sabato 26 dicembre 2015

IL RITARDO MENTALE



Il ritardo mentale è una malattia cognitiva persistente data da un alterato funzionamento del sistema nervoso centrale. Rappresenta una condizione di interrotto o incompleto sviluppo psichico, con compromissione delle abilità che solitamente si manifestano durante il periodo evolutivo (capacità cognitive, linguistiche, motorie, sociali). In sintesi esso risulta dall'insieme dei deficit dello sviluppo cognitivo e socio-relazionale.

Non è remota la possibilità che qualcosa si inceppi nel processo di sviluppo di un bambino. “Si stima che circa il 3 per cento dei bambini - riferisce Vicari - soffra di un ritardo mentale, mentre l’ 1 per cento ha un disturbo del linguaggio. L’autismo è anch’esso un disturbo che colpisce poco più dell’ 1 per cento dei bambini. Poi c’è il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività e così via”. Tuttavia, molti di questi disturbi possono essere adeguatamente trattati e, prima si arriva a una diagnosi, migliori sono le possibilità di recupero. “Per questo è importante individuare i primi segnali che complessivamente riguardano lo sviluppo motorio, comunicativo e affettivo-relazionale del piccolo. E i primi a farlo possono essere proprio i genitori”, dice Vicari.

“E’ un processo segnato da piccole tappe che vengono raggiunte a età diverse”, sottolinea l’esperto. “Ad esempio, a 3 mesi di vita - continua - il bambino dovrebbe riuscire a sostenere il proprio capo. Entro 1 anno dovrebbe invece riuscire a stare seduto da solo e a circa 18 mesi dovrebbe saper camminare”. La capacità di gattonare non è invece una tappa obbligatoria. “Non allarmatevi se il vostro bambino non gattona. Non di rado - precisa Vicari - si inizia a camminare, saltando questa fase”. Ma se il piccolo non rispetta, anche sommariamente, le fasi sopradescritte, allora è meglio rivolgersi al medico.
 
“Dai 6 agli 8 mesi - spiega Vicari - il bambino dovrebbe inizia ad articolare le prime sillabe, cioè sviluppa la cosiddetta lallazione”. Le prime sillabe, in genere, servono ad attirare l’attenzione dei genitori: il più delle volte chiamano “mamma” o “papà”. Importante anche la comunicazione non verbale. “I bambini comunicano molto - riferisce l’esperto - con i segni, come ad esempio indicare un oggetto o portare l’indice vicino alla guancia per indicare che qualcosa è buono, ecc.”. Le prime paroline compaiano entro i 12 mesi di vita.

“Se entro un anno il bambino non pronuncia alcuna parola sarebbe saggio rivolgersi a un medico”, sottolinea Vicari. A 3 anni, invece, si iniziano ad articolare le prime fasi. “Se non si capisce quello che il bambino dice - continua l’esperto - o se articola male le parole allora è necessario approfondire”.

“Un bambino che non guarda negli occhi i genitori o che non ama farsi toccare - spiega Vicari - potrebbe avere un problema. Non necessariamente, ma sarebbe il caso di parlarne con uno specialista”. Questi segnali possono essere visibili già nel primo anno di vita. “Se tra gli 8 e i 10 mesi di vita - specifica lo specialista - non risponde al proprio nome, se non accetta il contatto con gli altri o se scaglia i giochi anziché usarli per divertirsi, allora i genitori dovrebbero insospettirsi e parlarne con il medico. Sarà poi il pediatra, il cui ruolo è fondamentale, a indicare ai genitori la strada giusta da percorrere”.

