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martedì 19 aprile 2016

LE MAMME NONNE



Le attuali condizioni socio-economiche, la modificazione del ruolo della donna nella società e i progressi delle tecniche di fecondazione assistita, stanno favorendo sempre più un ampliamento del periodo dell’età “riproduttiva”. Oggi ci si domanda, peraltro, fino a che punto sarà lecito arrivare, e alcuni casi di rilievo sulla stampa alimentano la discussione. La storia e la leggenda hanno attribuito gravidanze in età molto avanzata ad alcune “super-donne”, dalla Bibbia con il personaggio di Sara che con i suoi 100 anni risulterebbe la puerpera più vecchia del mondo, oppure un caso riportato storicamente di una signora polacca, tale Margaret Krasiowa, che nel 17settesimo secolo avrebbe concepito e partorito due figli oltre i 90 anni.

Oggi si va via di casa tardi, si trova lavoro a 30 anni e la maggior parte delle coppie inizia a pensare di avere un figlio intorno ai 32 anni. Inoltre, complice il fatto che le donne a 35 anni hanno un fisico da ragazzine, l’idea che serpeggia è che anche e 40 anni c’è sempre tempo per decidersi. Ma non è proprio così: il numero di ovuli che ha una 35enne di oggi, infatti, è lo stesso di una 35enne di 100 anni fa.

Insomma, nulla è cambiato e l’orologio biologico scandisce il tempo che passa esattamente come è sempre stato. Gli esperti concordano: l’età giusta per avere un figlio rimane quella tra i 25 ed i 35 anni: superata questa soglia i rischi inevitabilmente aumentano, anche a causa dell’avvicinarsi della menopausa.

In Italia, stando ai dati Istat, l'età media del parto è cresciuta parecchio, passando dai 29,1 anni del 1991 ai 31,4 anni del 2011: numeri che fanno delle italiane le mamme "più anziane" d'Europa, visto che nel vecchio continente l'età della maternità è ferma attorno ai 30 anni e solo in Svizzera le donne fanno figli tardi quanto noi. Secondo l'ultimo rapporto "Centro di Assistenza al Parto - Analisi dell'evento nascita" curato dal Ministero della Salute, i livelli più elevati di fecondità si concentrano al Nord nelle Province Autonome di Trento e Bolzano e nel Mezzogiorno in Campania e Sicilia. Le regioni in assoluto meno prolifiche sono invece Sardegna, Basilicata e Molise. Per quanto riguarda l'età, gli ultimi dati confermano per le italiane una percentuale di oltre il 60% dei parti nella classe di età tra 30-39 anni. La regione con il maggior numero di parti di donne over 40 è la Sardegna (10,48%) seguita dalla Liguria (9,61), dal Lazio (9,42%) e dalla Toscana (8,85%). Le primipare attempate con più di 40 anni sono solo il 5,97 in Sicilia, il 5,84% in Calabria e il 5,68% in Campania. In queste tre regioni, circa il 36% dei parti riguarda donne tra i 20 e i 29 anni: un dato che conferma il fatto che quando non si lavora, come spesso accade nelle regioni del Sud Italia, i figli si fanno prima. 

Secondo i dati di un recente studio svolto dall'Università di Adelaide, in Australia, e pubblicato su "Human Reproduction", l'era delle mamme over 35 è legata a doppio filo ai lavoretti e agli impieghi precari. Stando ai dati dello studio, le donne che hanno accumulato impieghi temporanei hanno meno probabilità di avere avuto il primo figlio all'età di 35 anni. Inoltre, più tempo è passato in attesa di un impiego stabile, più aumenta la probabilità che una giovane sia arrivata ai 35 anni senza figli. 

Ma non sempre il lavoro è alla base di una maternità ritardata. Qualche volta si ha alle spalle una gravidanza interrotta perché è arrivata al momento sbagliato. Altre volte si rimanda il tema figli perché non ci si sente pronte. Spesso si fa fatica a trovare la persona giusta, per cui si tende ad aspettare finché non si conquistano le certezze date da un rapporto stabile.  

Un interessante studio dimostra come le maggiori risorse socio-economiche e psico-emotive di una donna che diventa madre più tardi, assieme alla motivazione e alla scelta consapevole di maternità, compensano altamente gli eventuali maggiori rischi delle malattie e permettono una gravidanza fisiologica e un parto normale. Dunque, più che l'età anagrafica conta lo stato di salute della donna, il suo stile di vita e soprattutto le sue capacità reattive. La gravidanza accende i canali biologici e le competenze endogene. Il maggior produttore degli ormoni della gravidanza non è la donna, ma il bambino con la sua placenta. "Lui ringiovanisce il corpo della mamma, lo modifica, lo rende morbido, capace di aprirsi alla gravidanza e al parto" .

In Italia si tratta di una realtà concreta e anche per certi versi eccezionale. Il nostra paese detiene infatti il record europeo di mamme over 40, doppiando quasi i paesi con tendenze simili. Un figlio su cinque é frutto cioè di una maternità tardiva, scelta che, per motivi economici e sociali ma anche psicologici, é intrapresa sempre più in occidente. Se si tratta del primo figlio, ovviamente, questa tendenza richiede una maggiore attenzione: la difficoltà di rimanere incinta e i possibili rischi per feto e donna aumentano. Ma anche la consapevolezza, il desiderio, la maturità e, probabilmente, la stabilità economica ed emotiva che una mamma "tardiva" può offrire. 

Riuscire a rimanere incinta a 40 anni é probabilmente il più grosso problema che deve affrontare una donna, sempre più vicina alla menopausa. Se a 23 anni, ogni ovulazione ha il 28% di probabilità di trasformarsi in gravidanza, a 40 ne ha il 12%, e queste scendono drasticamente di anno in anno. Gli ovociti, di numero finito (determinato dal codice genetico) non solo diminuiscono, ma peggiorano di qualità, perchè invecchiano. Inoltre ovaie, utero ed endometrio sono meno ricettivi. 

Restare incinta diventa più difficile e donne poco fertili prima dei 40 avranno più probabilità di fallimento anche ricorrendo a tecniche di fecondazione artificiale.
Una donna sana prima dei 40 anni può avere un aborto spontaneo nel 12% dei casi. Dopo i 43 anni questa probabilità raddoppia.
Fibromi o alterazioni pretumorali sono più frequenti.
Sebbene una quarantenne di oggi goda spesso di ottima salute (rispetto a una donna matura di 30 anni fa) l'età si fa sentire. I rischi di ipertensione, gestosi (o preeclampsia, ovvero ipertensione e altre complicazioni anche dolorose, che a volte influiscono anche sullo sviluppo del feto), disfunzioni della tiroide, problemi di coagulazione del sangue e diabete aumentano.L'età della madre rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza di anomalie cromosomiche come la Sindrome di Down (1 bambino su 35 dopo i 45 anni).
Una donna di 40 anni, per quanto sia giovanile e dinamica, ha - in generale - oggettivamente meno forza e meno energie mentali e fisiche




Con le dovute eccezioni, capire un figlio - e la società in cui cresce - quando si invecchia diventa spesso più difficile quando le generazioni che ci separano da lui aumentano.

