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domenica 8 maggio 2016

GLI EFFETTI DEL VENTO





Il vento è uno dei fenomeni meteorologici che disturbano maggiormente la nostra psiche: mal di testa, nervosismo, insonnia, stanchezza, irascibilità sono solo alcuni dei malesseri che molte persone lamentano nelle giornate ventose.  Non vi è regione della terra, d'altronde, visitata da una così ricca varietà di venti come la nostra penisola: Bora, Foehn, Maestrale,Tramontana, Libeccio, Scirocco e Grecale, solo per citare i più importanti.

Quasi tutti provengono da regioni del globo molto distanti, anche 6000-8000 km e, poichè portano con sè le caratteristiche climatiche delle regioni di origine, provocano al loro arrivo forti variazioni di temperatura, umidità, pressione e, talvolta, anche di elettricità atmosferica.

In molti Paesi Occidentali il “mal di clima” rappresenta una patologia ufficialmente riconosciuta, tanto che i pazienti si avvalgono di appositi specialisti, ma in Italia la maggior parte della classe medica considera ancora il meteoropatico alla stregua di un malato immaginario, nonostante che a soffrirne sia il 25-30% della popolazione.

Lo Scirocco presenta gli aspetti più interessanti dal punto di vista fisiopatologico, ed è per questa ragione che esso viene messo più spesso in relazione con la meteoropatia. Ad affermarlo è il Prof. Alberto Lomuscio, cardiologo, agopuntore e docente di Medicina Tradizionale Cinese, il quale ricorda che “le malattie da vento, o anemopatie (dal greco anemos, vento, e pathos, sofferenza), possono interessare tutto l’organismo, ma gli effetti principali si verificano soprattutto sul cuore e sui vasi arteriosi, le cui cellule sono in grado di percepire maggiormente le variazioni elettriche dell’ambiente, tanto che si è osservato che l’incidenza di infarti e ictus aumenta nelle giornate ventose, e tra i fattori di questo aumento di incidenza sembra esservi lo squilibrio nella concentrazione di catecolamine e nella regolazione dell’aggregabilità piastrinica. Molto comune è anche la “Sindrome da Scirocco”, i cui sintomi più frequenti sono la cefalea, l’astenia, le palpitazioni, l’insonnia e varie forme di dolore toracico che possono anche simulare dolori anginosi: la forma è molto più frequente nei soggetti ipertiroidei, che sono già sottoposti in condizioni basali a un aumento di tutto il metabolismo corporeo. Caratteristiche principali dello Scirocco sono la velocità, l’elevata temperatura , specie durante i mesi estivi, e la concentrazione di ioni positivi in presenza spesso di variazioni della pressione atmosferica“.

Il vento di “Libeccio” è un vento caldo e umido che spira da Sud-ovest; investe, soprattutto, le zone tirreniche del Lazio, della Toscana, della Liguria e le coste del mediterraneo francese. È foriero di precipitazioni intense e violenti mareggiate. Ha caratteristiche analoghe allo Scirocco e causa, in forma più attenuata, una sintomatologia simile. Il vento di “Ponente” è un vento proveniente da Ovest. Ha caratteristiche ed effetti simili al Libeccio. È tipico delle perturbazioni atlantiche che attraversano il Mediterraneo da Ovest verso Est.
Il vento di Tramontana, la Bora e il Grecale proviente dalla Grecia sono venti freddi e asciutti che spirano, prevalentemente, da Nord/Nord-est in autunno e inverno o inizio primavera con raffiche che raggiungono la velocità di 80 Km/h, alternate da momenti di relativa calma.
Hanno caratteristiche di forte umidità dovuta alle precipitazioni e alla neve. La bassa temperatura determina, attraverso le terminazioni nervose periferiche, un’azione riflessa sulla gittata e sul lavoro del cuore, sul volume del sangue, sulla concentrazione di sodio e potassio e sul tasso ematico di alcuni ormoni della tiroide e delle capsule surrenali. Condizioni che provocano l’insorgenza o l’aggravarsi di malattie cardiovascolari, crisi asmatiche ed episodi di insonnia e cefalea.
Vento del “Sud”  è un vento tipico del mezzogiorno della Francia e, in particolare, delle zone di Montpellier e Lione. Meteorologicamente si accompagna a ionizzazione positiva, abbassamento della temperatura, della pressione atmosferica e dell’umidità relativa. La bassa pressione comporta una ridotta tensione di O2 a livello degli alveoli polmonari e, di conseguenza, a livello dei tessuti causando torpore e sonnolenza. Il vento del Sud favorisce l’insorgenza, in soggetti meteoropatici, di depressione fisico-psichica, insonnia e stato ansioso. Variazioni di 10 mm/H. di pressione atmosferica che si realizzano nell’arco di 24 ore aumentano l’incidenza di flebiti degli arti inferiori ed eventi trombotici. L’azione nociva di questo vento è elettiva in neonati e lattanti.
Per gravità si distingue “una forma benigna o semplice” caratterizzata da irritazione con pianto e sonno agitato; una forma di “media importanza” o febbrile lieve, della durata di 2-3 giorni accompagnata da vomito, diarrea e, a volte, convulsioni; “una forma grave” con ipertermia molto elevata (40-41 C°), disidratazione e sete intensissima, tachipnea, albuminuria, cilindruria. I sintomi tendono a regredire con il cessare della pioggia o del vento.