Se l’involuzione cerebrale investe solitamente la fascia composta da soggetti anziani, il ritardo mentale di contro, colpisce i minori di diciotto anni. Il DSM4 è un manuale diagnostico di tipo sintomatologico che tende a delineare i disturbi che esordiscono per la prima volta nell’infanzia, nell’adolescenza e nella fanciullezza, motivo per cui, per inserirli in un quadro quanto più chiaro possibile, risulta necessario menzionare in linee generali i disturbi messi in risalto dal DSM4 qui di seguito esposti. Disturbi dell’apprendimento: in tale categoria rientrano i soggetti che presentano notevoli difficoltà per quanto concerne l’acquisizione dei concetti basilari del calcolo, della lettura e della scrittura. Il disturbo dell’apprendimento, può generare mutamenti anche a livello comportamentale. Inizialmente, il bambino non possiede una vera organizzazione logica per affrontare le operazioni, poiché nel momento in cui egli vive un determinato stadio evolutivo, è soddisfatto da questo. La precedente osservazione è da supporto ai fini di giustificare il fatto che lo sviluppo umano è diviso in tre stadi (Sviluppo senso-motorio: da 0 a 2 anni; sviluppo delle operazioni concrete: da 5 a 11 anni; sviluppo delle operazioni formali: nel periodo adolescenziale).



Ci troviamo di fronte al Ritardo mentale, quando assistiamo alla presenza dei tre fattori:
1. Un funzionamento intellettivo al di sotto della media: un quoziente intellettivo (Q.I.) di circa 70 o inferiore, misurato mediante un test di Q.I. somministrato individualmente. Naturalmente, con la misurazione del Q.I. si vuole indagare nell’ambito della difficoltà cognitiva.
2.Concomitanti deficit o compromissioni del funzionamento adattivo attuale (vale a dire la capacità del soggetto di adeguarsi agli standard tipici della sua età e del suo ambiente culturale) in almeno due delle seguenti aree:
Comunicazione, cura di sé, vita in famiglia, capacità sociali ed interpersonali, uso delle risorse della comunità, autodeterminazione, capacità del funzionamento scolastico, lavoro, tempo libero, salute e sicurezza.
Quando due delle suddette aree risultano intaccate, ecco che possiamo diagnosticare una difficoltà di tipo adattivo.
3.L’esordio risale a prima dei 18 anni.
Nel momento in cui diagnostichiamo una difficoltà di tipo cognitivo, è d’obbligo indagare anche nell’ambito del funzionamento adattivo poiché spesso e volentieri, il disturbo adattivo è correlato a quello cognitivo e viceversa. Nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi anni, purtroppo, secondo la statistica, il 30%-40% dei soggetti colpiti dal Ritardo mentale, presenta un’eziologia sconosciuta. I fattori etiologici possono essere primariamente biologici o primariamente psicosociali, o una combinazione di entrambi. In circa il 30-40% dei soggetti giunti all'osservazione clinica, non può essere determinata un'etiologia chiara per il Ritardo Mentale nonostante gli intensi sforzi diagnostici. I principali fattori predisponenti includono:
ereditarietà (circa il 5%): questi fattori includono errori congeniti del metabolismo trasmessi soprattutto per via autosomica recessiva (per es., malattia di Tay-Sachs), altre anomalie di un singolo gene a trasmissione mendeliana e ad espressività variabile (per es. sclerosi tuberosa), e aberrazioni cromosomiche (sindrome di Down dovuta a traslocazione, sindrome dell'X fragile);
alterazioni precoci dello sviluppo embrionale (circa il 30%): questi fattori includono mutazioni cromosomiche (per es., sindrome di Down dovuta a trisomia 21) o danni prenatali dovuti a sostanze tossiche (per es., uso di alcool da parte della madre, infezioni);
problemi durante la gravidanza e nel periodo perinatale (circa il 10%): questi fattori includono la malnutrizione del feto, la prematurità, l'ipossia, infezioni virali o altre infezioni, e traumi;
condizioni mediche generali acquisite durante l'infanzia o la fanciullezza (circa il 5%): questi fattori includono infezioni, traumi, e avvelenamenti;influenze ambientali e altri disturbi mentali (circa il 15-20%): questi fattori includono la mancanza di accudimento e di stimolazioni sociali, verbali, o di altre stimolazioni, e disturbi mentali gravi (per es., Disturbo Autistico).