Senza voler in alcun modo prendere posizione su una scelta così  centrale e privata nella vita di una coppia o di una donna, vanno però analizzate e illustrate le problematiche che possono presentarsi per la donna e per il nascituro in caso di gravidanze in età che dal punto di vista dell’ostetricia sono considerate “avanzate”. Tradizionalmente, dal punto di vista ostetrico, una donna che intendesse ,oltre già i 35 anni ,intraprendere una gravidanza veniva definita “attempata”; ora, dato l’innalzamento dell’età riproduttiva media, tale definizione appare oramai superata e più correntemente si utilizzano le definizioni di “età avanzata” per le donne oltre il 40 anni e di “età molto avanzata” per le donne dai 45 anni in avanti, comprese donne oltre i 50 che ricorrono a ovodonazione o fertilizzazione in vitro.

Nel mondo occidentale negli ultimi anni, sono aumentati esponenzialmente i tentativi di fecondazione assistita e la percentuale di gravidanze intraprese e condotte a termine in donne in età superiore ai 40 anni. Questa situazione è sicuramente molto legata a modificazioni dello stile di vita e di posizione lavorativa e sociale della donna. In passato, le gravidanze oltre i 40 anni erano, perlopiù accidentali e in donne che avevano già figli. Nel corso, invece, delle ultime decadi , perlomeno nei paesi occidentali, si è assistito ad una modificazione delle donne nell’approccio alla maternità, con una scelta volontaria di procrastinare la prima gravidanza dopo i 35 anni e spesso anche dopo i 40. Alcuni dati: negli USA tra il 1991 e il 2001 la percentuali di “primi nati” è aumentata del 36%  nella fascia di età tra i 35 e i 39 anni e del 70% nella fascia tra i 40 e i 44 anni. Nel periodo tra il 1980 e il 2004 si è assistito quindi ad un incremento nell’incidenza delle gravidanze di 2 volte tra le 30enni, di 3 volte nelle 35enni e di quasi 4 volte tra le 40enni; alcune gravidanze anche descritte nella fascia tra i 50 e i 55 anni. Simile il trend anche in altri paesi occidentali.

Nell’analisi delle possibili difficoltà e/o rischi nell’intraprendere e condurre a termine una gravidanza (a qualsiasi età) per prima cosa è importante considerare lo stato della madre, ad esempio se è in sovrappeso, se è fumatrice, se è bevitrice anche occasionale, quale è il suo consumo di caffeina, se ha intolleranze alimentari, se ha eventuali alterazioni ormonali e altri fattori o patologie che possono rendere più difficoltoso il concepimento o il portare avanti una gravidanza o rappresentare un potenziale pericolo per la salute del nascituro oltre che della madre stessa. L’avanzare dell’età può essere un elemento in grado di condizionare la capacità di concepimento, o può essere causa di aborti, in gran parte di origine cromosomica o anche causa di possibili gravidanze extrauterine.

Tende, inoltre, a crescere anche l’incidenza di alcune complicazioni della gravidanza quali il distacco di placenta, la placenta previa (ovvero che si presenta davanti al collo uterino) e il travaglio prematuro. Aumenta, quindi, anche il ricorso a parti con taglio cesareo, comportamento riscontrabile anche in paesi di diverso livello economico e sanitario. Vi è inoltre una incidenza maggiore di diabete, stati ipertensivi (sia di tipo cronico che dovuti alla gravidanza – eclampsia / pre-eclampsia) e di alcune patologie principalmente  a carico del sistema cardiovascolare.

Al quadro indicato, fortunatamente, si contrappone e va considerata una crescente sensibilizzazione al tema e maggiore attenzione delle strutture ginecologiche, al monitoraggio di ogni situazione critica per una corretta gestione di eventuali problematiche.
In conclusione, affrontare una prima maternità oltre i 40 anni, nella cosiddetta “età ostetrica avanzata”, può presentare alcune difficoltà che però oggi non rappresentano certo un ostacolo ad una scelta consapevole e sentita da parte della donna e della coppia.

Nonostante ciò, è stata fatta una interessante scoperta dal team della University of Southern California, pubblicata sulla rivista Fertility and Sterility.

Secondo la ricerca, un figlio in tarda età può essere una "buona terapia” per combattere e/o prevenire il tumore all’ovaio. La ricerca ha coinvolto 500 donne con un tumore ovarico e 700 donne sane.

Il risultato? Il tumore ha un’incidenza minore nelle donne che hanno avuto un figlio in tarda età: le mamme che hanno avuto il primo figlio dopo i 35 anni hanno mostrato una diminuzione del rischio del 58%; la percentuale tende a diminuire con il diminuire dell’età.
Inoltre è stato osservato un legame anche tra il numero di figli avuti ed il rischio di neoplasie.
Secondo i medici un ruolo fondamentale è da assegnare agli ormoni progestinici ma anche al fatto che l’espulsione della placenta aiuta a ripulire le pareti uterine dalle cellule morte e/o invecchiate.

Quasi sempre un figlio primogenito nato da una mamma over 40 é un bambino fortemente voluto. Questo inciderà molto sia sulla tranquillità della gestazione (dal punto di vista psicologico, naturalmente) sia sull'equilibrio e la consapevolezza della mamma, che vivrà sicuramente con meno ansia e frustrazione di una giovane donna che ancora sta completando le sue scelte.

Le donne che affrontano una gravidanza dai 35 anni in poi sarebbe esposte in maniera minore a disturbi tipici come depressione, ansia e problemi respiratori.

Diventare mamme a 40 anni può far ringiovanire. Una donna che "ricomincia" la sua vita con un bambino deve trovare e di fatto trova nuove energie, maggior contatto con persone più giovani, una prospettiva di vita più moderna.

I benefici a livello psico-fisico legati alla gravidanza sono reali a qualsiasi età. La particolare situazione ormonale protegge la donna gravida nei confronti di alcune forme di patologia del seno, rappresenta una forma di terapia dell'endometriosi e ha effetti positivi sull'equilibrio psico-affettivo.





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domenica 21 febbraio 2016

LA BANCA DEL SEME



La banca del seme è una azienda dove viene acquistato lo sperma di donatori (anonimi in alcuni Stati) in cambio di denaro. Quello stesso sperma, crioconservato, viene poi utilizzato per la fecondazione assistita.

