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domenica 17 luglio 2016

LE RADIAZIONI DELLE RADIOGRAFIE



L'incremento degli esami radiologici è riconducibile essenzialmente ai progressi tecnologici che hanno messo a disposizione esami sempre più raffinati e precisi.

Tuttavia quando l'esame è indicato, anche se espone a una dose di radiazioni relativamente elevata, offre vantaggi che superano i rischi. Al contrario, l'esposizione non  giustificata può comportare un inutile danno per il paziente. Eppure spesso i medici tendono a prescrivere un esame in più per tutelarsi da una mancata diagnosi: è quella che viene definita 'medicina difensiva'.

La quantità delle radiazioni alle quali viene esposto il paziente è varia in base all'esame cui viene sottoposto: una Tac del torace, ad esempio, equivale a effettuare 385 radiografie del torace. Anche nella vita quotidiana, tuttavia, siamo esposti alle radiazioni: ad esempio si stima che un volo aereo intercontinentale andata e ritorno dall’Europa all'America equivale ad eseguire 5 radiografie del torace.

Esistono due tipi di effetti prodotti dalle radiazioni. Da una parte vi è un effetto diretto che compare nella persona esposta ad una quantità di radiazioni al di sopra di una determinata soglia e che si manifesta con danno, ad esempio con un'ustione sulla pelle.

In questo caso la quantità di radiazioni è ben superiore a quella comunemente impiegata negli esami radiologici. Il secondo è il cosiddetto effetto stocastico: si tratta di un rischio statistico e significa che l'esposizione ad una certa dose aumenta di una certa percentuale le probabilità di comparsa di un tumore nella popolazione.

Occorre usare apparecchi con schermi di difesa efficaci e pellicole sensibilissime per utilizzare bassissime potenze di irradiazione.
Oggi sistemi tecnologici avanzati per questo scopo, ve ne sono molti e portano a diminuire anche del 75% l’intensità delle radiazioni emesse.
Inoltre bisogna schermare le parti del corpo che sono le più intaccabili dalle radiazioni e cioè tutte le ghiandole esistenti nel corpo umano. No, quindi alle radiazioni radiografiche senza una vera e certa indicazione clinica e senza criterio come purtroppo assistiamo spesso nel settore sanitario.
I rischi ed i costi delle radiografie sarebbero minori se i medici non richiedessero troppo spesso ed inutilmente, radiografie a scopo preventivo, salvo le ipotesi a grave rischio e se nel nostro paese fossimo adeguati alle norme CEE.
Se i medici imparassero ad usare le tecniche diagnostiche della Medicina Naturale tipo: l’Iridologia, il Mineralogramma, la Kinesiologia, l’Alitest, BEV, ecc., potrebbero fare a meno del 80% delle quantità di radiografie che invece, per ignoranza su una antica scienza, ordinano ai loro pazienti.
Il danno delle radiografie in età pediatrica c’è e può essere di natura genetica o somatica. Queste indicazioni sono state date in un convegno internazionale tenuto ad Ischia.

Un biologo denuncia che sono responsabili dell'aumento dei casi di cancro, in particolare quello al seno. "Per tutti gli anni Sessanta milioni di donne furono sottoposte a frequenti radiografie. L'uso eccessivo di raggi X, per la diagnosi o la terapia delle più svariate malattie, sarebbe la causa di un aumento nell'incidenza del tumore al seno: sia per quanto riguarda i casi verificatisi negli ultimi 30 anni, sia per quelli previsti nei prossimi anni. A denunciare le conseguenze dell'abuso di raggi X è John Gofman, biologo molecolare all'università della California.
 
L’ecografia 4D può essere pericolosa per la salute del feto.
Il Collegio nazionale di ginecologi e ostetrici francesi ha messo in allerta parlando di un vero e proprio scandalo in relazione alla diffusione di questa pratica. Gli esperti spiegano che le parti del corpo più a rischio sono gli occhi e il cervello del nascituro, esposti agli ultrasuoni emessi dal macchinario.
Per il momento non sono stati riscontrate prove evidenti di un collegamento tra l’emissione di certi ultrasuoni e lo sviluppo del feto ma si tratta di una tecnica recente, su cui molto è ancora in fase sperimentale, nonostante sia già boom negli Stati Uniti.
Intanto anche la Società internazionale degli ultrasuoni in ostetricia e ginecologia (Isuog) e la Federazione mondiale degli ultrasuoni in medicina e biologia (Wfumb), hanno espresso disapprovazione per l’uso di tecnologie 4D al di fuori di applicazioni prettamente mediche.



I pazienti in dialisi sarebbero soggetti ad un rischio di cancro in media di 1,5 volte superiore rispetto alle persone che non sono soggette a questa terapia.
L’aumento significativo della probabilità di ammalarsi di cancro durante la dialisi si spiegherebbe, secondo i medici, in modo assai semplice: molti pazienti devono sottoporsi, nel corso degli anni, a degli esami radiologici. Tuttavia sembra che, nell’esercizio della loro attività quotidiana, i radiologi non posseggano una tale lungimiranza.
Gli scienziati hanno tenuto sotto osservazione un gruppo di 106 pazienti in dialisi per tre anni ed hanno calcolato l’esposizione d’irradiazione sulla base dei dati salvati nei files dell’ospedale.
La tomografia computerizzata è stata impiegata 248 volte, nella maggior parte dei casi i radiologi cercavano le cause di complicazioni neurologiche, emorragiche o respiratorie.
Complessivamente gli esami radiologici sono stati, nell’intervallo di tempo considerato, 1300, il che significa, da un punto di vista statistico, che ogni paziente in dialisi è stato sottoposto ad esame radiologico 4,3 volte.
Circa il 76% della quantità di radiazione derivava dalle analisi svolte con la tomografia computerizzata (TC), mentre le analisi radiologiche tradizionali hanno contribuito per il 19%. Solo 22 dei 106 pazienti sono stati esposti a dosi inferiori a 22 millisievert, mentre per oltre un terzo dei pazienti la quantità di radiazione complessiva risultava troppo elevata e superava abbondantemente i 50 millisievert. Il 16% dei pazienti era stato esposto a 100 millisievert all’anno, una dose che viene associata ad un rischio alto di mortalità a causa del cancro. Ciò in quanto i medici hanno calcolato il cumulo di esposizione ad irradiazione rifacendosi a valori statistici consolidati sulla base delle analisi svolte sui sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima. Lì si è riscontrato che il cumulo di radiazioni di 100 millisievert all’anno nasconde un rischio enorme.
I medici David Pickens e Martin Sandler dell’americana Vanderbilt School of Medicine ritengono che il problema stia nella facilità con cui si ricorre all’esame radiologico nei pazienti in dialisi. “Vi sono procedimenti che vengono impiegati troppo spesso in quanto possono dare una grande quantità di informazioni al medico in poco tempo”, ecco la critica a TC & Co. che viene fatta in un loro articolo sul giornale.

Per l’American Society of Nephrology (ASN) i risultati provenienti dall’Italia costituiscono un valido indizio per un uso diverso delle analisi radiologiche nell’esercizio medico quotidiano, tuttavia, anche senza l’irradiazione dovuta alla radiologia, i malati di malattia renali rimangono particolarmente esposti al problema. Ciò in quanto, secondo la co-autrice Andreana de Mauri. vi sarebbero dei meccanismi finora sconosciuti che provocano l’insorgenza del cancro. Il trapianto di reni determina un rischio 5 volte superiore di cancro, nessuno però è in grado di spiegarne il motivo. Un’esposizione troppo alta alle radiazioni aumenta ulteriormente questo trend.

Il Bundesamt per la protezione dalle irradiazioni mette in guarda dalla TC.
Ma gli italiani non sono soli in questa critica al ricorso troppo facile a procedimenti particolarmente gravosi per il paziente. Nel Luglio 2010, in Germania, anche il Bundesamt für Strahlenschutz (BfS) ammoniva che “in Germania si ricorre troppo spesso all’esame radiologico rispetto al contesto internazionale” e che “ciò riguarda in particolar modo la tomografia computerizzata, il cui uso è aumentato particolarmente. Lo scopo è di ridurre l’esposizio a radiazioni al minimo necessario”.

Il BfS ha pubblicato nell’Agosto 2003 dei parametri di riferimento diagnostici che sono stati poi corretti e resi attuali più avanti. Il nuovo parametro di riferimento diagnostico tedesco per un esame radiologico del bacino è oggi diminuito del 40% rispetto al vecchio valore. Il Clou: il rischio derivato dall’irradiazione diminuisce della medesima percentuale. Si mostra così “un nuovo trend di riduzione del carico di radiazioni nelle singole analisi mediche”. Un ulteriore novità consiste inoltre nell’introduzione di parametri di 4 TC su pazienti bambini.

Dall’altra parte dell’Oceano, Edward Mc Gaffigan, Alto Commissario per il controllo del nucleare, ha dichiarato che è «disgustato dalla cultura che imperversa nella comunità medica e che spinge verso un utilizzo sempre più esasperato degli esami basati sull’imaging». Che vuol dire Tac, risonanza, Pet, raggi x.
Da noi gli ultimi a lanciare l’allarme contro l’abuso di esami sono stati proprio i radiologi durante il loro congresso. I loro dati disegnano un mondo in cui i conti non sempre tornano. Soprattutto se si mettono a confronto le cifre degli esami, i risultati degli esami e l’alto numero delle volte che questi vengono ripetuti a distanza ravvicinata. Un mix che fa lievitare la spesa sanitaria, porta fuori strada la diagnostica ufficiale e, come si preoccupa l’Organizzazione mondiale della sanità, espone i pazienti ad un eccesso di radiazioni.