Il Ritardo mentale è caratterizzato da uno scarso adattamento all’ambiente, il soggetto presenta un incompleto sviluppo della psiche nonché un mancato raggiungimento del pensiero logico-astratto, inoltre, colui che risulta ritardato mentalmente, ha scarsa coscienza di sé e poco senso di responsabilità. Il Ritardo mentale inoltre, può essere generato anche da fattori genetici, per via di alterazioni poligenetiche, per via di aberrazioni cromosomiche o a causa di alterazioni dei singoli geni, motivo per cui, detto ciò, è possibile notare  come la conduzione dell’analisi cromosomica eseguita su neonati o su feti di 16 settimane, può fornire valide informazioni per quanto riguarda il Ritardo mentale. Per quanto concerne l’incidenza del Ritardo mentale sulla popolazione, va presto detto che sebbene le cifre siano approssimative, la stima più accreditata è di circa dell’1%, quindi su una popolazione composta da 100 soggetti, uno, solitamente di sesso maschile, risulta colpito da Ritardo mentale. Nonostante il più delle volte il Ritardo mentale risulti una patologia cronica, esso è guaribile se è di tipo lieve. Non possediamo un visus o un identikit del ritardato mentale, non esistono infatti qualità specifiche che possono indicare un soggetto ritardato, né usufruiamo di strumenti clinici da applicare al Ritardo mentale. Gli unici strumenti clinici a nostra disposizione sono i Test di intelligenza e le Scale adattive ed in più va detto che il Ritardo mentale può colpire differenti personalità. Trovandoci dinanzi ad un soggetto estroverso non possiamo diagnosticare il Ritardo mentale così come non lo si può diagnosticare su un soggetto introverso, pertanto è palese la dimostrazione che non possiamo trovare una tipica personalità con Ritardo mentale. Statisticamente parlando, le persone colpite da Ritardo mentale vanno incontro a forme di psicopatologia 3 o 4 volte in più rispetto alle persone non ritardate. Spesse volte, possiamo trovarci nella situazione in cui è necessario stilare una doppia diagnosi. Il Ritardo mentale infatti, è caratterizzato da una disturbata comunicazione, esso è deficit del funzionamento cognitivo accompagnato da disturbi che intaccano l’attenzione e la memoria; quando ad esempio i livelli di attenzione sono particolarmente bassi, diagnosticheremo un tipo di ritardo mentale lieve. Quattro possono essere le patologie associate al Ritardo mentale: disadattamento con iperattività, disturbi dell’umore (atteggiamenti depressivi, maniacali o bipolari), disturbi della sfera motoria, disturbi generalizzati dello sviluppo. Il Ritardo mentale si suddivide in quattro gradi: lieve, medio, grave e profondo. Inizialmente esisteva un quinto grado, vale a dire il borderline, oggi definito Funzionamento intellettivo minimo il quale non è propriamente un Ritardo mentale nella vera accezione della parola poiché il soggetto con Funzionamento intellettivo limite, ha un quoziente intellettivo che tende ad avvicinarsi alla norma. Il Ritardo mentale lieve1 solitamente è rappresentato dall’85% dei soggetti, esso ha origini ambientali e organiche, il quoziente intellettivo è di circa 50%-70%, il soggetto dimostra un’età mentale pari a quella di un bambino di 8 o 11 anni. Il soggetto colpito da ritardo mentale lieve presenta difficoltà di comprensione, minima compromissione sensomotoria e un vocabolario povero. Tali soggetti risultano educabili e se adeguatamente sostenuti possono vivere in seno alla società. Ai livelli scolastici, essi sono in grado di svolgere compiti di quinta elementare. Il Ritardo mentale medio 2 invece, colpisce circa il 10% dei soggetti ed ha una eziologia prettamente organica, tali soggetti hanno un quoziente intellettivo pari al 49% e la loro età mentale corrisponde a quella di un bambino di età compresa fra i 6 e gli 8 anni. I soggetti con Ritardo mentale medio hanno una discreta capacità comunicativa, sono capaci di svolgere semplici compiti e presentano una relativa autonomia nei rapporti interpersonali. Le loro competenze scolastiche corrispondono circa alla seconda elementare, una loro peculiarità è la memoria sensibilmente sviluppata. Il Ritardo mentale grave 3 colpisce il 45% dei soggetti che presentano un quoziente intellettivo pari al 20%, esso ha origini organiche e i soggetti che ne sono colpiti presentano un’età mentale pari ad un bambino di 4/6 anni. Tali soggetti presentano un eloquio molto povero, conoscono solo semplici parole per esprimere i bisogni primari, peccano