Il vento di “Maestrale”: è un vento freddo e umido che segue il fronte freddo delle perturbazioni atlantiche. Spira da nord-ovest e interessa le regioni tirreniche. Il Maestrale esercita un’azione di stimolo sul Sistema nervoso centrale con ansia, tachicardia e dispnea.
“Il Fohn” (vento di caduta) soffia, particolarmente, nei mesi primaverili. Genera brusche variazioni climatiche, una ridotta tensione di ozono, del potenziale elettrico e della pressione barometrica.
Origina sul versante italiano delle Alpi con il sollevarsi di una massa di aria calda e umida lungo la dorsale pre-alpina.
Nell’ascensione l’aria perde gradatamente, umidità e calore raggiungendo basse temperature e causando precipitazioni piovose e nevose. Così raffreddata, precipita vorticosamente a valle lungo il versante alpino opposto e perdendo quota subisce una compressione trasformandosi nuovamente in un vento caldo e asciutto. La particolare secchezza e lo strofinio con il suolo aumentano notevolmente la carica elettrica del Fohn.
Kneisel nel 1960 coniò il termine di “pre-Fohn” per indicare una serie di azioni che anticipano l’instaurarsi del fenomeno meteorologico. Queste variazioni sono ritenute responsabili dell’acuirsi, in soggetti psicologicamente labili, di squilibri mentali e di un incremento dei casi di omicidio e suicidio.
W.S. Moos, in uno studio di particolare interesse e attualità, rilevò un aumento di incidenti stradali in un arco di tempo che precedeva e seguiva di quattro ore l’insorgenza, la stabilizzazione e la fine dell’evento climatico.
I venti catabatici come il Fohn “limitano la capacità sensoriale del soggetto alla guida di veicoli modificando la reattività dell’organismo impegnato, in un processo di adattamento e omeostasi e regolazione all’ambiente atmosferico. Si determina una diminuizione delle capacità reattive alla guida”.

La sindrome meteoropatica da Fohn si manifesta con un corredo sintomatologico di vertigini, leucopenia, stasi venosa, ambascia precordiale, formazione di emboli, edemi e dolori alle cicatrici (Sutermeister 1960), abbassamento della pressione arteriosa e aumento della temperatura corporea nei bambini con spasmofilia, tetania, convulsioni, vomito e disidratazione.

La Bora è un vento molto freddo da nordest che soffia con raffiche violente (fino a 130 km/h): se proviene dalla gelida Siberia, giunge sull'Adriatico come vento rigido ma secco (Bora chiara). Il brusco e intenso raffreddamento, oltre che risvegliare nevralgie alle articolazioni e ai denti, favorisce soprattutto l'insorgere di malattie cardiovascolari.

I medici infatti ben sanno che l'angina pectoris si manifesta in genere in presenza di repentini cambiamenti di temperatura, solitamente dal caldo al freddo; con il freddo intenso diviene più forte anche il rischio di trombosi ed emboli polmonari. Con la Bora chiara, inoltre, sono più frequenti anche le crisi di glaucoma (malattia dell'occhio), le paralisi del nervo facciale e le affezioni broncopolmonari.