Sono circa 40-50 milioni le prestazioni radiologiche che ogni anno si effettuano in Italia. Quasi una per ogni abitante, bambini compresi. Sono stati proprio i radiologi ad avviare un’indagine firmata dalla Società italiana di radiologia medica, l’Associazione italiana di neuroradiologia e il Sindacato nazionale dei radiologi. I risultati preliminari si basano sulle rilevazioni in sei regioni e province autonome (Marche, Toscana, Sicilia, provincia di Trento, di Bolzano e della Valle d’Aosta). Un altro dato troppo alto, dicono gli esperti, rispetto alla popolazione: in dodici mesi, tra ambulatori e Asl, sono stati richiesti 8 milioni di prestazioni radiologiche.

Il 75% dei cinquanta milioni di esami che si contano ogni anno in Italia, per i camici bianchi sono da considerarsi appropriati. Gli altri, complici la tendenza dilagante della medicina difensiva e la non correttezza delle richieste, potrebbero essere evitati.
Un esame su quattro, dunque, sarebbe superfluo. L’8% della spesa sanitaria si deve proprio a queste indagini.

La Lombardia è stata una delle poche regioni che ha condotto un’indagine sugli esami specialistici: otto su dieci sono risultati inutili. Nel periodo 2001-2006 le richieste per la risonanza magnetica sono raddoppiate. «E’ esponenziale la crescita della domanda di esami - commenta Roberto Lagalla, presidente della Società italiana di radiologia medica - Esami per i quali si utilizzano radiazioni ionizzanti e non ionizzanti. E’ praticamente impossibile fornire una tempestiva risposta ad una simile mole di richieste. Questo, nonostante gli sforzi di adeguamento delle risorse umane, delle tecnologie e dei modelli organizzativi».
Le conseguenze, oltre alla crescita incontrollata delle uscite: l’allungamento delle liste d’attesa, l’innalzamento del rischio di errore diagnostico e il possibile incremento della dose radiante ai pazienti. Un rapporto dell’Istituto superiore di sanità mostra un’Italia, come al solito, a tripla o doppia velocità: le donne del Sud si sottopongono ad una media di 6,2 esami radiologici durante la gestazione, quelle del Centro 5,5 e quelle del Nord 4,9.

Secondo uno studio condotto da Diana Miglioretti, del Group Health Research Institute e dell'Università di Davis, in California, a partire dai dati di sette sistemi sanitari degli Stati Uniti, l'uso di della tomografia computerizzata delle pelvi, del torace o della colonna nei bambini al di sotto dei 14 anni è più che raddoppiato nel decennio tra il 1996 e il 2005: «L'aumento dell'uso di Tc in pediatria, combinato con l'ampia variabilità nella dose di radiazioni ha fatto sì che molti bambini ricevessero esami ad alte dosi» si legge nello studio. Analizzando i sottogruppi di età, Miglioretti e colleghi hanno scoperto che la fascia di età più esposta a pericoli è quella compresa tra 5 e 14 anni, nei quali la frequenza d'uso della tomografia è triplicata, salvo poi assestarsi tra il 2006 e il 2007 e iniziare dopo di allora a declinare lentamente. Nella fascia di bimbi con meno di 5 anni l'aumento è stato appena meno drammatico – il dato è infatti circa raddoppiato nel decennio – ma l'effetto stimato in termini di aumento di rischio per un tumore solido risulta più alto (con una preferenza per le femmine rispetto ai maschi). Una differenza è stata anche osservata in funzione della sede: la tomografia di addome e pelvi o della colonna è risultata associata a un rischio più significativo rispetto ad altre sedi.
In cifre, Miglioretti e colleghi hanno stimato che per le femmine si manifesterà un tumore solido indotto dalle radiazioni ogni 300-390 tonografie di addome/pelvi, ogni 330-480 tomografie del torace e ogni 270-800 tomografie della colonna, con gran parte della variabilità legata all'età della bambina al momento dell'esame. Il rischio potenziale di leucemia è risultato più alto per le tomografie della testa nei bimbi di meno di 5 anni di età, con un tasso pari a 1,9 casi ogni 10.000 tomografie.
Complessivamente, i 4 milioni di esami compiuti ogni anno in età pediatrica negli Usa comporterebbero 4.870 futuri tumori, per quasi metà (43%) prevenibili – secondo gli autori – intervenendo sul 25% di esami con dosaggi più alti per riportarli in linea con la mediana attuale. In assenza di stime affidabili sull'entità dei benefici per la salute di queste tomografie, e sulla loro eventuale sostituibilità con esami meno pericolosi, i ricercatori invitano a centellinarle, limitandone l'uso ai casi in cui la prospettiva di un beneficio è provata.
Allo stesso invito è improntato anche l'editoriale cofirmato da Alan Schroeder, del Santa Clara Valley Medical Center di San Jose, in California, e Rita Redberg, editor della rivista Jama Internal Medicine: «Questo richiede una modifica della nostra cultura che renda più accettabile una diagnosi in assenza di immagini di conferma, e l'approccio dell'attesa vigile, e combatta la mentalità del “facciamo un altro esame che male non fa”. L'incertezza può essere destabilizzante, ma è un prezzo modesto da pagare per proteggere noi stessi e i nostri figli da migliaia di tumori prevenibili».



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mercoledì 6 aprile 2016

I COLORI DEL PRONTO SOCCORSO



Il termine triage deriva dal verbo francese "trier" e significa scegliere, classificare e indica quindi il metodo di valutazione e selezione immediata usato per assegnare il grado di priorità per il trattamento quando si è in presenza di molti pazienti.

L’applicazione del triage nel Pronto Soccorso è motivata dall’aumento progressivo degli utenti che vi afferiscono, soprattutto di casi non urgenti. Tale metodo consente di razionalizzare i tempi di attesa in funzione delle necessità dei pazienti, utilizzando quale criterio di scelta le condizioni cliniche degli stessi e non il criterio dell’ordine di arrivo.

A livello ospedaliero, la funzione di triage è attivata nelle unità operative di pronto soccorso-accettazione con oltre 25.000 accessi per anno e nei presidi che, pur essendo al di sotto dei 25.000 accessi, si trovano ad operare in condizioni di flussi periodicamente elevati ed irregolari (turismo stagionale, fiere, manifestazioni, ecc.).

Il triage è svolto da personale infermieristico esperto e specificatamente formato che, valutando i segni ed i sintomi del paziente, identifica le condizioni potenzialmente pericolose per la vita ed attribuisce un codice di gravità al fine di stabilire le priorità di accesso alla visita medica. L'infermiere, presente nella zona di accoglimento del pronto soccorso, opera sotto la supervisione del medico in servizio e secondo protocolli predefiniti e approvati dal responsabile del pronto soccorso o del dipartimento di emergenza-urgenza (D.E.A.).

Il triage, inoltre, viene messo in pratica ogniqualvolta si verifica un'insufficienza dei mezzi e del personale rispetto ai soggetti che hanno bisogno di aiuto. Questo caso si può verificare tanto in caso di calamità, di disastri o di grandi eventi, cioè le situazioni previste dalla Protezione Civile, quanto in un Pronto Soccorso. In caso di situazioni straordinarie, tipiche della medicina delle catastrofi, il triage è funzionale a far sì che tutto l'impianto del soccorso funzioni efficientemente per salvare il maggior numero di persone, dovendo a volte scegliere di dirigere le cure solo verso chi, soccorso prontamente, ha più probabilità di sopravvivere.

Gli obiettivi del Triage sono:
Assicurare immediata assistenza al malato che giunge in emergenza;
Indirizzare alla visita medica i pazienti secondo un codice di priorità;
Identificare le priorità e l'area più appropriata di trattamento;
Smistare i pazienti non urgenti;
Ridurre i tempi di attesa per la visita medica (anche se per i pazienti meno gravi - codici bianchi - con il triage i tempi d'attesa sarebbero più lunghi se confrontati a un accesso alla sala visita basato sul semplice ordine d'arrivo in pronto soccorso);
Ridurre lo stato d'ansia;
Migliorare la qualità delle prestazioni professionali del personale in Pronto Soccorso;
Valutare periodicamente le condizioni dei pazienti in attesa;
Fornire informazioni sanitarie ai pazienti e ai loro familiari.
In situazioni di calamità (medicina delle catastrofi), un triage preliminare viene effettuato direttamente dai primi soccorritori direttamente nel sito dell'evento. Tale triage, detto triage rapido, viene poi rivisto all'arrivo al posto medico avanzato. La segnalazione del codice di gravità, in tali situazioni, viene effettuata normalmente con delle specifiche Triage Tag, dei braccialetti colorati e delle schede di accompagnamento che vengono assegnate ai feriti in attesa di evacuazione sanitaria.

Il metodo del triage usa un codice colore per rendere universalmente identificabile l'urgenza del trattamento per ogni singolo soggetto. Questo codice colore si compone, in ordine di gravità, di quattro classi principali: bianco, verde, giallo e rosso. Il codice nero, considerato successivo al rosso, non identifica uno stato di gravità, ma un soggetto deceduto e non viene quindi generalmente esposto in forma pubblica. I codici colore possono cambiare da una nazione all'altra e all'interno di diversi protocolli di intervento.



L’accesso alla visita medica non è quindi per ordine di arrivo ma secondo una scala d’urgenza. Scala dell’urgenza che utilizza un sistema di codice colore: codice rosso per l’imminente pericolo, di vita ad esempio l’arresto cardiaco. Codice giallo per la situazione critica con possibile rischio evolutivo, come l’attacco d’asma; poi troviamo il codice verde per la situazione poco critica, senza rischio evolutivo, ad esempio la distorsione di caviglia. Infine troviamo il codice bianco che si utilizza per la patologia non critica, ambulatoriale come il raffreddore.

L'attivita' del triage si articola in:

accoglienza:
raccolta di dati, di eventuale documentazione medica, di informazioni da parte di familiari e/o soccorritori, rilevamento parametri vitali e registrazione;

assegnazione codice di gravità:
tali codici, in analogia con i criteri definiti dal decreto del Ministero della Sanità del 15 maggio 1992, articolati in quattro categorie ed identificati con colore sono:

codice rosso: molto critico, pericolo di vita, priorità massima, accesso immediato alle cure;
codice giallo: mediamente critico, presenza di rischio evolutivo, possibile pericolo di vita;
codice verde: poco critico, assenza di rischi evolutivi, prestazioni differibili;
codice bianco: non critico, pazienti non urgenti;

I pazienti in attesa della visita medica possono variare (migliorare o peggiorare) le proprie condizioni cliniche, è quindi parte integrante dell’intero processo di triage la rivalutazione periodica della congruità dei codici colore assegnati.

