla l.194/78 e 40/2004. Ulteriori aspetti definitori possono rinvenirsi dalla differenza di significato che passa fra l'embrione, ovulo fecondato già annidato nella cavità uterina, e il concepito in quanto astratta entità umana, non ancora nata ma già individuabile, soggetto di diritti di ordine patrimoniale, come ben delineato nell'interpetazione della Corte Costituzionale. Il concepito è pertanto soggetto del diritto personalissimo alla nascita dopo il 90º giorno dal concepimento: dopo, cioè, che siano scaduti i termini per l'interruzione volontaria di gravidanza previsti dalla legge 194/78. Anteriormente a tale termine può parlarsi di una condizione di tutela cedevole di fronte alle esigenze genitoriali e ordinamentali. Una diversa sorte spetta all'embrione, che segue le vicende normative di legge speciale (l. 40/2004).

La differenza fra embrione e concepito è alla base di differenti tipologie di tutela giuridica. Il concetto di embrione pare dalla legge 40 è utilizzato nella dimensione procedurale e oggettiva-scientifica. Le legge in discorso tratta l'embrione sopra definito come oggetto della tutela. Quando le norme vogliono riferirsi alle situazioni giuridiche delle quali gode l'entità giuridica del concepito (non nato), riprendono l'ampio concetto di "concepito", cui sarebbe offerta una tutela diversa.

In altre parole, la legge parla dell'embrione quale oggetto dei trattamenti sanitari, nel loro aspetto scientifico e non distinguendo ai fini che ci occupano, le diverse fasi di sviluppo dopo la fecondazione. Infatti la legge stabilisce norme sull'attività scientifica, con particolare riferimento alla creazione, sperimentazione e crioconservazione, al fine esplicitato di tutelare questa entità minima di forma di vita. Coerentemente, è notevole la circostanza che venga sancito collateralmente un divieto assoluto di soppressione degli embrioni "fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194", ovvero la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza.

Il concepito, sarebbe, come si afferma in alcune massime di giurisprudenza sotto riportate, soggetto di diritti (o almeno di una legittima aspettativa a nascere, che si trasforma in vero e proprio diritto, salvo eccezioni, dopo il 90º giorno dal concepimento), insieme agli altri soggetti individuati dall'articolo 1 della legge 40/2004. Al concepito la legge sembra quindi offrire, in modo peraltro difficilmente conciliabile con l'insieme delle normative in materia, i benefici dello status di soggetto che si va a delineare, garantendo alcune forme di tutela riguardanti, in particolare, la sua condizione rispetto all'intervento sanitario relativo alla procreazione.


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sabato 2 gennaio 2016

MORIRE DI PARTO



In Italia si muore ancora di parto. Si tratta di una possibilità molto rara - anzi, da questo punto di vista il nostro Paese è assolutamente all'avanguardia, con tassi di mortalità molto bassi - ma, come dimostrano alcuni fatti di cronaca degli ultimi giorni, non è un'eventualità che siamo riusciti a cancellare del tutto.

Ma come stanno le cose? Premessa indispensabile: se ogni vita va tutelata e difesa in ogni modo, a maggior ragione deve esserlo quella di una madre e del figlio (o figlia) che porta in grembo. Morire di parto è qualcosa di intollerabile, inaccettabile. E ogni Paese, come impone anche l'Onu, deve impegnarsi per ridurre il più possibile queste tragedie. Ogni anno, nel mondo, 303 mila donne muoiono di parto. Dal 1990 a oggi, il numero è stato quasi dimezzato. Le Nazioni Unite avevano chiesto una riduzione del 75%. Progressi, a livello globale, ne sono stati fatti eccome. Ma non basta.

Lo studio dell'ISS rivela che le cause di morte diretta più frequenti sono emorragie, tromboembolie e disordini ipertensivi. Vengono monitorate anche le cause indirette che possono portare alla morte della madre entro 42 giorni dal parto: tra queste ci sono patologie cardiovascolari, patologie cerebrovascolari e neoplasie.  Il rischio di mortalità raddoppia se la mamma ha più di 35 anni (bisogna leggere i dati senza allarmismi: si tratta comunque di eventualità rarissime anche per le over 35). Le morti materne per taglio cesareo sono tre volte superiori a quelle registrate nei parti naturali (anche qui: non è tanto l'intervento chirurgico in sé ad accrescere il rischio, quanto le possibili patologie che lo hanno reso necessario). Il dato, inoltre, appare superiore alla media per le cittadine straniere e per le donne con un basso livello di istruzione. Il fattore povertà, anche nel nostro Paese, ha una certa incidenza.