ai livelli di autonomia e da adulti potranno condurre attività molto semplici sotto supervisione. Il Ritardo mentale profondo 4 invece, colpisce l’1% dei soggetti con quoziente intellettivo minore del 20%, l’origine di tale ritardo è prettamente organica e l’età mentale corrispondente è quella di un bambino minore di 4 anni. In tale caso, il soggetto presenta una compromissione a livello di funzionamento sensomotorio, il suo linguaggio risulta incomprensibile e a causa della non autonomia, necessita di assistenza infermieristica e di supervisione costante. Come è stato precedentemente detto, il Ritardo mentale è diagnosticabile mediante la misurazione del quoziente intellettivo ottenibile tramite una divisione fra Età Mentale (E.M.) ed Età Cronologica (E.C.) e moltiplicando il risultato per 100, l’Età Cronologica è l’effettiva età del soggetto, l’Età Mentale invece, è quella che viene attribuita al soggetto dopo che questi ha risolto dei problemi o delle prove attitudinali risolti già con esito positivo dai soggetti della sua stessa età. Detto ciò, il Ritardo è un concetto da intendersi come qualcosa in “ritardo” rispetto alla stessa età cronologica. Per misurare le capacità intellettive, solitamente facciamo uso delle c.d. Scale di sviluppo fra le quali trovano lecito posto la WPPS, la WISC-R (uno dei test principali usati per una misura globale dell’intelligenza, uno dei suoi maggiori pregi e’ quello di indagare e di testare una per una tutta una serie di abilita’ cognitive considerate di base, fornendo sia una misura generale dell’intelligenza, il QI globale, sia una serie di misure singole grazze alle quali e’ possibile avere un profilo generale delle abilita’ psicologiche del soggetto.)
applicabile fino ai 16 anni e la WAIS5 solitamente applicata alla fascia adulta.  Per quanto concerne invece, le competenze adattive e l’uso del sé, viene di norma utilizzata la Scala Wineland o la Scala AAMT. Giunti a questo impasse, pare opportuno fare una distinzione fra menomazione, disabilità ed handicap. Nell’ambito delle evenienze inerenti alla salute, è menomazione qualsiasi perdita o anormalità a carico di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica. Definiamo invece disabilità ogni sorta di limitazione o perdita conseguente e menomazione delle capacità di compire nel modo e nell’ampiezza considerati normali per un essere umano. L’handicap è invece una condizione di sviluppo conseguente ad una menomazione o ad una disabilità che in un dato soggetto limita o impedisce l’adempimento ad un ruolo normale in relazione all’età, al sesso e ai fattori socioculturali. Detto ciò ed esplicati i tre termini è utile sostenere che quando in un soggetto si verifica qualcosa di anomalo come i cambiamenti patologici ad esempio, vi sono manifestazioni ai livelli di salute; le menomazioni a livello fisiologico, saranno tali quando la malattia clinica è visibile e i sintomi emergono. Quando le attività di un soggetto appaiono fortemente limitate, si può parlare di disabilità a livello personale generata dalla menomazione, infine la situazione di handicap la notiamo quando l’individuo viene posto in una situazione di svantaggio rispetto agli altri, e, la società è vigile a conferire numerose restrizioni al soggetto. In caso di disturbo o malattia, vi è una compromissione delle funzioni e delle strutture corporee, dell’attività e della partecipazione. L’educatore in tal contesto, è chiamato a stilare programmi di intervento per ridurre la disabilità e la menomazione riducendo così lo svantaggio sociale. Otto sono le attività utilizzate nel campo del Ritardo mentale: autonomia di base, autogestione personale e ambientale, attività di socializzazione e interazione, attività cognitiva e metacognitiva, attività occupazionale (ad esempio l’abilità nella produzione di oggetti), attività espressive (capacità di riproduzioni pittoriche o altro attinente all’arte), attività ludiche, riduzione dei comportamenti problematici. Per fronteggiare il Ritardo mentale, ammortizzandolo lì dove è possibile, è necessario condurre un’analisi di osservazione valutando ciò che è emerso e stilando un programma di intervento specificandone gli obiettivi, i mezzi, i metodi e i tempi utilizzati. Gli obiettivi a medio, lungo e breve termine, naturalmente devono essere adeguati alle capacità del soggetto la cui performance dev’essere espressa in termini osservabili tenendo in considerazione le patologie che gravano sul soggetto.