Di solito all'interno del Pronto Soccorso, viene data la precedenza ai bambini, alle persone anziane e alle donne in stato di gravidanza, indipendentemente dai loro sintomi.

Il Codice Bianco è soggetto al pagamento del ticket di 25 euro per la prestazione di Pronto Soccorso, ad eccezione di determinate categorie, come i disoccupati, gli invalidi, i titolari di pensioni minime o sociali, le persone con più di 65 anni di età e sotto ad un certo limite di reddito, le persone in possesso di una esenzione per patologia ed i bambini fino ai 14 anni. Ogni Pronto Soccorso ha la facoltà di decidere in che modo applicare la suddetta normativa.

In ambito ospedaliero possono essere utilizzati altri due colori:

Codice Nero: decesso - il paziente non è rianimabile
Codice Arancione: il paziente è contaminato
Esiste anche il Codice Blu (funzione vitale compromessa), che viene dato in ambito extraospedaliero dal personale di soccorso che sta attuando manovre di rianimazione quali il basic life support o la defibirillazione con defibrillatori automatici (DAE). Generalmente, un codice blu viene attivato in assenza del medico.

Il codice arancione va applicato quando c'è un'emergenza NBCR (Nucleare Biologico Chimico Radiologico), e si utilizza il protocollo di triage all'inverso, giacché le persone coinvolte che sono state per meno tempo esposte all'agente contaminante hanno - percentualmente - più possibilità di sopravvivenza.

Esistono anche forme di triage psicologico, attuati all'interno dei protocolli di medicina delle catastrofi, che sono finalizzati ad una valutazione rapida dello stato di scompenso ideoaffettivo nelle vittime di situazioni di crisi e calamità. La loro classificazione prevede l'uso della scala "Psi1-Psi2-Psi3", come sottospecificazione del codice-colore sanitario (ma solitamente si assegnano i codici Psi solo in caso di codice verde sanitario).


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lunedì 23 novembre 2015

L'OMEOPATIA



La storia dell’Omeopatia nasce con Christian Friederich Samuel Hahnemann, nato a Meissen, in Germania il 10 aprile 1755 da una modesta famiglia (il padre fa il decoratore di porcellane), grazie ad una buona borsa di studio può frequentare la prestigiosa scuola di Saint Afra a Meissen.
Appassionato di medicina si iscrive a vent’anni all’università di Lipsia. Si paga gli studi insegnando lingue ad un giovane nobile e traducendo opere mediche straniere. Insoddisfatto degli studi, due anni dopo si trasferisce a Vienna per apprendere la pratica clinica. Frequenta l’ospedale di Leopoldstadt diretto dal prof. Quarin, medico dell’imperatrice Maria Teresa.
Hahnemann comincia anche ad essere conosciuto per le pregevoli traduzioni di testi medici. Con i guadagni ottenuti riesce a portare a termine gli studi nell’Università di Erlangen, in Baviera, dove consegue la laurea in medicina il 10 agosto 1779.
E’ a Dessau, un centro minerario, dove apre lo studio nel 1781, che conosce Henriette Kuckler, la figliastra del farmacista del luogo. La sposa nel 1787, da lei avrà undici figli. Esercita, come medico condotto, a Gommern, nel Magdeburgo. Più tardi diviene assistente nell’ospedale di Dresda. Ormai affermato si trasferisce a Lipsia. Oltre che alla medicina, si dedica allo studio della filosofia con grande ammirazione per Kant. Viene nominato membro dell’Accademia delle Scienze di Magonza e della Società Economica di Lipsia. Conosce illustri personaggi quali il clinico Hufeland.
Hahnemann si trova ad esercitare la professione in un secolo nel quale se da un lato imperano i salassi, dall’altro artisti e letterati lanciano strali contro i medici ed i loro modi di applicare la medicina. Dice Voltaire: “Il medico cura, con farmaci che non conosce, un individuo che conosce ancora di meno” , ed anche “Il medico intrattiene il malato, la natura lo cura”. Hahnemann, nonostante il prestigio raggiunto, si sente insoddisfatto. E’ critico verso la mentalità medica del tempo e verso se stesso. Rifiuta una medicina che guarda solo ai sintomi e dimentica l’uomo. Così, in preda ad una profonda crisi di coscienza, decide di lasciare la professione. Cade presto in miseria. Conoscendo bene diverse lingue, per mantenere la numerosa famiglia si dedica alle traduzioni. E’ il 1790. Mentre traduce la “Materia Medica” di Cullen, noto tratto di clinica medica dell’epoca, ha modo di fare un’interessante osservazione. I lavoratori del chinino, sempre a contatto con l’estratto della corteccia di china, presentano sintomi psicofisici simili a quelli della malaria. Apparentemente paradossale, questo fatto stimola la mente acuta di Hahnemann. Aperto a nuove idee e lontano dall’immobilismo medico dominante, comincia a sperimentare su se stesso gli effetti del chinino. Lo assume in forti dosi, somministrandolo in seguito anche a familiari ed amici in buone condizioni si salute. I risultati sono indubbi. A due ore circa dall’assunzione compare una febbre intermittente con un insieme di sintomi psicofisiche ricordano il quadro della malaria. I sintomi scompaiono in maniera graduale, interrompendo la somministrazione. Sperimenta nello stesso modo molte altre sostanze arrivando alle medesime conclusioni: un malato si può curare utilizzando la sostanza in grado di indurre gli stessi sintomi, se somministrata in un soggetto sano. Un intuizione geniale. Hahnemann getta le basi della medicina omeopatica, fondata sulla “legge dei simili”. E’ l’antico principio “similia, similibus, curenter”, enunciato da Ippocrate agli albori della storia della medicina.
Solo dopo molti anni di studio, nel 1810, Hahnemann pubblica l’Organon in cui codifica i principi dell’omeopatia. Questa nuova metodologia medica trova fin dalle origini, ostinati oppositori ma anche convinti assertori. Nel 1820 viene fondata la Società dei medici omeopatici. Hahnemann, dopo l’Organon pubblica la Materia medica pura (1820) ed il Trattato sulle malattie croniche (1828).
Nel corso degli anni, per la sua diversa visione della medicina, apprezzato da molti, ma boicottato dall’ufficialità scientifica, è costretto a spostarsi in vari paesi d’Europa, finché si trasferisce a Kothen. Qui nasce il primo Giornale di medicina omeopatica.
Nel tempo molti lutti colpiscono la sua famiglia. Nel 1831 muore la moglie e, prima ancora, quasi tutti i figli. Nel 1834 vive ormai solo, con due figlie: si impegna sempre di più nel lavoro e cerca conforto nella Fede per riuscire a sopportare i tanti dispiaceri.
Nell’ottobre 1834 compare nella sua vita Mélanie d’Hervilly, una giovane francese di origine aristocratica. Ha 34 anni e vive a Parigi.
Mélanie è probabilmente affetta da una pleurite di natura tubercolare. Avendo sentito parlare dell’omeopatia, per curarsi decide di andare proprio alla fonte. Parte, allora per Kothen. Hahnemann, circa 80 anni, la visita accuratamente e promette di guarirla. Il miglioramento inizia dopo poco tempo. Hahnemann s’innamora della paziente e le chiede di sposarlo. Lei accetta. Una volta guarita, Mèlanie sente il dovere di diffondere l’omeopatia in Francia. Propone quindi ad Hahnemann di partire con lei per Parigi dove giungono il 21 giugno 1835. Hahnemann visita ed insegna. In Francia viene fondata la “Società di omeopatia”. Nascono anche Il Giornale di medicina omeopatica e Gli Archivi di medicina omeopatica. Cominciano invidie e rancori. L’Accademia di medicina cerca di interdire l’omeopatia ma Guizot, ministro di Luigi Filippo, si oppone.
Hahnemann continua a lavorare per otto anni. Tutte le mattine, dalle otto alle dieci, visita i poveri. Poi riceve i pazienti, che lo raggiungono un po’ da tutto il mondo. Molti sono anche celebri: David, Balzac, Paganini, lo scrittore teatrale Legouvé (di cui guarisce la figlia, data ormai per spacciata), il pianista Kalkbrenner, l’attrice americana Anna Cora Mowatt, il barone James Rothschild.
Il 2 luglio 1843, all’età di 88 anni, Hahnemann muore per una broncopolmonite. Sono le cinque di mattina. Lo assistono Mèlanie e Croserio, il suo medico. Il funerale è semplice, come lui desiderava. Viene sepolto al Père Lachaise, il cimitero monumentale di Parigi, dove ora riposa accanto a Mélanie.



Allo stato attuale, nessuno studio scientifico pubblicato su riviste mediche di valore riconosciuto ha potuto dimostrare che l'omeopatia presenti, per una qualsiasi malattia, un'efficacia clinica che sia superiore all'effetto placebo. Inoltre l'omeopatia viene rifiutata dagli scienziati per la sua debolezza teorica (cioè l'incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche) e per la mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento. Per l'insieme di queste ragioni l'omeopatia è stata definita una pseudoscienza.

L'opinione non dimostrata degli omeopati, contraria all'evidenza scientifica in campo chimico, biologico e farmacologico, è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provocherebbero una riduzione dell'effetto farmacologico, bensì un suo ipotetico potenziamento. In realtà le diluizioni usate nell'omeopatia sono tanto alte da rendere il prodotto omeopatico semplicemente composto dall'eccipiente usato per la diluizione (acqua o zucchero o amido o altro solvente).

Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità l'omeopatia non è una cura e non apporta alcun beneficio. Uno studio australiano condotto nel 2014 non ha riscontrato in essa alcuna efficacia superiore al semplice effetto placebo.