Effetti simili a quelli della Bora chiara sono provocati anche da altri venti freddi e secchi: la Tramontana, che soffia da nord e che in genere è abbastanza intensa su Toscana, Umbria e Lazio; il Grecale, che con le sue correnti provenienti da nordest investe le regioni ioniche e quelle tirreniche; il Maestrale, le cui vigorose correnti, provenienti dalla Provenza, si abbattono con violenza soprattutto sulla Sardegna. Non è un caso che proprio quest'isola (in particolare la città di Sassari), dove il Maestrale soffia con violenza, detenga il primato in Italia per le cefalee.

Se invece le correnti che raggiungono l'Adriatico sotto forma di Bora provengono dal Nord Atlantico, il vento, pur essendo meno freddo, risulta molto umido e piovoso ("Bora scura") ed il freddo umido nuoce a chi soffre di asma e di reumatismi.




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domenica 20 dicembre 2015

IL PRURITO



Il prurito è un sintomo che può causare un significativo fastidio; se intenso, provoca il riflesso o il desiderio irrefrenabile di grattarsi, che a sua volta predispone ad infiammazioni ed escoriazioni, cui possono sovrapporsi infezioni secondarie dei tessuti lesi.
Esistono numerosi mediatori chimici e diversi meccanismi che concorrono ad indurre, trasmettere e mantenere tale sensazione. L'istamina, ad esempio, è uno dei mediatori più significativi: viene sintetizzata e immagazzinata nei mastociti cutanei ed è liberata in risposta a vari stimoli.
Il prurito può essere scatenato da diversi stimoli: un lieve tocco, una vibrazione o il contatto con fibre di lana. Può inoltre essere localizzato in zone circoscritte o generalizzato.
Molte malattie cutanee primitive causano prurito. Le cause più frequenti comprendono la secchezza della pelle (xerosi), la puntura di un insetto, la dermatite atopica (eczema), la dermatite da contatto (secondaria al contatto con un allergene) e l'orticaria. La pelle può essere pruriginosa anche in caso di lichen simplex cronico, psoriasi, pediculosi, scabbia e infezioni micotiche cutanee (dermatofitosi).
Il prurito può anche essere un sintomo di malattie sistemiche, con o senza manifestazioni cutanee associate. Tra le cause più comuni vi sono reazioni allergiche (a farmaci, alimenti, morsi e punture), colestasi, insufficienza renale ed epatica. Cause sistemiche di prurito meno frequenti comprendono ipertiroidismo, ipotiroidismo, diabete, dermatite erpetiforme, anemia sideropenica, linfoma di Hodgkin e policitemia vera. Durante la gestazione, il prurito può essere dovuto a tre condizioni principali: colestasi gravidica, Herpes gestationis e dermatite polimorfa della gravidanza.
Il prurito può anche essere indotto dall'impiego di certi farmaci, in grado di innescare una reazione allergica o indurre direttamente prurito mediante la liberazione di istamina. A provocare tale sintomo sono più comunemente morfina, aspirina, barbiturici, penicillina, antifungini, agenti chemioterapici e alcuni mezzi di contrasto somministrati per via endovenosa.
Altre cause di prurito sono neuropatiche (connesse a patologie del SNC o del sistema nervoso periferico; es. sclerosi multipla e infezione da Herpes Zoster) e psicogeniche (associate a malattie psichiatriche; es. depressione clinica, ansia e varie forme di psicosi).
Il prurito può essere alleviato da farmaci topici o sistemici, da scegliere in base alla causa. Inoltre, può essere utile limitare la durata e la frequenza dei bagni (da eseguirsi con acqua tiepida e detergenti delicati), evitare potenziali irritanti (es. vestiti stretti o di lana) e utilizzare emollienti/idratanti per ripristinare la funzione barriera della cute.
Dopo la scoperta delle molecole alla base del prurito, è stato ricostruito il circuito nervoso che spinge a grattarsi. La 'centralina' che lo attiva si trova nel midollo spinale e la sua scoperta, pubblicata sulla rivista Science, si deve ai ricercatori coordinati da Steeve Bourane, dell'istituto californiano Salk.

Gli scienziati hanno dimostrato che la sensazione del prurito innescata in modo meccanico, per esempio se una mosca si posa su un braccio, stimola neuroni diversi rispetto a quelli che entrano in funzione dopo una puntura di insetto. Questi ultimi infatti sono messi in azione per via chimica.

