martedì 7 marzo 2017

LA SINDROME DI STOCCOLMA



Il 23 agosto 1973 alle ore 10:15 circa, un uomo di nome Jan-Erik Olsson di 32 anni, evaso dal carcere di Stoccolma (dove era detenuto per furto) tentò una rapina alla sede della Sveriges Kredit Bank di Stoccolma e prese in ostaggio tre donne e un uomo (loro erano: Elisabeth, 21 anni, cassiera e successivamente infermiera; Kristin, 23 anni, stenografa e successivamente assistente sociale; Brigitte, 31 anni, impiegata; Sven, 25 anni assunto da pochi giorni e successivamente impiegato presso un ufficio).

Olsson chiese e ottenne di essere raggiunto dal suo amico ed ex compagno di cella, Clark Olofsson, 26 anni.

La prigionia e la convivenza forzata di ostaggi e rapinatore durò 131 ore al termine dei quali i malviventi si arresero e gli ostaggi furono rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore.

Il locale in cui i fatti si svolsero, e in cui le sei persone vissero per circa sei giorni, era simile a un corridoio, lungo circa 16 metri, largo poco più di 3,5, completamente ricoperto di moquette. La vicenda conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Durante la prigionia, come risulterà in seguito dalle interviste psicologiche (fu il primo caso in cui si intervenne anche a livello psicologico su sequestrati), gli ostaggi temevano più la polizia che non gli stessi sequestratori.
Nel corso delle lunghe sedute psicologiche cui i sequestrati vennero sottoposti si manifestò un senso positivo verso i malviventi che "avevano ridato loro la vita" e verso i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata.

Proprio questo paradosso psicologico prende il nome di “Sindrome di Stoccolma”, una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l'essere "vittima". Benché a livello cosciente si possa credere che, in una situazione di sequestro, il comportamento più vantaggioso per il sequestrato sia “farsi amico” il sequestratore, in realtà la “Sindrome di Stoccolma” non deriva da scelta razionale, bensì come riflesso automatico. La “sindrome”, rilevata e studiata poi in tutto il mondo proprio a partire dai fatti di Stoccolma (da cui il nome coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot), comporta un elevato stato di stress psicofisico, che aumenta a mano a mano che i protagonisti sembrano accettare la convivenza in un ambiente minaccioso che li costringe a nuove situazioni di adattamento, e alla conseguente regressione a precedenti stadi di sviluppo della personalità.

Questo “legame positivo”, tuttavia, scaturente da una convivenza in qualche modo involontaria, interessa, indistintamente, sia l'ostaggio sia il carceriere: cementando sempre più il legame tra le due entità, sviluppa il concetto di un “NOI qui dentro” contro un “LORO che stanno fuori”.

In via preliminare, si consideri che nello sviluppo della "Sindrome di Stoccolma", sono stati individuati tre stadi: "il sentimento positivo dei prigionieri verso i loro carcerieri, collegato al sentimento negativo verso la polizia. Tale sentimento è spesso contraccambiato dai carcerieri. Per risolvere favorevolmente un caso con ostaggi, la polizia deve, perciò, incoraggiare e tollerare le prime due fasi, così da provocare la terza salvando in tal modo la vita del sequestrato".

La teoria di Sigmund Freud vede la personalità come concepita in tre maggiori sistemi:

Es (pulsioni libidiche inconsce) è l'espressione della spinta emotiva e istintiva dell'uomo che non tiene conto della realtà e della moralità. È insita in tale concetto la spinta verso la conservazione, o la distruzione (pulsioni di vita e pulsioni di morte);

Io ovvero il fattore di personalità. Nella persona “ben regolata”, l'Io controlla e governa l'Es, e mantiene i rapporti con il mondo esterno nell'interesse della personalità, nel suo insieme, e delle esigenze della stessa a lungo termine.

Super-io è la coscienza che detta all'Io i consigli per soddisfare le richieste dell'Es. Si sviluppa, di solito, grazie all'acquisizione di “ideali” e “proibizioni”, genetici o formatisi nelle fasi dell'infanzia.

I contatti con la realtà sono, pertanto, compiti dell'Io che risulta così, in una personalità sana, dinamico e pieno di risorse. Una di tali risorse, secondo Freud, è quella legata ai meccanismi di difesa da idee insopportabili o dolorose, o dagli effetti di queste. Quando l'individuo è minacciato, sarà dunque l'Io a dover affrontare la maggior quantità di stress onde consentire alla personalità di continuare a funzionare anche durante esperienze dolorose quale, ad esempio, quella di trovarsi nella condizione di ostaggio di un individuo armato; in un caso così tragico, l'ostaggio vuole sopravvivere e l'Io si pone, pertanto, alla ricerca dei mezzi per riuscirvi. Il meccanismo di difesa più frequentemente notato è quello della “regressione” ovvero il ritorno a un livello di maturità inferiore e meno aderente alla realtà comportamentale e di esperienza che si sta vivendo. Altro meccanismo difensivo è la “identificazione”, che permette all'Io di sfuggire all'ira e al danno potenziale che potrebbe essergli inflitto dal “nemico”.