Il 13 marzo 2003 il Tribunale penale di Catania ha assolto il giornalista Piero Angela dall'accusa di diffamazione per avere sostenuto in una puntata della trasmissione Superquark andata in onda nel 2001 che «l'omeopatia non è una cosa seria. Il rischio di curarsi con tale medicina non convenzionale è molto grande per i pazienti che hanno malattie gravi e soprattutto progressive».

I principi dell'omeopatia sono contenuti nelle opere di Samuel Hahnemann (1755-1843) e in particolare nell'Organon der Heilkunst, il suo testo teorico principale, edito nel 1810.

Nell'opera di Hahnemann il concetto di Lebenskraft (già espresso in termini di Entelechia e Dynamis nella filosofia aristotelica) è fondamentale. La forza vitale anima tutti gli esseri viventi e li rende capaci di sentire, di svolgere una funzione, una attività e di sostenersi.

Il concetto di Lebenskraft era tutt'altro che poco diffuso nella pratica medica dell'Europa del XIX secolo. Erano diversi ed illustri i medici che ad esso si riferivano per le loro pratiche farmacologiche e molti condividevano con Hahnemann la convinzione che la materia morbosa non fosse altro che una conseguenza di cause prime, ma giustificavano l'utilizzo di rimedi deplettivi ed evacuativi perché essi avrebbero imitato ed aiutato il normale agire della forza vitale, della vis medicatrix naturae.

Hahnemann replicò che in questo modo non fa che appoggiare una forza vitale in disequilibrio, peggiorando solo la situazione con rimedi inefficaci, debilitanti e dannosi. La causa ultima del disequilibrio spirituale o dinamico della forza vitale, secondo Hahnemann, non è conoscibile. La malattia si manifesta in una totalità di sintomi e segni mentali e corporei, avvertiti dal paziente, da chi lo circonda e dal suo medico, che sono specifici per ogni individuo; tutto il resto non conta, dato che non è conoscibile. Compito dell'omeopata era di riattivare e riordinare la forza vitale individuale, e questa riattivazione è ottenuta attraverso la somministrazione del rimedio che è stato scelto, attraverso un processo scientifico e sistematico, perché coincide, nella sua azione, con il maggior numero possibile di sintomi e segni (legge dei simili). Questo rimedio viene somministrato in dosi infinitesimali e opportunamente dinamizzate tramite un procedimento detto "succussione".

Le critiche che furono mosse dai suoi contemporanei alla teoria omeopatica non si concentrarono molto sulla legge dei simili. Molti medici credevano che essa fosse applicabile, solo non credevano fosse l'unico criterio terapeutico applicabile.

Altri punti della teoria furono più aspramente dibattuti: il vitalismo spinto di Hahnemann, secondo i suoi detrattori, spiegava tutto e niente; il riconoscere come rilevanti solo i sintomi esperiti dal paziente riduceva la malattia ad uno stato puramente soggettivo; la negazione delle cause materiali della malattia andava contro a convinzioni forti sulla natura della malattia; il metodo del proving veniva considerato soggettivo e troppo dipendente dalla dirittura morale delle persone testate; inoltre non teneva abbastanza conto del fatto che persone diverse possono avere reazioni individuali diverse allo stesso rimedio (Hahnemann, in realtà, riconobbe il problema, ma dichiarò che si potevano sempre riconoscere dei sintomi universalizzabili); secondo il metodo del proving tutti i sintomi che appaiono dopo l'ingestione del rimedio sono dovuti al rimedio, e questo porta ad un proliferare dei sintomi.



Nel 1828 Hahnemann pubblicò un tomo in più volumi (Le malattie croniche), nel quale enunciava un ulteriore pilastro teorico dell'omeopatia, basato sulla teoria del miasma, che fu presto ridicolizzato dai suoi contemporanei e non ebbe molta fortuna nemmeno tra gli omeopati. Nel testo egli infatti scrive che, eccettuate sifilide e sicosi (un tipo di lesione virale venerea), tutte le malattie croniche sono prodotte dalla psora, miasma fondamentale, e quindi la cura per malattie diverse quali gotta, asma, isteria, paralisi, ecc. era sempre un rimedio anti-psora.

Il concetto di "forza vitale", almeno così come esso è espresso nell'Organon di Hahnemann, entrò gradualmente in crisi con il grande progresso che lo studio delle scienze naturali compì in quegli stessi anni. Con l'avvento del microscopio nacque la biologia cellulare e l'osservazione diretta di alcuni fenomeni fondamentali, che avvengono all'interno degli esseri viventi, facilitò la comprensione di alcune malattie comuni, sebbene fosse ancora lontana la scoperta del batterio, inteso come agente patogeno. Venne compreso il ruolo importante svolto dal sistema circolatorio e l'idea di una forza vitale immateriale, disgiunta dal corpo, perse inevitabilmente e inesorabilmente di importanza.

Il concetto di Lebenskraft però subì una interessante modifica nel corso del ventesimo secolo, quando, soprattutto per opera di alcuni importanti omeopati tedeschi, esso venne completamente riformulato e trasformato nel "principio vitale" (Lebensprincip).

Il "principio vitale" venne questa volta posto in relazione con la capacità del corpo di controllare e regolare le sue funzioni; l'omeopatia pertanto curava, nella concezione degli omeopati tedeschi, i disturbi del sistema di regolazione, inteso ad esempio come disturbi del sistema immunitario, del sistema di regolazione della temperatura e del sistema nervoso centrale. La sostanza omeopatica sarebbe stata quindi in grado di correggere questi disturbi e la reazione dei vari sistemi, indotta dalla sostanza, avrebbe costituito la vera risposta farmacologica alla patologia. Ne consegue quindi che per l'omeopatia contemporanea, o comunque quella di tradizione tedesca, non tutte le patologie sono risolubili omeopaticamente, bensì solo quelle che derivano dall'alterazione o dal malfunzionamento dei vari sistemi di regolazione e difesa del corpo.

La tradizione omeopatica successiva (ad esempio con lo statunitense James Tyler Kent) ha dato molto risalto alla dimensione psicologica della malattia.

I rimedi sono elencati nella materia medica, che illustra per ogni sostanza i sintomi corrispondenti. Il repertorio elenca invece per ogni sintomo le sostanze. Per esempio il repertorio di Kent (1905) comprendeva circa 700 sostanze. Oggi l'omeopatia impiega circa 5000 rimedi, di cui 150 usati comunemente. I rimedi vengono sperimentati da persone sane, le quali registrano accuratamente i sintomi fisici e psicologici riconducibili alla loro assunzione. I repertori omeopatici registrano successivamente anche i risultati della pratica clinica, dei quali viene spesso messa in dubbio la genuinità.

La diluizione, concetto fondamentale e sul quale si appuntano le critiche maggiori, viene detta in omeopatia "potenza". Le potenze sono in realtà diluizioni 1 a 100 (potenze centesimali o potenze C o anche CH) o diluizioni 1 a 10 (potenze decimali o potenze D o anche DH). In una diluizione C una parte di sostanza viene diluita in 99 parti di diluente e successivamente "dinamizzata", ovvero agitata con forza secondo un procedimento chiamato dagli omeopati "succussione"; in una diluizione D, invece, una parte di sostanza viene diluita in 9 parti di diluente e sottoposta poi alla stessa dinamizzazione.

I solidi insolubili vengono sminuzzati e diluiti un certo numero di volte con zuccheri (ad esempio lattosio) e successivamente diluiti in acqua.

Ogni sostanza omeopatica pronta per l'impiego riporta il tipo di diluizione e la potenza. Ad esempio, in un rimedio con potenza 12C la sostanza originaria è stata diluita per dodici volte, ogni volta 1 a 100, per un totale di una parte su 10012 (=1024).

Una potenza 12D, utilizzata abbastanza comunemente in omeopatia, equivale invece ad una soluzione nella quale la concentrazione è una parte su un milione di milioni (1012), che equivale ad esempio ad un millimetro cubo su mille metri cubi.

Numerosi preparati omeopatici sono diluiti a potenze ancora maggiori, in qualche caso sino a 30C ed oltre.

Nella pratica omeopatica le potenze C e D non sono considerate equivalenti, ovvero 1C non è ritenuto equivalente a 2D dal punto di vista terapeutico, sebbene lo sia dal punto di vista della chimica delle soluzioni.

Le critiche maggiori all'omeopatia vertono sul fatto che a potenze elevate, e in particolare a partire proprio da 12C o da 24D, le leggi della chimica provano che il prodotto finale è così diluito da non contenere più neppure una molecola della sostanza di partenza. Infatti il numero di molecole contenuto in una mole di sostanza è fissato dal numero di Avogadro, che è uguale a circa 1024 molecole/mole (6,02214179(30) 1023 mol -1): quindi, mediante una diluizione 12C o una 24D della stessa mole di sostanza, si raggiunge un livello di concentrazione pari a 0,6022 molecole, il che comporta, stante il fatto che ogni molecola è di per sé indivisa, che l'ultimo quantitativo di soluzione contenga al più una sola molecola del farmaco, su 6,02214179x1023 molecole di solvente. Diluizioni ulteriori della sostanza risultano quindi prive di qualunque traccia della sostanza stessa. Questa esigua ed incerta presenza del rimedio omeopatico di partenza, dopo la preparazione per diluizioni successive, rende indistinguibili preparati omeopatici originariamente diversi fra loro e destinati a specifiche terapie. Infatti, se dopo le succussioni, a un certo numero di contenitori di preparazioni diverse fra loro vengono rimosse le etichette identificative e gli stessi disposti in ordine spaziale diverso, non esiste alcun metodo di analisi chimico-fisica che possa distinguerli, consentendo di riposizionare su ciascuno dei medesimi le etichette originali.

Il supposto effetto terapeutico del rimedio omeopatico, pertanto, non sarebbe legato alla presenza fisica del farmaco, ma a "qualcos'altro", che gli stessi sostenitori dell'omeopatia non caratterizzano.