''È il primo studio che rivela la presenza di un percorso nervoso specifico per questa particolare sensazione'', spiega uno degli autori, Martyn Goulding. "Il circuito molto probabilmente si è evoluto per rilevare la presenza delle punture degli insetti sulla pelle e la sua 'iperattivazione' provoca un aumento dell'impulso di grattarsi simile a quello delle persone che soffrono di prurito cronico".

Identificato nei topi, il circuito è formato da cellule chiamate neuroni 'intermediari' che trasmettono le informazioni sensoriali della pelle, grazie a una proteina messaggera chiamata Npy. ''In futuro", dice Bourane, "potremmo modificare l'attività di questi neuroni per aiutare le persone che soffrono di prurito cronico''.

Sappiamo che non possiamo resistere, ma non il perché. Decine di studi hanno cercato di svelare il mistero. Secondo i più recenti, lo stimolo a grattarsi deriva da un’area della colonna vertebrale, il tratto spinotalamico, in cui sono presenti neuroni suscettibili alle sostanze pruriginose. Scienziati americani hanno anche identificato una molecola, chiamata Nppb, che fungerebbe da «messaggera» del prurito, inviando il segnale dalla periferia del corpo al cervello attraverso una sala di comando, chiamata corno dorsale. Al di là delle ipotesi, ci sono due certezze. Il prurito, quando non è un fatto transitorio (e in questo caso non deve destare preoccupazione) è un campanello d’allarme che non va mai sottovalutato, perché segnala che qualcosa, nel fisico o nella psiche, non va. Secondo: si tratta di un sintomo molto generico e talvolta difficile da interpretare.



Il prurito può avere tre tipi di cause: dermatologiche, quando il sintomo origina da una malattia che colpisce la pelle, neurogeniche o neuropatiche, cioè dovute a disturbi dei nervi sensoriali periferici, oppure psicogene, ossia legate ai centri del prurito localizzati nel sistema nervoso centrale. «Nel primo caso, il sintomo può essere associato a malattie molto diffuse, come eczemi, dermatiti, psoriasi, orticaria, allergie, o rare, come il lichen planus, che colpisce l’1% della popolazione», spiega Luigi Naldi, dermatologo dell’azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo e presidente del Centro Studi Gised.
«Altre cause frequenti che riguardano la pelle sono: punture di insetti, eritemi solari, infestazioni da parassiti (come scabbia o pediculosi), secchezza della pelle. Quest’ultima è una condizione chiamata xerosi, tipica soprattutto degli anziani e di chi soffre di dermatite atopica, una malattia infiammatoria cronica che compare in genere da bambini. In pratica la pelle vede ridotta la sua funzione di barriera, la concentrazione d’acqua nello strato corneo si riduce e la cute reagisce desquamandosi e screpolandosi. E più la pelle si secca, più prude». Una delle cause più frequenti del prurito di origine neuropatica, invece, è la cosiddetta nevralgia post-erpetica, che segue la fase acuta dell’Herpes Zoster o fuoco di sant’Antonio (una riattivazione del virus della varicella), caratterizzata da dolore e/o prurito intenso. Anche l’artrosi, l’ernia e la sindrome del tunnel carpale, comprimendo e irritando i nervi periferici, possono dare prurito.

La terza tipologia, quella psicogena, comprende principalmente il prurito definito sine materia, cioè senza causa apparente: la pelle risulta integra e sana, gli esami sono in regola. «In circa quattro casi su dieci il prurito è una somatizzazione, cioè manifesta attraverso la pelle un disagio emotivo che non trova altra via di sfogo», chiarisce Anna Graziella Burroni, specialista in dermatologia e malattie veneree e presidente della Sidep (Società italiana di psicodermatologia). «Tipico delle personalità ansiose o depresse, il prurito psicosomatico coinvolge principalmente l’asse psiconeuroimmuno-endocrino, che collega il sistema nervoso, la produzione di ormoni e la risposta immunitaria dell’organismo. In questi casi, il dermatologo suggerisce delle strategie non solo per alleviare il prurito, ma anche per distrarre la mente dal pensiero del grattamento. Creme e pomate non agiscono solo a livello cutaneo, ma hanno anche una valenza psicologica, perché favoriscono il recupero del contatto fisico con se stessi e/o con le persone care, che possono partecipare alla terapia applicando il prodotto con un rilassante massaggio. Nei casi più seri, può essere consigliata anche una psicoterapia».

