martedì 22 marzo 2016

PSICOLOGIA DEI KAMIKAZE



Ormai, purtroppo, si parla dei kamikaze come un fenomeno, non solo abituale, ma anche “normale” sebbene l’inizio di una strategia portata avanti attraverso l’utilizzo di uomini-bomba abbia indubbiamente segnato un punto di svolta non solo fondamentale ma anche particolarmente sconvolgente nell’ambito delle strategie del terrorismo. 

Il concetto di martire nel modo islamico è molto importante: i martiri sono quelli che vanno direttamente in paradiso dove sono accolti da vergini e da situazioni di grande piacere, ma soprattutto sono coloro che possono portare con loro in paradiso anche dei parenti, degli amici o comunque quelle persone che loro ritengono le più “degne”. In altri termini i martiri sono qualcosa di più di un sacerdote: in una religione monoteistica, che non ha i suoi santi, essi rappresentano in pratica proprio qualcosa di assimilabile ai santi. D’altra parte, anche la nostra religione ha reso santi i martiri della fede: noi abbiamo avuto dei santi che venivano dalle repressioni di epoca romana, epoca in cui si uccidevano tutti quelli che volevano testimoniare la loro nuova confessione. Oggi quel popolo, che utilizza gli uomini-bomba, è messo con le spalle al muro, in un angolo, in un luogo da cui non può fuggire; è costretto ad assistere costantemente alla superiorità dei paesi occidentali, che dovrebbero essere leader e guida di tutto il resto del mondo; è senza sviluppo, senza la possibilità di partecipare in modo soddisfacente alla direzione del mondo. 

La psicologia dell’uomo-bomba è caratterizzata dall’essere pronto al martirio, e quindi al sacrificio della propria vita, per ottenere la gratificazione, ben misera se poi andiamo a valutare, di fare dei morti nel campo avversario. Questo però ha spostato la guerra dal campo militare al campo civile, anche se, per altro, già sappiamo che i bombardamenti non guardano in faccia a nessuno: nelle guerre, ad esempio, non vengono bombardate solo le postazioni militari ma anche quelle civili, spesso anche gli ospedali, e frequentemente non si tratta di errori ma di effetti voluti per terrorizzare ulteriormente le popolazioni. Questi ragazzi-bomba sono persone che, naturalmente fanatizzate da una cultura che affida soltanto alla religione il proprio riscatto e la propria identità, generalmente hanno sofferto nella loro vita di un episodio tragico che li ha colpiti molto da vicino (un fratello, un amico che è morto per mano avversaria) e che hanno introiettato un senso di colpa perché loro sono vivi mentre il fratello o l’amico sono morti; contemporaneamente hanno anche bisogno di vedere un riscatto della propria causa a qualunque costo ed hanno formato la coscienza, la consapevolezza, ottenuta attraverso un indottrinamento speciale, di poter con il loro sacrificio costituire un’arma fortissima, forse più forte dei missili costosissimi con cui gli israeliani, gli americani possono rispondere. Tramite l’autoscarificio, quindi, gli uomini-bomba sperimentano il sentirsi per la prima volta capaci di fare un danno serio al nemico, un danno che non può essere ignorato. Se uniamo a queste motivazioni anche la possibilità di migliorare economicamente la situazione della propria famiglia ed il raggiungimento di obbiettivi, nell’altro modo, spirituali e trascendenti, allora otteniamo un profilo psicologico completo dell’uomo-bomba. Di persone che vivono questa disperazione, purtroppo, se ne formano tutti i giorni attraverso gli atti di vendetta che vengono compiuti da parte di stati che, invece, dovrebbero ragionare e capire meglio le conseguenze delle proprie azioni: ogni volta che un carro armato israeliano va a spianare una cittadina della Palestina si formano due, tre, cinque, dieci uomini-bomba che poi saranno pronti ad assalire le linee nemiche dall’interno obbligando il nemico stesso a costruire dei muri: ogni muro che si costruisce però non fa altro che rinforzare un odio ormai insuperabile e costruire quel clima generale da cui poi nascono altri uomini-bomba. 