Viene inoltre notato che i solidi metallici sminuzzati (quali molti prodotti omeopatici) non diventano solubili e che quindi, al momento di essere messi in acqua per le successive diluizioni, il principio attivo precipita e nelle fasi successive il prodotto è costituito esclusivamente di acqua e zucchero. A fronte di questi dati, gli omeopati credono nella cosiddetta "memoria dell'acqua". Secondo tale tesi, anche dopo numerose trasformazioni e a grande distanza dal luogo di origine, le molecole conserverebbero per un determinato periodo di tempo una geometria molecolare derivata dagli elementi chimici con cui sono venute a contatto. Secondo i sostenitori di questa teoria, il fenomeno sarebbe dovuto alla coerenza interna dei campi elettromagnetici, prevista dalla QED. La soluzione diluita, secondo questi autori, conserverebbe l'informazione del principio attivo e migliori effetti terapeutici di una dose maggiore. Senza l'effetto memoria dell'acqua, le concentrazioni di principio attivo in queste soluzioni acquose sono così basse da apparire prive di effetti terapeutici. Non è chiaro tuttavia perché l'acqua conserverebbe soltanto le proprietà terapeutiche e non quelle tossiche delle sostanze con cui è stata a contatto. Inoltre ogni molecola d'acqua della terra nella sua storia è entrata in contatto con molteplici sostanze, quali ad esempio urina, sali e altre sostanze chimiche, ma conserverebbe "memoria" solo delle sostanze desiderate "ignorando" quelle indesiderate. A parte tali problemi concettuali non esiste alcuna prova scientifica dell'esistenza di una "memoria dell'acqua".



In un'audizione presso il parlamento britannico Kate Chatfield, rappresentante della British Homeopathic Association, ha ammesso che non esiste alcun modo per distinguere tra di loro due prodotti omeopatici una volta diluiti, ad eccezione dell'etichetta della confezione.

Il primo articolo di taglio scientifico sui meccanismi di funzionamento dell'omeopatia è stato quello pubblicato nel 1988 sulla prestigiosa rivista Nature, a firma del medico e immunologo francese Jacques Benveniste. Nell'unico caso della prestigiosa rivista, l'articolo, che riguardava la memoria dell'acqua, fu accettato senza revisioni, ma con riserva da parte dell'editore. Gli autori dello studio (ad eccezione di due che si dissociarono dalle conclusioni) affermavano che una soluzione di antisiero diluita 1:10 per 120 volte fosse in grado di provocare la degranulazione dei granulociti basofili, e fosse quindi dotata di attività biologica. In seguito alla pubblicazione la rivista inviò alcuni ricercatori nel laboratorio di Benveniste, chiedendogli di replicare l'esperimento. I ricercatori di Nature dimostrarono così che lo studio era in realtà una truffa e si scoprì inoltre che la ricerca di Benveniste era finanziata da una nota industria produttrice di rimedi omeopatici. Studi successivi dimostrarono ulteriormente che la soluzione ultradiluita non aveva affatto le proprietà biologiche vantate[23]; persino il Premio Nobel per la fisica (1992) Georges Charpak, coinvolto nella diatriba dallo stesso Benveniste, eseguì test in merito presso i suoi laboratori, arrivando alla conclusione che i controlli effettuati «...sono stati uno scacco costante. Non è stato visto alcun effetto».

Alcuni studi, pubblicati per lo più su riviste prive di un meccanismo di revisione paritaria, avrebbero rilevato fenomeni particolari per quanto riguarda la calorimetria, la termodinamica e la conducibilità elettrica delle soluzioni altamente diluite; tuttavia nessuno di essi ha a che fare con il principio alla base dell'omeopatia.

Secondo gli omeopati, questi lavori dimostrerebbero che il trattamento cui il composto omeopatico viene sottoposto consente al solvente di esercitare un effetto riconducibile alla molecola che in esso è stata fortemente diluita. Risultati di questo genere sono stati però pubblicati solo su fonti interne alla comunità omeopata e non su riviste scientifiche.

Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto, ha potuto dimostrare che l'omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia. Gli unici risultati statisticamente significativi sono confrontabili con quelli derivanti dall'effetto placebo, indotto anche dalla particolare attenzione che l'omeopata presta al paziente e alla sua esperienza soggettiva della malattia, e quindi non dal farmaco assunto dal paziente.

Studi che hanno provato a quantificare il grado di soddisfazione soggettiva dei pazienti in cura omeopatica hanno mostrato risultati ragguardevoli (ad esempio una ricerca compiuta nel 2004 dalla clinica universitaria Charité di Berlino sulla qualità della vita di 3981 pazienti in cura omeopatica) e spiegano il successo sociale di tale pratica terapeutica.
Assai meno univoco è il risultato di studi clinici condotti su singoli rimedi o sul trattamento di specifiche patologie, dove gli esiti appaiono assolutamente in linea col noto effetto placebo.

Nel febbraio 2010 sono stati rilasciati i risultati di una ricerca sulle prove di efficacia dell'omeopatia, condotta nel 2009 e 2010 dalla commissione Science and Technology della Camera dei Comuni britannica: lo studio conclude che l'omeopatia non ha effetti superiori a quelli di un placebo. La commissione la considera pertanto un "trattamento placebo" (placebo treatment) e dichiara che sarebbe una "cattiva pratica medica" (bad medicine) prescrivere placebo puri.

La Cochrane Collaboration ha condotto una serie di review sugli studi clinici condotti sull'efficacia dell'omeopatia. Tali review vengono effettuate a partire dal 1998 e aggiornate regolarmente ogni pochi anni. Oltre ad evidenziare numerose carenze metodologiche in molti degli studi analizzati, la Cochrane non ha trovato prove di efficacia dell'omeopatia in nessuno degli ambiti presi in esame, fra cui il trattamento dell'influenza, dell'asma cronica, dell'osteoartrite, dell'ADHD, della demenza, la riduzione effetti avversi della chemioterapia dei tumori e l'induzione del parto.

Una meta analisi pubblicata nell'agosto del 2005 dalla rinomata rivista medico scientifica The Lancet ha avuto molto risalto sulla stampa, in quanto screditava l'omeopatia come metodo curativo scientifico, sostenendo che l'efficacia fosse spiegabile con l'effetto placebo.

Nel dettaglio, l'articolo del Lancet si struttura in due parti, che portano a conclusioni distinte tra loro.

Nella prima parte, la meta analisi compara 220 studi clinici (110 omeopatici e 110 presi casualmente tra studi con interventi biomedici), e porta alla conclusione che i due gruppi di studi siano di qualità metodologica paragonabile, e che entrambe le classi di trattamento mostrano efficacia superiore al placebo.
Nella seconda parte i ricercatori hanno ristretto la loro meta analisi a 6 studi omeopatici e 8 studi biomedici, selezionati tra tutti secondo standard di qualità e di numerosità di partecipanti. Questo filtro, affermano gli autori, è stato compiuto per limitare la presenza di bias negli studi presi in considerazione. I risultati della seconda parte della meta analisi mostrano che esiste una forte evidenza di efficacia dei metodi "classici", ed una evidenza di efficacia più debole per i farmaci omeopatici. Inoltre, quest'ultima evidenza non raggiunge un valore statistico critico (significatività) necessario per poter dire con sicurezza che il risultato non è dovuto semplicemente a variazioni statistiche.
Gli autori concludono che l'efficacia dei rimedi omeopatici è compatibile con l'ipotesi che derivino dall'effetto placebo.

Il 17 novembre del 2007 The Lancet ha pubblicato un nuovo articolo sull'omeopatia, che riassume i risultati di 5 meta-analisi precedentemente pubblicate. In questo articolo l'autore giunge alla conclusione che gli effetti dell'omeopatia siano paragonabili all'effetto placebo.

In una review pubblicata nel 2006 sull'European Journal of Cancer sono stati trovati sei trial clinici di qualità sufficiente per essere inclusi nello studio. La review ha mostrato che non esistono prove di efficacia dell'omeopatia nel trattamento del cancro.

Una review, pubblicata nel 2012, ha analizzato i case report relativi all'utilizzo dell'omeopatia, rilevando effetti avversi di vario tipo derivanti dal suo utilizzo. Tali effetti risultano essere di due tipi, indiretti e diretti. Gli effetti avversi indiretti derivano dall'abbandono delle terapie convenzionali in favore dell'omeopatia, quelli diretti derivano da eccipienti e processi di produzione poco controllati. Gli effetti riscontrati vanno da lievi disturbi fino alla morte. Si ritiene quindi che l'omeopatia non debba essere considerata come esente da rischi. Alcuni dei prodotti che hanno provocato effetti avversi sono in realtà prodotti fitoterapici distribuiti come omeopatici.

Il periodo di massima diffusione dell'omeopatia è stato la seconda metà dell'Ottocento: il primo ospedale omeopatico aprì nel 1832 nella città di Sibiu (Romania) e nei decenni successivi scuole mediche omeopatiche si diffusero in tutta Europa e negli Stati Uniti. Inizialmente l'omeopatia otteneva risultati promettenti rispetto alle pratiche più consolidate, soprattutto perché aveva abbandonato trattamenti nocivi come il salasso, che nella seconda metà del XIX secolo era ancora la terapia più diffusa per tutte le patologie.

Man mano che la medicina scientifica sviluppava un approccio più razionale al trattamento delle malattie, però, l'omeopatia incominciò a perdere terreno. Negli Stati Uniti, per esempio, c'erano 22 scuole omeopatiche nel 1900, ma nel 1923 ne erano rimaste soltanto due. Nel 1950 tutte le scuole omeopatiche degli Stati Uniti erano state chiuse, oppure non insegnavano più l'omeopatia.