Ogni volta che nel nostro paese vengono messi al mondo 100mila bambini, ci sono 10 donne che muoiono per la gravidanza o il parto. Un evento raro, è vero. Ed è in linea con la media dei paesi europei, come Regno Unito e Francia. Ma non per questo più accettabile, specialmente oggi dopo gli straordinari progressi compiuti in medicina. Eppure, in questi due anni in Italia sono morte 39 donne, la maggior parte delle quali a causa di complicanze ostetriche della gravidanza e del parto. E forse potrebbero essercene di più. Poche o molte: questo non lo sappiamo. Perché il progetto pilota di sorveglianza della mortalità materna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (iss), ha coinvolto solo 6 regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia).
     
Il 12 per cento delle morti tardive, avvenute tra 43 e 365 giorni dall’esito della gravidanza, sono causate da un suicidio (più che altro depressione post partum). Avviene in due casi ogni centomila nati vivi delle regioni partecipanti. Due donne su 10 sono morte a seguito di un’emorragia ostetrica che rappresenta la prima causa di mortalità e grave morbosità materna in Italia. La sepsi ha causato 5 dei 39 decessi e altri 5 sono stati causati da malattie infettive, 3 delle quali dovute a influenza H1N1, mentre 6 dei 39 decessi sono avvenuti per complicazioni di gravidanze indotte mediante tecniche di procreazione medicalmente assistita. Delle 29 morti sottoposte a indagini confidenziale 12 sono risultate associate ad assistenza inappropriata ed esito evitabile. Quindi vite che potevano essere salvate.

“Il rischio di mortalità materna - sottolinea Serena Donati, del reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Iss - è quasi tre volte superiore nelle donne sopra i 35 anni rispetto alle più giovani, oltre due volte nelle donne di istruzione bassa e tra quelle che si sono sottoposte a taglio cesareo rispetto al parto spontaneo. Le morti rilevate a seguito di gravidanze indotte mediante procreazione assistita mettono in luce l’importanza di un’appropriata selezione delle donne che possono accedere a tali tecniche per quanto riguarda la variabilità tra le regioni, si registrano esiti migliori al Nord rispetto al Sud del Paese come accade anche per la mortalità neonatale».

L’Italia rimane comunque in linea con la media dei Paesi europei per quanto riguarda la mortalità materna, con un rapporto pari a 10 decessi ogni centomila nati vivi. Lo stesso rapporto rilevato nel Regno Unito e in Francia. È quanto emerge da un progetto pilota di sorveglianza della mortalità materna, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in sei regioni presentato lo scorso anno. La mortalità delle donne in gravidanza o per parto è di particolare attualità dopo i vari casi avvenuti nel nostro paese negli ultimi giorni e sui quali si sta indagando. Il progetto è stato condotto in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia utilizzando due metodologie: incrociando i registri di mortalità con le schede di dimissione ospedaliera e attivando una sorveglianza attiva per analizzare i casi di morte materna. Il rapporto più basso (4,6 ogni centomila nati vivi) è stato rilevato in Toscana, il più alto (13,4 ogni centomila nati vivi) in Campania. Il progetto ha permesso di rilevare anche le morti materne avvenute fino ad un anno dal parto, mettendo in evidenza che il 12% è attribuibile al suicidio, che avviene in due casi ogni centomila nati vivi. Grazie alla sorveglianza attiva, una rete di circa 300 presidi sanitari, sono state rilevate 39 morti in due anni, la maggior parte delle quali a seguito di complicanze della gravidanza e del parto, mentre le altre per complicazioni legate a patologie preesistenti.






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sabato 25 luglio 2015

Sesso e' un Rischio per Adolescenti Italiani


Sesso, 2 adolescenti italiani su 3 sono a rischio. 

I pericoli maggiori sono le malattie sessualmente trasmissibili e le gravidanze indesiderate...