In alcuni casi la banca del seme conserva anche ovociti di donatrici.

Alle banche del seme si possono rivolgere coppie eterosessuali in caso di infertilità o di malattie genetiche, ma i clienti possono essere, ove le leggi lo consentano, anche single o coppie omosessuali che desiderino avere dei figli.

In altri casi, l'acquirente cerca un figlio con determinate caratteristiche, e ciò pone un problema etico legato ad un uso eugenetico delle banche del seme.

"La banca del seme è un luogo dove viene conservato lo sperma di pazienti che hanno problemi di grave deterioramento dello sperma, con rischi di scomparsa totale di spermatozoi o un luogo dove si conserva lo sperma di pazienti giovani in previsione di una futura infertilità e che potrebbero andare incontro a patologie o trattamenti che possono danneggiare seriamente la produzione di sperma, come ad esempio tumori” spiega un medico.
Quando si parla di banca del seme, ossia di un centro specializzato all’interno del quale viene conservato il liquido seminale maschile, viene naturale pensare alla fecondazione assistita.
In realtà i fini per i quali si agisce possono essere diversificati.
Nei Paesi nei quali è ammessa la fecondazione eterologa, ad esempio, è abbastanza diffusa la donazione di spermatozoi che a volte può diventare anche un lavoro, come accaduto in Cina, Paese in cui, per agevolare le donazioni si è addirittura pagato i donatori ben 980 dollari che paragonati al salario medio di un operaio formato da solamente poche centinai di dollari è una vera fortuna.
La donazione del liquido seminale richiede un impegno molto prolungato nel tempo. Infatti, in questi Paesi, i donatori firmano un vero e proprio contratto nel quale è richiesto di produrre campioni di sperma per uno o due giorni alla settimana per almeno un anno. La “visita” alla banca del seme deve essere preceduta da due giorni di astinenza sessuale. Le banche del seme hanno delle piccole camere per i donatori fornite di riviste pornografiche, dvd, un lavandino e una poltrona. Una volta prodotto il liquido seminale viene analizzato e, se soddisfacente, crioconservato e poi utilizzato per la fecondazione assistita trascorsi sei mesi dalla donazione e dopo aver effettuato nuovamente tutte le analisi sul donatore. In particolare si effettua uno screening per HIV, epatite B e C e sifilide e indagini specifiche volte a verificare la presenza di anomalie cromosomiche e/o malattie genetiche.
Per essere conservato restando fertile il seme viene congelato in azoto liquido a -196 gradi centigradi con una sostanza crioprotettrice che mantiene la vitalità delle cellule. Il principio fondamentale è quello di interrompere i processi biochimici del metabolismo cellulare.
Trovare donatori di seme non è facile, ragion per cui le banche del seme pubblicizzano le loro richieste attraverso diversi mezzi di comunicazione, anche i giornalini universitari, come spesso accade negli Stati Uniti.
Per contro le agenzie di ovuli ricevono centinaia di “richieste di lavoro” ogni mese. Vi è però una sostanziale differenza nel modo attraverso il quale i professionals dei due tipi di organizzazione rappresentano i rispettivi “fornitori”: mentre nelle banche del seme viene in modo esplicito riconosciuto che i donatori sono più che altro interessati ad una sorta di lavoro, le agenzie di ovuli sono, invece, inclini a considerare le richieste come segni di altruismo, sebbene si faccia notare che le donatrici ricevono qualcosa in cambio.



Negli ultimi vent’anni in Danimarca Ole Shou ha fatto nascere 16.580 bambini. Ole Shou è il fondatore di Cryos, la più grande banca di sperma al mondo, con sede ad Aarhus. Pare che tutto sia nato grazie ad un sogno rivelatore: un fiume impetuoso bluastro che si avvita su se stesso. La particolarità stava nel fatto che l’enorme canale era formato non da acqua ma da spermatozoi. Il sogno colpì Ole Shou che cominciò a documentarsi e, finita l’università, in un ufficio di nove metri quadrati avuto grazie ad un prestito della madre, iniziò la sua attività. “All’inizio – spiega –  offrivamo solo la possibilità di congelare il proprio sperma a chi si sottoponeva a vasectomia o ai malati di cancro che rischiavano la sterilità con la chemioterapia. Nel 1990 però, sollecitati dalle cliniche che ricevevano sempre più richieste di aiuto per casi di infertilità, cominciammo a cercare donatori”. Li cercò nelle università affiggendo dei semplici volantini: “Dopo due settimane avevamo già ottenuto cinque gravidanze”.
Attualmente la Cryos ha ben 414 donatori classificati da Mot 5 a Mot 50+ in base ai milioni di spermatozoi per millilitro in modo da assicurare la motilità ed esporta liquido seminale in 70 Paesi.
Accedendo al sito si può notare come coppie eterosessuali, omosessuali o single possono scegliere l’etnia, i caratteri somatici, il colore degli occhi e dei capelli anche chiedendo una foto del donatore da piccolo.
Tale sistema è tutelato da una forte riservatezza che garantisce l’anonimato del donatore. Intatti, mentre in Svezia e nel Regno Unito i donatori sono diminuiti in misura più che considerevole a seguito dell’abolizione dell’anonimato dei donatori anche a seguito del fatto che negli Stati Uniti qualche donatore è stato condannato a pagare il mantenimento a figli ventenni mai conosciuti, in Danimarca la tutela dell’anonimato dei donatori è una priorità e vale quanto la tutela del diritto alla gravidanza di donne single o di coppie di donne.
Nel nostro Paese è ammessa solo la fecondazione omologa che prevede che i gameti che formeranno l’embrione devono provenire dalla coppia.
La crioconservazione del liquido seminale o degli spermatozoi prelevati a livello epididimario e testicolare rappresenta uno dei più importanti strumenti che abbiamo oggi a disposizione nella gestione di pazienti affetti da patologie neoplastiche, autoimmuni, urologiche, neurologiche, che si sottopongono a trattamenti medici e chirurgici potenzialmente in grado di indurre una sterilità permanente o temporanea nonché nei pazienti affetti da azoospermia secretoria ed escretoria.
Alla luce del fatto che molto spesso tali patologie riguardano pazienti giovani e senza figli è imperativo che gli specialisti coinvolti nel settore consiglino questa opportunità e che almeno un centro in ogni regione si attrezzi per assicurare questa opzione con il più alto grado di professionalità possibile.
È importante rilevare che esistono due diverse modalità di Banca del seme. L’attività di crioconservazione, infatti, può essere inclusa in una tecnica di fecondazione assistita, nell’ambito di un progetto finalizzato a realizzare una gravidanza, in questo caso è considerata soggetta alla legge 40/2004; oppure può perseguire finalità strettamente conservative ed indipendenti dalla fecondazione assistita volte alla prevenzione di soggetti abbastanza giovani che dovranno essere sottoposti a cure particolari.
Esistono situazioni differenti che possono portare alla crioconservazione.
Innanzitutto possiamo distinguere la crioconservazione in soggetti giovani (fino ai 30-35 anni), volta alla prevenzione e alla conservazione del materiale genetico per il futuro e la crioconservazione a cui fa ricorso la coppia con problemi di fertilità (che riguarda una fascia di età più alta).