L'omeopatia ha conosciuto una parziale ripresa alla fine del Novecento, con il generale aumento d'interesse nei confronti delle medicine alternative. Oggi l'omeopatia, considerata una pratica medica alternativa o complementare alla medicina scientifica (alla quale gli omeopati si riferiscono spesso come "medicina allopatica", sebbene tale espressione non sia scientificamente corretta), è diffusa in molti paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, India). In molti di questi paesi, a cominciare dalla Francia, i rimedi omeopatici sono entrati a vario titolo a far parte del prontuario nazionale, finanziati dal sistema sanitario pubblico. Tuttavia il suo insegnamento non è quasi mai entrato negli ordinamenti delle facoltà di medicina.

Il recupero di popolarità dell'omeopatia ha suscitato una nuova ondata di studi clinici e soprattutto di meta-analisi, i cui risultati hanno però mostrato che gli effetti terapeutici dei trattamenti omeopatici non si discostano in maniera significativa da quelli ottenuti per effetto placebo.

In seguito a tale mancanza di risultati, all'inizio del XXI secolo sono apparsi i primi segnali di un calo di popolarità dell'omeopatia: per esempio, in Francia nel 2004 il tasso di rimborso previsto per i rimedi omeopatici è sceso dal 65% al 35%, mentre in diverse regioni della Gran Bretagna nel 2007 il servizio sanitario ha iniziato a cancellare i rimedi omeopatici dal proprio prontuario. In calo anche i ricoveri negli ospedali omeopatici. Sempre nel Regno Unito nel 2011 si è registrato un calo record nelle vendite di prodotti omeopatici mentre uno studio statistico effettuato dalla rivista Homeopathy in Norvegia nel 2012 ha evidenziato un significativo calo delle visite presso gli omeopati.

Riguardo all'uso di terapie alternative l'Istat ha svolto, dal 1991 al 2005, quattro indagini statistiche, su un campione di 30.000 famiglie, evidenziando anche in questo caso un calo di popolarità negli ultimi anni: dal 2000 al 2005 la percentuale di italiani che ne hanno fatto uso risulta diminuita dall'8,2% al 7%. Inoltre, al 2005, il Trentino-Alto Adige, con il 18,3%, si attesta come la regione con la maggior percentuale di persone che abbiano fatto uso di cure omeopatiche.

Nel 2009 un gruppo di medici inglesi e africani ha scritto una lettera all'Organizzazione mondiale della sanità chiedendo che si pronunciasse in merito alla promozione fatta dalla Society of Homeopaths dell'omeopatia come terapia per una serie di malattie potenzialmente mortali, fra cui HIV, tubercolosi, diarrea infantile, malaria e influenza. L'Organizzazione ha risposto dichiarando che non vi è alcuna evidenza che l'omeopatia possa curare o prevenire queste malattie e che il suo utilizzo al posto delle terapie convenzionali basate su evidenze scientifiche può far perdere delle vite.

In Gran Bretagna, nel 2010, per iniziativa della Merseyside Skeptics Society (organizzazione senza scopo di lucro che ha per scopo la promozione dello scetticismo scientifico) è nata una campagna di sensibilizzazione e di pressione nei confronti della Boots, la più nota catena di farmacie del Regno Unito, in seguito alla decisione di quest'ultima di distribuire anche prodotti omeopatici. Il motto della campagna è Homeopathy: There's nothing in it ("Omeopatia: non c'è niente dentro"), come si può leggere sul sito dedicatole, e l'iniziativa ha già prodotto una dimostrazione pubblica, durante la quale centinaia di volontari hanno letteralmente ingurgitato interi flaconi di prodotti omeopatici, senza riscontrare alcun effetto positivo o negativo. Una simile dimostrazione viene effettuata da James Randi durante i suoi spettacoli. Solitamente all'inizio dello show ingoia un'intera confezione da 32 pastiglie di un medicinale e alla fine rivela che si trattava di un sonnifero omeopatico, che evidentemente non ha avuto alcun effetto su di lui, consentendogli di concludere lo spettacolo senza alcun problema.

Nell'agosto del 2011 è stata promossa una class action contro la Boiron (azienda che commercializza prodotti omeopatici) in favore di tutti i residenti in California che nei quattro anni precedenti avevano comprato oscillococcinum. L'accusa era basata sul fatto che il prodotto venduto, per via delle diluizioni omeopatiche, non contiene alcuna traccia molecolare del principio attivo dichiarato e risulta composto soltanto da zucchero, oltre a non avere alcun effetto clinico sull'influenza, per la quale era invece indicato come efficace. La Boiron ha patteggiato un risarcimento di 5 milioni di dollari, da distribuire a chi aveva acquistato i prodotti, e il cambio delle etichette dei medicinali, sulle quali deve comparire un disclaimer che precisa che gli usi indicati per il prodotto non sono approvati dall'FDA, e la chiara indicazione che si tratta di diluizioni omeopatiche.

Nel marzo 2012 in Australia il National Health and Medical Research Council ha prodotto una bozza nella quale ha definito non etico l'uso dell'omeopatia per via della sua inefficacia:

« NHMRC’s position is that it is unethical for health practitioners to treat patients using homeopathy, for the reason that homeopathy (as a medicine or procedure) has been shown not to be efficacious »

« La posizione del NMRHC è che sia non etico da parte degli operatori della salute curare i pazienti con l'omeopatia, perché l'omeopatia (come medicina o come procedura) ha dimostrato di essere inefficace »
(DRAFT NHMRC Public Statement on Homeopathy)
Lo stesso ente nel 2015, in seguito ad un'analisi di tutta la letteratura scientifica internazionale riguardante l'omeopatia ha rilasciato una dichiarazione nella quale si afferma che non esiste alcuna evidenza a sostegno dell'affermazione che l'omeopatia sia efficace nel trattamento di qualsiasi problema di salute.




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lunedì 9 novembre 2015

GLI OVULI DI DROGA



Finiscono al Pronto Soccorso perché sospettati (o perché hanno dichiarato) di aver ingerito ovuli contenenti sostanze stupefacenti, in genere cocaina. Poveracci e delinquenti allo stesso tempo che spesso non sanno che quegli ovuli, se si rompono, possono ucciderli in poco tempo. Bastano infatti uno o due grammi di coca ingeriti per provocare conseguenze letali. Un problema difficile da trattare, specie quando il soggetto è un minorenne, sia per le forze dell'ordine e i magistrati che per il personale sanitario, perché salute e giustizia, rispetto dell'individuo e della legge, si sommano e si intersecano. Non a caso in passato si sono verificati contrasti per richieste di esami medici fatte dalla polizia giudiziaria che i sanitari hanno ritenuto inutili, e viceversa esami negativi poi rivelatisi sbagliati. Con gravi rischi per gli interessati, ma anche con possibilità di scarcerazioni improvvide.

La prima utilizzazione del tratto digerente per il trasporto di droga è stata descritta nel 1973 da Deitel e Syded . La tecnica si ispira a pratiche più antiche di contrabbando di diamanti e microfilm durante la guerra fredda, l’intestino retto è la sede naturale più impiegata.

La droga, nella maggior parte eroina o cocaina, sigillata in ovuli di lattice, plastica e simili, viene ingerita per bocca o immessa nel retto del corriere. Il problema diventa medico per il rischio di vita causato dalla perdita di impermeabilità dell’involucro all’interno dell’organismo prima della sua eliminazione naturale con conseguente assorbimento massivo di sostante stupefacenti, tossicità a vari livelli e pericolo di morte di norma per arresto cardiaco.

Le preparazioni attualmente sono sempre più raffinate e le sostanze sempre più concentrate. I valori economici a seconda della sostanza e quantità trasportata possono arrivare fino a 250.000 euro per un singolo viaggio ma ai disperati che accettano un simile rischio va una ben misera parte ed un incerto destino. Sono spesso soggetti di basso livello socio-culturale e inconsapevoli dei rischi mortali a cui si sottopongono. I medici sono chiamati in causa dalle forze dell’ordine per accertamenti a soggetti in stato di fermo giudiziario, tipicamente a livello di Pronto Soccorso, ma successivamente vengono coinvolti i vari specialisti : laboratorio, radiologia, medicina , rianimazione e talvolta la chirurgia. La successione degli eventi più auspicabile e statisticamente più frequente in letteratura è l’attesa della eliminazione per via naturale degli involucri. Sono però determinanti la via di assunzione scelta , la qualità del materiale di trasporto e la tecnica di sigillatura e confezionamento impiegata, il tempo intercorso fra l’immissione e l’eliminazione. Le complicanze del trasposto possono essere di tipo tossico o meccanico, tipica l’occlusione intestinale. Il percorso diagnostico più rapido prevede la ricerca di sostanza stupefacenti nelle urine e la radiografia dell’ addome in bianco confidando sulla radio-opacità dei corpi estranei. I falsi negativi però possono essere dovuti alla perfetta tenuta degli involucri a livello di dosaggio urinario, e all’utilizzo di nuove tecniche di concentrazione e trasporto degli stupefacenti a livello radiologico.

Si riporta qui il caso del novembre 2009 di una donna di 28 anni proveniente dall’America Latina ricoverata nel reparto di Chirurgia Generale dell’Ospedale Civile di Venezia in stato di fermo da parte della Guardia di Finanza. Il suo compagno era stato trovato portatore di dieci ovuli di cocaina allo stato liquido nel retto, già espulsi . Lei è stata scoperta con un grosso ovulo in vagina e dichiarava di “non ricordare” se ne aveva altri o no. Il tempo di assunzione poteva essere riferito con buona probabilità visti i biglietti aerei a circa 72 ore prima. All’ingresso un rx addome in bianco era risultato negativo e gli esami del sangue ed ecg nella norma, la paziente però all’esplorazione rettale presentava il fondato dubbio di essere portatrice di altri corpi estranei.

Veniva quindi eseguita una tac addominale (sufficiente senza mezzo di contrasto) che rivelava la presenza di 14 ovuli di circa 5 x 2 cm di cui 5 a livello gastrico, gli altri 9 a livello di colon-retto (foto 2-3). La nuova modalità di trasporto di cocaina in formato liquido con involucri di lattice, non era quindi evidenziabile alla radiografia in bianco. Subito dopo la tac la paziente che stava diventando sempre più nervosa e sempre meno collaborante improvvisamente lamenta forti dolori a livello epigastrico ed ha un collasso cardiocircolatorio.