Il grattamento è un fenomeno naturale e, in parte, necessario: stimolando la liberazione di istamina da parte di cellule chiamate mastociti, da un lato attiva l’infiammazione locale che aumenta le difese della pelle, dall’altro alimenta il prurito, generando un circolo vizioso difficile da fermare. La conferma di questo meccanismo viene da uno studio condotto su topi alla Washington University School of Medicine di St. Louis (Stati Uniti), secondo cui strofinare vigorosamente la pelle, fino a indurre un lieve indolenzimento, attiva le fibre nervose che trasmettono il dolore. Il cervello reagisce rilasciando serotonina, un neurotrasmettitore utile a controllare il dolore, ma che intensifica il prurito creando una sorta di dipendenza.
C’è poi un grattamento psicologico che non ha nulla a che fare con il prurito, ma rientra nelle cosiddette attività derivate, come sbadigliare, passarsi le mani tra i capelli, accarezzarsi le orecchie. «Movimenti inconsci che segnalano un’emozione: imbarazzo, rabbia, noia, eccitazione sessuale», sottolinea Burroni.



Infine, il grattamento di riflesso: si vede qualcuno grattarsi, oppure si sente parlare di prurito, e le mani partono. Colpa dei neuroni specchio. Ma grattarsi è concesso? «Se l’atto dello strofinare la pelle procura sollievo e piacere oppure appaga un bisogno, nulla di male», risponde Naldi. «Tuttavia, quando intenso e ripetuto, può causare lesioni e ferite che espongono la pelle al rischio di infezioni. Grattarsi peggiora la situazione soprattutto negli atopici e in chi ha la pelle molto secca, perché causa un’ulteriore infiammazione. Se il fastidio è proprio insopportabile, meglio non usare le unghie e ricorrere al “rubbing”, lo sfregamento con i polpastrelli, che è meno traumatizzante».

In attesa di individuare una delle tante cause scatenanti si possono mettere in atto alcuni accorgimenti. La soglia del prurito si riduce abbassando la temperatura corporea. È importante quindi non sostare in ambienti chiusi dove l’aria è molto secca e riscaldata. Utile l’applicazione sulla pelle di compresse di cotone raffreddate (ma non umide, perché l’acqua, evaporando, secca la superficie epidermica peggiorando il problema). Anche una doccia fresca è efficace, avendo però l’accortezza di asciugarsi subito, tamponando delicatamente la pelle con un asciugamano. Se modesto, il prurito può trarre sollievo anche dall’applicazione di polveri aspersorie a base di talco e mentolo. Le creme emollienti e l’olio di mandorle dolci aiutano a lenire il fastidio, soprattutto se il prurito è associato a secchezza, e reidratano la cute. Inoltre, soddisfano un bisogno psicologico, sostituendo il rituale del grattamento con quello del massaggio.

Soluzioni molto utili, indipendentemente dalla causa scatenante, sono la fototerapia (l’esposizione controllata alla luce ultravioletta) e le varie tecniche di rilassamento, come lo yoga e il training autogeno, che distraggono dal grattamento. Per quanto riguarda i farmaci, in linea generale gli antistaminici (come desclorfeniramina, difenidramina, dimetindene, isotipendile, prometazina, tonzilamina) vanno usati quando la responsabile del prurito è l’istamina, quindi nei casi di orticaria e allergie. Negli altri casi non sono indicati, a meno che non si tratti di antistaminici sedativi, con azione calmante sul sistema nervoso centrale.
Creme, gel e pomate a base di cortisone (ormone steroideo secreto dalle ghiandole surrenali, dall’effetto antinfiammatorio) sono utili in tutti i casi di infiammazione accertata. Vanno bene per le dermatiti allergiche da contatto e irritative e, in generale, per gli eczemi e le punture d’insetto.

La capsaicina, un alcaloide derivato dal peperoncino, ha un effetto comprovato sul prurito di tipo neuropatico. Altri medicinali usati a seconda dei casi sono gli anestetici locali (benzocaina, lidocaina, procaina), che bloccano la trasmissione del prurito alle fibre nervose, gli antagonisti degli oppioidi, come naloxone e naltrexone, efficaci nel prurito generalizzato, e i neurolettici.