La fase di verifica infine, non è da considerare una fase che ha un compimento poiché essa deve essere periodica di modo che si possa indagare sull’andamento svolto dal bambino.
Tuttavia, da circa trenta anni in molti Paesi è in corso un processo di progressivo inserimento degli allievi con ritardo mentale in seno alle scuole normali. In Italia circa il 97% degli allievi con ritardo mentale è inserita nella scuola normale; nel nostro Paese difatti, è molto diffusa la convinzione che senza l'inserimento in scuola normale l'obiettivo di una sufficiente integrazione risulta  scarsamente raggiungibile.

Molteplici sono infine le iniziative volte a raggiungere una sufficiente integrazione sociale. Ci si riferisce all'inserimento lavorativo, al tempo libero, alle comunità alloggio, alle case famiglia, ecc.
Pur in un contesto di inserimento nelle normali realtà familiari, scolastiche e sociali le persone con ritardo mentale hanno comunque bisogno di interventi abilitativi e riabilitativi. L’educatore professionale che si trova ad interagire col soggetto colpito da ritardo mentale, dovrebbe prefiggersi una meta: l’educazione del soggetto in questione all’autonomia.

L’intero  sviluppo e la crescita del bambino può essere visto come un graduale passaggio dalla dipendenza verso l’autonomia che diviene completa quando il bambino diviene adulto e cittadino a tutti gli effetti, soggetto e oggetto di diritti, capace di lavorare e di avere rapporti paritari con gli altri.
Nella crescita verso l’autonomia, un bambino con disabilità incontra due tipi di ostacoli: da un lato le difficoltà legate al suo deficit, dall’altro gli atteggiamenti di paura e le ambivalenze dell’ambiente che interferiscono con il suo grado di autonomia potenziale, raggiungibile pur nella situazione di svantaggio. Solitamente i genitori e talvolta gli stessi operatori e insegnanti, sviluppano nei confronti del soggetto con ritardo mentale un atteggiamento assistenziale e protettivo che ne limita l’acquisizione delle nozioni base utili per approdare all’indipendenza.
Di fronte alla disabilità, all’handicap o al ritardo, i genitori sembra vogliano a compensare con maggiore affetto.
Tra coloro che si occupano di ritardo mentale si è fatta però strada in questi anni la sempre più radicata convinzione dell’importanza dell’educazione all’autonomia per lo sviluppo di una persona con handicap mentale e per il suo inserimento sociale.
“Non sfugge a nessuno come sia più facile, già in scuola materna, inserire un bambino con disabilità, se questi ha una propria autonomia nell’andare in bagno o nel mangiare, se sa rispettare delle regole e come spesso la conquista di queste abilità sia indipendente dalle difficoltà che egli ha su apprendimenti più didattici.
E ancora come una buona autonomia personale sia poi, andando avanti, prerequisito fondamentale per l’inserimento sociale e lavorativo di giovani e adulti con ritardo mentale”.
Molte conquiste però, soprattutto nell’ambito dell’autonomia esterna, sono difficilmente raggiungibili in ambito familiare soprattutto quando tale problema viene posto in adolescenza, momento in cui i ragazzi con disabilità, così come gli altri adolescenti, iniziano a manifestare desiderio di distacco dei genitori e mal sopportano le loro richieste.
La figura dell’educatore in tal contesto appare di prioritaria importanza. Il professionista in questione facendo leva sulle sue conoscenze pedagogiche e psicologiche, dovrebbe “mettersi in situazione” magari portando avanti delle attività di animazione tenendo presente che con un bambino, adolescente, adulto ritardato si può fare di tutto (o quasi): alla base ci vogliono solo delle idee e degli accorgimenti. Secondo il punto di vista di diversi esperti, per attuare la regola del “si può far tutto”, bisogna tener conto di tre elementi: attività6, partecipazione7 e animazione8.

Inoltre, si può parlare di ritardo mentale con gravità non specificata quando c’è un forte motivo di supporre ritardo mentale ma non si ha modo di valutare l’intelligenza del soggetto attraverso test standardizzati (ad esempio in soggetti troppo compromessi o non collaborativi o nella prima infanzia). In genere si può definire il livello di gravità del ritardo mentale in alcuni casi già a partire dai 6-8 anni, mentre in altri solo verso i 14-16 anni.