Viene deciso il trasferimento in terapia intensiva e nel frattempo arrivano i risultati dell’esame urine effettuato in precedenza con dato di presenza in questo liquido biologico di oltre 1000ng/dl di cocaina. La norma è l’assenza ovviamente, la tossicità oltre i 300 ng/dl. Anche un involucro recuperato dal compagno, probabilmente identico a quelli contenuti nella ragazza , viene esaminato e si conclude di trovarsi in presenza di un lattice di bassa qualità complessiva.

Il quadro globale e la presenza ormai certa di 5 ovuli non progrediti come gli altri e rimasti a contatto con i succhi gastrici da più di 72 ore fa decidere per l’intervento chirurgico. La paziente, informata della sua situazione, è adesso spaventata e completamente collaborante. La laparoscopia è controindicata per tali situazioni per il rischio di rottura degli involucri a contatto con pinze ed altri strumenti metallici, viene quindi eseguita una laparotomia classica con conferma al reperto palpatorio di numerosi corpi estranei endoluminali. Si esegue una piccola gastrotomia attraverso la quale si estraggono i cinque ovuli gastrici di cui uno bloccato a livello pilorico e probabile causa degli improvvisi dolori. Gli altri nove a livello colon-retto vengono fatti cautamente progredire con manovre manuali fino alla loro uscita attraverso l’ano senza ulteriori sezioni viscerali. Il decorso postoperatorio è stato regolare, è stata eseguita una tac di controllo il giorno successivo all’intervento risultata negativa per altri ovuli residui, è stata controllata quotidianamente la progressiva eliminazione della cocaina dalle urine fino alla sua completa scomparsa. La paziente è stata trasferita in quinta giornata all’infermeria del carcere femminile di competenza.



Il racconto di un corriere:

"Vivo a Curaçao, un’isola delle Antille olandesi, nei Caraibi. Lo so, a voi evoca mare, sole, belle donne, il piacere di una vacanza. Nelle vostre guide turistiche le foto sono ben selezionate e con poca prospettiva, così vedete solo la facciata paradisiaca senza l’inferno che ci sta dietro. Ma questo, a quanto ne so, vale per tutte le mete turistiche alla periferie del mondo.

A parte il turismo, c’è un altro settore fiorente a Curaçao, il trasporto della cocaina. Sì, perchè l’isola si trova di fronte alle coste del Venezuela, ed essendo parte dello stato Olandese è praticamente un pezzetto di confine tra America Latina ed Europa.

In gergo io sono un “mulo”, una animale da soma. Gli americani dicono anche body packers o muleso higherangels. La sostanza non cambia: sono un contenitore, il mio corpo è incarto di caramelle. Le caramelle sono ovoli di cocaina che devono viaggiare dal produttore al consumatore senza essere intercettate dalle polizie.

Il mestiere si impara a Fuik, un sobborgo di Curaçao dove ha sede l’organizzazione. Lì frequenti una specie di scuola, potremmo chiamarla formazione professionale. Impari ad impacchettare la droga e ad ingoiarla senza farti troppo male. All’inizio ingoi piccoli frutti, pezzetti di carote… poi roba più grande. Ti abitui un po’ alla volta, finchè provi con un preservativo pieno di zucchero a velo, abbastanza simile agli ovuli di coca. Ci si aiuta con l’olio d’oliva, o di vaselina, o anche con lo yogurt, e ci sono dei farmaci che ti aiutano a non vomitare. Un mulo può ingoiare dai 50 ai 100 ovuli, di solito una settantina, poco meno di un kilo di coca, a volte di più.

Oltre allo stomaco puoi usare l’intestino. In quel caso sono ovuli più grandi, e devi imparare degli esercizi per farli risalire in modo che non si trovino in caso di ispezione rettale. Se sei una donna, hai a disposizione un altro ripostiglio. Quello che non ti insegnano alla scuola di Fuik sono i rischi del mestiere. Ma li intuisci, o li impari dopo, quando cominci a viaggiare, fingendo di essere un turista o un imprenditore.
Sapete, è una pratica antica. Nella storia il buco del culo è stato sempre un buon nascondiglio. I minatori del Transvaal ci nascondevano i diamanti, gli agenti dei servizi segreti in passato ci nascondevano microfilm e adesso supporti digitali… Per la droga si usava già negli anni 70. Allora non c’erano grandi sistemi di controllo, ti beccavano solo se gli ovuli si rompevano, ma in quel caso, spesso ci restavi secco.

Io sono di qui, ma tanti vengono da fuori per imparare il mestiere. Spesso dalle periferie di grandi città dell’America Latina. Abbiamo in comune un disperato bisogno di soldi, altre volte basta il sogno di un viaggio gratis in Europa.

Il mio primo viaggio è stato terribile. Due settimane prima mi hanno messo a dieta, per regolarizzare l’intestino. Solo cibi leggeri. Ci ho messo due ore ad ingoiare 36 ovuli, di più non sono riuscito. Si migliora col tempo. Passeggiavo, mi massaggiavo la pancia per farli scendere. Eravamo in gruppo, una ventina. Spesso è così che ci fanno viaggiare. Il traffico di droga ha sempre delle perdite, qualunque sia il mezzo di trasporto. I narcotrafficanti lo sanno e cercano soluzioni per ridurle. In aeroporto possono ispezionare e beccare qualcuno, ma se siamo in molti, la maggior parte riuscirà a passare. Eravamo ben assortiti, di diverse età, sia uomini che donne. Una di queste aveva una bimba con un chilo di coca nel pannolino. Poi c’era un ragazzo di Caracas, uno dei più esperti, aveva già fatto diversi viaggi, ma quello per lui è stato l’ultimo. Forse uno degli involucri era troppo sottile e si è rotto poco prima dell’atterraggio. Si è accasciato ed è morto in poco tempo. So che a volte si può agonizzare per ore. In pratica è un’overdose, in genere non c’è scampo. Noi altri del gruppo siamo riusciti a mantenere la calma, e l’abbiamo passata liscia. Dopo abbiamo saputo che all’autopsia gli hanno trovato quasi un chilo di coca. Sapete, un chilo di cocaina viene pagata circa tremila euro nelle Antille, gli europei la comprano tra i quaranta e i sessantamila euro. Il consumatore finale la può pagare dai sessanta ai cento euro al grammo. Cosa valeva, a confronto, la vita di quel ragazzo venezuelano: più o meno come il cartoncino nel costo di una confezione di biscotti.

A destinazione avevamo un appuntamento con gente dell’organizzazione. Ci hanno dato delle purghe per recuperare gli ovuli. Quella volta ho guadagnato un migliaio di dollari… sì, lo so, non è un gran che per rischiare la vita o la galera, ma dalle mie parti non c’è molta scelta, e da quello che ho capito, nemmeno dalle vostre.

Ora di viaggi ne ho fatti diversi e posso dirvi che le probabilità di essere beccati non sono molte. Certo, ne ho visti di compagni presi, ma pochi, e a me è andata sempre bene. Le organizzazione di trafficanti sono sempre un passo avanti rispetto alle forze di polizia. Ogni metodo di trasporto scoperto ne vengono inventate decine nuove. Tanto per dire, durante un altro viaggio, c’era con noi un tedesco. Si spacciava per allevatore di cani che era venuto in America Latina ad acquistare delle razze particolari per i suoi incroci. Ne trasportava 4 nella stiva dell’aereo. Ognuno di questi portava dei pacchetti di coca nell’addome, infilati attraverso piccole incisioni ricucite. In due-tre mesi la ferita era cicatrizzata e il pelo ricresciuto, pronti per il viaggio. A destinazione li hanno uccisi e aperti.

Sto mettendo via i soldi. Vorrei fare ancora 5 o 6 viaggi, e poi smettere. Magari investo in turismo, oppure, resto nel settore della coca qui a Curaçao. Del resto, dove c’è turismo, la droga è un prodotto tipico."






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domenica 1 novembre 2015

MALASANITA'



Un triste fenomeno che miete 45 mila vittime l'anno nel nostro Paese, stando a un rapporto pubblicato sul finire del 2013 dall'associazione Luca Coscioni. Una realtà drammatica contro la quale si battono diverse associazioni radicate sul territorio italiano. Abituate, loro malgrado, a fare i conti con il dolore di famiglie colpite da drammi.
L'associazione Danno medico, in prima fila nel denunciare «la gravità e l'ampiezza» di un fenomeno che coinvolge, per esempio, «casi ginecologici come oculistici», fornendo assistenza gratuita a chiunque ne chieda il sostegno. Avvalendosi della consulenza di medici e avvocati convenzionati per esaminare la storia e le cartelle cliniche di chi ritiene di essere stato vittima di un episodio di malasanità.