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venerdì 16 maggio 2014

Il Decreto sulle Droghe è Legge


Il decreto Lorenzin sulle droghe è stato approvato anche dal Senato ed è quindi legge. Il testo rimane lo stesso approvato alla Camera, senza alcuna modifica, in quanto sul testo è stato posto il voto di fiducia da parte del governo (ottava volta in meno di tre mesi, per il governo Renzi). I voti favorevoli sono stati 155, i contrari 105, nessun astenuto. Tra le misure principali del decreto vi è quindi il reinserimento della cannabis in tabella II, insieme alle droghe leggere, e la riduzione delle pene relative al comma 5 dell’articolo 73 (c.d. piccolo spaccio) ad un massimo di 4 anni: limite che avrà di fatto il pregio di risparmiare il carcere agli incensurati. Le pene per lieve entità non distinguono tra droghe leggere e pesanti, ma sarà compito del giudice graduare la pena tenendo conto del tipo di sostanza.

MOVIMENTO 5 STELLE CONTRARIO. Ha votato contro il provvedimento il Movimento 5 Stelle. Nella dichiarazione di voto, il portavoce Airola, ha sottolineato come il provvedimento sia “una bomba atomica sulla giustizia italiana”, in quanto lascia 24mila detenuti in carcere condannati in base a una legge incostituzionale (la Fini-Giovanardi), e potenzialmente ci potrebbero essere quindi migliaia di ricorsi fatti dalla difesa per ottenere l’abbassamento della pena (nei casi di condanna per droghe leggere, la cui pena torna ad essere da 2 a 6 anni, mentre con la Giovanardi era da 6 a 20) o da parte del Pm per ottenere un inasprimento (nel caso delle droghe pesanti che passano ad avere pene tra 8 a 20 anni, mentre con la Giovanardi il minimo era 6 anni). Altri motivi della contrarietà del M5S sono il fatto che non vi sia distinzione tra droghe leggere e pesanti per i reati di lieve entità, e il fatto che il decreto non sia andato a legiferare su oltre 500 droghe (smart drugs e simili) nate dopo il 2006 e quindi sparite dalle tabelle dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi: “i condannati per spaccio di queste sostanze saranno non solo liberi, ma a questo punto avranno anche ragione di chiedere i danni allo stato”, ha affermato Airola.

GIOVANARDI CANTA VITTORIA. Nonostante il decreto nasca dalla bocciatura della sua legge, e nonostante non sia riuscito nella battaglia di reintrodurre la cannabis tra le droghe pesanti, Giovanardi ha comunque votato a favore del decreto, esprimendo soddisfazione nella sua dichiarazione di voto in aula. “La norma approvata corrisponde pienamente ai principi che ispirarono la Fini-Giovanardi”, ha affermato, “ si conferma, infatti, che l’uso personale di ogni tipo di droga non è reato ma è colpito da sanzioni amministrative, che ogni tipo di spaccio di ogni tipo di sostanza viene penalmente perseguito, e che il tossicodipendente che ha commesso reati va affidato alle comunità di recupero”. Giovanardi ha anche lasciato intendere che la sua battaglia non finisce qui: “Ricordo anche che il Governo ha accolto in Commissioni riunite Giustizia e Sanità un ordine del giorno che impegna il Ministro della Sanità a valutare la pericolosità della cannabis arricchita di ultima generazione, per collocarla in tabella I assieme a cocaina ed eroina”.


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domenica 17 novembre 2013

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti


Droga e Afghanistan soldati-trafficanti. 

La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli

Secondo l'Onu per l'oppio è stato un anno di produzione record, anche nella zona di Kabul, sotto il controllo delle truppe Nato. In Italia è finita in nulla l'inchiesta militare partita dal caso di Alessandra Gabrieli, militare della Folgore diventata tossicodipendente e spacciatrice dopo la missione. Indagini simili sono state insabbiate in Canada e Regno Unito




Ci sono storie che qualcuno preferisce dimenticare. Come quella dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli: prima donna parà d’Italia, eroina nazionale divenuta eroinomane in caserma, finita in carcere due anni fa per spaccio dopo aver denunciato il giro di droga tra i soldati reduci dell’Afghanistan che se la riportano in Italia di ritorno dalla missione. Una denuncia clamorosa cui le autorità militari italiane non hanno dato seguito, com’è accaduto per analoghe inchieste estere sul coinvolgimento di militari Nato nel traffico di eroina dall’Afghanistan. Un paese che in dodici anni di occupazione occidentale ha visto regolarmente aumentare le produzione di oppio. Quest’anno si è raggiunto il record storico, secondo l’ultimo rapporto dall’agenzia antidroga dell’Onu: tutti evidenziano l’aumento della coltivazione di oppio nelle regioni sotto controllo della guerriglia talebana (+34% in Helmand, +16% a Kandahar), ma nessuno nota che nella provincia di Kabul, sotto diretto controllo del governo centrale, la produzione è aumentata del 148%. E l’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina del mondo.