Quasi ogni giorno, purtroppo, abbiamo a che fare con notizie di attentati compiuti da terroristi che, nel metterli in esecuzione, hanno trovato premeditatamente la morte. 
Colui che uccide raramente prova interiormente angoscia o disagio: spesso avverte invece una sensazione di onnipotenza, poiché può inserirsi nella vita di un altro e interromperla. Si potrebbe dire, per paradosso, che uccidere esalta come un'azione straordinaria e può essere quella in cui ci si sente realizzati appieno. La sensazione di poter decidere della vita di un altro è, dunque, una sensazione titanica. Ebbene, un suicida terrorista è un essere umano che distrugge se stesso per uccidere altri uomini, pur di diffondere angoscia e terrore per uno scopo politico o religioso. Ma che cosa, psicologicamente parlando, spinga un suicida terrorista ad un simile comportamento è ancora in gran parte avvolto nel mistero. Fino ad oggi si è pensato che il terreno di coltura degli attacchi suicidi siano la non integrazione sociale, la presenza di una malattia mentale come la psicopatia, ma soprattutto la miseria e la mancanza d'istruzione. Invece, per Scott Atran, un ricercatore dell'università del Michigan che ha analizzato questo fenomeno a partire dall'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, esisterebbe un identikit psicologico dei kamikaze molto diverso. Secondo le sue valutazioni (pubblicate in Science, n° 199, 2003), l'immagine predominante di questi uomini votati all'estremo sacrificio sarebbe del tutto falsa; scrive Atran: Non conosco nemmeno un attentato suicida che sia stato compiuto da un uomo povero, isolato, e psichicamente instabile. In effetti, neanche l'opinione pubblica araba è d'accordo con quella immagine, e sempre Atran ricorda che una guida spirituale della Fratellanza musulmana ha scritto in un settimanale egiziano che l'azione di un kamikaze perderebbe significato se egli fosse, per esempio, stanco di vivere. La motivazione degli attentatori suicidi è differente: Chi affronta il martirio si offre in sacrificio per la sua religione e per il suo paese. Ed il loro sacrificio non significa la morte, bensì l'ingresso in Paradiso, dove i loro peccati saranno perdonati, e dove potranno portare con sé i loro cari e i loro amici dinanzi al trono di Allah. Ciò spiega in parte anche l'entusiasmo suscitato dai kamikaze in alcuni paesi arabi, dove spesso i ragazzi collezionano ritratti degli attentatori come i loro coetanei occidentali le figurine dei calciatori. La morte trasforma i terroristi negli eroi della loro generazione e sono tutti piuttosto giovani, quasi sempre maschi e celibi, tant'è che secondo lo psichiatra Thomas Bronish del Max Planck Institut di Monaco di Baviera: Ci sarebbe da supporre che siano particolarmente sensibili all'influenza di capi carismatici e messaggi salvifici. Ma com'è possibile che intere fasce di popolazione approvino e promuovano azioni così estreme? Secondo Atran, si tratta di un meccanismo di sopravvivenza, che permette di agire in condizioni altrimenti paralizzanti . Una persona che si sente in un vicolo cieco, senza vie d'uscita, può ricorrere a mezzi disperati e riconsiderare le sue posizioni a dispetto della superiorità di cui gode. Questa condizione, associata alla religione, alla ideologia e alla lealtà assoluta, cambierebbe anche l'atteggiamento verso la propria sopravvivenza. Secondo Atran anche nei paesi occidentali si ricorre a metodi simili di persuasione. Le industrie del fastfood e della pornografia si rivolgono a bisogni umani ugualmente innati come il bisogno del cibo e quello del sesso, ma entrambe manipolano un desiderio naturale fino a farlo diventare dannoso e addirittura distruttivo. L'elemento che Atran ritiene più importante, però, è il senso del dovere provato dall'individuo nei confronti del suo popolo e della sua fede. Egli ricorda che, già negli anni Sessanta, si fece una serie di esperimenti per comprendere a quali condizioni certi soggetti possano compiere azioni che l'opinione comune considera eticamente condannabili. Stanley Milgran dell'Università di Yale, scoprì per esempio che in determinate situazioni gli studenti erano disposti a commettere azioni moralmente discutibili, obbedendo all'ordine di un istruttore di infliggere ad alcuni compagni scosse elettriche sempre più forti perché memorizzassero meglio alcune coppie di parole. La maggior parte dei partecipanti all'esperimento obbedì, a condizione che lo sperimentatore si assumesse l'intera responsabilità. La disponibilità a infliggere le scosse non fu alterata nemmeno dalle finte grida di dolore che arrivavano dalla stanza delle vittime. Anche in questo caso, la motivazione dei partecipanti non va cercata in una forma di sadismo, bensì in un senso di obbedienza a un'autorità. Lo stesso senso di impegno morale che viene stimolato durante l'addestramento dei kamikaze: là dove domina un'impressione di ingiustizia storica, di soggezione politica e di umiliazione sociale, l'attentato suicida diventa uno strumento dello scontro politico. È possibile disinnescare questi meccanismi? Il parere di Atran è che probabilmente non servono a nulla l'isolamento di gruppi religiosi ed etnici, così come non servono a molto gli embarghi economici o le azioni militari preventive contro i paesi che si presume sostengano le organizzazioni terroristiche, mentre sarebbe importante, invece, metter fine alla demonizzazione prodotta dalla propaganda religiosa e politica, ed avviare una robusta campagna di dialogo con l'Islam moderato, al fine di costruire una cultura del convivere in un mondo più unito, una cultura della fraternità universale dove le persone, i popoli e gli stati si riconoscano reciprocamente legati fra loro. 





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