“Il pazienze giovane che va incontro ad una patologia importante, quale ad esempio un tumore o una leucemia, e che quindi o dovrà essere operato o dovrà fare una radioterapia o una chemioterapia o un trapianto di midollo, potrebbe avere, come conseguenza, una distruzione completa e irreversibile della produzione di spermatozoi. – spiega un medico – A questo punto, se il bambino ha un regolare sviluppo puberale, potrebbe avere i testicoli in grado di produrre spermatozoi e può provare a congelare il suo sperma nel Centro di crioconservazione che lo conserverà anche per lunghi periodo di dieci o quindici anni, in attesa che nel futuro voglia avere prole.
Abbiamo poi un gruppo di pazienti che hanno patologie importanti che progressivamente deteriorano lo sperma come ad esempio un varicocele. (Un soggetto di 20-30 anni che presenta un varicocele non riconosciuto dall’età puberale può andare incontro ad una riduzione fino al completo azzeramento degli spermatozoi).
In queste situazioni, in casi molto severi, si congelerà lo sperma.
Infine vi possono essere casi di pazienti che non hanno spermatozoi nello sperma. In questo caso talvolta è possibile recuperarli dai testicoli tramite un intervento chirurgico. Tale materiale verrà congelato e conservato fin quando un paziente non voglia avere un figlio”.
Successivamente, quando il paziente decide di avere un figlio gli spermatozoi vengono scongelati, riacquistano la loro attività e potranno essere impiegati, di solito nella fecondazione in vitro.
“La prevenzione principale per cui è molto importante una banca del seme – continua – riguarda il tumore. In particolare i bambini tra 13 e 18 anni hanno, con questa nuova tecnologia, una opportunità di conservare la loro capacità fecondante, attualmente sottovalutata. Oggi abbiamo diverse procedure nelle quali il paziente non è stato informato che a seguito della terapia avrà un danno e di questo chiederà conto. Noi abbiamo il ruolo di interfacciarci con tutti i centri nei quali ci potrebbe essere un potenziale danno e che ci mandano il paziente che verrà visitato, si vedrà se ha capacità di produrre uno sperma idoneo che va congelato”.
Si tratta di una forma di prevenzione nel giovane maschio da non sottovalutare.
In questo modo, è possibile non solo salvare la vita al paziente, ma anche dargli la possibilità, una volta guarito, di poter avere figli. Tale funzione è sempre più non è da sottovalutare, tenuto conto lo stress e il dolore fisico e morale a cui è sottoposto sia il giovane paziente affetto da una patologia grave che la sua famiglia.
Si tratta di una forma di prevenzione di fertilità da non sottovalutare: non c’è dubbio che la conservazione, prima del trattamento, del liquido seminale dei pazienti affetti da cancro costituisce un dovere medico importante, tanto più che la prognosi e l’aspettativa di vita degli uomini che hanno, ad esempio, una malattia di Hodgkin o un tumore testicolare sono molto buone.
In questo modo, è possibile non solo salvare la vita al paziente, ma anche dargli la possibilità, una volta guarito, di poter avere figli.

“Per quanto riguarda i pazienti che crioconservano per la procreazione medicalmente assistita (PMA) la legge 40/2004 non prevede alcun limite di età, si fa riferimento al paziente fertile, per cui fino a 50-60 anni” ci spiega una dottoressa.
“Se il materiale – continua – viene prelevato per patologie maschili, come ad esempio una azoosfermia ossia nel caso in cui il paziente non riesce ad avere una gravidanza con la sua compagna, ed effettua tutta una serie di esami richieste dall’andrologo che valuta la causa della mancanza di spermatozoi nel liquido seminale e, se è ipotizzabile un intervento chirurgico, viene fatto un prelievo chirurgico testicolare degli spermatozoi che vengono poi crioconservati e utilizzati poi per la fecondazione in vitro.
Esistono, inoltre, altre problematiche strettamente legate alla PMA come una eiaculazione retrograda o un lento e progressivo peggioramento del liquido seminale: in questi casi viene fatta una conservazione preventiva e cautelativa perché nel tempo questa progressiva riduzione degli spermatozoi potrebbe portare a una incapacità di avere una gravidanza”.
Quando il paziente vuole utilizzare questo materiale biologico si rivolge ad un centro che si occupa di fecondazione assistita che generalmente è lo stesso che ha provveduto alla crioconservazione e chiede lo scongelamento del materiale biologico per trasferirlo nell’utero della compagna.
“Il procedimento – conclude – viene pianificato dal ginecologo che si occupa di fecondazione assistita e viene temporizzato lo scongelamento del materiale crioconservato nel momento in cui o viene fatta una inseminazione o, nella maggior parte dei casi, quando viene fatta una fecondazione in vitro”.



Dal punto di vista strettamente giuridico si viene a perfezionare un vero e proprio contratto di locazione fra il donatore e la banca del seme. Innanzitutto il paziente deve prestare il consenso informato e rilasciare l’autorizzazione a conservare il liquido seminale per un anno. Allo scadere di tale periodo, si farà un controllo, a seguito del quale il donatore può scegliere cosa fare: se rinnovare il contratto, se procedere alla fecondazione assistita o se distruggere il materiale organico.
In ogni caso è il soggetto donatore e lui solo a decidere l’utilizzo del proprio materiale biologico e la sua eventuale distruzione. Anche per l’eventuale ritiro che può avvenire sia per utilizzare tale materiale in tecniche di programmazione medicalmente assistita, sia per trasferirlo in un altro centro di raccolta, è necessaria la richiesta e la presenza fisica del donatore, non potendo operare nessuna delega.
Problemi anche dal punto di vista bioetico si sono posti con riferimento alla morte del donatore. In questo caso il centro è autorizzato a distruggere il materiale biologico. Non è possibile per gli eredi ritirarlo o stabilirne l’uso. Il materiale genetico muore insieme al donatore.