LA STORIA DI ALESSANDRA, LA PRIMA PARA’ DONNA IN ITALIA. Alessandra portava i capelli castani aggrovigliati in una criniera di dreadlock e il piercing al naso. Suo padre, ufficiale dell’esercito, non approvava. Ma lei era una ragazzina ribelle. Sognava di fare l’artista e coltivava la sua passione nelle aule del liceo artistico Paul Klee di Genova, la sua città. Con il passare del tempo, però, il suo spirito alternativo l’ha allontanata anche da questo ribellismo convenzionale, spingendola alla ricerca di qualcosa che fosse veramente fuori dagli schemi. “Volevo fare qualcosa di diverso e di più utile rispetto alle mie coetanee”, racconterà in seguito. Così a 19 anni, dopo l’esame di maturità, si è rasata i capelli, si è tolta l’orecchino dal naso e, per la gioia di suo padre, si è arruolata nell’esercito. Non in un corpo qualsiasi, ma nella brigata Folgore, diventando la prima donna paracadutista d’Italia. Non è stata facile, ma lei ce l’ha messa tutta e ha fatto rapidamente carriera: ha preso i gradi di caporalmaggiore ed è stata inviata in missione all’estero: prima in Kosovo, poi in Libano, e perfino in Iraq, a Nassiriya. I giornali la intervistavano spesso: era diventa una specie di leggenda, un’eroina nazionale. Ma la vita in missione era dura, soprattutto per una donna, e lei pian piano iniziava a sentire il peso della sua scelta.

Nel 2007, nella caserma Vannucci di Livorno, Alessandra si trovava insieme ai suoi compagni, reduci dall’Afghanistan. Le hanno offerto di fumare con loro: eroina, purissima, afgana. Per il caporalmaggiore Gabrieli è stato l’inizio della fine. Di lì a due anni, la tossicodipendenza l’ha costretta ad abbandonare la divisa e a tornare a Genova da sua madre, dove ha iniziato a vivere di espedienti per tirare avanti, finendo presto a spacciare per procurarsi i soldi per la roba. Il 12 agosto del 2011 Alessandra, ormai segnata dall’abuso di droga, viene fermata dai Carabinieri nel corso di un’operazione antidroga volta a sgominare una rete di spaccio tra Milano e Genova. I militari le trovano in macchina 9 grammi di eroina e molta di più ne rinvengono a casa sua. In tutto 35 grammi di roba purissima che, secondo i periti dell’Arma, avrebbero fruttato fino a quattrocento dosi, a seconda del taglio. Alessandra viene arrestata con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti.



“INIZIATA ALL’EROINA DAI MILITARI DELL’ISAF”. Agli inquirenti della squadra investigativa del nucleo operativo dei Carabinieri di Sampierdarena, guidata dal tenente Simone Carlini, l’ex paracadutista racconta com’è entrata nel tunnel della tossicodipendenza. “Mi hanno iniziato all’eroina alcuni militari della missione Isaf di ritorno dall’Afghanistan. È successo nel 2007 ed eravamo nella caserma della Folgore a Livorno. Ritengo che quello stupefacente, molto probabilmente, venisse portato direttamente dall’Asia”.
 Il 20 settembre 2011 Alessandra viene condannata a tre anni e mezzo di reclusione. Ma le sue scottanti dichiarazioni costringono il titolare delle indagini, il pm genovese Giovanni Arena, a trasmettere il fascicolo alla Procura militare di Roma, che apre un’inchiesta. Le accuse dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli non solo rivelano l’uso di droghe tra i militari italiani di ritorno dal fronte, ma adombrano addirittura il loro coinvolgimento nel traffico di eroina dall’Afghanistan. L’imbarazzo della Difesa è forte, e l’allora ministro Ignazio La Russa preferisce “non rilasciare commenti, in attesa dello sviluppo delle indagini”.