A partire dagli Anni 90 diversi sono stati gli studi internazionali che hanno provveduto a quantificare gli errori nella Sanità e, in particolare, quelli in ospedale. È stato rilevato come la quantità degli «eventi avversi» (vale a dire gli errori che provocano danni sui pazienti) nel mondo oscilli tra il 4 e il 12% dei ricoveri e che almeno il 4% di essi abbia come conseguenza la morte del paziente.
Solo recentemente (nel 2011), in Italia è stata svolta un'analoga ricerca, le cui conclusioni sono state che il 5,2% dei ricoverati subisce un evento avverso e, tra questi, il 9,5% conduce al decesso del paziente.
Diversi dei suddetti casi hanno avuto strascichi legali, con richieste di risarcimento inoltrate da parte dei famigliari delle vittime.
«Riceviamo decine di telefonate a settimana da persone che si considerano vittime di malasanità», spiega un legale che presta la propria consulenza a Danno medico per verificare «l’esistenza di presupposti di responsabilità inerente ai medici o alla struttura sanitaria». I singoli casi, che vengono sottoposti al vaglio di un medico legale, sono valutati nell'ottica di una possibile azione civile o penale. Nel secondo caso è certamente più complesso accertare la piena responsabilità medica, mentre per quanto concerne i risarcimenti in denaro è, secondo l'avvocato, assai più probabile che l'azione legale vada a buon fine.
Le richieste provengono principalmente da persone che hanno avuto a che fare con strutture pubbliche, ferma restando la preponderanza sul territorio di queste ultime rispetto a quelle private. «Molte delle persone che si rivolgono alla nostra associazione, dopo essere state vittime di episodi di malasanità, hanno perso la fiducia nelle istituzioni», aggiunge il legale, spiegando come la visibilità mediatica dei casi, se giustificata, finisca con l'essere, alle volte, controproducente, nel «creare, se possibile, ancor più allarmismo». Specialmente nel momento in cui, alla pubblicazione, della notizia non fa seguito quella dello sviluppo giudiziario conseguente.
«Quando si concretizzano, sarebbe il caso di dare più spazio anche ai risarcimenti», conclude, «così da evitare il proliferare della rassegnazione di fronte a queste tragedie».

Per ottenere un giusto risarcimento danni è importante sapere quali siano i 5 passi fondamentali da seguire.

- Primo: rivolgersi ad un avvocato specializzato in responsabilità medica. Anche le agenzie che si occupano di risarcimento o le associazioni a tutela degli utenti colpiti da casi di malasanità si rivolgono necessariamente agli avvocati per la tutela dei diritti dei loro associati.

- Secondo: un avvocato specializzato in malasanità opera una rigorosa disamina del caso, ricevendo in studio direttamente con il medico specialista nella materia d’interesse del cliente, a seconda che si tratti dell’ambito della ginecologia/ostetricia, neurochirurgia, oncologia, cardiologia, ecc. Successivamente a questo vaglio, ed esclusivamente se sarà dato parere positivo sulla responsabilità, si procederà con la quantificazione del danno ad opera del medico legale.

- Terzo: la professionalità è d’obbligo e questo atteggiamento nei confronti di una materia così delicata fa si che si abbiano maggiori successi nell’ottenimento del risarcimento e si eviti, allo stesso tempo, che vengano intentate azioni prive di fondamento o comunque di risibile apprezzamento economico.

- Quarto: ulteriore garanzia per il cliente è la possibilità per il professionista di lavorare condizionando i propri compensi, in termini percentuali, al valore della causa (così come sancito dal nuovo codice deontologico forense).

- Quinto: solo azioni in sede civile che, se ben strutturate, portano al risarcimento nella maggior parte dei casi; l’azione in sede penale è troppo rischiosa e in caso di archiviazione pregiudica quella civile.



Un pensiero di Johann Wolfgang Goethe “lo scopo della vita è la vita stessa” questa frase credo rappresenti l’importanza del bene salute e quindi del diritto di ogni cittadino alla tutela dello stesso."


Il giurista inglese Sir William Blackstone nei suoi Commentaries on the Laws of England (1768) parlò di mala praxis (poi diventato malpractice, un concetto giuridico simile a "negligenza") riferendosi all'attività medica. In seguito il termine venne ripreso nel 1879 su un giornale medico. Poi divenne diffuso nella fine del XX secolo, fra gli episodi più importanti che destarono l'opinione pubblica ci fu quello dell'ospedale cardiochirurgico pediatrico di Bristol, dove per diversi anni (dal 1984 al 1995) ci fu un numero elevato di decessi. Altro caso fu quello del ginecologo del South Kent Hospital per cui, nel 1996, i suoi errori costarono caro ai pazienti. In Italia destarono l'attenzione dei mass media i fatti avvenuti nel nuovo reparto di terapia intensiva coronarica a Castellaneta (provincia di Taranto) dove in poco tempo morirono 8 persone: essendo un reparto ad alto rischio il problema non venne sollevato inizialmente e si comprese solo per caso dello scambio di tubi. I pazienti inalavano azoto invece di ossigeno, anche se ogni attrezzatura era stata sottoposta ad un duplice collaudo prima dell'apertura. La malasanità può anche essere volontaria e coinvolgere le case farmaceutiche, che corrompono medici sia di ospedali che di famiglia, imponendo determinati farmaci a posto di altri, si ricorda a tal proposito l'"operazione Giove" per cui furono indagati medici di 7 ospedali diversi.

A volte sono i medici stessi ad ammettere i propri errori anche se hanno portato gravi conseguenze, come nel caso di Jesica Santillan, una ragazza messicana di 17 anni che attraversò illegalmente con la famiglia il confine per un trapianto eseguito nello stato del Nord Carolina. In quell'occasione il chirurgo fallendo l'operazione portò alla morte la ragazza.

Alla fine del XX secolo nei soli USA i costi per le cause legali sono arrivati ad un miliardo di dollari all'anno mentre i costi per le polizze erano arrivati a 5. I medici sono tenuti ad avere una specifica assicurazione per la responsabilità professionale che copre i loro errori, la cui polizza varia a seconda della specializzazione.

Nel corso degli anni sono state molte le definizioni di malasanità, Rosenthal nel 1995 la definiva come "una evidente e dimostrata mancanza di conoscenza e/o abilità nella conduzione della pratica clinica". Charles Bosk nei suoi scritti del 1986 invece ricorda quanto gli errori nei reparti di medicina cambino a seconda dell'incertezza tipica delle varie discipline. In tempi più recenti si sono sviluppati 4 concetti che devono coesistire per definire un dato evento come "malasanità": un obbligo dovuto e violato e che tale violazione ha portato danno al paziente (che può essere sia immediato che differito nel tempo).

La parte lesa o chi per essa deve dimostrare durante il processo senza ombra di dubbio la diretta conseguenza dell'operato del medico rispetto al danno subito dal paziente mentre è compito della struttura e del medico fornire la prova contraria, dimostrando che l'operato non ha aggravato le condizioni del paziente o non ha fatto nascere una patologia nuova.

Esistono alcuni organi, come il general medical council, istituito nel 1858 i cui compiti sono di controllo sull'attività dei medici, in Italia è stata istituita una commissione d’inchiesta che deve valutare gli errori in sanità. Altre organizzazione tengono a precisare i danni come l' Association for Responsible medicine (ARM) che ha quantificato in circa un milione di persone quelle che hanno ricevuto danni per la malasanità

In Australia il problema finanziario legato alla malasanità ha messo in rischio le attività private di migliaia di medici.
Nel Canada il CMPA (Canadian Medical Protective Association) fondata nel 1901 che non è una compagnia di assicurazione, rappresenta oltre 30.000 medici quando nel 1945 ne rappresentava solo 3.000. Nella sua raccolta dei dati ha evidenziato come le cause della malasanità sono la mancanza del rapporto fra malato e medico ma soprattutto l'errato inserimento dei dati raccolti del paziente.
In Germania dal 1970 è stato fondato un ente, "Gutachterkommissionen und Schlichtungsstellen" che congiunto al MERS assiste le corti nelle decisioni per i casi di malasanità. Nelle oltre 7200 decisioni in più di 1600 si è concluso nel concedere una compensazione finanziaria per il paziente. I reparti più a rischio per una non corretta diagnosi sono l'ortopedia e la traumatologia.
In Giappone studi condotti hanno dimostrato come l'incidenza della malasanità sia in aumento, ed è stata avanzata l'ipotesi di fornire un incentivo economico per migliorare la qualità generale ma dubbi si sono espressi sull'efficacia di tale idea.
In Italia i dati ufficiali cambiano a secondo della fonte: l'associazione degli anestesisti parla di 14 000 morti all'anno mentre il dato aumenta sino a 50 000 decessi secondo l'Assinform, si era anche stimata una media di 90 decessi al giorno che non può trovare riscontro pratico in quanto è un dato impossibile da valutare ed ha sollevato numerosi dubbi, i dati più alti di errori evitabili si ritrovano nel corso di operazioni (32%) e nei reparti di degenza e urgenza. Più dell'80% dei processi che si effettuano si risolvono con l'innocenza dei medici imputati. Il problema è collegare la morte del paziente alla inefficienza del trattamento scelto dai medici, come nel caso della "flebo - killer" del dicembre 1994 quando a Pavia si vide la morte di due anziani. L'articolo 2236 del codice civile ricorda che i casi vengono limitati agli episodi di dolo e colpa grave, mentre la cassazione ha più volte previsto l'assoluzione nei casi in cui le patologie sono poco conosciute o poco studiate in letteratura. In tali casi l'ospedale non deve seguire l'art 1176 primo comma cod. civ (del buon padre di famiglia) ma l'ex art. 1176 secondo comma cod. civ. che lo configura come debitore qualificato che comporta la necessaria perizia da parte del medico.
Nel Kazakistan molto scalpore fece il caso dei medici (21 in tutto) che trasmisero l'Aids a più di cento bambini causando la morte di almeno 10 di loro.
In Messico, grazie alla "Comisión Nacional de Arbitraje Médico" (CONAMED), sono stati stimati all'anno 17.000 casi di malasanità che hanno portato alla denuncia dei medici, di questi il 5% è favorevole alla vittima.
Negli USA uno studio condotto su più di 1400 casi mostra come nel 72% dei casi i processi si concludono con l'innocenza dei medici imputati. Molta importanza durante i processi hanno i "testimoni esperti", la cui professionalità deve essere riconosciuta e attestata.
Nella Spagna, l'ospedale "general Gregorio Maranon" è stato più volte coinvolto per diversi episodi di malasanità, come quello del 1988 e successivamente nel 1995 quando venne operato un anziano per un tumore che non aveva, morto per complicanze durante l'operazione; in quest'occasione i parenti ebbero come riarcimento 155.000 euro. Il danno, secondo la loro giurispriudenza deve essere considerato "sproporzionato".
Nella Svezia si è tentato un diverso approccio con il piano "Patient Injury Insurance" e il Medical Responsability Board (MRB).




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