Le possibilità oggi disponibili per intervenire nell’ambito della riproduzione aprono la questione etica sull’interpretazione della procreazione responsabile.
Si contrappongono principalmente due concezioni: i sostenitori ispirati al “diritto di natura” di ascendenza greco-cristiana, che ritengono intangibili gli equilibri naturali, legati ad un pensiero prettamente religioso-cattolico, da un lato, e i difensori di una concezione della maternità e della paternità che accentua il ruolo dell’interpretazione culturale del fenomeno, senza caricare il dato naturale di particolare significato morale, dall’altro. Questo secondo punto di vista, di derivazione laica, esclude, a differenza del primo, la presenza nella natura di un ordine trascendente. Per i cattolici, invece, l’ordine naturale ha un valore moralmente obbligante per l’uomo in quanto è segno di una legge e di una volontà divina.
L’obiezione fondamentale contro la fecondazione assistita è, infatti, proprio quella che richiama all’ordine della natura che avrebbe collegato in maniera inscindibile il momento procreativo con quello dell’unione sessuale.
Da una prospettiva laica, non è possibile proibire la finalità procreativa quando le vie naturali sono impedite da malattia. Secondo la posizione di principio cattolica  la famiglia è un’associazione naturale e la cultura umana non può apportarne modifiche, ma soltanto agire per salvaguardarla e conservarla.
L’inseminazione artificiale omologa non presenta, in generale, controindicazioni o difficoltà di tipo morale, finché si tratta di aiuto terapeutico e integrativo a far sì che l’atto coniugale, in sé completo in tutte le sue componenti (fisiche, psichiche e spirituali) possa avere effetto procreativo. Anche per il Magistero della Chiesa Cattolica tale prassi non pone problemi etici, purché si attuino tecniche (in particolare per il prelevamento del seme) che siano, esse stesse, morali. Il seme dopo il prelievo può anche essere trattato, lecitamente, per una maggiore “capacitazione”. La valutazione morale dell’inseminazione omologa, comunque, è diversa a seconda che si tratti di vera e propria inseminazione artificiale o di un semplice “aiuto tecnico” all’atto coniugale.
Il Magistero cattolico, già con Pio XII e poi con Paolo IV nell’Humanae Vitae, ha posto nella Istituzione Donum Vitae un punto invalicabile: la salvaguardia dell’unità fisico-spirituale dell’atto coniugale, per cui l’intervento del ginecologo viene dichiarato lecito a patto che aiuti l’efficacia di quest’atto e il suo completamento procreativo, ma non si sostituisca a questo.
Per definire lecito un procedimento procreativo non è sufficiente l’intenzione, sia pure legittima, della coppia di avere un figlio, ma occorre che siano leciti i mezzi e i modi: di conseguenza il concepimento è lecito quando è il termine di “un atto coniugale per se stesso idoneo alla generazione della prole, al quale il matrimonio è ordinato per sua natura e per il quale i coniugi diventano una carne sola” come sancisce il codice di diritto canonico.
Lungi dal voler affrontare in maniera approfondita le questioni bioetiche che stanno alla base di ogni singola scelta, delineare a grandi passi le due posizioni più lontane fra loro era necessario.

All’eterologa possono accedere solo coppie eterosessuali, sposate o conviventi, e solo con sterilità comprovata al 100 per cento. Per poter effettuare l’intervento è necessario disporre di ovociti o spermatozoi di donatori (a seconda che l’infertilità sia maschile o femminile, o di entrambi). Ad agosto il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha stilato il regolamento con le prescrizioni tecniche sulla donazione, una parte rimasta fuori dalle linee guida emanate precedentemente. Primo limite è quello dell’età dei donatori: tra 18 e 40 anni per gli uomini e tra 20 e 35 anni per le donne. Ogni donatore può arrivare a un massimo di dieci figli, per ridurre al minimo il rischio di unioni inconsapevoli fra consanguinei (è prevista solo una deroga per la coppia che desidera dare un fratello biologico a un bambino già nato). Il conteggio dei nati verrà tenuto da un Registro nazionale, previsto con la Legge di stabilità. L’anonimato è garantito per legge: sarà possibile tracciare il donatore di ovuli o spermatozoi solo per motivi di salute del nato. Inoltre è previsto che, per quanto possibile, si mantenga lo stesso fenotipo della coppia in relazione al colore della pelle, dei capelli e anche rispetto al gruppo sanguigno del bambino. Le procedure per la selezione del donatore sono basate su esami infettivologici e genetici, per escludere la trasmissione di patologie.



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giovedì 7 gennaio 2016

UTERO IN AFFITTO



La surrogazione di maternità o gestazione per altri o gestazione d'appoggio, talvolta denominata in modo apertamente critico "utero in affitto", è il ruolo che nella fecondazione assistita è proprio della donna (madre portante) che assuma l'obbligo di provvedere alla gestazione ed al parto per conto di una persona o una coppia sterile, alla quale si impegna a consegnare il nascituro. La fecondazione può essere effettuata con seme e ovuli sia della coppia sterile che di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro.

La surrogazione in pratica si ha quando una donna si presta a portare a termine un'intera gravidanza, fino al parto, su commissione di single o coppie sterili.

Esiste, in molti paesi, il concetto legale per cui la donna che partorisce un bambino ne è considerata la madre a tutti gli effetti, e gli accordi prenatali sulla futura nascita sono considerati del tutto nulli (come, ad esempio, in Italia), anche se alcuni (come ad esempio il Canada) ne proibiscono solo la forma commerciale, ammettendone quella "altruista". Altri ancora, invece, permettono entrambe le forme (Belgio, Georgia, Ucraina).

«Vogliamo che l’utero in affitto diventi un reato universale e venga punito con il carcere». A dirlo, in un’intervista ad Avvenire, il leader di Ncd e Ministro dell’Interno Angelino Alfano: «la stepchild adoption (l’istituto che consente l’adozione da parte di un partner del figlio naturale o adottivo dell’altro partner) rischia davvero di portare il Paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia saputo inventare. Se l’Italia avrà una legge che consente la stepchild alle coppie gay il giorno dopo avvieremo una grande raccolta di firme per il referendum abrogativo. E io sarò in prima linea». Parole dure, quelle pronunciate da Alfano che dice: «utero in affitto deve essere punito con il carcere come i reati sessuali».