Il medico verifica la presenza di lesioni e altri sintomi, sia cutanei, come gonfiore, bolle, desquamazione, sia generici, per esempio febbre, sudorazione notturna, disturbi del sonno. Se la visita non è sufficiente a risalire alla causa, possono essere necessari alcuni esami di laboratorio e una biopsia cutanea. Tra gli esami del sangue, possono essere utili il dosaggio del ferro (l’anemia sideropenica è un’altra causa possibile di prurito) e una valutazione della funzione epatica e renale. Infine, vengono controllati i livelli di alcuni marcatori tumorali: certi tumori si manifestano attraverso questo sintomo».

Il prurito può essere anche una reazione al contatto o all’esposizione ad alcune sostanze: metalli come nichel, cobalto e cromo (usati per esempio nella produzione di pentole e bigiotteria), creme, prodotti di make up, tinture per capelli, saponi, vestiti in lana o tessuti sintetici. Alcuni cibi possono scatenare una liberazione di istamina: fragole, cioccolato, frutti di mare, pesce, frutta secca.






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sabato 28 novembre 2015

LA PSICOSOMATICA



Il principio fondamentale della medicina primitiva concepiva la malattia come una condizione di disagio dell'uomo “intero” in cui l'effetto della volontà di una forza superiore era considerato elemento causale e determinante. Nel mondo magico primitivo non esisteva né una concezione della mente, né una concezione del corpo, né dell'ambiente e l'uomo si sentiva immerso nella natura sotto tutti i suoi aspetti, riconoscendosi inferiore e dipendente da tali forze. In questa visione del mondo, lo sciamano, il medicine man, è l'intermediario tra il mondo degli umani e il mondo degli spiriti. In questo contesto la malattia finisce con il riguardare l'intera comunità assumendo anche il carattere di “evento sociale” che attraverso l'opera dello sciamano può essere portata alla guarigione.

Nel corso dei millenni, la figura del medico si mantiene, sostanzialmente, collegata a quella del saggio, del sacerdote. La medicina pitagorica, in particolare, aveva ricercato le analogie tra l'uomo e l'universo, tra il microcosmo e il macrocosmo e aveva concepito la malattia come una rottura dell'equilibrio dell'organismo, come una sorta di “perduta armonia” tra queste due forze. La medicina umorale di Ippocrate aveva invece affermato come responsabile della malattia, lo squilibrio tra gli umori del corpo. Tale concezione è di importanza fondamentale per la storia della medicina psicosomatica poiché inserisce il “temperamento” individuale come elemento sostanziale della malattia individuando, in ciascuna persona, la sua “costituzione”: il tipo “sanguigno, “flemmatico”, “bilioso” e “melanconico”, esprimerebbero, in definitiva, il carattere e il “modo di porsi nel mondo” di ciascuno di noi. L'approccio generale di Ippocrate sarà rispettato anche da Galeno e diventerà punto di riferimento per tutto il Medioevo e il Rinascimento.

Nel Seicento, la scoperta del microscopio e le idee del filosofo René Descartes offriranno alla medicina una concezione dell'organismo regolato da forze meccaniche e fisico-chimiche, tanto che la distinzione tra res cogitans e res extensa influenzerà tutta la medicina pervenendo perfino a definire la medicina moderna. Se all'inizio, però, una tale concezione si era rivelata utile, data la complessità dello studio della disciplina, separare la res cogitans dalla res extensa alla fine “aveva creato anche problemi di una certa importanza perfino al medico pratico che si trovava a curare un paziente esteso e cogitante allo stesso tempo e vedeva fin troppo bene come i due aspetti si intersecassero fra di loro”. È da notare che Claude Bernard, intorno alla fine dell'Ottocento, era giunto a parlare di omeostasi per descrivere il processo di autoregolazione da parte dell'organismo riproponendo la visione unitaria della malattia.