Entrambi tali meccanismi entrano in funzione nella "sindrome": l'ostaggio si “identifica” nel carceriere per paura, e non certo per affetto, e "regredisce" a uno stadio infantile inferiore a quello di un bimbo di cinque anni. L'ostaggio si trova in una situazione di estrema dipendenza dal carceriere esattamente come il bambino dipendeva totalmente dalla figura paterna, o comunque genitoriale, che rappresentava controllo e sicurezza.

Se alla "famiglia" sovrapponiamo il microcosmo "ostaggio-carceriere" è facile comprendere come la polizia che punta le armi, o comunque pone in essere azioni aggressive, verso il malvivente, di fatto le punta anche contro l'ostaggio che vede nel carceriere, armato, l'unico che possa concretamente difenderlo trasformandolo, perciò, in una sorta di "eroe positivo". A ben guardare, tale azione offensiva è, in realtà, l'unico sistema di difesa che si propone e il rapinatore si trova, così, legato ad altri individui, in genere a lui sconosciuti, che finiranno per simpatizzare con lui e, in alcuni casi, addirittura a compenetrarsi nei suoi problemi, comprendendo e accettando le motivazioni che lo hanno spinto al gesto che ormai li lega e li pone dinanzi al pericolo, comune, della morte.

Dall'altra parte le forze di polizia, il cui scopo precipuo è aiutare l'ostaggio, sono palesemente in difficoltà, incerti sul da farsi e sempre bisognevoli di ricorrere ad autorizzazioni sovraordinate per qualunque richiesta venga loro rivolta; ciò contribuisce a esaltare, agli occhi delle vittime, la figura del sequestratore che, invece, appare sicuro di sé, deciso, che dimostra di avere idee chiare che trasforma in condizioni precise e sa palesare minacce concrete.

L'ostaggio reagisce come può all'estremo stato di stress cui è sottoposto: una delle prime reazioni, rifugio psicologico primitivo, ma emotivamente efficace, è la “negazione”. Per sopravvivere la mente reagisce tentando di negare quanto sta avvenendo.



La comparsa della sindrome dipende anche dalla personalità del sequestrato. Infatti più egli ha un carattere dominante, meno sarà predisposto nell’incorrere nella sindrome stessa.
Di solito la sindrome di Stoccolma si manifesta in personalità poco forti e non ancora totalmente strutturate, come quelle dei bambini o degli adolescenti. La sindrome può avere una durata variabile e comporta alcuni effetti psicologici, come, per esempio, disturbi del sonno, incubi, flashback, fobie e depressione.
Per la risoluzione di questi disturbi si deve ricorrere alla psicoterapia in associazione alle cure farmacologiche. In questo modo si può curare la sindrome di Stoccolma, una vera e propria sindrome vittima-carnefice.

La sindrome di Stoccolma si manifesta soprattutto quando la vittima percepisce che la sua sopravvivenza è legata al sequestratore. Inizialmente il soggetto prova uno stato di confusione e di paura per la situazione in cui si ritrova.
Dopo aver superato il trauma iniziale, comincia a cercare la soluzione per resistere alle difficoltà. Man mano che va passando il tempo, la vittima si rende conto che la sua vita dipende dal carnefice e sviluppa un meccanismo psicologico di attaccamento nei suoi confronti, per poter evitare di morire.
Inoltre la vittima comincia ad identificarsi con il carnefice, inizia a comprendere le sue motivazioni e finisce col tollerare le violenze subite. Così facendo, elimina anche il rancore che dovrebbe provare verso l’aguzzino. Allo stesso tempo da parte del rapitore si mette in atto un feedback positivo, che porta alla garanzia di maggiore sopravvivenza per la vittima.
A parte i disturbi psicologici connessi, non si può parlare di veri e propri sintomi della sindrome di Stoccolma. Più che altro essa si riconosce dai sentimenti positivi della vittima verso il rapitore e dai sentimenti negativi manifestati verso chi cerca di andare contro l’aguzzino, concependolo come tale.
Il rapporto che si instaura tra la vittima e il carnefice, anche se apparentemente è di affetto, non porta a nessun vantaggio, a differenza delle vere relazioni amorose e durature, alleate della salute mentale.

La sindrome di Stoccolma si sviluppa inconsciamente e in modo involontario.
La strategia è un istinto di sopravvivenza che si sviluppa come tentativo di sopravvivere in una situazione pericolosa.

Ogni situazione in cui una persona sviluppa la sindrome di Stoccolma è diversa. Molte persone non sono state vittime di un rapimento, ma possono aver vissuto un abuso.

Ricordare che la persona amata ha dovuto affrontare un’ardua scelta: la famiglia o quella situazione. Poiché la famiglia era minacciata, la vittima ha imparato a scegliere il rapitore e ha ferito i sentimenti dei famigliari
Più si mette la vittima sotto pressione, più difficile sarà per lei resistere, soprattutto nei casi di abuso o di violenza domestica sulle donne
Rimanere in contatto con la persona amata durante il rapporto di abusi o il recupero. Mantenere le comunicazioni il più possibile
Ricordare alla persona amata che le sue decisioni sono pienamente sostenute e che la famiglia la ama, qualsiasi cosa succeda.
Se la persona amata inizia una relazione con il rapitore / maltrattatore, ricordare che potrebbe non essere pronta per un aiuto e che sta semplicemente considerando le opzioni.





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