La legge sulle unioni civili arriverà a Palazzo Madama il prossimo 26 gennaio. E Alfano dice: «Ci sono due settimane di tempo, le utilizzeremo per dialogare e parlarci. Ma la nostra posizione resta scritta a caratteri cubitali: `sì´ a una legge che preveda specifici e precisi diritti patrimoniali, `no´ a qualsiasi assimilazione alla famiglia costituzionale. E soprattutto `no´ all’adozione sotto qualsiasi forma». Poi l’avvertimento al Partito Democratico: «Le unioni civili non fanno parte del programma del Governo - ha sottolineato il ministro dell’Interno in un’intervista al Tg1 - ma c’è il rischio che la palla di neve diventi una slavina. Spero che il Pd trovi un punto di equilibrio»«Vogliamo che l’utero in affitto diventi un reato universale e venga punito con il carcere». A dirlo, in un’intervista ad Avvenire, il leader di Ncd e Ministro dell’Interno Angelino Alfano: «la stepchild adoption (l’istituto che consente l’adozione da parte di un partner del figlio naturale o adottivo dell’altro partner) rischia davvero di portare il Paese verso l’utero in affitto, verso il mercimonio più ripugnante che l’uomo abbia saputo inventare. Se l’Italia avrà una legge che consente la stepchild alle coppie gay il giorno dopo avvieremo una grande raccolta di firme per il referendum abrogativo. E io sarò in prima linea».




Viaggio nella nuova frontiera della maternità. Nell’Est, dove si può trovare una donna che porterà avanti una gravidanza altrui «ospitando» seme e ovulo. Il tutto per 20-40 mila euro. Illegale? In Italia sì, ma solo in teoria

Kiev - Sembra una ragazzina. Capelli neri lisci, sciarpa viola, una maglietta rosa di lana aderente, pancia piattissima. «L’ultimo film che ho visto? Madagascar 2: bellissimo» si illumina.

Ma non va spesso al cinema, questa venticinquenne che chiameremo Mascia, perché nella cittadina della Crimea dove vive ci sono pochissime sale e ancor meno occasioni. Ha un figlio suo di due anni. E un altro, che porterà in grembo per conto di una coppia italiana, nascerà tra un anno, se tutto va bene. E’ una delle madri surrogate che l’Ucraina offre. Un genere di export locale in crescita. Perché sempre più donne occidentali, quando non riescono a portare avanti una gravidanza, esauriti tutti gli altri tentativi, cercano un «utero in affitto».

Da noi non si può: si rischia la galera. In Ucraina è lecito (come in Russia, Israele, Usa, Gran Bretagna) e con 10 mila euro magari alla «prestatrice» cambia la vita perché, in campagna, ci si compra una casetta. «I soldi? Non ho ancora pensato a come spenderli» giura la nostra futura mamma per procura. Per spiegare la sua decisione questa neolaureata in filosofia va indietro di oltre duemila anni: «Nell’antico Egitto prima di morire gli dei valutavano la tua vita in base a due domande. Sei stato felice? Hai aiutato qualcuno ad esserlo? Ecco, io volevo sentirmi a posto su entrambi i fronti. E ho deciso di fare questa cosa». «Questa cosa» è accettare che un ovulo di una donna italiana fecondato dal seme del marito cresca dentro di lei e diventi un bambino che darà alla luce per consegnarlo subito ai genitori genetici. Senza niente pretendere, se non quel compenso che il contratto prevede. Siamo al confine estremo dell’outsoureing umano.

Le donne del mondo industrializzato vogliono un figlio che possono permettersi economicamente, ma non fisicamente. Le «donatrici» indiane, brasiliane, dell’Est Europa hanno lombi fecondi e non un euro in tasca. Che domanda e offerta finissero per incontrarsi secondo logiche globalizzate era fatale. Ci si può chiedere se il prezzo sia giusto. Discutere sulle implicazioni etiche. Senza illudersi di arginare il bisogno più di quanto si possa con i container cinesi. Non sono gli stessi numeri, certo. Ma anche qui le stime non potrebbero essere più discordanti. Per Olga Zakharova, presidentessa dei Centro studi italo ucraino di Kiev (l’altra sede è Milano), il viaggio della speranza lo compirebbero 60-100 coppie nostrane all’anno, con una percentuale di successi intorno al trenta per cento. È lei che le assiste per risolvere i problemi pratici durante il soggiorno. Se si propone questa cifra al consolato italiano a Kiev; fonti diplomatiche trasaliscono: «In tutto il 2008 abbiamo registrato solo due bebè nati qui a coppie italiane.

E se pensassimo che siano "surrogati" dovremmo avvertire la magistratura». Qualcuno sbaglia, per eccesso o per difetto. Alla richiesta di un’expertise Federica Casadei, fondatrice di Cercounbimbo.net che raccoglie un’infinità di testimonianze su ogni aspetto della procreazione assistita, concede che «una sessantina all’anno sono credibili tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, con la prima destinazione largamente maggioritaria. In base alle mie conoscenze direi che in questo momento a Kiev ci sono 5-6 coppie in trattamento». Le cifre sono opache perché nessun protagonista vuole illuminarle. Il rischio è che in Italia qualcuno impugni la maternità. O contesti l’alterazione di stato, ovvero la falsa dichiarazione su un documento. Da 5 a 15 anni per aver forzato le maglie di una delle leggi più restrittive del mondo in materia riproduttiva. Perché se è chiara la trafila, lo stesso non può dirsi della conseguenze giuridiche una volta tornati in patria. In breve funziona così.

Per la legge ucraina, la coppia «committente» dev’essere sposata, contribuire con almeno metà del patrimonio genetico e dimostrare di non poter portare a termine la gravidanza (sembra pleonastico ma serve a scoraggiare che donne provino a subappaltare il travaglio, per non perdere la linea). La madre surrogata, invece, deve avere già un figlio suo, essere tra i 20 e i 30 anni e risultare sana a tutte le analisi prescritte. A reclutarla ci pensano di solito avvocati specializzati che poi la presentano a una delle venti cliniche riproduttive del Paese. Nel contratto c’è scritto che la giovane si impegna a disconoscere il figlio biologico appena partorito e che sul certificato saranno indicati solo i nomi del padre genetico e della moglie. Con questo foglio debitamente tradotto e «apostillato» i neo-genitori si presentano al consolato e fanno registrare il bimbo sul loro passaporto, per riportarlo a casa. «Ma, per il nostro codice, madre è solo chi partorisce» spiega l’avvocato Giuseppe Cassano «e la legge 40, completamente sconclusionata, complica ulteriormente specificando che la partoriente non può chiedere di non essere menzionata». Non solo: «Per le nostre norme non basta essere la moglie del padre per diventare madre del bimbo, servirebbe un’adozione speciale».