Il ritardo lieve è difficilmente evidenziabile nei primi anni di vita, questo perché nei bambini così piccoli le difficoltà motorie, prassiche e linguistiche non sono molto visibili, inoltre la compromissione in queste aree è lieve e non facilmente distinguibile dalle capacità dei bambini senza ritardo fino ad una età più avanzata. Il periodo iniziale in cui si nota il problema è quello dell'inserimento nella frequenza scolastica, quando possono sopraggiungere difficoltà nell'apprendimento. Infatti, spesso si consiglia la permanenza nella scuola dell’infanzia fino ai 6 anni perché questi bambini imparano a leggere e scrivere tardivamente rispetto alla norma e generalmente intorno all’età di 7-8 anni.

Fino all'età di circa vent'anni i soggetti affetti dalla patologia necessitano di un sostegno nell'adattamento scolastico e sociale. Possono conseguire un'autonomia sociale e lavorativa adeguata per un livello minimo di autosostentamento, ma ugualmente necessiteranno di supporto.

Spesso non è correlato a specifiche patologie sistemiche.

Gli individui affetti ritardo moderato, anche da adulti, difficilmente oltrepassano un'età mentale di 5-7 anni. Presentano discrete capacità comunicative e con supervisione possono provvedere alla cura della propria persona e allo svolgimento di lavori semplici. Hanno relativa autonomia nei luoghi familiari e possono discretamente adattarsi alla vita nel contesto sociale, imparando magari a spostarsi senza aiuto impiegando mezzi pubblici (ma solo se precedentemente abituati). Per quanto riguarda l'apprendimento scolastico, comprensione e uso del linguaggio, sono lenti in quanto acquisiscono la capacità di lettura e scrittura verso i 10-12 anni, il vocabolario appreso resta piuttosto limitato e manifestano difficoltà a cogliere i nessi logici. A scuola, inoltre, viene evidenziato lo sviluppo disarmonico delle discipline (possono, per esempio, acquisire maggiori competenze in campo matematico che in quello linguistico). Di fatto, anche nel calcolo in genere riescono a contare ma difficilmente a compiere operazioni. Mentre a livello sociale i bambini con ritardo moderato tendono a sentirsi alienati rispetto ai loro compagni poiché riescono ad acquisire consapevolezza della loro condizione. La Sindrome di Down e la Sindrome di Turner (anche la sclerosi tuberosa, così come i casi lievi della Sindrome di Rett) sono due cause piuttosto frequenti di ritardo mentale moderato.

L'età mentale dell'individuo, in genere, si ferma ai 2-3 anni. Lo sviluppo psico-motorio è acquisito con notevole ritardo e solitamente imparano a camminare verso o in seguito ai 24 mesi presentando anche durante la crescita goffagine motoria. Quindi, anche da adulti hanno difficoltà ad eseguire delle prestazioni motorie. I livelli del linguaggio sono minimi o assenti, per lo più presenta l'olofrase tipica del periodo sensomotorio ma durante il periodo scolastico possono imparare a parlare e ad acquisire capacità per riconoscere parole semplici per i bisogni primari. Se opportunamente supportato, l'individuo può acquisire una competenza basilare della cura di sé e le capacità di svolgere attività lavorative molto semplici in ambienti protetti e in presenza di personale specializzato. Il beneficio scolastico è limitato all'insegnamento di materie prescolastiche. Sentendosi incapace di far fronte agli eventi, il soggetto può soffrire di alcune forme di frustrazione. I casi gravi di autismo e la maggior parte dei malati di Sindrome di Rett sono cause non rare alla base di un ritardo mentale grave.

Il soggetto  con ritardo mentale gravissimo presenta una età mentale inferiore ai 2 annie non è in grado di svolgere le principali funzioni della vita quotidiana. La vita di relazione è per lo più ridotta. Linguaggio per lo più assente o fortemente compromesso con non più di 10/20 parole comprensibili con difficoltà. La necessità di sostegno è pervasiva, occupa tutta la durata della vita e deve essere continua.




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