Dobbiamo attendere, però, il contributo di Sigmund Freud che attraverso gli studi sull'isteria, affermò che un contenuto psichico, qualora represso, era capace di provocare importanti modificazioni corporee e il “misterioso salto” dalla mente al corpo era divenuto un evento possibile. Mentre però Sigmund Freud concentrava la sua attenzione e il suo lavoro sulla produzione verbale dei suoi pazienti, Wilhelm Reich, uno psichiatra austriaco, introdusse nella psicoanalisi anche l'osservazione e il lavoro analitico sul corpo. Successivamente, le teorie di Reich offriranno lo spunto per lo sviluppo dell'analisi bioenergetica, metodica psicoterapeutica elaborata in seguito da Alexander Lowen. Questo approccio, unico nel suo genere, ha avuto il merito di ri-considerare la mente e il corpo come un'unità funzionale, inscindibile, tanto che l'intervento degli analisti bioenergetici è costituito da una complessa combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico. Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, Franz Alexander propose che gli stati conflittuali, attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo, fossero anche implicati nelle cause di varie malattie psicosomatiche.

Un'altra teoria molto significativa è quella proposta dalla Dunbar, allieva e collaboratrice dello stesso Franz Alexander. Ella sostenne che la struttura della personalità individuale può condizionare le difese corporee, predisponendo allo sviluppo di determinate malattie. Vent'anni di studi ulteriori, tra il 1970 e il 1990, ma che ancora oggi forniscono risultati importanti, hanno chiarito che sensibile alle reazioni emozionali non è solo il sistema nervoso vegetativo ma anche, e notevolmente, il sistema endocrino e il sistema immunitario inaugurando il filone di ricerca della psiconeuroendocrinoimmunologia (la cosiddetta P.N.E.I.). In Italia, lo psicologo Ferruccio Antonelli nel 1981 iniziò a parlare di “brositimia”, letteralmente “sentimento ingoiato”. Secondo questo autore, le persone affette da disturbi di natura psicosomatica, presenterebbero difficoltà nel reagire alle avversità della vita, tanto che questo loro stile di vita risultò essere il principale responsabile delle loro sofferenze, la più chiara espressione della somatizzazione dell'ansia. “Mandare giù”, d'altra parte, ricorda il comportamento dello struzzo: non risolve i problemi ma li dirotta all'interno lasciandoli irrisolti.

Una rivalutazione della correlazione tra mente e corpo è venuta inoltre dalla medicina omeopatica, nell'ambito della quale, oltre alla psicosomatica, si evidenziano anche le influenze che il corpo (soma) può avere sulla psiche, a proposito delle quali si parla in questo caso di approccio «somato-psichico». La soluzione proposta dall'omeopatia, comune ad altre forme di terapia olistica che intendono andare oltre la visione cosiddetta «organicista» della medicina ufficiale, limitata cioè alla cura dei singoli organi ammalati, si basa sulla legge di similitudine, secondo cui esiste un'analogia tra i sintomi presentati dal paziente e gli aspetti fisici, psichici e ambientali in cui essi sono maturati. In tal senso l'omeopatia può essere considerata non solo un rimedio, ma anche un principio filosofico.

Chi soffre di malattie psicosomatiche presenta dolore, nausea o altri sintomi fisici, senza però una causa fisiologica che possa essere diagnosticata. Tali sintomi possono avere una causa fisiologica definita, come il disturbo di conversione, disturbo somatoforme e la sindrome miositica tensiva. Alcune condizioni fisiologiche quali la carenza di vitamine o danni cerebrali possono essere causa di sintomi psicologici gravi. Quando la causa di una patologia è dubbia, la possibilità che sia di origine psicosomatica deve essere presa in considerazione. Alcune malattie che in precedenza erano ritenute puramente psicosomatiche, come le allergie, ora vengono considerate aventi un'origine organica identificata.

Alcuni studi hanno dimostrato che anche semplici frustrazioni quotidiane possono avere effetti sulla funzionalità immunitaria. I pionieri in questa area di ricerca sono i coniugi Kielcot-Glaser che l'hanno teorizzata nel XX secolo.

I campi d'impiego della psicosomatica sono prevalentemente stress (distress cronico) e traumi fisici, psichici e sociali esistenziali.



La psicosomatica è un ampio campo della patologia che si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia, in quanto indaga la relazione tra mente e corpo, ovvero tra il mondo emozionale ed affettivo e il soma. Nello specifico, la psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti negativi che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo.
I disturbi psicosomatici si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.
I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente il quale può provocare dei danni agli organi più deboli.
Disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite psicosomatica, colite spastica psicosomatica, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi), nel sistema cutaneo (la psoriasi, l’acne, la dermatite psicosomatica, il prurito, l’orticaria, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (la cefalea tensiva (o mal di testa), i crampi muscolari, la stanchezza cronica, il torcicollo, la fibromialgia, l’artrite, dolori al rachide, la cefalea nucale) e nell’alimentazione.
Sintomi psicosomatici sono comuni nelle varie forme di depressione e in quasi tutti i disturbi d’ansia, ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri in assenza di altri sintomi di natura psicologica, che rendono più difficile, per il soggetto, imputare il malessere fisico ad un problema psicologico piuttosto che ad un malfunzionamento organico.