La formula all-inclusive costa 40 mila euro. Ce la si può cavare anche a meno, con un conto suddiviso più o meno cosi:10 mila euro alla madre surrogata, 10 alla clinica, 5 agli avvocati che fanno anche da reclutatori, 3 all’interprete-factotum e altrettanti per l’appartamento che dovrà ospitare la coppia a Kiev, durante ì due soggiorni. Tanti soldi comunque, da versare in 5-6 rate. «Mai pagare in anticipo» si raccomanda Raimondo Terzaghi, marito della Zakharova e altra metà del Centro studi che ha assistito negli anni varie coppie truffate da intermediari trovati su internet e poi dileguatisi dopo aver intascato un bell’acconto. Ci racconta anche di quando un tipaccio l’ha minacciato sotto l’ufficio ucraino: «Se ci tieni alla vita non provare mai più a parlare male di rispettabili avvocati». Quelli, per intenderci, spariti sul più bello con la refurtiva. Sgherri, sensali, professionisti dal sorriso professionalmente insincero. Si ha la spiacevole sensazione di non potersi fidare di nessuno in questa città. Dove, in un bell’albergo del centro, propongono sesso in camera al visitatore straniero come fosse toast e succo d’arancia. Mai visti tanti suv scuri, con vetri anneriti, parcheggiati in doppia fila in centro. Nonostante i marciapiedi ghiacciati è la capitale mondiale dei tacchi a spillo, montati su stivali di vernice ai piedi di donne che sembrano appena uscite da un set di Helmut Newton.

E però è anche il Paese stretto tra l’incudine dell’Occidente e il martello della Russia che le chiude le forniture di gas per spingerla a fare la cosa giusta nella scelta del lato verso cui pendere. I ragazzi, il termometro sotto lo zero, si preparano all’austerità in happy hour autarchici con bottiglie tracannate sulle scale della metropolitana, per sfruttare il caldo che emana. Ecco, dicevamo, diecimila euro possono aiutare quando un operaio ne prende 150 al mese. La dottoressa Galina Strelko, direttrice sanitaria della clinica Viktoria, ci racconta di una donna resa cieca da un incidente sul lavoro che non aveva altro modo di trovare i soldi per l’operazione che le avrebbe restituito parzialmente la vista. O di una mamma sola che doveva tirar su la somma per far operare la figlia. «Altrimenti» dice questo medico formato in Francia «sono studentesse o neo-madri che, approfittando del congedo di tre anni dal lavoro, decidono di ottimizzarlo facendo un figlio per altri».

Coppie italiane? Lei ne ha trattate sette nell’ultimo anno e mezzo: «Due bimbi sono nati, altri due stanno per nascere». Con una di quelle che ce l’ha fatta ci fanno parlare al telefono. Sono rientrati in Italia e ancora non si capacitano. Due operai dei Nord, 42 e 40 anni, provavano da dieci anni ad avere un bambino ma lei rimaneva incinta e poi lo perdeva. «Siamo contentissimi. Abbiamo trovato il contatto su internet, conosciuto la madre e adesso ho in braccio questi due meravigliosi gemellini». Non sono mai stati così contenti di aver speso 20 mila euro. Altre coppie seguiranno il loro esempio perché, nonostante i rischi legali che una giurisprudenza ragionevole ha sin qui relegato nel dominio della teoria, la voglia di avere un bambino è più forte. Mascia, la futura mamma per procura, non è preoccupata dei mesi che la aspettano. Il suo primo parto è andato benissimo. «Ha un utero perfetto» si erano complimentati in ospedale. Una frase che le ha ronzato in testa da allora. E a suo figlio che racconterà di quella grande pancia da cui non uscirà un fratellino? «Niente. Negli ultimi mesi lo manderò a vivere dai nonni». Lei è pronta, lui potrebbe non esserlo.

Una giornalista dei «New York Times» racconta la sua felice esperienza di maternità insieme con la sua «prestatrice» di utero ma in America è tutta un’altra cosa...
Tutta un’altra storia. Quella della giornalista statunitense che racconta la sua esperienza di «maternità surrogata» sul Magazine del New York Times è insieme identica e opposta a quelle che a Kiev riguardano coppie italiane. Identici il bisogno e le tecniche riproduttive. Opposto tutto il resto. Negli Stati Uniti le protagoniste si fanno fotografare sorridenti in copertina, in Ucraina non vogliono neppure essere citate con i loro veri nomi.



La differenza la fa una legge, la nostra, che rende illegale la procedura e perseguibile chi la pratica. Invece a New York, dopo cinque anni di tentativi, vari aborti spontanei e 12 cicli di fecondazione assistita, Alex Kuczynski si è rivolta a un’agenzia che le ha trovato Cathy, un’insegnante della Pennsylvania. Hanno firmato un contratto e dopo nove mesi è nato un bimbo. Dal ‘76 a oggi, calcola l’Organization of Parents Through Surrogacy, sono venuti al mondo così circa 28 mila bambini negli Stati Uniti. I costi variano dai 30 ai 60 mila dollari, tutto compreso. Più che in Ucraina, senza considerare la maggiore distanza e il viaggio. Il motivo per cui solo i ricchi europei si avventurano a varcare l’oceano. Gli altri prendono un biglietto per Kiev...

Stop agli "uteri in affitto", che riducono la donna, il suo grembo e i bambini a una merce, con lo sfruttamento soprattutto delle donne vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo. Questo importante messaggio è emerso in assemblea plenaria al Parlamento europeo, all’interno del Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo – riferito al 2014 – e la politica dell’Unione Europea in materia, preparato dal popolare rumeno Cristian Dan Preda.
I vertici del gruppo socialista avevano chiesto di votare contro l'emendamento, ma il gruppo si è poi spaccato e buona parte degli italiani del Pd hanno votato a favore, consentendo a popolari e conservatori di raggiungere il risultato dell'approvazione.

Il Rapporto sui diritti umani, per molti versi controverso, ha visto assorbire un emendamento dell’eurodeputato popolare slovacco Miroslav Mikolasik che segna un punto assolutamente importante, soprattutto a fronte della rapida diffusione della pratica della maternità surrogata, che sempre più attira critiche – ora anche di parte laica e femminista – nonché di vari esponenti omosessuali.

Il paragrafo in questione (il 114) afferma che il Parlamento europeo «condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce; considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare il caso delle donne vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, debba esser vietato e trattato come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani» a disposizione dell’Ue nel dialogo con i Paesi terzi.

Il testo così emendato, prima ancora di essere approvato al Parlamento, aveva già ottenuto amplissima maggioranza in ben tre commissioni parlamentari. Anzitutto in quella che ha l’ultima parola in materia, e cioè gli Affari esteri, con 47 sì, 4 no e 4 astenuti. E così anche nelle altre due commissioni consultate: Sviluppo (22 sì, un no e un astenuto), e Diritti della donna e parità di genere (23 sì, 6 no e nessun astenuto).

Alcuni gruppi (soprattutto Liberali e Sinistra) hanno votato sì al documento nel suo complesso pur non condividendo l’emendamento sulle madri in affitto. Peraltro è stato invece bocciato in sede di commissione parlamentare un altro emendamento (firmato sempre da Mikolasik) che pure sembrava la logica conseguenza (si chiedevano «chiari princìpi e strumenti legali internazionali per l’affrontare le questioni relative alla maternità surrogata allo scopo di prevenire l’abuso di diritti umani come lo sfruttamento delle donne e il traffico di essere umani, e la protezione di diritti, interessi e benessere dei bambini»).