Ma di sviluppi non ce ne saranno perché l’inchiesta militare viene subito archiviata. “Non siamo competenti su questo tipo di reati”, dichiara Marco De Paolis, procuratore militare di Roma. “Spetta alla magistratura ordinaria occuparsi di stupefacenti”. Con l’emissione della sentenza di condanna da parte del giudice Carla Pastorini, il caso viene definitivamente chiuso e sulla vicenda cala il silenzio. Alessandra viene rinchiusa nel carcere genovese di Pontedecimo e del giro di eroina afgana tra i soldati italiani di ritorno da Kabul non parlerà più nessuno. Per il difensore legale di Alessandra, l’avvocato Antonella Cascione, la conclusione di questa vicenda assomiglia tanto a un insabbiamento nel quale la sua assistita ha svolto il classico ruolo di capro espiatorio. “Parlo come privata cittadina: le dichiarazioni di Alessandra rischiavano di scoperchiare un vaso di Pandora, e hanno pensato bene di sigillare subito il tappo, con lei dentro. Pensavo sarebbe scoppiato il pandemonio, invece hanno messo tutto sotto silenzio, semplicemente ignorando la sua denuncia, che si è infranta contro un vero e proprio muro di gomma”.

MILITARI-TRAFFICANTI, MURO DI GOMMA ANCHE IN CANADA E UK. Un muro di gomma che non riguarda solo l’Italia. Nel settembre 2010 il ministero della Difesa del Regno Unito avvia un’indagine sul coinvolgimento di soldati britannici e canadesi nel traffico di eroina afgana attraverso la base della Royal Air Force di Brize Norton, nell’Oxfordshire: il principale aeroporto di sbarco delle truppe di ritorno dal fronte, dove ogni settimana atterrano circa 700 soldati provenienti dalle basi Nato nel sud dell’Afghanistan. Il quotidiano che dà notizia dell’inchiesta, il Sunday Times, cita anche la testimonianza di un narcotrafficante afgano: “La maggior parte dei nostri clienti, esclusi i trafficanti all’estero, sono i militari stranieri: a fine missione ce la ordinano, noi gliela vendiamo e loro se la portano a casa sugli aerei militari dove tanto nessuno li controlla. Ne comprano tanta”. L’inchiesta militare britannica, accompagnata da un irrigidimento dei controlli alla base Raf di Birze Norton, genera molto scalpore mediatico, ma sulla vicenda cala presto il silenzio più completo.



La Difesa canadese, da parte sua, archivia velocemente la questione come infondata. Un anno dopo, però, il consigliere del Capo di stato maggiore delle forze armate canadesi, Sean Maloney, dichiara alla stampa: “Non sono affatto sorpreso che soldati occidentali smercino eroina dalle basi aeree della Nato in Afghanistan, usate dai signori della droga locali per trafficare la droga direttamente in Occidente, tagliando fuori gli intermediari pachistani e realizzando così profitti molto più elevati”. Numerose altre fonti confermano questi traffici, che vedono coinvolti non solo i militari occidentali ma anche, e soprattutto, le compagnie private di contractors, i cui velivoli operanti dagli aeroporti Nato sono esenti da controlli al pari dei voli militari. “I contractors impiegati in Afghanistan dal Pentagono, dalla Cia e dalla Nato sono una straordinaria banda di profittatori che speculano sulle guerre”, sostiene l’ex direttore dell’agenzia antidroga dell’Onu, Antonio Maria Costa. “Negli anni ho ricevuto dalle agenzie governative diversi rapporti riservati che contenevano accuse pesanti nei confronti di alcune di queste società riguardo al loro coinvolgimento nel contrabbando di droga: ritengo che non si tratti di accuse infondate”.

IL DIRIGENTE ONU: “NE RIPARLIAMO QUANDO SARO’ IN PENSIONE”. Il successore di Maria Costa alla guida dell’Unodc, Yuri Fedotov, interpellato sullo stesso argomento replica in modo eloquente: “Data la carica che ricopro, rispondo che non ho informazioni in merito, ma se ne riparliamo quando sarò in pensione la mia posizione potrebbe essere diversa”. Oltre mezzo secolo di storia di interventi armati – dallo sbarco alleato in Sicilia alla guerra in Vietnam, dal sostegno americano ai contras nicaraguensi a quello ai mujahedin afgani contro i sovietici – dimostra che il coinvolgimento dei militari nel narcotraffico è una costante, conseguenza di una realpolitik che porta a sacrificare ciò che è giusto (contrastare il narcotraffico) in nome di ciò che è necessario (sconfiggere il nemico). Anche per sconfiggere i talebani e mantenere il controllo dell’Afghanistan l’Occidente ha scelto di sostenere personaggi notoriamente coinvolti nel narcobusiness – dal clan Karzai in giù – chiudendo un occhio su questi traffici, anche quando coinvolgono strutture e personale militare Nato. Se poi qualcuno li tira fuori, come ha fatto Alessandra, basta far finta di niente e dimenticarsene.

di Enrico Piovesana



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