Molte ricerche hanno stabilito una stretta correlazione tra mente e corpo, al punto che a volte è difficile capire se l’origine del malessere sia psicologia o organica. A questo proposito è stato riscontrato che mente e corpo si influenzano reciprocamente; per esempio avere un umore basso, genere una cattiva reazione del sistema immunitario, che a sua volta ha difficoltà a combattere gli agenti patogeni che aggrediscono l’organismo; ciò a lungo andare può portare un acutizzazione dei sintomi e una resistenza ai farmaci, che non riescono ad agire perché il sistema immunitario non funziona adeguatamente. Sviluppare una patologia psicosomatica da un lato permette attraverso i sintomi, di dare espressione a un disagio, che non riesce a trovare altre vie per emergere, dall’altro è un tentativo per curarlo o evitarlo.

L’obiettivo di un intervento terapeutico sarà pertanto indirizzato a lavorare sullo sviluppo dell’aspetto psichico, che bloccandosi, ha impedito di acquisire strumenti più evoluti sia per esprimere sia per curare il disagio profondo che la persona vive, e che riesce ad esprimere solo a livello corporeo tramite il sintomo. Si tratterà di imparare a leggere e a modificare le proprie emozioni: in genere il paziente psicosomatico ha difficoltà a riconoscere e dare voce alla rabbia, alla tristezza, alla gioia, ad avere fantasie etc...

Occorrerà imparare ad entrare in contatto col proprio mondo emotivo acquisendo pian piano le capacità per saperlo comprendere, sarà come iniziare a parlare una nuova lingua. Una volta appreso questo nuovo linguaggio, occorrerà dare un senso ai sintomi è modificare i modelli che li mantengono. La psicoterapia in questi casi deve tener conto del sistema in cui una persona vive, in famiglia spesso le emozioni sono accuratamente filtrate in modo da evitare tensioni e contrasti e da mantenere una finta armonia. Il fine della terapia è che cambi non solo l’individuo, ma il sistema di funzionamento della famiglia, in modo da venire incontro a tutti i bisogni di autonomia e di sostegno dei suoi membri. Uno dei maggiori studiosi di questo tipo di intervento è stato Salvador Minuchin, egli ha descritto la “famiglia psicosomatica” come un sistema in cui sono presenti quattro caratteristiche quasi costanti: invischiamento, iperprotettività, rigidità, impossibilità di risoluzione del conflitto.

Le famiglie di questo tipo, sono caratterizzate da legami molto intensi e difficili da sciogliere fra i membri. Inoltre l'atteggiamento dei genitori verso i figli e in genere dei diversi componenti della famiglia é di esser preoccupato per ogni tipo di problema ed eccessivamente protettivo. Ciò avviene sempre, ma si accentua di fronte ad una malattia. Questi comportamenti, ed in genere, i pensieri e gli atteggiamenti della famiglia, risultano molto difficili da modificare, come anche le discussioni ed i conflitti che vengono scrupolosamente evitati, e quindi restano non risolti.

L'elemento psicosomatico consiste quindi nella trasformazione dei conflitti emotivi in sintomi somatici. Riuscire a modificare il funzionamento del sistema familiare, davanti all’emergere di una malattia, permetterà di far emergere il malessere attraverso canali diversi da quelli corporei e di sviluppare nuove risorse che favoriranno l’evoluzione sia del sistema familiare che del singolo individuo che presenta i sintomi.





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lunedì 27 febbraio 2012

SALUTE - BENESSERE: Farmaci di uso comune hanno effetti collaterali

Farmaci di uso comune hanno effetti collaterali

Farmaci di uso comune hanno

“effetti collaterali”

anche sulla psiche





SALUTE - BENESSERE: Farmaci di uso comune hanno effetti collaterali: Farmaci di uso comune hanno “effetti collaterali” anche sulla psiche Quanti sono a conoscenza che la magg...

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