Il gruppo dei Liberali aveva chiesto un voto separato specificamente su questo paragrafo. E i Conservatori, che pure sono favorevoli, avevano chiesto di spezzare in due tronconi il paragrafo – uno relativo alla condanna generale, l’altro alla questione specifica delle donne nei Paesi poveri – e i relativi voti.

Già nel 2011 i Popolari erano riusciti a far passare un emendamento sulla maternità surrogata sempre nell’ambito del rapporto annuale sui diritti umani nel mondo, ma in tutt’altro clima culturale (pareva che la questione non toccasse così da vicino anche l’Europa) e senza che nel testo si facesse menzione di condanne, limitandosi a parlare di «grave problema della maternità surrogata » e affermando che donne e bambini non possono essere «considerati merci sul mercato internazionale della riproduzione».

Da allora il fenomeno non ha fatto che estendersi. Oltre alla condanna della surrogazione di maternità, il documento approvato oggi ribadisce alcuni concetti assai controversi che però erano già entrati nel rapporto annuale dello scorso anno (relatore Pier Antonio Panzeri, Pd) suscitando grande clamore dopo il contestato varo del documento nel suo insieme. Tra questi, l’ampio uso del concetto di «identità di genere», l’incoraggiamento agli Stati membri perché garantiscano alle persone omosessuali «l’accesso a istituti legali, possibilmente attraverso unioni registrate o matrimoni », e la richiesta di assicurare il «facile acceso all’aborto sicuro» nel quadro della pianificazione familiare.

Le trascrizioni nei registri dei bambini nati attraverso la surrogazione di maternità sono regolamentate dal Codice della Famiglia (articoli 51 e 52) e dalla Legge degli Atti dello Stato Civile (articolo 16). La madre surrogata deve dare il suo consenso affinché il nascituro venga registrato. Per questo processo non è necessaria né una risoluzione giuridica, né un processo di adozione. Il nome della madre surrogata, comunque, non compare mai nel certificato di nascita. Non è obbligatorio che il bambino abbia un vincolo genetico con almeno uno dei genitori richiedenti. I bambini nati dalla surrogazione di maternità per richiesta di persone single o coppie di fatto eterosessuali vengono iscritti per analogia della legge (articolo 5 del Codice della Famiglia), anche se potrebbe essere necessaria una risoluzione giuridica.

La legislazione liberale, in questo modo, ha convertito la Russia in una destinazione attraente per i "turisti riproduttivi", che viaggiano all'estero alla ricerca di tecniche non disponibili nei propri paesi d'origine. In Russia, gli stranieri godono degli stessi diritti sulla riproduzione assistita dei russi. Entro i tre giorni successivi al parto, la coppia committente riceve il certificato di nascita russo, nel quale i due risultano come padre e madre.




Seguendo la tradizione romanistica, il diritto italiano ha sempre ammesso il concepito tra i soggetti capaci di succedere. L'attuale articolo 462 del codice civile lo stabilisce a favore di tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell'apertura della successione. Stabilisce poi la possibilità di ricevere per testamento i figli di una determinata persona vivente al tempo della morte del testatore, benché non ancora concepiti. L'articolo detta secondo la tradizione del curator ventris le disposizioni di amministrazione in caso di eredi nascituri. L'articolo 715 del codice civile fissa, poi, le opportune cautele in caso di chiamata all'eredità di nascituri. L'articolo 784 del codice civile, infine, disciplina il diritto di donazione a favore dei nascituri.

Nell'ordinamento non è presente una definizione giuridica del termine "concepito".

Come di consueto, la nozione tecnica di concepito si ricava attraverso l'interpretazione delle norme esistenti. Per ricavare la nozione di concepito si fa riferimento in primo luogo alla lettera della legge di cui all'art.1 c.c. e alla Costituzione. Del pari sono integrate nel concetto di concepito anche le indicazioni di cui alla l.194/78 e 40/2004. Ulteriori aspetti definitori possono rinvenirsi dalla differenza di significato che passa fra l'embrione, ovulo fecondato già annidato nella cavità uterina, e il concepito in quanto astratta entità umana, non ancora nata ma già individuabile, soggetto di diritti di ordine patrimoniale, come ben delineato nell'interpetazione della Corte Costituzionale. Il concepito è pertanto soggetto del diritto personalissimo alla nascita dopo il 90º giorno dal concepimento: dopo, cioè, che siano scaduti i termini per l'interruzione volontaria di gravidanza previsti dalla legge 194/78. Anteriormente a tale termine può parlarsi di una condizione di tutela cedevole di fronte alle esigenze genitoriali e ordinamentali. Una diversa sorte spetta all'embrione, che segue le vicende normative di legge speciale (l. 40/2004).

La differenza fra embrione e concepito è alla base di differenti tipologie di tutela giuridica. Il concetto di embrione pare dalla legge 40 è utilizzato nella dimensione procedurale e oggettiva-scientifica. Le legge in discorso tratta l'embrione sopra definito come oggetto della tutela. Quando le norme vogliono riferirsi alle situazioni giuridiche delle quali gode l'entità giuridica del concepito (non nato), riprendono l'ampio concetto di "concepito", cui sarebbe offerta una tutela diversa.

In altre parole, la legge parla dell'embrione quale oggetto dei trattamenti sanitari, nel loro aspetto scientifico e non distinguendo ai fini che ci occupano, le diverse fasi di sviluppo dopo la fecondazione. Infatti la legge stabilisce norme sull'attività scientifica, con particolare riferimento alla creazione, sperimentazione e crioconservazione, al fine esplicitato di tutelare questa entità minima di forma di vita. Coerentemente, è notevole la circostanza che venga sancito collateralmente un divieto assoluto di soppressione degli embrioni "fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194", ovvero la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza.

Il concepito, sarebbe, come si afferma in alcune massime di giurisprudenza sotto riportate, soggetto di diritti (o almeno di una legittima aspettativa a nascere, che si trasforma in vero e proprio diritto, salvo eccezioni, dopo il 90º giorno dal concepimento), insieme agli altri soggetti individuati dall'articolo 1 della legge 40/2004. Al concepito la legge sembra quindi offrire, in modo peraltro difficilmente conciliabile con l'insieme delle normative in materia, i benefici dello status di soggetto che si va a delineare, garantendo alcune forme di tutela riguardanti, in particolare, la sua condizione rispetto all'intervento sanitario relativo alla procreazione.


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